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Archive for the ‘A volte ritornano’ Category

E’ davvero difficile mantenere un minimo di buone maniere, per non parlare di vero e proprio bon ton, nel corso di una campagna elettorale italiana. Fin dai primi giorni i contenuti, i programmi e le idee scivolano via in un confuso e cacofonico rumore di fondo. Rimangono le facce. Grandi, distorte, rese paradossali dal cerone e dalla chirurgia. Se si abbassa il livello di attenzione tutto si mescola, donne e uomini sempre più distanti dalla realtà si accavallano sui 600 canali televisivi, sui quotidiani e sui siti internet.

mask-Self-Portrait1

Da questo punto di vista Orwell si sbagliava. Non esiste un grande Fratello, un pensiero unico che tutto divora. Esiste un vuoto di pensiero, creato e mantenuto per mettere la ragione in un angolo e far sembrare tutto uguale, per mettere sullo stesso piano criminali e vittime, buoni amministratori e pluripregiudicati. E’ una strategia di comunicazione degli anni ’80, ripetuta in Italia a partire dal 1993 e che continua a funzionare. Sotto la pressione verbale e visiva di tutto questo insieme di “faccioni” rimangono gli schieramenti, quelli che voteranno quel partito o quel movimento a prescindere da qualsiasi cosa accada e le elezioni verranno decise dal numero degli indecisi che all’ultimo momento si schiererà.

Cinque anni di futuro. Ipotecati per le facce. Senza ragionamento, senza scelte consapevoli. Il mondo va avanti e noi siamo fermi al 1993.

(La foto è di un’opera di Ron Mueck, artista contemporaneo di grande rilievo).

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Stemma_Modena

Per la fera ed San Zemian,

la muntagna vin al pian,

e la basa vin in di deintoren,

e a Modna an gh’n sta piò nisun.

(Per la fiera di San Geminiano la montagna viene al piano e le persone della bassa modenese vengono su e a Modena non ci sta più nessuno.)

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In questi giorni (22-23 gennaio) in quel di Livorno abbiamo assistito a una vicenda paradossale, che mostra meglio di ogni altra cosa le difficoltà estreme che ha la politica italiana di fare i conti con il passato e con le legittime istanze della popolazione.

Il punto di partenza è la decisione dell’attuale sindaco di Livorno (Alessandro Cosimi, PD, secondo mandato) di nominare come assessore nella sua giunta Marco Solimano (delega alla casa e al sociale). La giunta è da tempo in crisi e il PD conserva la maggioranza per un seggio (due se votasse il Sindaco), quindi la nomina di un nuovo assessore solleva più attenzione del solito.

Il problema nasce dal candidato. Marco Solimano ha un passato ingombrante. Ex membro di Prima Linea, ha alle spalle una condanna definitiva a 22 anni per “concorso morale e partecipazione all’organizzazione criminale” per i fatti legati a un tentativo di evasione dal carcere fiorentino delle Murate, nel corso del quale fu ucciso un agente di Polizia, Fausto Dionisi.

L’iter ricorda molto quello dell’elezione di Sergio D’Elia, anche’egli ex membro di Prima Linea, nel Parlamento tra le file dei Radicali (nel 2006, liste della “Rosa nel pugno”). Anche D’Elia fu condannato nello stesso processo, scontando un totale di dodici anni.

Da allora sono successe molte cose. Tra le altre va ricordato il lavoro di Solimano nelle carceri, la presidenza dell’ARCI livornese per tredici anni e i mandati come consigliere comunale, sempre a Livorno, in quota prima DS e poi PD. Nel 2010 il già citato Sindaco lo aveva nominato garante dei detenuti. Tutto questo senza aver registrato alcun tipo di protesta dalle direzioni regionali e nazionali prima dei DS e poi del PD.

Ora che ci si avvicina alla scadenza delle elezioni politiche nazionali e la questione della “presentabilità” dei candidati occupa tanto spazio sui media ecco arrivare il distinguo dalla direzione regionale del PD che in pratica sconfessa le scelte del PD livornese. Il Sindaco Cosimi fa marcia indietro, d’accordo con Solimano. Pare ci saranno chiarimenti in sede di consiglio comunale, dichiarazioni e pronunciamenti da parte dei protagonisti di questa vicenda.

Il passato di Marco Solimano esisteva anche prima di questa vicenda. Così come c’erano le proteste delle associazioni dei parenti delle vittime del terrorismo contro incarichi pubblici assegnati agli ex terroristi e ai vari ex affiliati. Così come, sul territorio livornese e in Toscana, c’è una continuità notevole di incarichi e di persone dai DS al PD.

