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Archive for the ‘Crisi’ Category

The present-day crisis is stressing every society establishment, even in a country that changes very slowly like my own, Italy. Under stress are social structures, politics, cultural circles, unofficial business agreement groups and so on. It look like the pressure is so high to melt down some equilibrium, you may feel a kind of vibration in the background.

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It’s also time to debunk a common-used myth. The one about “us” and “them” when it comes to common citizens and politicians. It’s quite easy to depict “them” as enemies, parasites, criminals. It’s a common practice for populist to point the finger at “them” and start a infinite list of accusations. “They” are the bad side of society, without “them” we could  live in paradise.

This is nothing but bullshit (excuse me for the language). “They” do not come from another planter, nor “they” are from another country. Politicians are like us, in every way possible. It’s our fault if they get re-elected, it’s our fault if “they” use the State in order to facilitate their friends and companions. It’s not “us” and “them”. It’s us against us.

Italian society is not build around the concept of a community, about the idea of common good known as State. We’re in the logic of tribes, little and big, each one in competition with all the other tribes for resources and trade. So our politicians are no more than little feudal lords, each one with his/her court. In a situation like this one is a miracle that we continue to grow up talents, people who got what it takes to be bright as stars.

Nominally we are a Republic, a Democracy. We have all the instruments needed and we use them every now and then. But in the background you can still smell the fires and you can always hear the voices of the lords, murmuring new ways to twist and turn our laws. It’s true that we’re gonna change. The result is not so predicable, nor it’s so sure that it will be for the best.

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Mi è capitato di leggere uno studio, fonte l’Osservatorio Nazionale Federconsumatori, a proposito dei costi complessivi necessari per mantenere un’auto di media cilindrata. Il tutto è riferito al 2012 e con un aumento del 15% rispetto al 2011 si arriva a 4628 euro.

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Se poi si aggiungono bollo, ammortamento del prezzo di acquisto in dieci anni e il costo dei mancati interessi sul capitale utilizzato si arriva a 7073 euro.

Poi ci si domanda perché si vendono meno macchine. O perché il mercato dell’usato registri cali altrettanto drastici o prezzi in caduta libera.

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Per questo post parto dall’intervista di Federico Ghizzoni, AD di Unicredit, pubblicata da “Affari&Finanza” del 14.01.2013 in un articolo a firma di Marco Panara. Il contesto dell’articolo è un’analisi sulle prospettive del 2013 da un punto di vista particolare, ovvero nelle scelte e negli orientamenti di una banca di grandi dimensioni che guarda sia al mercato italiano che a una serie di mercati europei ed extraeuropei.

In più va fatto rilevare come Ghizzoni sia definibile come “uomo di sistema” data la somma delle sue esperienze nel comparto bancario e la rete di conoscenze di cui dispone nel sistema capitalistico (non solo italiano). Ho scelto alcuni brani che considero significativi, a margine le mie considerazioni.

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La struttura industriale italiana sta cambiando. Tra le medie e grandi imprese ce ne sono alcune in difficoltà che potrebbero scomparire ma ce ne sono altre che potrebbero comprare. Chi esporta, ha tecnologie e modelli di business avanzati ha la possibilità di crescere facendo acquisizioni a prezzi prima impensabili. Alla fine di questo processo avremo più imprese di maggiore dimensione.

Unicredit ha nella sua vocazione anche l’intermediazione, i ruoli da advisor nelle fusioni e nei takeover. Essendo coinvolta nel capitale di alcune aziende e essendo creditrice di molte altre ha tutto l’interesse a ridurre la sua esposizione e a favorire fusioni o incorporazioni per risolvere tante situazioni a rischio che potrebbero scoppiarle in mano nel 2013. Discorsi simili li stanno facendo anche in Intesa San Paolo che ha gli stessi identici problemi da risolvere.

(in risposta a: Cosa ha messo in moto questo processo?)

