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Posts Tagged ‘ONU’

Il calderone siriano continua a ribollire anche se si è allontanato dalle prime pagine e dal prime time. La situazione sul campo è ulteriormente peggiorata e sembra molto distante da un qualsiasi tipo di evoluzione stabile. I movimenti di opposizione al governo di Bashar Al-Assad sono divisi su tre fronti e larghe parti del paese sono del tutto fuori controllo, con tutto quello che ne consegue.

L’economia interna è praticamente crollata, il già scarso export siriano quasi del tutto svanito e da alcune zone del paese giungono voci sempre più allarmanti di carenze di generi di prima necessità oltre che del progressivo degradarsi di strutture socio-sanitarie che già prima della crisi attuale erano sottodimensionate. Tutto questo porta a massicci movimenti migratori, sia interni che diretti verso l’esterno, da parte della popolazione civile; altro fattore che va a peggiorare la situazione generale del popolo siriano.

Dal canto suo il governo centrale ha di fronte una situazione difficilissima. Ha visto sottrarsi al suo controllo larghe parti del territorio, settori consistenti delle forze armate si sono ribellati o comunque si sono opposti alla repressione, le sanzioni applicate dall’estero hanno limitato o reso difficile le operazioni finanziarie, alcune defezioni ad alto livello hanno depresso il morale dei reparti fedeli e tutto il conto economico sprofonda sempre di più. Tra poco potrebbe essere impossibile pagare gli stipendi, il che scatenerebbe una ribellione interna al regime.

A oggi i sostegni ad Assad sono venuti dalla Russia e dall’Iran, i primi per canali più o meno ufficiali, i secondi attraverso quel groviera che è la Giordania. In più c’è l’interesse strategico cinese, che vede nella vicenda siriana un buon modo per disturbare le manovre americane ed europee nell’area senza dover impegnare altro che le proprie risorse diplomatiche in sede ONU. Nessuno di questi paesi però è in grado di accollarsi un sostegno economico, il che spinge il regime a mosse sempre più azzardate.

E’ in questa chiave che diventa più comprensibile la decisione di bombardare obiettivi in territorio turco da parte dell’esercito siriano, con il pretesto di attaccare campi di addestramento e/o basi logistiche dei ribelli. Il governo di Ankara ha costruito tendopoli e campi di prima accoglienza per far fronte all’emigrazione dei civili, ignorando qualsiasi monito proveniente da Damasco o da Mosca. Recep Tayyip Erdogan ha colto l’occasione di affermare di nuovo la leadership turca nel campo musulmano, una tesi in forte contrasto con l’Iran, dando al contempo un’immagine gradita agli alleati occidentali.

Assad non può permettersi un conflitto, questo è chiaro a tutti. Quello in cui può sperare è che gli scambi di artiglieria al confine facciano salire la pressione diplomatica fino a far intervenire direttamente la Russia in funzione anti sanzioni internazionali. In chiave interna, data una lunga storia di tensioni tra i due paesi, può sperare che serva per ricompattare dietro di sé le forze armate e una parte del sostegno popolare. E’ la solita storia del nemico esterno, meglio se diverso anche in chiave religiosa. La cosa si sta evolvendo in maniera per ora innocua, l’ultima misura presa è quella di negarsi reciprocamente il sorvolo del territorio ai voli civili. La Siria probabilmente continuerà a muovere le acque a livello diplomatico, sia presso la Lega Araba che in sede ONU, senza conseguenza.

Le scelte di Erdogan sono altrettanto limitate. L’essersi proposto come campione del mondo musulmano moderno da un lato lo obbliga a prendere provvedimenti, quindi di rispondere alle provocazioni siriane a tutti i livelli, ma al tempo stesso gli impedisce di fare gesti più clamorosi che potrebbero essere visti come una sorta di aggressione a un paese “fratello”. Non secondarie sono sia le considerazioni di politica interna, una guerra deprimerebbe l’economia turca in un momento molto delicato, che di relazioni estere dato che la Turchia è membro della NATO.