Va detto che dopo la condanna Solimano si è speso molto per il sociale nell’area livornese e non solo. Portando in dote risultati non certo disprezzabili in un’area decisamente problematica.

Da tutto questo, una serie di domande. So bene che non riceverò risposte, ma ne vale comunque la pena.

Come mai il signor Solimano ha potuto essere eletto presidente dell’ARCI livornese senza che l’associazione  e il partito di riferimento (prima i DS e poi il PD) tenessero conto del suo passato?

Come mai il signor Solimano ha potuto essere eletto per due mandati come consigliere comunale senza che il partito (prima i DS e poi il PD) tenesse conto del suo passato?

Come mai il signor Solimano ha potuto essere nominato garante dei detenuti senza che il Sindaco Cosimi tenesse conto del suo passato?

Come mai il signor Solimano è stato preso in considerazione per la carica di assessore senza che il Sindaco Cosimi tenesse conto del suo passato?

Più in generale, dov’è il punto di discontinuità tra il PD livornese e quello toscano? Non hanno lo stesso statuto, le stesse regole, i rappresentanti del territorio livornese non siedono negli organi regionali?

Infine, dove si situa per il PD livornese il concetto di “opportunità politica”? Nella direzione del PD nazionale? Nella direzione del PD toscano? O esiste una strada autonoma, locale, dove lo statuto del partito e i suoi regolamenti possono essere derogati?

Infine, una parola di chiarezza in modo da ribadire cosa ne penso sull’argomento. Non ho problemi in particolare con Solimano o con chiunque altro si trovi in situazioni simili. Chi è stato condannato e ha saldato i suoi conti con lo Stato ha pieno diritto a riabilitarsi, ad essere attivo nel sociale, a fare del suo meglio in campo economico eccetera.

La linea da non oltrepassare per me arriva con il passaggio dall’elettorato attivo a quello passivo. A chi è stato condannato in via definitiva, non importa per cosa e per quanto tempo (o per quali ammende) non deve essere consentito di presentarsi per delle cariche pubbliche. E’ una questione di coerenza e di buon senso. Se impediamo ai pregiudicati di presentarsi per i concorsi pubblici è assurdo pensare di ritrovarceli nei ranghi della classe dirigente, le ultime legislature ci hanno fornito esempi chiarissimi in tal senso.

Link a repubblica.it per gli articoli sull’argomento:

Polemica sulla giunta di Livorno

Solimano  non sarà assessore

Le dichiarazioni di Solimano

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Oggi cade un anniversario, una di quelle date che è bene tenere a mente quando si ragiona a proposito dei problemi che segnano la storia recente del nostro mondo. Se si domanda a una persona qualsiasi quali sono le aree a rischio del nostro pianeta è praticamente sicuro che il discorso cada sul Medio Oriente, in particolare su Israele e la Palestina. Quindi si deve andare a Parigi e tornare indietro nel tempo, fino al 1919.

(more…)

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E’ lo studio del passato che ci può far intuire come si svilupperanno le cose in futuro; dal passato estrapoliamo i dati per costruire similitudini, scenari, proiezioni statistiche, strategie per l’economia. In teoria, molto in teoria, dovremmo anche apprendere dagli errori per evitare di ripeterli nei periodi successivi.

Qui sotto riporto un’immagine che ha fatto il giro della Rete poco tempo fa. Si tratta di un gruppo scultoreo che si trova a Sofia, in Bulgaria, nei pressi del centro cittadino. Una scultura di epoca sovietica, fatta per commemorare la vittoria nella WWII sui nazisti. Interessante che sia stata fatta in un paese che era alleato della Germania durante il conflitto, vero? In ogni caso un writer l’ha modificata così:

the-figures-of-soviet-soldiers-at-the-base-of-a-soviet-army-monument-have-been-transformed-into-superheroes-in-sofai-the-capital-of-bulgaria

I simboli dell’immaginario occidentale, impressi a vernice su quelli del socialismo made in URSS. Un modo come un altro per marcare il passaggio dell’intero paese da una sfera di influenza all’altra, una sorta di adattamento psicogeografico al mondo che cambia.