La crisi ovviamente, e la selettività del credito. Le banche non possono più supportare tutti, devono scegliere e quindi i più deboli sono destinati a sparire. L’effetto si vede anche sulle catene di controllo: dovendo scegliere le banche tendono a finanziare la parte industriale. E’ una correzione positiva, le catene di controllo troppo lunghe aumentano il costo del rischio.

Qui si rafforza il concetto di prima, ovvero una selezione guidata verso un futuro con meno aziende con i conti in disordine ottenuta con la spinta del credito. Niente di nuovo, lo si fa dai tempi di Cuccia, ma qui l’accento diventa più chiaro spostandosi verso le interminabili filiere di società scatola che finiscono per diluire le capacità di controllo e rendono scivoloso il controllo delle società stesse. Unicredit non vuole rivedere i tempi di Colaninno in Telecom e gradisce poco il caos in Pirelli. L’avviso è chiarissimo.

(in risposta a: Come state affrontando l’eccesso di impieghi rispetto alla raccolta che è la croce del sistema bancario italiano)

[omissis] Nel 2013 continueremo su questa strada agendo su imprese di fasce dimensionali più basse grazie anche alle nuove regole che consentono i minibond e i project bond. E’ un processo virtuoso, in Italia le imprese dipendono dal credito bancario per l’85 per cento delle loro attività, è troppo. Dobbiamo spingere quelle che possono sul mercato dei capitali per avere lo spazio per dare credito alle più piccole che a quel mercato non possono accedere. E dobbiamo aumentare la pressione per aumentino il capitale proprio, che alza il rating e riduce il costo del credito. Oggi investire in azienda è più conveniente che in passato”.

Qui il discorso rivolto alle aziende è ai livelli di un ceffone. In sostanza viene detto che Unicredit non intende svolgere sempre e solo il ruolo di finanziatore e lucrare sugli interessi ma punta a svolgere il ruolo di service finanziario, sia fungendo da canale per la raccolta fondi che come advisor per chi può collocarsi in Borsa. L’aumentare la pressione per far aumentare il capitale delle imprese è un ennesimo avviso, non tanto sottile, ai tanti imprenditori che in questi anni hanno pensato solo a intascare dividendi senza mettere un euro di denaro fresco in azienda. Unicredit punta a ridurre le sofferenze e a liberarsi di almeno una parte di quelle pratiche che considera più a rischio, il core business è essere una banca di sistema e non un bancomat come ai tempi di Capitalia gestione Geronzi. I servizi ad alto valore aggiunto pagano bene, pagano subito e consentono di avere una struttura ridotta in termini di personale. Il modello di riferimento diventa Morgan Stanley e non l’essere una rete di banche più o meno grandi.

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C’è un personaggio importante, molto importante, che ha ammesso per iscritto di aver sbagliato. Di per sè sarebbe una notizia bomba qui in Italia, è decisamente più consueto all’estero. Tranquilli, non stiamo parlando di un nostro connazionale, neppure di un politicante da strapazzo. Ribadisco, è una persona importante. Olivier Blanchard. Lavora per il Fondo Monetario Internazionale. Mai sentito? Dovreste conoscerlo invece. E’ una delle persone che determinano gli orientamenti dell’FMI, il che ne fa davvero un uomo importante in tempi di crisi.

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Il primo gennaio, insieme a Daniel Leigh, ha rilasciato un working paper (disponibile qui) di cui consiglio la lettura. Sono una trentina di pagine in inglese, piuttosto semplici da tradurre ma con qualche deriva matematica sui metodi di calcolo e previsione e sono una carica di C4 sugli ultimi tre anni di politiche economiche occidentali. In pratica si dice che i calcoli (e di conseguenza le previsioni) sono sbagliati. E non di poco. Il che significa che le azioni dell’FMI basate su quelle previsioni si sono rivelate troppo depressive per i cicli economici e quindi non adeguate a risolvere i problemi. Ops!