Secondo la carta atlantica infatti ogni paese firmatario che dovesse essere aggredito o coinvolto in un conflitto ha il diritto di invocare l’articolo 5, ovvero di chiedere l’assistenza a tutti i livelli degli altri paesi firmatari, Stati Uniti in testa. Fare una richiesta del genere però farebbe perdere la faccia ad Erdogan e metterebbe in una situazione insostenibile i militari turchi (che tuttora hanno una forza notevole, anche sul piano politico). Gli americani non hanno intenzione di farsi coinvolgere direttamente in un conflitto militare e i paesi europei della NATO semplicemente non possono permetterselo dal punto di vista economico.

Quindi ci si ritrova con uno stallo, l’ennesima situazione in cui non si interviene finendo per prolungare l’agonia del popolo siriano. Assad è solo una pedina in un gioco che vede in bilico per prima cosa una parte del Medio Oriente (Siria, Libano, Palestina, Giordania e Israele) e più in prospettiva un assestamento dell’intero quadrante del Golfo Persico e del Nord Africa. In questo quadro le popolazioni siriane vanno ad accordarsi ai palestinesi e ai libanesi nell’elenco delle vittime sacrificali, considerate meno di zero di fronte alle lotte geopolitiche.

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Avete mai sentito nominare l’UNODC? No, non è un vecchio modello FIAT per i democristiani, è qualcosa di un filino più serio. L’acronimo sta per United Nations Office on Drugs and Crime, ovvero la branca delle Nazioni Unite che si occupa dei traffici di droga e del crimine, con particolare attenzione al crimine organizzato e transnazionale.

L’idea di fondo è coordinare politiche di sviluppo, strumenti di controllo e prevenzione, metodologie e interventi per contrastare tutta la filiera di crimini legati sia alle droghe illegali che a tutti i traffici di persone e cose che avvengano in violazione degli accordi internazionali. Non si tratta di un compito banale, basterebbe pensare alle differenze normative esistenti e alle difficoltà di far cooperare tra loro soggetti che hanno gravi difficoltà diplomatiche.

Se poi si tiene presente che la sfera di azione globale delle varie mafie non risente di alcun limite che non sia dato dalla loro concorrenza interna si va a parlare di una corsa ad handicap che è proibitivo poter affrontare con la lentezza propria delle istituzioni internazionali. Eppure i risultati stanno arrivando e su una scala non disprezzabile. Migliorare le capacità operative delle polizie, integrare le basi dati, avviare programmi di collaborazione transnazionali ha permesso non solo di aggiungere efficacia alla repressione ma anche di fare scoperte notevoli su come sta viaggiando il denaro frutto del crimine organizzato.

Siamo molto distanti da una agenzia di law enforcement globale, cosa peraltro lontana dagli scopi di UNODC, la direzione di sviluppo è più quella di Europol, più legata al coordinamento e ad essere strumento dell’applicazione dei protocolli internazionali. UNODC dipende per il 90% dai finanziamenti dei singoli stati membri, il resto proviene da donazioni. Proprio il budget rimane il fattore più critico dal momento che l’ente dichiara di avere richieste di intervento ampiamente superiori alle proprie capacità di finanziarli.

Link italiano

http://www.onuitalia.it/component/content/article/34/177

Link pagina dei report annuali

http://www.unodc.org/unodc/en/about-unodc/annual-report.html

Report 2010 (l’ultimo disponibile, lingua inglese)

http://www.unodc.org/documents/frontpage/UNODC_Annual_Report_2010_LowRes.pdf

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La vicenda delle spese militari delle FFAA italiane è da decenni al centro di un dibattito pubblico a dir poco disinformato e distante dalla realtà. Se è facile fare titoli sui quotidiani o preparare servizi da sessanta secondi sui media è altrettanto vero che le politiche di spending review avviate dal governo in carica devono incidere anche sul funzionamento della difesa italiana.

Molto in sintesi ricordo che il nostro paese non solo è impegnato nelle missioni militari sotto egida ONU o NATO ma che siamo anche impegnati in numerosi progetti di cooperazione decisi sia in sede di Unione Europea che per rapporti bilaterali. Attualmente abbiamo circa diecimila militari delle quattro armi impegnati in questi compiti. Il mantenimento di questi compiti è parte di una serie di trattati internazionali sottoscritti dalla nostra nazione. Si può discutere e sarebbe bene farlo sulla necessità di impiegare mezzi militari nelle missioni di peace keeping e sul concetto stesso di missione di peace enforcing ma non è questo il tema di questo articolo.

