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Posts Tagged ‘SF’

pohl

Another legend is gone. Pohl was one of the pros that defined the Golden Age and the Silver Age, active from 1939 to this year. The last entry of his wonderful blog was entered yesterday.

He was one of the few who happened to left his mark on the sci-fi genre; co-founder of the Futurians, editor, publisher, literary agent and wonderful author in his own right. Countless readers have been influenced by his works, a great number of fellow authors came into business thanks to his efforts.

People like him defined this little thing called “science-fiction” and helped greatly to establish a market for it. Just remember him next time you read anything, it’s the best way to pay homage to such a man.

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Amazing-Stories-August-2012-large

Great news from the USA, a legend from the past is back on track and it’s looking for new and old friends to reach its goals.

I’m talking about “Amazing Stories”, the magazine created in 1926 by Hugo Gernsback, one of the pillars of the SF genre. “Amazing” is recruiting friends on the Net and it’s high time to reach their site and enroll.

It’s free, it’s easy and it’s good for the science fiction. GO!!!

Here’s the link.

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Una piccola avvertenza: nessuno dei libri presenti nella top 5 esiste, almeno per quello che ne so io al momento. Nel senso che non solo non sono reperibili, ma che non sono mai stati scritti. Mi piace pensare di star pescando nel mare quantico delle infinite possibilità e che qualcuno, da qualche parte, li stia davvero scrivendo. Se pensate che qualche libro recente rientri in quanto descritto nella top 5, per favore fatemelo sapere.

Quinto posto:

una biografia ben documentata, scritta con il necessario distacco e non agiografica, di Edward Teller.

Quarto posto:

un saggio serio sulla fine del colonialismo europeo in Africa, qualcosa che copra dagli anni ’50 agli anni ’70.

Terzo posto:

un saggio serio sulla fine del colonialismo europeo in Asia, periodo però compreso tra il 1900 e il 1970.

Secondo posto:

un solido romanzo ucronico, magari ambientato in Sud America.

Primo posto:

un solidissimo romanzo SF, sottogenere hard SF, pesantemente contaminato dal noir.

Lo so, è una specie di wishlist. Ma perché non sognare?

 

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IL FUTURO E' TORNATO

Eccoci qui, abbiamo alzato la saracinesca e messo fuori il cartello “aperto“. E’ il momento dei primi passi, del guardarsi attorno con aria timida e dei sorrisi rivolti ai passanti, ai primi curiosi che guardano la nuova vetrina.

Il negozio è pulito, gli arredi nuovi, c’è quell’odore di plastica che resiste anche ai detersivi più forti. Buongiorno! Sì, siamo nuovi qui, appena arrivati nel quartiere. Si accomodi pure, se ha bisogno di aiuto siamo qui apposta. Nel frattempo gradisce un caffè?

Andate a vedere il nuovo negozio, seguite questo link!

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Punto di non ritorno (Orig. Event Horizon) 1997

Regia di Paul W. S. Anderson

Soggetto di Philip Eisner / Andrew K. Walker?

Questa è la storia di un film che aveva tutto per diventare grande ed è naufragato miseramente. Sessanta milioni di dollari di budget (ricordatevi, stiamo parlando del ’97), attori di primo livello come Sam Neill e Laurence Fishburne, una situazione in spazi chiusi che esalta il ruolo dei caratteristi e mette lo spettatore più vicino ai personaggi.
Aggiungete che è una storia ambientata in un futuro vicino, decisamente riconoscibile come conseguenza del presente (un personaggio fuma, c’è un’edizione futuribile di Playboy) o vicina a noi come usi e costumi. Se ci mettiamo anche che gli interni delle due navi spaziali sono fatti molto bene e c’è qualche buon accorgimento tecnico siamo dalle parti dell’ideale per la fantascienza.

Peccato per due piccoli problemi. Il primo è il regista, spesso impegnato in inquadrature a campo lungo poco adatte a una storia che si svolge per il 99% dentro due astronavi, il secondo è il vero handicap: una sceneggiatura idiota. Dalla Rete rimbalza l’idea che la versione originale di Eisner sia stata riscritta da Walker. E’ possibile ma francamente non vedo il miglioramento. Controllando la carriera di entrambi ci sono solo cose decisamente minori con una vistosa eccezione, Walker ha scritto la sceneggiatura di Seven. Sempre da interviste si apprende che Eisner voleva un horror descritto come “Shining nello spazio”. Lo stiamo ancora aspettando.