L’immagine successiva invece non so collocarla geograficamente, so solo che si tratta dell’esterno di una ex fabbrica di gomma in Russia. Un robottone squadrato, probabilmente risalente agli anni ’50, rimasto a sorvegliare una landa desolata. Fa impressione nel suo essere già arcaico, si può quasi intuirne le crepe o sentire il rumore che fa il vento quando si accanisce sulla sua figura spigolosa. Da quello che ho capito la fabbrica è defunta da decenni.

robot statue outside a rubber factory

Un simbolo del passato quindi, di un momento rimasto ai margini dello svolgersi della storia per decadere pian piano fino a crollare sotto il proprio stesso peso. Nessun adattamento, nessun futuro. Il mondo è andato avanti e si è allontanato.

Il tutto per ribadire che il passaggio dal passato al futuro è tutto tranne che un evento lineare e che trovo sempre più difficile ignorare la sensazione che si sia sull’orlo di un grosso cambiamento, di una vero e proprio cambio di fase. Vedremo cosa ci porterà il 2013.

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E’ tornato! Il concorso indetto da Gelostellato, l’ineffabile creatore del Fun Cool, ritorna sulla Rete per afflig rischiarare le nostre giornate bigie e tristi!

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Rispolverate la fantasia e la punteggiatura, provate a immaginare un racconto o una vicenda che si possa raccontare in una sola frase. Breve o lunga, lapidaria o definita da un numero enorme di subordinate, sbizzarritevi!

Prendetevi il tempo che vi serve ma senza esagerare, il concorso termina il 12 gennaio 2013 e con un minimo sforzo ci si potrebbe accaparrare un premio da vero fun cooler.

E’ facile, pensate che persino io ho vinto una delle scorse edizioni. :-)

Qui potete trovare un post dove viene spiegato il tutto, datevi una mossa.

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Oh, guarda! Il mondo è ancora al suo posto, che fatto curioso. Non mi direte che i Maya si sono sbagliati, vero? No, aspetta, deve essere stato un errore di calcolo o una turpe manipolazione assiro-hindu-calcidica per truffare le masse.

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Il 22 dicembre sembra molto simile al 21, vero? Niente ribaltamento dei poli, niente flare solare, niente asteroidi, niente pianeti erranti, nemmeno un piccolo alienuccio di consolazione. In compenso c’è un sacco di gente che fischietta indifferente, dandosi l’aria di chi passa di qui per caso.

Ma certo, c’è stato un errore di calcolo. Del resto se i Maya avessero avuto un modo civile di comunicare ci avrebbero lasciato una bella app da scaricare (gratuitamente, per carità) per darci in diretta il countdown per la fine del mondo, giusto?

Ora, apriamo uno spazio minimo di riflessione. Dedicato a chi, anche solo per un momento, ci ha creduto.

Non vi sto dicendo di vergognarvi. Neppure di fare pubblica ammenda. Uno sforzo però lo voglio chiedere: la prossima volta che qualche furbone si mette a raccontare favole sulla distruzione a venire, prendetevi un momento per fargli una lunga, sanissima, pernacchia.

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Sono passati due anni dall’inizio della primavera araba, dalle prime dimostrazioni in Tunisia contro il governo nazionale.  Due anni durissimi, un’onda di cambiamento del tutto inedita per i paesi della sponda africana del Mediterraneo e, più in generale, per le nazioni arabe.

Ad oggi non si può dire che questo enorme movimento popolare abbia ottenuto un vero cambiamento. In Marocco la situazione è rimasta abbastanza stabile anche se le promesse di riforme del sovrano non hanno certo accontentato la gran parte delle opposizioni. L’Algeria di Boutefilka rimane praticamente immutata, la Tunisia è ancora un rebus, la Libia a dir poco è instabile e l’Egitto dei Fratelli Musulmani ha preso una svolta verso la destra fondamentalista che fa davvero pensare male per il futuro.

primavera_araba_leaders

Passando il canale di Suez in direzione di Israele, possiamo dire che la relativa stabilità del primo decennio del ventunesimo secolo è finita. La Siria si sta consumando in una guerra civile, la monarchia giordana vacilla come non mai, presa in mezzo tra la crisi economica e un astio crescente verso la famiglia reale. Il Libano per ora è tranquillo, Hezbollah sta aspettando che il rogo siriano finisca di bruciare. Gaza e la Cisgiordania sono sempre più povere e il recente confronto Hamas-Israele non aiuta certo a stabilizzare l’area.

Scendere verso sud porta verso i regni del silenzio. In Arabia Saudita è in arrivo una difficile successione, Kuwait, Oman e Qatar muovono pedine a suon di milioni di dollari nell’intera regione mentre quello che rimane dell’Iraq cerca un difficile compromesso tra sue troppe anime. L’Iran continua a cercare di emergere come potenza regionale, un occhio verso la rivale Turchia e l’altro rivolto al grande satana americano. Sullo sfondo la lenta agonia dello Yemen e i duri confronti avvenuti nel Bahrein.