Prendo spunto da una delle polemiche più recenti sui costi attuali e previsti delle FFAA, ovvero dalla fornitura alla nostra Aeronautica Militare di 109 aerei Lockheed Martin F-35 Lighting II (nel contratto sono anche previsti altri mezzi della stessa famiglia, adattati per VSTOL/STOL per la Marina Militare e i velivoli addestratori per un totale di 131 aerei). Viene stigmatizzato il costo complessivo dell’operazione, stimato in  quindici miliardi di euro. Si tratta di una cifra estremamente rilevante, di solito però viene omesso che si tratta dell’intera fornitura e non dei soli aerei. Nel pacchetto vanno conteggiate anche altre voci quali una parte dei ricambi, la formazione del personale di volo e di terra, gli aggiornamenti periodici di hardware e software.

Chiarisco subito che per la nostra Aeronautica Militare è necessario, in tempi brevi, arrivare a sostituire gran parte del parco aeromobili attualmente in uso per obsolescenza e/o per essere adeguati al livello di servizio richiesto dai nostri partner NATO e dell’Unione Europea. In particolare i Panavia Tornado e gli AMX Ghibli sono da sostituire, così come va tenuto presente che i General Dynamics F-16 che abbiamo in affitto dovranno essere restituiti quest’anno (o in alternativa si deve rinnovare il contratto con gli oneri che ne derivano). Quindi bisogna decidere come spendere al meglio i soldi dello Stato piuttosto che stabilire se comprare o no degli aerei.

Ritengo l’F-35 un aereo estremamente interessante come concezione ma decisamente al di sopra delle necessità italiane. Per i compiti assegnati all’AM non abbiamo bisogno di un mezzo di superiorità aerea di quinta generazione, pensato per competere con mezzi russi e cinesi in scenari strategici che difficilmente possono presentarsi nel vecchio continente. Lo sviluppo di questo mezzo tra l’altro non è del tutto completato e la valutazione operata dall’Air Force americana ha evidenziato come sia necessarie centinaia di modifiche ai vari sistemi per poterlo considerare adeguato alle richieste contrattualizzate. La versione per l’impiego della Marina è ancora più indietro come perfezionamenti epoterebbe ad estendere oltre misura la vita degli aeromobili disponibili ad oggi o a cercare soluzioni-ponte di difficile attuazione (gli inglesi stanno pensando di utilizzare il Dassault Rafale per la loro nuova portaerei). Una piccola parte della produzione di questo aereo è di competenza italiana ma la ricaduta occupazionale è da considerarsi limitata rispetto ad altre opzioni disponibili mentre è discutibile la ricaduta tecnologica. Dato quanto sopra esposto a mio parere il contratto è da cassare appena possibile.

In alternativa all’aereo americano, date le caratteristiche tecniche richieste e la disponibilità sul mercato è logico operare una selezione preventiva delle macchine disponibili. Per un paese come il nostro, produttore e partner di aziende produttrici, diventa importante favorire anche la possibilità di produrre parti dell’aereo selezionato in Italia (sia per la ricaduta tecnologica che per il fattore occupazionale). Questo porta ad escludere un altro aeromobile americano, il General Dynamics F-16, peraltro molto costoso in termini di manutenzione e dalla vita operativa non eccelsa. Altra considerazione riguarda la necessità di integrazione con il resto dei paesi facenti parte della NATO e dell’Unione Europea. Le due cose insieme portano ad escludere a priori aerei di fabbricazione russa e cinese.

Ovvia considerazione è quella della flessibilità di ruolo operativa per poter adattare i mezzi disponibili, numericamente scarsi, alla maggior varietà possibile di impiego sia per la difesa del territorio nazionale che per la partecipazione alle missioni internazionali. Questo porterebbe ad escludere intercettori puri o aerei troppo lenti, adatti quindi ai soli scopi di bombardamento / uso di contromisure ECM.

Esaminando brevemente la situazione dei nostri alleati è facile notare che molti aerei siano di fabbricazione  americana e che le notevoli eccezioni siano le seguenti:

Saab JAS39 Gripen;

Eurofighter Typhoon.

Lascio fuori gli apparecchi della Dassault (nello specifico il Rafale), non perché non siano validi ma perché utilizzati praticamente solo dalla Francia, il che va contro il concetto di integrazione con le altre forze aeree.