Spoiler oltre questo punto.
L’idea di base è buona. Una nave, la “Lewis and Clark”, viene inviata a investigare su un segnale di soccorso proveniente da una nave andata dispersa sette anni prima, la “Event Horizon”. Con l’equipaggio c’è uno specialista, il progettista della nave scomparsa.
Il quadro è interessante, nei giro di poche inquadrature e battute l’intero gruppo degli attori viene messo di fronte allo spettatore e si crea il clima giusto per l’avventura. Da subito si intuisce che il dottor Weir (Sam Neill) è il personaggio destinato a condurre lo svolgimento del plot, tormentato dal suicidio della moglie.
La nave scomparsa era dotata di un motore alimentato con una singolarità, enorme fonte di distorsione gravitazionale che doveva letteralmente piegare lo spazio per viaggiare in tempi brevi dal sistema solare a Proxima Centauri. Poco dopo l’inizio del viaggio la nave scompare senza lasciare traccia.
Fin qui tutto bene. Il tempo di mettersi comodi e iniziare i popcorn.
Da subito l’esplorazione della nave si rivela pericolosa, accadono fenomeni che dovrebbero far salire poco alla volta la tensione nello spettatore. Il membro più giovane dell’equipaggio finisce risucchiato in un “buio” prodotto dall’accensione del motore gravitazionale e al suo ritorno deve essere messo in stasi per evitare il suicidio. L’accensione danneggia seriamente la nave soccorritrice costringendo tutti a trasferirsi sulla “Event Horizon“. Da qui in avanti inizia il carnevale. Tutti hanno allucinazioni, tutti sono testimoni di eventi inspiegabili, anche lo spettatore meno intelligente capisce che il film è partito e non ritornerà.


La faccio breve per non tediarvi oltre. La “Event Horizon” è andata in un’altra dimensione, un posto che assomiglia in maniera sospetta all’inferno dei cattolici. L’equipaggio originale si è massacrato a vicenda e la nave è tornata nel nostro sistema solare semisenziente. Perla della situazione: i membri del primo equipaggio, mentre si massacrano in maniera assurda, parlano latino. Americani del ventunesimo secolo che parlano latino, ovvio che accade perché dall’altra parte si parla latinorum, logico come il deficit neurale che si abbatte su chi ha decide di finanziare un film basato su questa sceneggiatura.
Alla fine ci sono dei superstiti e il dubbio, telefonatissimo, di un possibile secondo film. La buona notizia è che il seguito non si è mai concretizzato.

Cose buone dalla melma.
Da questo film discende un bel videogioco, Dead Space, che fin dalla cover cita il film con quel guanto di tuta spaziale che fluttua in assenza di gravità.

Voto finale: 03,00 / 10,00.

Note:
Lewis e Clark erano due esploratori del diciannovesimo secolo, noti per la vicenda della ricerca del passaggio a nord-ovest
Event horizon, orizzonte degli eventi, è la frontiera esterna della zona di influenza diretta di un buco nero (o singolarità). Il punto di non ritorno del pozzo gravitazionale che il buco nero genera.

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Equilibrium (2002)

Scritto e diretto da Kurt Wimmer

Un mondo distopico, erede della Terra post terza guerra mondiale. Una città stato dalle linee severe che si oppone a un mondo esterno senza legge. Un governo autoritario che è riuscito a bandire le emozioni dalla popolazione con una nuova droga. Un leader che fa impallidire il ricordo del Grande Fratello orwelliano.

Caratteristiche del genere mi rendono un film irresistibile, se poi ci si mette anche l’estrema evoluzione del gun fu inventato da John Woo negli anni ’80 (gun kata, il kata della pistola) voi capite che un bullonaro come me si mette a sedere con tanto di birra e pop corn.

Il cast non è niente male. Christian Bale a reggere le sorti della narrazione, Sean Bean ed Emily Watson a dare mestiere e sostanza e caratteristi come Dominic Purcell e Angus Mcfadyen a fare il lavoro sporco. Vero che Bale qui non è il massimo dell’espressività (anche meno che in Batman, tanto per capirci), vero anche che il coprotagonista, Taye Diggs, non mi ha per nulla impressionato. Dato il film, una sorta di produzione di medio livello dall’incertissima distribuzione, non sono certo un insieme male assortito.

In pratica si gioca tutto sulla contrapposizione. Un governo autoritario, detto Tetragrammaton, retto da un capo misterioso ed onnipresente nella vita dei cittadini. Ai suoi ordini un gruppo di chierici (Grammaton Cleric nell’originale) che grazie al dominio dell’arte marziale Gun Kata sono in grado di superare qualsiasi avversario nei conflitti a fuoco. Lo scopo è reprimere le emozioni nella popolazione e distruggere qualsiasi materiale possa suscitarne. Al di fuori delle mura una landa desolata da cui proviene la maggior parte di questo materiale, introdotto da chi si sforza con ogni mezzo di resistere all’oppressione.

