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Archive for the ‘Economia’ Category

Ho avuto l’infelice idea di leggermi i programmi dei principali partiti o movimenti che si presentano alle prossime elezioni politiche nazionali, l’idea era trovare in quelle pagine virtuali qualche traccia di attenzione verso i temi della ricerca di cui abbiamo parlato nelle ultime settimane. Idea infelice. Quattro parole qua e là, vaghi accenni per dire che sì, c’è un problema di fondi e delle necessità. Decisamente non una priorità, per non dire poco più di un fastidio, al limite un possibile richiamo per il settore più giovane dell’elettorato.

Il focus principale è sull’economia. Giusto. Siamo in crisi dal 2008 e le cifre dell’occupazione e della produzione industriale, nonché dei consumi, stanno facendo paura. Tutto vero. Come già detto in altre occasioni però il concetto di ricerca fa parte delle soluzioni e non del problema. Così si ragiona in Europa, in Asia e nelle Americhe. Basta varcare le Alpi. Ci vuole che arrivino i progetti di indirizzo europeo sul grafene, citati spesso sui media nell’ultima settimana, perché se ne parli.

La spinta deve arrivare dal basso. E deve essere di portata tale da non poter essere ignorata. Vi chiedo quindi di prendere in considerazione questa iniziativa.

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L’idea è quella di visitare il sito, qui, e di decidere se volete spendere il vostro nome per questo progetto di legge popolare. Novantamila persone non bastano, bisogna andare molto più in là.

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Mai sentito parlare di Jack Ma? No? Del sito Alibaba? Dai, è una delle piattaforme di e-commerce dominanti, magari ne siete stati anche clienti qualche volta.

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Questo signore ha 48 anni, è il fondatore di Alibaba, “vale” circa 3.5 miliardi di dollari americani di patrimonio personale e ha qualcosa come 24.000 dipendenti. E ha deciso di “fare un passo indietro”. Nel senso che alla sua età si sente troppo vecchio per le nuove tendenze del settore dell’e-commerce e in generale  di fronte a come si sta evolvendo la Rete. Quindi darà strada e responsabilità rilevanti a una generazione successiva di giovani manager, mirando sia a reggere la competizione che a preparare la sua successione. Ribadisco, questo signore ha 48 anni.

In Occidente l’età media del top management è di 64 anni. I loro corrispettivi in Oriente sotto poco sotto i 40 anni di media. Interessante, vero? Visto dalla gerontocrazia italiana viene da battere la testa contro il muro. Altra simpatica differenza viene quando si va a vedere che formazione hanno questi “top”. In Occidente sono per la maggior parte professionisti dell’economia o del settore legale, in Oriente il 90% circa ha formazione tecnica (ingegneria, chimica, informatica, ricerca applicata). Tenetelo in mente quando si parla di competere con le tigri orientali.

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Quando si parla di agenzie di rating il pensiero di tutti vola alle tre sorelle di lingua inglese, Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch. I più ignorano che esiste anche un altro imp0rtante giocatore in questa partita, una voce destinata a breve a conquistare una parte della ribalta internazionale. Parlo di Dagong, l’agenzia cinese di rating che sta aprendo a Milano la sua prima succursale europea. Si tratta di una delle prime mosse in terra straniera per Dagong, da considerare insieme alla prossima apertura ad Hong Kong.

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Cosa cambia con la presenza all’estero? Dal punto di vista formale poco o nulla, la presenza dell’agenzia cinese non è neppure una mossa puramente simbolica anche se è vero che c’è un simbolismo evidente. Questa agenzia è anche la voce di una parte consistente del capitalismo cinese e la manifestazione più forte del peso crescente dei fondi di private equity a guida cinese o mista cinese/partners. Stiamo parlando di masse di denaro con nove zeri dietro la cifra in euro e della possibilità concreta che ci sia parecchio shopping nel corso di quest’anno, data la felice (per i cinesi) coincidenza di bassi prezzi e di una certa debolezza di fondo di una parte del capitalismo occidentale. Se poi si ragiona sulla prossima scadenza dell’Expo a Milano (2015) il cerchio si chiude.

La Cina sta passando da anni alla terza fase della sua economia, quella in cui investe sui mercati esteri evoluti e prova a ritagliarsi uno spazio a tutti i livelli delle filiere economiche e finanziarie dopo aver stabilito un fattore forte di predominio in quelle produttive. Segnatevi il nome Mandarin Capital, nelle vicende economiche del 2013 in Italia lo sentiremo fare spesso.

