A morte i grilli parlanti!

Quando si scrive un racconto o un romanzo prima o poi tocca trovare il modo di veicolare al lettore delle informazioni di dimensioni superiori a quanto può essere compreso in una singola frase o in poche parole. L’idea è quella di mettere in condizione chi legge di comprendere almeno i minimi termini di un argomento con cui potrebbe avere zero familiarità, una sorta di minimo comun denominatore informativo per rendere comprensibili gli avvenimenti che si è scelto di raccontare.

Il punto è riuscire a farlo senza rompere il ritmo della storia mantenendo nel contempo quel sense of wonder che fa funzionare l’intera esperienza di lettura. Sull’argomento c’è chi ha scritto delle tesi di laurea, ci sono manuali di scrittura che elargiscono fior di dritte per cavarsela senza troppi danni. La prima domanda però rimane: devo davvero dire queste cose al lettore?

In fase di prima stesura si può tranquillamente largheggiare e inserire pagine su pagine di spiegazioni e riferimenti tecnici, mettere decine di note a fondo pagina e arricchire la bibliografia finale fino a farle assumere dimensioni rilevanti rispetto al resto del testo. Alla fine, quando l’orgasmo creativo del demiurgo si è placato, subentra la domanda: questa roba è leggibile?

Come detto in precedenza, io sono un bullonaro. Adoro gli spiegoni, le note e le citazioni. Andrei in brodo di guggiole se vedessi i blueprint e le schede tecniche. Fortunatamente rappresento un’eccezione. Male per me, meglio per  tutti gli altri. Negli anni mi sono convinto che non solo è possibile ma è anche auspicabile veicolare meno informazioni possibili nella narrativa.

Quindi bando agli infodump, altrove denominati anche inforigurgiti (credo che il copyright appartenga al Duca Carraronan) e basta anche a quella categoria di personaggi secondari nota come ‘grilli parlanti’ (nessuna relazione con il comico genovese, ci si riferisce alla favola di Collodi). Quindi stop agli inventori, ai tecnici e agli specialisti che si palesano nella narrazione solo per illustrarci durante conversazioni debordanti le informazioni che lo scrittore vuole passarci.

OK, ma se si vuole davvero passare informazioni? Se è plausibile e/o necessario che un personaggio cerchi di capire cosa deve fare o cosa stia succedendo? Il mio consiglio è cercare di creare un mix, il più possibile vario, di fonti. Dai media, dalla corrispondenza, da indizi / documenti trovati, cartelli stradali, dalla Rete e dall’iterazione con gli altri personaggi. Vi rende il lavoro decisamente più complicato a fronte di un risultato altrettanto interessante.

7 thoughts on “A morte i grilli parlanti!

  1. Eppure c’è chi condannerebbe qualsiasi informazione estranea al testo e all’azione vera e propria del romanzo.
    Io la trovo una posizione estremista e odio chi ne fa un dogma.
    Come te non disprezzo l’infodump, che va a nozze con alcuni sottogeneri (ucronia, per esempio). Odio non capire dove e come si muovono i personaggi. Cosa che capita spesso quando il romanzo è ambientato in un mondo ex-novo di cui l’autore non dà alcuna coordinata.

    Certo, l’esempio dell’inventore che riporti tu è particolarmente nocivo e sgradevole, però ci sono buoni sistemi per condire un po’ il piatto principale (la storia narrata).

    Se poi invece è davvero un dogma evitare del tutto gli “spiegoni”, si vede che sono sbagliato io, sia come lettore che come scribacchino.

    • Il punto deve essere quello dell’equilibrio. Se ci si riduce ad applicare le regole e a ubbidire ai dogmi si perde del tutto il motore primo della scrittura, ovvero la libertà di raccontare una storia. Se non posso inventarmi una situazione perché poi non ho modo di renderla trasparente al lettore allora cosa sto facendo? Diciamo che bisogna essere creativi, magari molto creativi, per renderci complice il lettore nel nostro viaggio nell’immaginario.

  2. Condivido in pieno il “a morte i grilli parlanti”!

    “Vi rende il lavoro decisamente più complicato” E a volte anche più stimolante, perché in certe circostanze devi inventarti qualcosa di diverso per dare le informazioni senza smaronare ;)
    Per contro, quando non ci si riesce è un po’ frustrante. =_=’