Girato tra Berlino e Roma per la maggior parte ha un feeling decisamente europeo, il che probabilmente spiega una parte del suo scarissimo successo in terra americana. Se andate a vedere sui database dedicati al cinema di solito viene stroncato senza pietà. La storia non è certo originalissima e visti i primi dieci-quindici minuti si può ragionevolmente prevederne lo svolgimento. Questo fattore però non  pregiudica il poter apprezzare alcune sequenze molto ben riuscite d’azione e qualche momento più intenso, dove il regista riesce ad azzeccare buone inquadrature nei momenti più lenti del film.

Nel corso del film vengono più volte citate poesie di William Butler Yeats, degno contrappunto di una lotta per la libertà non solo fisica ma soprattutto volta a recuperare quel fattore emozionale che ci rende davvero umani. È una morale che cade con la delicatezza di una cassaforte dal decimo piano ma a volte si riescono ad apprezzare anche cose giocate così duramente.

Battuta del film (capitemi, sono un bullonaro):

“What, would you say, is the easiest way to get a weapon away from a Grammaton Cleric?”

“You ask him for it.”

Voto: 06,50 / 10,00.

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Carlton Mellick III

War Slut (2006)

Eraserhead Press

pp. 88

ISBN 978-1933929538

Link su Amazon.com qui

Quarta di copertina (da Amazon.com)

In a future where everyone in the world has been drafted into the military, there is only one enemy left to fight . . . ourselves.Five exhausted soldiers are sitting in the middle of a frozen Arctic wasteland, waiting for something to happen. They don’t know why they are there or what they are supposed to be doing. Their superior officers have stopped giving them orders, their food supply is running low, and they are unsure whether or not their enemy actually exists at all. Once they lose their war slut (a transmorphing sex cyborg), the soldiers leave the safety of their camp in order to get it back. Only what they find out in the dark icy landscape is something far beyond what they ever could have imagined.Part 1984, part Waiting for Godot, and part action horror video game adaptation of John Carpenter’s The Thing, WAR SLUT is a fast-paced dystopian tale of the dark and the absurd.

Recensione flash.

Racconto tra il weird e la SF psicologica, strutturato più come una piece teatrale che non come una narrazione tradizionale. Ben scritto, lontano dai canoni delle narrazioni di guerra. Pessimo rapporto pagine / prezzo, al limite dell’insulto.

Voto: 06,00 / 10,00.

Recensione.

Ho approcciato con grande curiosità questo lavoro di Mellick, spinto da tutto il parlare che si è fatto in Rete sul Bizarro e sul clima da avanguardia culturale che circonda questo sub genere narrativo. Può darsi che abbia preso il testo peggiore per capirci qualcosa ma devo dire di non essere così stupito dalla novità.

La situazione di partenza è decisamente interessante. Un mondo completamente militarizzato impegnato in un conflitto lunghissimo contro chi ha rifiutato di essere arruolato, un chiaro paradosso, dove viene presentata la vicenda di un gruppetto di soldati spediti dopo la fine del conflitto alla ricerca di un ultimo gruppo di nemici. Il contesto ricorda molto Philip K. Dick, dove la vicenda narrata è un pretesto per ragionare sull’assurdità dei conflitti.

L’autore riesce ad essere evocativo con poche parole e uno stile piuttosto asciutto, accompagnando il lettore nello svolgersi di una vicenda sempre più assurda. Ci sono spunti che ricordano H. P. Lovecraft, altri che riportano ai romanzi di James Ballard. Una buona lettura, ben inquadrata dalla premessa che la distanzia dai canoni dalla SF militare. La parte più discutibile di questo libretto è il rapporto pagine / prezzo, stiamo parlando di 88 pagine a 7.95 dollari, mi sembra esorbitante.

Approfitto di questo spunto economico per portare una riflessione: ha senso mettere in circolazione testi di dimensioni ridotte con un rapporto pp/prezzo del genere? Abbiamo fior di esempi anche nel nostro paese di politiche editoriali del genere e dubito molto abbiano portato a grandi fatturati. Se è vero che i costi strutturali sono un fattore molto pensate (stampa, distribuzione, resi) mi sembra comunque miope scaricare a valle i costi sui lettori. Non è così che si allarga la platea dei lettori / clienti.

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