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In queste ultime settimane, ogni lunedì, vi ho parlato dell’iniziativa di legge popolare per destinare l’otto per mille alla ricerca. Mi sono però reso conto che il funzionamento di questa parte dei tributi versato allo Stato non è del tutto chiaro per chi segue questo blog e mi sembra opportuno chiarirlo, almeno per sommi capi.

Per prima cosa va tenuto presente che l’otto per mille non è una scelta. Non nei termini di scegliere se pagarlo o meno. Viene comunque prelevata questa quota dalle tasse pagate, sia se si è specificata una scelta sia che questo non venga fatto. Quindi si arriva alla distinzione sulla destinazione di questo denaro. La prima parte del meccanismo vincola la seconda, ovvero le scelte di chi ha deciso di versare il proprio otto per mille condizionano la ripartizione dell’inoptato.

Se il 10% dei contribuenti sceglie di firmare per la religione X, questa riceverà l’ammontare corrispettivo delle scelte espresse più una seconda cifra, il 10% del totale degli inespressi. Quindi chi sceglie finisce per farlo anche per chi non lo fa, una sorta di delega del libero arbitrio. Aggiungere quindi un’ulteriore casellina per la ricerca non va a sottrarre direttamente cifre allo Stato o alle varie religioni (a proposito da quest’anno dovrebbero entrare altre due chiese nel novero dei possibili destinatari) ma andrebbe a incidere sul monte delle cifre inoptate.

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Per chiarezza, non è che si va a risolvere tutti i problemi finanziari delle ricerca italiana con questa fonte di entrate. Al massimo si potrà alleviare qualche difficoltà. Rimane comunque un segnale forte da dare, la richiesta dal basso di spendere in una direzione che porta ricchezza, in tutti i sensi. Invito quindi tutti a visitare il sito dedicato all’iniziativa, qui, per rendersi conto di cosa si tratta e per decidere se aderire o no. Se la cosa vi piace parlatene in giro, sui social network e nei vostri contatti personali di ogni giorno.

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Mi è capitato di leggere uno studio, fonte l’Osservatorio Nazionale Federconsumatori, a proposito dei costi complessivi necessari per mantenere un’auto di media cilindrata. Il tutto è riferito al 2012 e con un aumento del 15% rispetto al 2011 si arriva a 4628 euro.

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Se poi si aggiungono bollo, ammortamento del prezzo di acquisto in dieci anni e il costo dei mancati interessi sul capitale utilizzato si arriva a 7073 euro.

Poi ci si domanda perché si vendono meno macchine. O perché il mercato dell’usato registri cali altrettanto drastici o prezzi in caduta libera.

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Per questo post parto dall’intervista di Federico Ghizzoni, AD di Unicredit, pubblicata da “Affari&Finanza” del 14.01.2013 in un articolo a firma di Marco Panara. Il contesto dell’articolo è un’analisi sulle prospettive del 2013 da un punto di vista particolare, ovvero nelle scelte e negli orientamenti di una banca di grandi dimensioni che guarda sia al mercato italiano che a una serie di mercati europei ed extraeuropei.

In più va fatto rilevare come Ghizzoni sia definibile come “uomo di sistema” data la somma delle sue esperienze nel comparto bancario e la rete di conoscenze di cui dispone nel sistema capitalistico (non solo italiano). Ho scelto alcuni brani che considero significativi, a margine le mie considerazioni.

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La struttura industriale italiana sta cambiando. Tra le medie e grandi imprese ce ne sono alcune in difficoltà che potrebbero scomparire ma ce ne sono altre che potrebbero comprare. Chi esporta, ha tecnologie e modelli di business avanzati ha la possibilità di crescere facendo acquisizioni a prezzi prima impensabili. Alla fine di questo processo avremo più imprese di maggiore dimensione.

Unicredit ha nella sua vocazione anche l’intermediazione, i ruoli da advisor nelle fusioni e nei takeover. Essendo coinvolta nel capitale di alcune aziende e essendo creditrice di molte altre ha tutto l’interesse a ridurre la sua esposizione e a favorire fusioni o incorporazioni per risolvere tante situazioni a rischio che potrebbero scoppiarle in mano nel 2013. Discorsi simili li stanno facendo anche in Intesa San Paolo che ha gli stessi identici problemi da risolvere.

(in risposta a: Cosa ha messo in moto questo processo?)