Citando direttamente dalle conclusioni del documento si apprende che:

If we put this together, and use the range of coefficients reported in our tables, this suggests that actual multipliers were substantially above 1 early in the crisis. The smaller coefficient we find for forecasts made in 2011 and 2012 could reflect smaller actual multipliers or partial learning by forecasters regarding the effects of fiscal policy. A decline in actual multipliers, despite the still-constraining zero lower bound, could reflect an easing of credit constraints faced by firms and households, and less economic slack in a number of economies relative to 2009–10.
However, our results need to be interpreted with care. As suggested by both theoretical considerations and the evidence in this and other empirical papers, there is no single multiplier for all times and all countries. Multipliers can be higher or lower across time and across economies. In some cases, confidence effects may partly offset direct effects. As economies recover, and economies exit the liquidity trap, multipliers are likely to return to their precrisis levels. Nevertheless, it seems safe for the time being, when thinking about fiscal consolidation, to assume higher multipliers than before the crisis.
Finally, it is worth emphasizing that deciding on the appropriate stance of fiscal policy requires much more than an assessment regarding the size of short-term fiscal multipliers.
Thus, our results should not be construed as arguing for any specific fiscal policy stance in any specific country. In particular, the results do not imply that fiscal consolidation is undesirable. Virtually all advanced economies face the challenge of fiscal adjustment in response to elevated government debt levels and future pressures on public finances from demographic change. The short-term effects of fiscal policy on economic activity are only one of the many factors that need to be considered in determining the appropriate pace of fiscal consolidation for any single country.

Bene. Sappiamo che è stato fatto un errore. Basarsi solo sulla rigidità fiscale (vedi fiscal compact europeo) e sulla gestione delle liquidità è sbagliato. Benissimo. E quindi? Adesso come ne usciamo? Nel documento non se ne fa parola, nè rimanda ad altri documenti esplicativi. La domanda è: chi glielo spiega alla Merkel?

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In un post di ottobre 2012, qui, avevo parlato delle tante aziende in crisi per le quali era stato attivato un tavolo di discussione presso il Ministero dello Sviluppo Economico; una di queste realtà, la Richard-Ginori, è stata dichiarata fallita dal tribunale di Firenze questa settimana malgrado ci fossero due potenziali compratori che si erano già dichiarati interessati ad acquisire un marchio storico come questo e a saldare i circa quaranta milioni di euro di debito accumulato dalla precedente gestione.

Stiamo parlando, tra le altre cose, di più di trecento posti di lavoro. La decisione del tribunale mette in una direzione molto chiara il loro destino in un modo che a molti osservatori è parso perlomeno frettoloso. Mentre si aspetta di poter leggere le motivazioni della sentenza, attese entro i canonici sessanta giorni, si può comunque riflettere sulla situazione di tante aziende italiane usando la Richard Ginori come caso di partenza.

RICHARD GINORI

Già negli anni ’70 l’azienda era passata di mano varie volte, transitando anche per una delle società di Michele Sindona e in seguito per la SAI a gestione Ligresti. Sembrava che con il passaggio del marchio sotto il gruppo Pagnossin  a fine anni ’90 le cose si fossero stabilizzate, avviando un percorso adeguato alla storia dell’azienda all’interno di un gruppo solido. Una realtà in grado di produrre articolo di qualità, inserita in un contesto di grande distribuzione per giunta fortemente vocata all’export.

Peccato che già nel 2006 entra un altro socio, il gruppo Bormioli Rocco & Figli, interessato a realizzare un investimento di tipo immobiliare. L’area dove tuttora sorge lo stabilimento a Sesto Fiorentino fa gola per operazioni edilizie e si comincia a parlare di realizzare un altro stabilimento in un’altra area. Per capirci, circolano stime che collocano il valore dell’area tra i venti e i trenta milioni di euro. L’espansione urbana di Firenze e il peso crescente dei residenti nell’area di Sesto Fiorentino fanno gola a molti, come capita del resto in molte realtà simili.

