Incendio sociale

I disordini in corso a Londra da tre giorni sono un segnale di disagio importante che deve far riflettere su come impostare le politiche di risparmio e/o di auste-rità per i governi del ‘primo mondo’ negli anni a venire. Non sono certamente i primi segni di una crisi sociale, basti ricordare quanto avvenuto in Grecia di recente e non tanto tempo prima nelle banlieu francesi. Anche nel nostro paese abbiamo avuto qualche assaggio con una serie di episodi che spazia dalla Cam-pania (proteste legate alla crisi della spazzatura) al Piemonte (proteste legate alla TAV).

Al punto a cui siamo arrivati basta un episodio o un contrasto per scatenare azioni violente, spesso con la collaborazione di elementi criminali. In molti casi le condizioni in cui si sviluppano le basi di questi fenomeni sono le stesse in tutta Europa; alti tassi di disoccupazione, sussidi pubblici insufficienti a garan-tire la coesione dei nuclei familiari, presenza sul territorio di organizzazioni criminali. Il risultato lo abbiamo visto nelle occasioni già ricordate sopra, scon-tri di piazza violenti con le forze dell’ordine con conseguenti arresti, feriti più o meno gravi e decessi spesso molto sospetti.

È lineare presupporre che abbassare il livello di risorse pubbliche destinate al welfare aumenterà le dimensioni della fascia di popolazione disposta a scon-trarsi anche in maniera violenta con i rappresentanti dell’ordine costituito, ne consegue anche che aumenterà la pressione psicologica sulle forze di polizia che verranno via via sempre più impegnate per reprimere gli scontri. Lo abbiamo già visto succedere negli anni ’70 e chi ne serba memoria non credo rimpianga quei tempi.

Ci sono comunque delle differenze con il passato che rendono peggiore il quadro generale. Per esempio non ci sono più partiti o movimenti di massa in grado di arginare almeno una parte di chi vuole protestare e la perdita di credi-bilità della politica, fenomeno trasversale in Occidente, rende difficile fare accettare alle popolazioni manovre economiche di grande sacrificio. In Italia il fenomeno del precariato ha prodotto una generazione rimasta sospesa tra la necessità del sostegno famigliare e la negazione di una possibilità di svilupparsi un futuro proprio che è destinata a diventare un vero e proprio problema per i prossimi anni.

In generale chi sta protestando oggi, con l’ovvia esclusione degli elementi cri-minali, dà sfogo a una rabbia alimentata proprio dalla mancanza di futuro. Se si capisce di non poter trovare un lavoro, di essere condannati a un’esistenza ai margini della società e di non poter neppure sognare di entrare nel novero di chi può consumare-spendere come viene propalato dai media è chiaro che si finisce con l’accumulare rancore verso l’establishment.

Per ora le proteste sono limitate all’Europa. Facile mettersi l’abito di Cassandra e indicare negli Stati Uniti il prossimo fronte di queste rivendicazioni. Il Nord Africa ci ha mostrato le sue inquietudini, il Medio Oriente sta facendo la stessa cosa.

È il momento di trovare delle risposte prima che salti tutto per aria.

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