La crisi ovviamente, e la selettività del credito. Le banche non possono più supportare tutti, devono scegliere e quindi i più deboli sono destinati a sparire. L’effetto si vede anche sulle catene di controllo: dovendo scegliere le banche tendono a finanziare la parte industriale. E’ una correzione positiva, le catene di controllo troppo lunghe aumentano il costo del rischio.

Qui si rafforza il concetto di prima, ovvero una selezione guidata verso un futuro con meno aziende con i conti in disordine ottenuta con la spinta del credito. Niente di nuovo, lo si fa dai tempi di Cuccia, ma qui l’accento diventa più chiaro spostandosi verso le interminabili filiere di società scatola che finiscono per diluire le capacità di controllo e rendono scivoloso il controllo delle società stesse. Unicredit non vuole rivedere i tempi di Colaninno in Telecom e gradisce poco il caos in Pirelli. L’avviso è chiarissimo.

(in risposta a: Come state affrontando l’eccesso di impieghi rispetto alla raccolta che è la croce del sistema bancario italiano)

[omissis] Nel 2013 continueremo su questa strada agendo su imprese di fasce dimensionali più basse grazie anche alle nuove regole che consentono i minibond e i project bond. E’ un processo virtuoso, in Italia le imprese dipendono dal credito bancario per l’85 per cento delle loro attività, è troppo. Dobbiamo spingere quelle che possono sul mercato dei capitali per avere lo spazio per dare credito alle più piccole che a quel mercato non possono accedere. E dobbiamo aumentare la pressione per aumentino il capitale proprio, che alza il rating e riduce il costo del credito. Oggi investire in azienda è più conveniente che in passato”.

Qui il discorso rivolto alle aziende è ai livelli di un ceffone. In sostanza viene detto che Unicredit non intende svolgere sempre e solo il ruolo di finanziatore e lucrare sugli interessi ma punta a svolgere il ruolo di service finanziario, sia fungendo da canale per la raccolta fondi che come advisor per chi può collocarsi in Borsa. L’aumentare la pressione per far aumentare il capitale delle imprese è un ennesimo avviso, non tanto sottile, ai tanti imprenditori che in questi anni hanno pensato solo a intascare dividendi senza mettere un euro di denaro fresco in azienda. Unicredit punta a ridurre le sofferenze e a liberarsi di almeno una parte di quelle pratiche che considera più a rischio, il core business è essere una banca di sistema e non un bancomat come ai tempi di Capitalia gestione Geronzi. I servizi ad alto valore aggiunto pagano bene, pagano subito e consentono di avere una struttura ridotta in termini di personale. Il modello di riferimento diventa Morgan Stanley e non l’essere una rete di banche più o meno grandi.

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Per continuare a parlare di ricerca trovo utile cominciare a fare degli esempi, ovvero mostrare come gli effetti presenti e futuri di un progetto possano poi concretizzarsi in cose di sicuro interesse come brevetti, fatturato e posti di lavoro qualificati. Sul territorio livornese, depresso come pochi dal punto di vista economico, è partita da poco una start-up ovvero una nuova azienda che andrà ad occuparsi di un settore peculiare, la robotica percettiva. Non sapete cosa sia? Non preoccupatevi, siete in buona compagnia. In buona sostanza si tratta di simulatori.

La filiera che ha portato alla creazione della “Better Than Real” (in acronimo Btr) è questa: progetto nato nella Scuola Superiore del Sant’Anna di Pisa, finanziamenti pubblici dei piani Piuss per la sede e interesse di imprenditori locali dell’area livornese, nello specifico la Global Service e la Port Technical Service. Università, fondi pubblici, attività di privati; i tre elementi che portano da un progetto di ricerca e uno spin-off, cioè al passaggio dall’ambiente di studi a quello dell’impresa.

L’idea è quella di applicare il concetto di simulazione a realtà complesse come la gestione del movimento merci di un porto, in una direzione dove l’utilizzo di mezzi meccatronici prenderà sempre più piede rendendo importantissimo il loro corretto utilizzo oltre che all’obiettivo di massimizzarne la resa. Ci sono iniziative europee, il Fesr, che erogano finanziamenti per spingere la ricerca in questa direzione. Quindi, riepilogando, fondi italiani e stranieri orientati allo sviluppo industriale, da cui scasturiscono progetti e brevetti industriali, per portare alla ricaduta di nuove aziende che applichino queste soluzioni. Soldi che generano altri soldi, tutto basato sull’economia reale e con una ricaduta positiva occupazionale.