Questo passaggio di interessi va ad aggiungersi a una crisi debitoria, crisi che curiosamente sembra acuirsi con l’aumentare delle stime del valore della zona edificabile. Il passivo continua a crescere, complice anche un ciclo economico non felice, fino a raggiungere dimensioni ragguardevoli (i già citati 40 milioni di euro) e nel frattempo la società continua a cambiare di mano, passando prima da un delisting dalla Borsa e poi ritornando ad essere quotata. Tutti i  lavoratori finiscono in CIG e la produzione si ferma. Suona familiare, vero? Quante volte abbiamo sentito storie simili? Per un nome storico come la Ginori la notizia arriva sui media ma per le altre realtà?

I lbri vengono portati in Tribunale, ci sono da garantire sia i creditori che lo Stato e alla sezione fallimentare tocca anche esaminare le manifestazioni di interesse per questa azienda. Che ci sono. Due distinti progetti, frutto di una proposta italiana e di una mista americana/romena. Tutto sembra portare a una soluzione quando arriva la decisione di cui riferivo in apertura. E adesso? Lo stabilimento è stato occupato dai lavoratori, decisi a tutto pur di difendere la realtà produttiva e (aggiungo io) un patrimonio di conoscenze e di capacità che ha pochi eguali in Italia. Non è chiaro se ci sia o no lo spazio per arrivare a una soluzione industriale al problema o se ci dovremo rassegnare all’ennesimo fallimento.

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La fine del 2012 ha portato in dote alcune notizie che trovo allarmanti sia per la loro natura che per l’entità dei fenomeni che vanno a delineare. Mi riferisco in particolare a tre dati; il primo che conferma la tendenza delle nostre imprese a delocalizzare verso altri paesi, in particolare verso la Svizzera e la Slovenia, il secondo colloca a un livello abnorme, il 27%, la percentuale dei nostri laureati in uscita dall’Italia e il terzo, ultimo ma non per importanza, che certifica l’aumento dei fenomeni di migrazione interna da sud verso nord.

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L’avvicinarsi del Natale comporta tra le altre cose l’arrivo a diluvio di messaggi pro donazione a migliaia di enti più o meno famosi, più o meno benefici. Sui media testimonial di varia natura si affannano a spiegarci com’é bello sentirsi buoni donando a [inserire ente] o di come sia utile e meraviglioso mandare un SMS da due euro al numero [inserire numero]. Dato che è Natale, non vorrete per caso essere brutti-cattivi-asociali anche in questa occasione, vero?

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Sto scherzando, ma solo fino a un certo punto. Se il concetto di beneficenza è assolutamente giusto, è altrettanto vero che andrebbe fatta con un minimo di criterio. Intendiamoci, piuttosto che niente va bene anche mandare un SMS più o meno a caso ma un ragionamento andrebbe fatto, specialmente in questa fine 2012 dove quattro anni di crisi economica durissima hanno lasciato un segno profondo nella società italiana.

Ci sono migliaia e migliaia di ottime cose da sostenere, progetti che coprono qualsiasi interesse filantropico possibile e che spesso sono l’unica risposta disponibile per risolvere dei problemi. Va benissimo, anzi ringrazio alcune di queste realtà per avermi fornito informazioni e/o conferme di cose su cui stavo cercando informazioni. Quello che contesto è il tipo di messaggio. L’equivalenza occidentale=ricco è morta nel 2008 e le campagne basate sul senso di colpa mi fanno solo arrabbiare.

