Recensire o litigare?

Recensire un testo sta diventando qualcosa di strano. Ci sono stati dei flame recentemente a proposito della modalità con cui si può esprimere il proprio parere, su cosa sia giusto o sbagliato cercare in un libro e su come proporre il libro all’attenzione dei propri lettori.

Gli interrogativi li trovo tutti giusti ma passare dalla discussione, magari accesa, al confronto a suon di insulti mi sembra un passare dalla parte del torto perdendo completamente di vista l’obbiettivo di partenza, ovvero recensire un testo.

C’è stato un momento, non so quando, in cui si è passati dal discutere dell’oggetto della recensione al trattare il modo con cui la recensione viene fatta. Attenzione, non mi riferisco solo ai soliti noti né voglio prendermela con qualcuno in particolare; è il cambio di soggetto che mi rende perplesso. Se si vuole esaminare o disaminare in maniera approfondita un qualsiasi libro lo si può fare in tante maniere ma quando si passa più tempo a citare questo o quel manuale invece che trattare dei contenuti o della forma del libro per me c’è qualcosa che non va.

Il libro diventa un pretesto per sostenere una tesi o per discuterne delle altre. Fattibile, certo. Mi pare che sia altrettanto discutibile. Se leggo una recensione è perché voglio capire se quel particolare libro è scritto bene, se parla di argomenti che mi interessano, se l’autore (o l’autrice) ha scritto altri testi, come poter reperire l’opera e a che costi. Trovare n-mila commenti su un post in cui una minima parte è in tema e il resto è riconducibile a un confronto tra utenti per me è fuorviante.

Ovviamente si può far scattare un flame o una flame war su qualsiasi cosa, sappiamo altrettanto bene che chi si diverte a fare il troll in giro non ha bisogno di particolari pretesti per esercitare le sue facoltà. Il punto però rimane quanto spazio si vuole dare a questo genere di cose. Il vecchio don’t feed the troll rimane un buon modo di fare, anche in presenza di personaggi estremamente insistenti. Se si esercita la moderazione dei commenti diventa anche più facile tenere sotto controllo le deviazioni.

La domanda di fondo rimane, a chi servono questi flame? Non a generare traffico, i blog in questione sono di norma molto frequentati. Mi sembra anche strano che ci sia una sorta di esigenza legata alle polemiche o che sia semplicemente una grande disponibilità di tempo da perdere. Cui prodest?

16 thoughts on “Recensire o litigare?

  1. Ecco, appunto: leggo sempre più recensioni in cui non si accenna minimamente alla trama, bensì solo alla presenza di show don’t tell, infodump o cose del genere.
    A me una recensione serve invece per capire di che parla il libro X, magari con un giusto commento sulla professionalità con cui l’autore l’ha scritto.
    Di tutto il resto non m’interessa, il giudizio particolareggiato me lo so formare da solo, non ho bisogno di imboccate.

    Per quel che mi concerne da qualche tempo do il 90% dello spazio a romanzi che mi sono piaciuti, evitando di parlare degli altri, soprattutto se sono scrittori italiani.
    Qualcuno parlerà di scelta codarda, ma non credo che da noi ci sia la giusta lucidità mentale per fare della critica non traumatica.

    • Ci andrei piano a parlare di scelte codarde, non mi risulta ci siano guerre in corso (flame a parte). Il bello della rete è poter scegliere, ci deve essere spazio per tutti i modi di espressione o per le varie opinioni. Leggere dovrebbe essere un piacere, concetto che rimane sempre più sullo sfondo.

  2. Come sai sono stato un po fuori dalla rete quindi non conosco i casi in questione. In linea di massima mi fa tristezza quando succedono queste cose: flama; troll; litigi.
    In generale una discussione dovrebbe essere un confronto non uno scontro (se si escludono alcune eccezioni “alte ed altre”, che non centrano niente con una recensione). Ma alla fine un confronto dovrebbe rappresentare un arricchimento per entrambe le posizioni.Purtroppo sono rimasti in pochi a pensarla così.

    • La distinzione tra le due cose, confronto e scontro, è una delle vittime di questo tipo di evoluzione del concetto di recensione. Anche nel caso di recensione estremamente negativa o di volontà polemica verso l’autore o l’editore ci deve essere comunque un modo per non trascendere. In fin dei conti finchè si parla di gusti non esistono gli assoluti e nel momento in cui si parla di regole (grammatica, sintassi, esposizione) si fa riferimento a cose precise come definizione ma di applicazione a volte incerta.