Investire si deve quando si parla di ricerca e lo Stato, anche quello italiano, deve fare il massimo senza aver paura di usare strumenti anche poco tradizionali. Da qui il sostegno convinto al progetto di cui vi avevo già parlato la scorsa settimana, alla legge d’iniziativa popolare per sostenere l’8 per mille alla ricerca.

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Ancora una volta, vi invito a leggere il materiale disponibile sul sito e a fare quanto in vostro potere per fare conoscere questo progetto a quante più persone possibili.

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C’è un personaggio importante, molto importante, che ha ammesso per iscritto di aver sbagliato. Di per sè sarebbe una notizia bomba qui in Italia, è decisamente più consueto all’estero. Tranquilli, non stiamo parlando di un nostro connazionale, neppure di un politicante da strapazzo. Ribadisco, è una persona importante. Olivier Blanchard. Lavora per il Fondo Monetario Internazionale. Mai sentito? Dovreste conoscerlo invece. E’ una delle persone che determinano gli orientamenti dell’FMI, il che ne fa davvero un uomo importante in tempi di crisi.

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Il primo gennaio, insieme a Daniel Leigh, ha rilasciato un working paper (disponibile qui) di cui consiglio la lettura. Sono una trentina di pagine in inglese, piuttosto semplici da tradurre ma con qualche deriva matematica sui metodi di calcolo e previsione e sono una carica di C4 sugli ultimi tre anni di politiche economiche occidentali. In pratica si dice che i calcoli (e di conseguenza le previsioni) sono sbagliati. E non di poco. Il che significa che le azioni dell’FMI basate su quelle previsioni si sono rivelate troppo depressive per i cicli economici e quindi non adeguate a risolvere i problemi. Ops!

Citando direttamente dalle conclusioni del documento si apprende che:

If we put this together, and use the range of coefficients reported in our tables, this suggests that actual multipliers were substantially above 1 early in the crisis. The smaller coefficient we find for forecasts made in 2011 and 2012 could reflect smaller actual multipliers or partial learning by forecasters regarding the effects of fiscal policy. A decline in actual multipliers, despite the still-constraining zero lower bound, could reflect an easing of credit constraints faced by firms and households, and less economic slack in a number of economies relative to 2009–10.
However, our results need to be interpreted with care. As suggested by both theoretical considerations and the evidence in this and other empirical papers, there is no single multiplier for all times and all countries. Multipliers can be higher or lower across time and across economies. In some cases, confidence effects may partly offset direct effects. As economies recover, and economies exit the liquidity trap, multipliers are likely to return to their precrisis levels. Nevertheless, it seems safe for the time being, when thinking about fiscal consolidation, to assume higher multipliers than before the crisis.
Finally, it is worth emphasizing that deciding on the appropriate stance of fiscal policy requires much more than an assessment regarding the size of short-term fiscal multipliers.
Thus, our results should not be construed as arguing for any specific fiscal policy stance in any specific country. In particular, the results do not imply that fiscal consolidation is undesirable. Virtually all advanced economies face the challenge of fiscal adjustment in response to elevated government debt levels and future pressures on public finances from demographic change. The short-term effects of fiscal policy on economic activity are only one of the many factors that need to be considered in determining the appropriate pace of fiscal consolidation for any single country.

Bene. Sappiamo che è stato fatto un errore. Basarsi solo sulla rigidità fiscale (vedi fiscal compact europeo) e sulla gestione delle liquidità è sbagliato. Benissimo. E quindi? Adesso come ne usciamo? Nel documento non se ne fa parola, nè rimanda ad altri documenti esplicativi. La domanda è: chi glielo spiega alla Merkel?

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In un post di ottobre 2012, qui, avevo parlato delle tante aziende in crisi per le quali era stato attivato un tavolo di discussione presso il Ministero dello Sviluppo Economico; una di queste realtà, la Richard-Ginori, è stata dichiarata fallita dal tribunale di Firenze questa settimana malgrado ci fossero due potenziali compratori che si erano già dichiarati interessati ad acquisire un marchio storico come questo e a saldare i circa quaranta milioni di euro di debito accumulato dalla precedente gestione.

Stiamo parlando, tra le altre cose, di più di trecento posti di lavoro. La decisione del tribunale mette in una direzione molto chiara il loro destino in un modo che a molti osservatori è parso perlomeno frettoloso. Mentre si aspetta di poter leggere le motivazioni della sentenza, attese entro i canonici sessanta giorni, si può comunque riflettere sulla situazione di tante aziende italiane usando la Richard Ginori come caso di partenza.