Quello che sta venendo fuori è invece un risentimento astioso, un “prima pensiamo ai nostri” che non appartiene più solo al vocabolario di qualche emulo di Scrooge. Nel momento in cui lo stato sociale sembra essere sul punto di crollare o, peggio, di essere cancellato l’interesse per le attività delle ONLUS in Africa o in Asia crolla in maniera verticale. Organizzazioni come la Caritas o il Banco Alimentare sono sommerse dalle richieste, Emergency ha raccontato di come ai suoi ambulatori in territorio italiano si presentino sempre di più cittadini italiani.

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Perché devo pensare a quelli là quando in classe di mia figlia c’è chi non riesce a comprare i libri o a pagare la mensa scolastica?” Questa domanda me l’hanno rivolta stamattina e mi sono trovato a non saper rispondere. Mi sembra sempre più assurdo fare confronti di priorità, parlare delle tante persone che campano con meno di un dollaro US al giorno con chi ha paura di essere messo in cassa integrazione o di non riuscire a far fronte al mutuo.

Sulle pagine di questo blog ho recensito il libro di Dambisa Moyo (qui) dove la tesi di fondo era che l’Africa ha avuto troppi aiuti e che deve imparare a cavarsela da sola. Che abbia ragione o meno, è proprio quello che sta per succedere. Un occidente spaventato e impoverito  spenderà sempre meno verso i paesi in via di sviluppo, le sue ONG saranno sempre più impegnate a tamponare i buchi dei welfare state. L’ampliarsi del divario tra chi ha e chi non ha sta agendo come leva in funzione di un distacco sempre maggiore tra il “primo mondo” e il resto del pianeta.

L’unica soluzione a tutto questo è cominciare a far sparire il denaro finto, i triliardi di dollari US virtuali che hanno innescato la spirale finanziaria e che hanno fatto da combustibile per le tante bolle immobiliari che sono scoppiate dal 2008 ad oggi. Riportare le cose alla prospettiva dell’economia reale e accorgersi, una volta per tutte, che il denaro è un mezzo e non un risultato.

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Sulle pagine di questo blog ho spesso criticato la politica editoriale e i modelli di business delle case editrici italiane, così come ho parlato della pessima situazione del mercato editoriale in generale. Ribadisco che si tratta di un settore della nostra economia dove ci sono molte zone d’ombra e che una parte del nostro dissesto culturale arriva da qui.

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Ritorno sull’argomento per segnalare una pessima notizia, ovvero che la XII edizioni ha deciso di chiudere le proprie attività editoriali. Per chi non l’avesse conosciuta si tratta di una piccola casa editrice che fin dai primi passi ha deciso di puntare su una politica editoriale alternativa, alla ricerca di un livello di qualità e di cura dei volumi che non trova molti riscontri in Italia.

Non so dire come mai i responsabili di XII abbiano maturato l’idea di chiudere i battenti, né sono in grado di fare previsioni su un possibile ritorno di questo marchio nel prossimo futuro. Posso però dire senza tema di smentita che da questo dicembre il mercato italiano avrà perso una delle poche voci interessanti. Fino alla fine dell’anno il magazzino della casa editrice rimarrà disponibile per gli acquisti e mi permetto di suggerire di visitare questo link, dove troverete anche qualche parola su questa situazione.

Per chiarezza d’opinione e per rispetto preciso che non sempre mi sono trovato d’accordo con le scelte editoriali della XII; viceversa ne ho sempre apprezzato il ruolo, sia come “palestra” per far emergere nuovi talenti che come ambiente in cui dare spazio a proposte fortemente alternative rispetto ai trend di mercato.

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Ieri sulle pagine de “La Repubblica” (pag.29, taglio basso a sx) ho trovato un comunicato firmato dal coordinamento dei comitati di redazione del gruppo (ovvero di tutti i CdR delle varie testate) che fotografa una situazione decisamente contradditoria. Mi spiego, seguendo le notizie economiche, nello specifico quelle legate al gruppo in questione, ci sono praticamente solo segnali positivi. Ricavi, raccolta pubblicitaria, ROE, MOL, tutto sopra i livelli medi del settore con qualche punta di eccellenza. In più, volendo guardare alla diffusione, il quotidiano è cresciuto molto in questi anni e testate storiche come L’espresso mantengono molto bene la propria posizione. Del gruppo fanno parte molte testate locali, riviste, un sito/portale che  tra i più visistati d’Italia, un certo numero di emittenti radio e TV. In teoria, malgrado la crisi, le cose dovrebbero andare benino.