Il jet svedese è attualmente in uso in ambito NATO nella Repubblica Ceca e in Ungheria e rimanendo nell’ambito europeo è in valutazione per Croazia, Danimarca, Olanda, Svizzera, Regno Unito (versione per la Marina), Slovacchia e Bulgaria. Sempre rimanendo nel vecchio continente va riportato che Austria, Finlandia, Germania, Polonia, Norvegia e Romania avevano valutato il Gripen per le rispettive forze aeree per poi scegliere altri aerei. A vantaggio del caccia della Saab va il fattore prezzi, sia per l’acquisto che per le successive spese dei cicli di manutenzione.

L’Eurofighter nasce in un contesto di collaborazione in ambito NATO, simile come impostazione a quello del progetto Panavia Tornado. È già in servizio sia nella nostra AM che nei servizi corrispondenti di Austria, Germania, Regno Unito e Spagna. Inoltre va sottolineato che è in parte fabbricato in Italia da Alenia, il che consente di mantenere una ricaduta occupazionale interessante, superiore di gran lunga a quella consentita dalla coproduzione del già citato F-35. Di contro il Typhoon costa decisamente più del Gripen, sia come costo unitario che come manutenzione.

Per capire le differenze di costi, riporto quanto appreso da un interessante articolo di provenienza croata (vedi link a fine articolo, in lingua inglese) dove vengono comparati l’F-16 e lo JAS39.

Costo unitario: F-16 (block 60) 85 milioni di dollari, F-16 (block 52) 74 milioni di dollari, JAS39 68 milioni di dollari.

Costo orario di utilizzo: F-16 (block 52) 3.700 dollari/ora, JAS39 2.500 dollari/ora.

Costo annuale di utilizzo: F-16 (block 52) 2.2 milioni di dollari, JAS39 1.5 milioni di dollari.

Numero operatori (maintenance crew): F-16 (block 52) 230 unità, JAS39 60 unità.

Facile concludere che il Gripen è decisamente più conveniente. Un altro articolo a proposito del mercato possibile per gli Eurofighter (vedi link a fine articolo) indica come 106 milioni di dollari il costo complessivo (acquisto, manutenzione, ricambi, formazione) di un Typhoon. Va tenuto però presente che la nostra AM, avendo già in esercizio questo aereo, avrebbe costi minori e che facendo parte del consorzio che li costruisce una parte della spesa ‘rientra’ nel nostro settore industriale.

A questo punto il fattore dirimente è di tipo politico e non economico.  

Scegliere la fornitura più costosa (il Typhoon) ha questi  vantaggi:

ricaduta occupazionale;

ricaduta tecnologica;

maggiore integrazione a livello NATO e UE;

assorbimento costi di addestramento del personale.

Viceversa se la scelta ricadesse sul Gripen il risparmio per l’intera fornitura sarebbe tale da compensare la necessità di formazione del personale della nostra AM con ampio margine. Gli svantaggi andrebbero sul lato industriale (nessuna ricaduta) e sul piano strategico (minore integrazione operativa).  Per completezza va aggiunto che in circostanze simili il nostro governo potrebbe fare un’offerta alla Saab per la produzione di parti del loro aereo su licenza in Italia e in presenza di una commessa da più di cento mezzi è decisamente probabile che si raggiungerebbe un accordo.

Personalmente, date le condizioni economiche del paese, sarei favorevole all’adozione del Gripen.

Scheda su Wikipedia con il compendio dei mezzi in uso all’Aeronautica Militare

http://it.wikipedia.org/wiki/Aeronautica_Militare#Aeromobili_in_uso

Schede su Wikipedia dei jet oggetto di discussione nell’articolo (anche le immagini provengono da Wikipedia)

http://en.wikipedia.org/wiki/Gripen

http://en.wikipedia.org/wiki/Eurofighter_Typhoon

http://en.wikipedia.org/wiki/General_Dynamics_F-16_Fighting_Falcon

http://en.wikipedia.org/wiki/F-35

Stampa croata sulla comparazione costi dei possibili fornitori delle forze armate

http://www.nacional.hr/en/clanak/34674/f-16-vs-gripen-croatian-air-force-to-spend-800-million-for-new-wings

Articolo di Bloomberg sul possibile mercato degli Eurofighter

http://www.bloomberg.com/news/2011-03-22/allies-prepare-to-attack-qaddafi-s-ground-forces-debate-command-structure.html

 

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