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Posts Tagged ‘concorsi’

Ricordate la prima scadenza per la terza edizione dei Corti viventi, il concorso per racconti brevi/brevissimi per i tipi della XII edizioni?

Ho partecipato anche io con due terne, purtroppo entrambe non hanno incontrato il gradimento della giuria. Ne approfitto per ringraziare il buon Gelostellato, al secolo Raffaele Serafini, che rimane il deus ex machina dell’intera iniziativa (lo trovate nel blogroll, pigroni che non siete altro).

Di seguito trovate i testi di una delle terne, quella che si è piazzata peggio nelle tre graduatorie. I titoli erano Long Range Sniper 1, 2 e 3 (sì, lo so, grande fantasia).

Uno (200 caratteri)

La pioggia densa investì Khaled che perse la presa sulle rocce. Sentì un rumore cupo,  un tuono assurdo in una giornata assolata come quella. Di Jafar rimaneva solo poltiglia. Calibro .50”, dal nulla.

Due (900 caratteri)

La testa, non riusciva a trovare la testa. Il resto del gruppo si era disperso, cercando un riparo di fortuna in mezzo alle rocce. Solo Khaled, lordo di sangue dalla testa ai piedi, era rimasto allo scoperto per cercare i pezzi del fratello. Aveva trovato le gambe, recuperato il braccio sinistro e visto dove era finito il destro ma la testa, la testa di Jafar non c’era più. Sangue dovunque, brandelli di vestiti, nelle orecchie le voci concitate dei Taliban che cercavano di scuoterlo dal suo stato di choc.

Quattrocento metri sopra al gruppetto, tetro spettatore della guerra, un drone riprendeva la scena portandola  in diretta sui monitor LCD del reparto avanzato. A fianco delle immagini lampeggiavano le coordinate GPS dell’obiettivo, completate dalla stima dell’altitudine e della direzione dei venti in loco. A due chilometri di distanza da Khaled il tiratore cominciò a tirare il grilletto.

Tre (1794 caratteri, il massimo era 1800 caratteri)

Il boato arrivò sulla montagna due secondi dopo il colpo, la velocità del suono non era sufficiente per pareggiare quella dei proiettili calibro .50” che avevano fatto a pezzi Jafar e Khaled. I due fratelli erano diventati un solo ammasso di membra mutilate, gli spruzzi di sangue e i brandelli dei corpi si erano sparsi per venti metri tutto intorno. Rannicchiati al riparo di piccole cenge di roccia i sei Taliban superstiti cercavano di nascondersi, bloccati in una situazione insostenibile. Pensavano di essere sotto il tiro di un Reaper, nessun fucile poteva fare uno scempio del genere.

Sopra di loro continuava a volare il drone, controllato via satellite da un giovane aviere a cinquemila chilometri di distanza. Attorno ai monitor della sala comando una piccola folla di colleghi faceva scommesse sul prossimo obiettivo del tiratore scelto, una scena che si ripeteva almeno una volta alla settimana dall’inizio dell’ultima offensiva in Afghanistan. Il supervisore non interferiva , piccole deroghe alla disciplina erano ammesse.

Spotter e sniper stavano completando i calcoli del tiro successivo, poche parole pacate per sintetizzare le conclusioni dei computer tattici sommate all’esperienza fatta sul campo. C’era poco vento, fatto insolito per quelle latitudini e la giornata era molto chiara. Lo sniper camerò un altro colpo, penetratore all’uranio impoverito per rendere inutili i miseri ripari degli avversari. Con poco meno di 2.200 metri di distanza dai bersagli, il record del caporale inglese Craig Harrison rimaneva al sicuro anche per quella giornata.

La bocca da fuoco del MacMillan TAC-50 si spostò di qualche millesimo di grado, pronta a decretare la fine del prossimo membro del gruppo. C’era ancora un’ora buona di luce, nessuno di loro avrebbe lasciato quella montagna.

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