Leggete questo:

Il coordinamento dei CdR Espresso, Repubblica, Finegil e Elemedia esprime forte preoccupazione per le ulteriori riduzioni giornalistiche nel Gruppo. E’ stato dichiarato lo stato di crisi anche al settimanale L’espresso, testata storica e marchio editoriale, che si aggiunge a quello appena attuato per l’Agl. Oggi (venerdì 23 u.s.) L’espresso non sarà in edicola in segno di protesta cntro il pesante programma di tagli annunciato dall’azienda in assenza di un piano editoriale.  Con questa azione i redattori dell’Espresso intendono tutelare il patrimonio di una testata che in questi anni ha continuato a distinguersi per le sue battaglie civili, le sue inchieste e la sua indipendenza da qualsiasi centro di potere. I tagli all’organico, nonostante un bilancio di gruppo in utile anche per il 2012, mettono a rischio il livello dell’informazione fino ad oggi garantito con autorevolezza sin dal suo primo numero, il 2 ottobre del 1955. Siamo di fronte all’ennesimo sacrificio richiesto alle redazioni dopo i ridimensionamenti a Radio Capital, al Piccolo di Trieste (che ha proclamato una nuova giornata di sciopero per il primo dicembre e dove è stato presentato anche un piano per la riduzione delle pagine e l’ampliamento dell’offerta su internet) a Bolzano – Trento, al Messaggero Veneto, nei Quotidiani veneti e confermato anche dalla cessazione dei contratti a termine alla Provincia Pavese, dalla chiusura della testata Velvet e, infine, dall’incertezza delle relazioni sindacali a La Nuova Sardegna. Ai colleghi va la solidareità di tutti i CdR del Coordinamento, che ribadiscono la necessità e l’urgenza di un piano di sviluppo editoriale che non prescindendo dalla valorizzazione del primo patrimonio aziendale: i giornalisti. Per questa ragione si rinnova la richiesta di un incontro urgente dei CdR del Coordinamento Gruppo Espresso e della Fnsi con i vertici aziendali che possa rilanciare il dialogo e abbia come primo obiettivo il consolidamento delle testate e la definizione di un progetto strategico con regole condivise sulla multimedialità. Il Coordinamento dei CdR chiede altresì al Governo di non avallare stati di crisi in gruppi editoriali in attivo intervenendo in questo senso sul decreto Sacconi dell’8 ottobre 2009

(a firma de) Il Coordinamento dei CdR Espresso-Repubblica-Finegil-Elemedia

Poco tempo fa Carlo De Benedetti (presidente del gruppo) aveva rilasciato diverse dichiarazioni critiche per la cattiva gestione di questa crisi da parte di personaggi come Sergio Marchionne (AD, FIAT), a proposito di come fosse importante difendere il ruolo dei dipendenti, di quanto fosse importante investire per l’innovazione e la formazione. Se non ricordo male è uscito da poco un saggio sull’argomento. Se si tengono in considerazione i bilanci e la tipologia specifica di queste imprese come si spiega quanto contenuto nel comunicato che avete appena letto?

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Lunedì u.s. ho letto una notizia in breve sul supplemento de “La Repubblica” dedicato alle tematiche economiche, “Affari & Finanza”, che mi ha fatto incuriosire. Le parole chiave sono “automa”, “robot”, “Open Source” e “Kickstarter”. Un progetto che comprenda questo tipo di informazioni mi attira in maniera irresistibile e nei giorni successivi ho approfondito.

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