  3. Ciao Carissimo sono J.c. Ti faccio tanti complimenti e auguri per il tuo nuovo bellissimo Blog nel quale trovo subito una interessante discussione e mi ci ficco dentro a gamba tesa richiamando anche il vecchio post sulla bullonarità. Ti do i miei due cent. Come sai la penso come te, visto che ne abbiamo parlato molto in diverse circostanze, mi permetto però di suggerire alcune riflessioni. Nello scrivere vige una sola regola: Non rompere le palle! Quindi tutto funziona o tutto non funziona a seconda del gradimento del lettore. (lapalissiano). Un po’ meno ovvio è però che bisogna fare delle scelte: non si possono accontentare tutti e c’e’ chi ama (da lettore) un po’ più i dettagli tecnici e chi, anche nel medesimo contesto di un genere simile, proprio non li digerisce. Un esempio, Wilbur Smith e Tom Clancy scrivono fondamentalmente storie dello stesso genere, ma mente Wilbur smith ti dice che l’F4 va su e giu, tom clancy ti descrive anche il flusso d’aria nei rotori durante il volo. Ovviamente esistono molte vie di mezzo. A parte questo, credo che la cosa più importante sia anche cosa si vuole dire. Il problema è che molto scrittori di thriller insistono sempre (e soprattutto solo) su certe cose. Dire Glock in luogo di pistola e nominare la tipologia particolare di munizione può rendere il romanzo più o meno leggibile ma di massima tutti sono buoni ad andare su wikipedia a leggere il calibro di una pistola. Anche perchè un dettaglio del genere non aggiunge nulla alle conoscenze di un appassionato e rompe le palle a chi appassionato non lo è.
    Diverso invece, e questo credo che sia il vero punto, è rendere il particolare tecnico parte della storia (un esempio stupido è un arma a massa battente che causa un problema a chi la usa) oppure spiegazioni tecniche non solo relative al materiale ma anche alle curiosità sull’utilizzo ivi compresi i “trucchetti” del personale che opera per davvero sul terreno. (come è fatto un robot usato dagli artificieri? Cosa fa un paracadutista per rendere piu maneggevole un paracadute in lanci particolarmente problematici. Come funziona esattamente un lanciagranate che in moltissimi romanzi viene erroneamente usato come un lanciarazzi ad esempio sparando verso l’alto). Sono questi i dettagli – e lo dico da lettore sopratutto di libri americani e inglesi – che meritano di essere scritti e letti e che sono migliorativi di una storia. Ovviamente posto che il target sia un tecnothriller.
    Il problema invece è che molti autori non hanno nemmeno fatto il servizio militare e pretendono di saperne più del direttore della CIA, si documentano molto male e danno retta alla prima fesseria che leggono su libri di altri facendo di massima due errori: copiano dati che sono state già esemplificati da altri per fini narrativi e non necessariamente “sopravviveranno” alla revisione divenendo fortemente scorreti, oppure se ne fregano proprio e mettono quello che cosi “a naso” sembra giusto a loro cosi ad intuito. Questo in nome del principio zero degli scrittori che recita “Non bisogna essere astronauti per scrivere di fantascienza”. E’ vero, ma mentre nessuno dovrebbe poter dire di aver visto un ufo dal vivo per correggere le cavolate che hai scritto, c’e’ molta gente li fuori che un fucile d’assalto l’ha tenuto in mano per davvero e se legge che il tuo protagonista ha la pretesa di “non mangiare per otto giorni perchè in missione cosi non lascerà escrementi in giro” oppure fa una caduta libera che dura cinque minuti, se ne accorgerà e allora avresti fatto meglio a limitarti a scrivere “Saltò dall’aereo” e chiuderla li. In effetti non è un caso che gli scrittori più apprezzati di tecnothriller anglosassoni sono tutte persone che facevano parte del settore (compreso Clancy che per motivi vari, tra cui il cognato importante, passava piu tempo nelle caserme che a casa sua). Chi non è del settore, se proprio ci si vuole cimentare, dovrebbe avere l’umiltà di fare quattro chiacchiere con gente che nel settore ci sta veramente perchè sulla documentazione uno scrittore di tecnothriller ha il dovere di essere meticoloso quanto e più di un cronista.
    Certo… piu che due cent mi sa di avere buttato li almeno 20 dollari, spero di non aver rotto le palle nel tentativo di spiegare cosa bisognerebbe invece fare per non rompere:)
    Comunque direi che ogni riferimento… ci siamo capiti:)
    James C. Copertino.

    • I tuoi venti dollari li incasso volentieri brotha! Mi fa estremamente piacere averti a bordo, così come poter mandare avanti una discussione sulla scrittura con chi come te si può ben porre in una posizione in cui le cose le si è sia fatte che descritte nella narrativa. Le coordinate di riferimento, credo sia assodato, sono sempre le solite due: umiltà e documentazione. Credo valga in generale ma per i generi a noi più cari (war, thriller, spy, technothriller, hard SF) diventano una totale necessità.
      Invito tutti a leggersi con attenzione questo commento.

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