RICHARD GINORI

Già negli anni ’70 l’azienda era passata di mano varie volte, transitando anche per una delle società di Michele Sindona e in seguito per la SAI a gestione Ligresti. Sembrava che con il passaggio del marchio sotto il gruppo Pagnossin  a fine anni ’90 le cose si fossero stabilizzate, avviando un percorso adeguato alla storia dell’azienda all’interno di un gruppo solido. Una realtà in grado di produrre articolo di qualità, inserita in un contesto di grande distribuzione per giunta fortemente vocata all’export.

Peccato che già nel 2006 entra un altro socio, il gruppo Bormioli Rocco & Figli, interessato a realizzare un investimento di tipo immobiliare. L’area dove tuttora sorge lo stabilimento a Sesto Fiorentino fa gola per operazioni edilizie e si comincia a parlare di realizzare un altro stabilimento in un’altra area. Per capirci, circolano stime che collocano il valore dell’area tra i venti e i trenta milioni di euro. L’espansione urbana di Firenze e il peso crescente dei residenti nell’area di Sesto Fiorentino fanno gola a molti, come capita del resto in molte realtà simili.

Questo passaggio di interessi va ad aggiungersi a una crisi debitoria, crisi che curiosamente sembra acuirsi con l’aumentare delle stime del valore della zona edificabile. Il passivo continua a crescere, complice anche un ciclo economico non felice, fino a raggiungere dimensioni ragguardevoli (i già citati 40 milioni di euro) e nel frattempo la società continua a cambiare di mano, passando prima da un delisting dalla Borsa e poi ritornando ad essere quotata. Tutti i  lavoratori finiscono in CIG e la produzione si ferma. Suona familiare, vero? Quante volte abbiamo sentito storie simili? Per un nome storico come la Ginori la notizia arriva sui media ma per le altre realtà?

I lbri vengono portati in Tribunale, ci sono da garantire sia i creditori che lo Stato e alla sezione fallimentare tocca anche esaminare le manifestazioni di interesse per questa azienda. Che ci sono. Due distinti progetti, frutto di una proposta italiana e di una mista americana/romena. Tutto sembra portare a una soluzione quando arriva la decisione di cui riferivo in apertura. E adesso? Lo stabilimento è stato occupato dai lavoratori, decisi a tutto pur di difendere la realtà produttiva e (aggiungo io) un patrimonio di conoscenze e di capacità che ha pochi eguali in Italia. Non è chiaro se ci sia o no lo spazio per arrivare a una soluzione industriale al problema o se ci dovremo rassegnare all’ennesimo fallimento.

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Nell’agosto dell’anno scorso vi avevo brevemente segnalato un progetto interessante, una di quelle iniziative che fanno vedere come sia possibile cercare delle soluzioni, anche parziali, ai tanti problemi che abbiamo come paese. Mi riferisco in particolare a questo:

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Di che si tratta? In sintesi di presentare l’ennesimo progetto di legge di iniziativa popolare, con due importanti differenze. La prima consiste nella massa critica di consensi, invece di accontentarsi delle canoniche 50.000 firme i promotori di questo progetto vogliono andare molto oltre, per intenderci ad arrivare a cifre con sei zeri, per evitare di essere bellamente ignorati come è capitato a tanti altri progetti. La seconda è rivolta agli enti locali, nel senso di far loro approvare delle delibere (i.e. in consiglio comunale) che sostengano l’iniziativa. La cosa ha valore legale nel senso che esprime un indirizzo favorevole da parte dell’ente interessato, altro elemento che si vuole far pesare nei confronti del Parlamento.

Quindi cosa vi chiedo? Non una, non due ma ben tre cose.

La prima, ovvia, è di aderire a questo progetto andando sul sito (qui) e firmando. Non vi farebbe male leggervi per bene le spiegazioni sulle finalità, giusto per capire che questa non è una cialtronata.

La seconda, altrettanto ovvia, è quella di rilanciare il segnale. Sul vostro blog, sui social network, tra le vostre conoscenze.

La terza, un pò più difficile, è di mandare due righe via email alla stampa locale in cui segnalate l’iniziativa. Questo per arrivare ai tanti che sono al di là del digital divide e per far capire che a noi, a tutti noi, la ricerca interessa.

Grazie.

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