ArabSpring

A tutto questo l’Occidente ha assistito da spettatore, scegliendo di interferire solo nel caso libico. L’impressione forte che ne deriva è che si consideri questo risveglio popolare più una potenziale forma di problemi che non una risorsa e che non si sia capito che esiste una similitudine notevole con quanto accaduto in Europa attorno al 1848. Ancora una volta manca la volontà di capire, di trovare una sintesi tra i normali rapporti economici e la necessità di avere al proprio fianco nazioni ben avviate sui processi democratici che a parole tutti sostengono.

Ci si preoccupa delle ondate migratorie, della stabilità delle forniture di gas o petrolio, dei mercati per i nostri prodotti o della manodopera a basso costo per gli stabilimenti e non si fa il passo logico successivo, quello che spinge a guardare su una prospettiva superiore ai prossimi dodici mesi. In questo senso la vicenda egiziana è esemplare. Chiunque abbia seguito negli ultimi anni l’evoluzione politica locale era in grado di predire che si sarebbe arrivati all’attuale contrapposizione tra un blocco di matrice religiosa (Fratelli Musulmani e gruppi salafiti) contro il resto della società. Tutti gli osservatori sapevano, nessuno è stato in grado (o ha voluto) far sentire il proprio peso in loco. Risultato? L’Egitto è sull’orlo di una guerra civile, con la possibilità di un colpo di stato da parte dei militari che si è fatta più concreta nelle ultime settimane.

E’ lo stesso errore che l’Occidente ha fatto con l’Ucraina e la Moldova in Europa, la stessa incapacità di esprimere una politica estera in chiave europea che sappia andare oltre alla bilancia import/export. Gli schemi che si applicavano fino al 1991, la logica dei blocchi contrapposti Est-Ovest, è morta come sono morte le ideologie del ‘900 e non ha trovato un qualsiasi sostituto in grado di sostenere le sfide del nuovo millennio.  Non è possibile pensare che gli Stati Uniti, impoveriti e rinchiusi in se stessi come sono ora, possano continuare a dettare il passo nei rapporti con questi paesi, non dopo che hanno dimostrato in maniera cristallina come i loro interessi siano estremamente limitati all’ambito strategico.

Il parallelo storico con il 1848 dovrebbe mostrare a noi europei che se la fase di sollevazione popolare non ha successo ne segue una di restaurazione. E’ questo che vogliono le cancellerie europee? Tornare a uno status quo ante in cui ai vecchi despoti succedano eredi altrettanto indegni, nel nome dei depositi in Svizzera e dei fondi di investimento sovrano che investono nel vecchio continente? E’ davvero possibile che non si sia in grado di capire che la combinazione della pressione demografica in aumento e del calo di risorse idriche spinge verso una nuova fase di conflitti?

Facendo una metafora si potrebbe dire che la geopolitica aborre il vuoto. Non è un caso se la Turchia si sta imponendo come potenza regionale, se l’Iran persegue una politica di allargamento su base religiosa e se la triade Oman-Qatar-Kuwait sta muovendo centinaia di milioni di dollari in tutto il mondo arabo a sostegno dei movimenti locali a loro utili. Se non vogliamo che il prossimo futuro ci sia ostile sull’altra sponda del Mediterraneo dobbiamo imparare che si può e si deve agire in chiave europea.

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Sto radunando il materiale per il mio prossimo mini saggio e come anticipato ho verificato l’ultimo rapporto della benemerita Freedom House. Per mettere in prospettiva i dati delle repubbliche ex sovietiche ho aggiunto ai dati che le riguardano anche quelli di: Germania, Regno Unito, Italia, Francia, Russia e Stati Uniti. Da tenere presente anche i dati dei “territori contesi” (Transinistria, Nagorno-Karabakh, Ossetia del Sud e Abkhazia).

Freedom-House

Nel report si dà un’indicazione generale sullo schema libero-parzialmente libero-non libero e due punteggi relativi ai diritti politici e alle libertà civili.

I punteggi sono espressi sono una scala da 1 e 7, dove 1 sta per il massimo e 7 per il minimo (most free e least free). I paesi sono riportati in ordine alfabetico.