  3. Io ammetto che mi limito alle mie brevi recensioni su anobii, molto “nascoste”, proprio perchè non amo le guerre sante. Se un libro mi è piaciuto, mi è piaciuto, punto. Posso dare qualche consiglio (o sconsiglio) in base agli interessi e alla materia trattata, però evito di atteggiarmi a Supremo Maestro Recensore…

    • Vedi che termini escono fuori nel discuterne? Guerra santa. A proposito di recensioni e libri. Già questo fotografa benissimo gli eccessi di cui stiamo parlando. È vero che ci sono in giro dei libri francamente orrendi e che bisogna dire quello che si pensa ma da questo livello alla jihad ce ne corre parecchio. Per non parlare della ‘necessità’ di schieramento, pro o contro una determinata cosa.

  4. Appellarsi al peggio del pubblico è semplice – in qualsiasi forma di comunicazione.
    La recensione aggresiva, farcita di attacchi alla persona e irrispettosa del testo, costellata di insulti che se ti offendi allora non sai stare allo scherzo compiace un certo pubblico.
    Gioca sul classico noi/loro, crea un distorto senso di comunità.
    E purtroppo risente della legge della contrazione degli utili – ad ogni nuova recensione dovrò sbilanciarmi un po’ di più, essere un po’ peggio, per gratificare i miei lettori.
    Se nella prima bastava un termine volgare, ora dovrò passare al turpiloquio diffuso… e così via.

    Concordo sul fatto che esistano infiniti stili e approcci alla recensione.
    Non ammetto tuttavia certe pratiche che mi sanno di bullismo mascherato da ironia.
    E il bullonismo spacciato per competenza mi annoia, e mi offende.

    Per quel che mi concerne, vale la vecchia regola di Siskel & Ebert – la mia recensione deve dire come mi sono sentito leggendo quel libro o guardando quel film; e deve dare a chi la legge le informazioni necessarie per determinare se il libro o il film potrebero piacergli – indipendentemente dal fatto che siano piaciuti o meno a me.
    Ho scartato poche volte, e me ne sono sempre pentito.

    • Concordo con quanto esponi e rimango con due domande. La prima è sempre quella: cui prodest? La seconda è che con questi schemi si rischia anche di annientare un concetto di recensione approfondita, quella tecnica che fa riferimento ai manuali, seppellendo cose interessanti sotto una forma discutibile. Per i miei testi mi va benissimo essere ‘fatto a pezzi’, non fosse altro che per imparare qualcosa. Quando si arriva a quei meccanismi di insulto finisce tutto.

  5. Ah, cui prodest…
    Il punto è – perché pubblico una recensione?
    In fondo, sul mio blog, posso scrivere quello che mi pare… perché recensire?
    Capirei se mi pagassero, ma così…?
    Perché dedicare tempo e spazio al lavoro di un altro.
    Peggio, a smontare il lavoro di un altro – spesso a smontarlo a prescindere…

    Oppure, mettiamola in un altro modo – chi è al centro della scena nella recensione – il recensito o il recensore?

    Io credo che la recensione aggressiva e becera, fatta di parti uguali di stralci da manuali e attacchi personali, sia fatta per mantenere il recensore al centro della scena, per procurargli consensi, commenti positivi, “I like”.
    E se questo è il meccanismo, lavorare per impostare una situazione di noi vs loro, per creare un senso di comunità, è molto utile per fare hit e ricevere consensi, per lo meno da una certa fetta di pubblico.
    Gli spettacoli poco dignitosi – dall’ubriachezza rumorosa all’esibizione di parti anatomiche varie, passando per la stroncatura letteraria, attirano semnpre un certo pubblico che ama le cose facili.

    Sulla recensione approfondita…
    Anche qui si tratta di decidere quanto approfondire.
    Penso al cinema – la recensione dello stesso film su Empire o su Film Comment è una faccenda ben diversa: la prima rivista recensisce per lo spettatore col pop corn, la seconda per quello coi saggi di narratologia sullo scaffale e la tessera del cineforum.
    I due stili non sono mutualmente esclusivi – ci stanno entrambi.
    Da qui a metter giù ventimila parole, con un sacco di riferimenti a manuali e saggi diversi, su un blog, parlando (per dire) di un fantasy di medio livello, comunque ce ne passa.
    Si confonde, io credo, il lavoro del recensore – che parla al lettore – con quello dell’editor o dell’insegnante di scrittura – che parla allo scrittore.
    La recensione non deve servire allo scrittore per scoprire dove ha sbagliato – deve servire al lettore per decidere se quel libro potrebbe piacergli.
    Confondere i due livelli causa solo confusione – perché ci sono “errori” per i quali il narratore dovrebbe solo suicidarsi, e dei quali a me come lettore, leggendo, non importa nulla, e magari neanche li vedo.

    Fine dello sproloquio.