Abkhazia, parzialmente libera, diritti politici 5, libertà civili 5

Armenia, parzialmente libera, diritti politici 6, libertà civili 4

Azerbaijan, non libero,  diritti politici 6, libertà civili 5 (in peggioramento)

Belarus [Bielorussia], non libero,  diritti politici 7, libertà civili 6

Estonia, libera, diritti politici 1, libertà civili 1

Francia, libera, diritti politici 1, libertà civili 1

Georgia, parzialmente libera, diritti politici 4, libertà civili 3

Germania, libera, diritti politici 1, libertà civili 1

Italia , libera, diritti politici 1, libertà civili 1 (in miglioramento le libertà civili)

Kazakhstan, non libero,  diritti politici 6, libertà civili 5 (in peggioramento)

Kyrgyzstan, parzialmente libero, diritti politici 5, libertà civili 5

Latvia [Lettonia], libera, diritti politici 2, libertà civili 2

Lithuania, libera, diritti politici 1, libertà civili 1

Moldova, parzialmente libera, diritti politici 3, libertà civili 3

Nagorno-Karabakh, non libero,  diritti politici 6, libertà civili 5

Russia, non libera,  diritti politici 6, libertà civili 5

South Ossetia [Ossezia del Sud],  non libera,  diritti politici 7, libertà civili 6

Tajikistan, non libera,  diritti politici 6, libertà civili 5

Transinistria, non libera,  diritti politici 7, libertà civili 6

Turkmenistan, non libera,  diritti politici 7, libertà civili 7

Ukraine [Ucraina], parzialmente libera, diritti politici 4, libertà civili 3 (in peggioramento i diritti politici)

United Kingdom [Regno unito], libero, diritti politici 1, libertà civili 1

United States of America, liberi, diritti politici 1, libertà civili 1

Uzbekistan, non libero,  diritti politici 7, libertà civili 7

Il quadro generale che se ne può ricavare non induce esattamente all’ottimismo. Se è vero che le ex repubbliche baltiche sono praticamente allineate ai migliori standard occidentali è altrettanto vero che la maggioranza degli altri stati ex sovietici (e la totalità dei territori contesi) sono ancora molto distanti da un livello accettabile. In positivo i progressi di Georgia e Moldova, che al momento attuale sembrano essere i paesi più vicini a compiere il salto necessario per arrivare allo stato “libero”.

Nota sull’Italia: i miglioramenti nei diritti civili derivano dall’adeguamento dello status dei figli nati fuori dal matrimonio e dal recepimento di alcune norme comunitarie che avevamo inutilmente posposto.

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Mancano solo dieci giorni alla data fatidica della fine del mondo e le librerie sono invase da testi che la smentiscono, dopo quasi due anni di uscite in segno contrario. La passione per il millenarismo più o meno d’accatto continua a far vendere, il che sarebbe anche una buona notizia per l’asfittica editoria nostrana.

december-21-2012

Quello che non è una buona notizia è il perdurare della mancanza di una solida capacità di discernimento in larghi strati della popolazione. Non che non si sapesse già ma in queste settimane rimpiango davvero di non aver provato a mettere su un’operazione come quella di Bugarach, almeno si portava a casa qualche euro ai danni dei gonzi.

Un pò come ha fatto Roberto Giacobbo con due dei suoi libri-fotocopia (2012. La fine del mondo? e 2012 Ultime notizie sulla fine del mondo) o come ha fatto Steve Alten (2012. La fine del mondo); poi ci sono due o tre testi di indagine a firma di Sabrina Mugnos per i tipi di Macro Edizioni (il concetto di indagine scientifica messo vicino a quello di profezia… mah!).

Il “meglio” arriva dalla produzione in lingua inglese a cui dobbiamo perle di grande valore antropologico e sintattico come “End of the World 2012” a firma del trio Carol Chapman, Miriam Balsey e John Chapman; “2012, the Bible and the End of the World” di Mark Hitchcock è un altro titolone da ricordare (notare l’astuta connessione con la bibbia che con le disgrazie a comando ci sta sempre bene).

Poi c’è il filone del survival, sempre sotto traccia nel mercato americano, che ad ogni possibile isteria da crisi risorge in tutto il suo splendore. Titoli come “The 2012 Survival Guide” di quella vecchia volpe di Kip Livingston come possono mancare dalla biblioteca, ammesso che abbiate provveduto per tempo a rifugiarvi da qualche parte per leggerlo. Il mio preferito per titolo e argomento rimane “Apocalypse 2012 cookbook” di Darril Fosty, un vero must per un paese dove i programmi di cucina ormai li trasmettono H24.

Bene, avete ancora dieci giorni. Poi partono le pernacchie.

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