    • Averne di sproloqui così. Danno un senso al concetto di dibattito (non nel senso morettiano). Per formazione professionale sono un tecnico e mi piace quando si arriva a sviscerare un problema fino ad analizzarlo nei particolari, la parte che non gradisco in senso assoluto è quella fetta di emotività che finisce per strabordare e prendere il controllo di tutto il processo.
      Per avvisare il lettore di un cattivo libro può bastare un voto, per motivarlo all’acquisto non bastano cento cartelle.

  6. Dibattito estremamente interessante. Aggiungo una piccola cosa “personale”: a me le recensioni piacciono e sono utili SE mi danno ANCHE dei riferimenti precisi.
    Esempio banale: “Se vi è piaciuto “Xxx Yyyy” e “Zzzz Wwww” allora è probabile che vi piacerà anche questo.>
    Semplice.

    Personalmente sottoscrivo quello che hai detto sui gusti: NON esistono verità assolute in questo campo (nemmeno negli altri, forse….).
    De gustibus non disputandum est.
    Grazie.

    • I riferimenti sono sempre una buona idea anche se personalmente non li applico. Mi spiego, di solito preferisco non ‘agganciare’ i libri o gli autori tra di loro se non in maniera generica (es. se vi piace il fantasy declinato da Martin andate a recuperarvi i lavori di Gemmel). Questo perché alcuni scrittori per me importanti sono anche discontinui come livello di produzione (es. Sergio Altieri che è uno dei miei numi tutelari) di conseguenza il giudizio su un singolo libro può essere più o meno pesante ma legarlo ad altri può falsare l’associazione.

      Quanto alle verità assolute, in estrema sintesi non le ritengo umane. Neppure la scienza pretende di avere risposte definitive.

      • >alcuni scrittori per me importanti sono anche discontinui come livello di >produzione”
        Infatti ritengo utile “legare” i riferimenti ai singoli “prodotti” (libri con libri, film con film, ecc.) e non agli autori proprio per il motivo che hai detto.

        Temo comunque che il proliferare dei blog e di Internet abbia “diluito” l’utilità e la visibilità dei recensori: è infatti evidente (basta googlare un minuto) che qualunque prodotto troverà recensioni molto positive e altre totalmente negative. Confrontare i pareri e ricordare poi il recensore con cui si è concordato non è così semplice.
        Personalmente sono in seria difficoltà: ogni giorno scopro siti che mi sembrano interessanti e tendo a dimenticare quelli vecchi. La mia lista di bookmark è lunga (quasi) come un romanzo di Martin……

      • La cosa bella della Rete è la pluralità delle voci, il che permette anche di avere pareri fuori dal coro dei soliti amici / colleghi che si recensiscono a vicenda (sport piuttosto praticato anche in siti con buona reputazione). Di contro, se per esempio guardi su Anobii, stiamo assistendo al fenomeno di utenti finti che scrivono pareri fotocopia per elevare il numero di recensioni positive.
        Se la tua lista di bookmark è arrivata a quella lunghezza ti tocca sperare che non te la pubblichino a puntate (almeno tre) per Mondadori🙂

  7. Credo di aver capito quali siano i “flame” in materia e dove siano stati fatti.
    A me la cosa che dà (giusto un po’, perchè ognuno è libero di fare e dire quel che vuole) fastidio è l’atteggiamento di superiorità che certi individui hanno nei confronti di altri.

    – Io ho letto 24133246446433436424865 manuali di scrittura. Tu no? Allora fai schifo e non possiamo discutere.

    – Show don’t tell è la regola. Il raccontato fa schifo. Questo perchè ho letto 2235234647586697032 manuali di scrittura. Se tu racconti e non mostri perchè non hai letto anche tu 322346578569789232 manuali di scrittura fai schifo. E ovviamente non possiamo discutere.

    – Guarda! Il professor XYZ dell’università di sticaXXi dice lo stesso che dico io. Bisogna leggere 3532578923519238923757 manuali di scrittura per capire se un libro è valido oppure no. Perchè ovviamente lo show, don’t tell è la regola, e bla bla bla.

    Forse sono sbagliato io, magari certi errori evidenti di un romanzo li vedo pure, ma magari certe persone hanno perso di vista lo scopo primario di un libro (e nella maggior parte dei casi, dei romanzi di genere): divertire, intrattenere, suscitare emozioni e – anche – informare.

    • Molte delle ragioni di quel genere di flame / flame war sono quelle che hai indicato, il concetto che fa la differenza rimane comunque di come si deve interpretare il termine ‘recensione’. Ribadisco, mi piace che si utilizzino strumenti e nozioni tecniche per sviluppare una critica motivata a un testo. Trovo però che nel momento in cui si passa all’insulto incondizionato si passa una frontiera che per me rimane discriminante. Per chiarire: se per me un romanzo fa schifo lo indico subito nel voto, poi ne indico i principali difetti. Il tutto rimane nell’ambito di un paio di cartelle e basta così.

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