Questione di distanze

Nota per i naviganti: per l’intero mese di ottobre 2011 tutti i post di questo blog riporteranno come prima parte queste righe per ricordare che è possibile votare per il concorso SF qui fino alle 23.59 del giorno 31 di questo mese. Modalità di voto e lista delle proposte sono contenuti nel post linkato.

 

La distanza tra classe dirigente, politica o economica, rispetto al resto della popolazione c’è sempre stata e fa parte di un concetto più generale di suddivisione della società che sarebbe sopra le mie scarse forze affrontare. Tuttavia la distanza è diventata via via più ampia e non sto parlando solo di mezzi economici ma della percezione stessa della realtà. Per una volta, non è colpa di Berlusconi o di Marchionne.

Sul lato politico siamo arrivati all’estrema degenerazione delle regole democristiano/socialiste degli anni ’80 ovvero alla nomina compulsiva di qualsiasi figura di responsabilità. Prima ci si fermava al grande dirigente, all’amministratore delegato. Ora si scende di parecchio nella scala gerarchica, fino al micro management delle aziende in qualche modo riferibili al pubblico. È anche una conseguenza del nepotismo e delle raccomandazioni. Ora i parenti arrivano al quarto grado e comprendono le famiglie acquisite e i latori della presente arrivano con indicato il compenso da erogare e i fringe benefit. In questo si può dire che si è raggiunto un livello di efficienza notevole.

L’economia mostra due lati, entrambi molto italiani nell’espressione. L’eterna tentazione dell’uomo del fare, del personaggio che si assume tutte le responsabilità a svantaggio della libertà altrui l’avevamo già visto nel ventennio fascista e intravisto nella figura ingombrante di Bettino Craxi. Con l’attuale presidente del consiglio si è sfondata una barriera e c’è chi vuole ripercorrerne le orme. Vero Montezemolo? Dico bene Della Valle? Peccato che la figura del capace imprenditore che si abbassa alle necessità della politica si è un filo offuscata, grazie anche a personaggi come il mutevole Calearo. Il secondo lato è il vedere i beni pubblici come fonte di speculazione. Storia vecchia si dirà ma con le recenti vicende dell’acqua (potrebbe non bastare il recente referendum a quanto si sente dire) e tutta l’oscena questione imbastita al ritorno al nucleare hanno dimostrato come siano cadute anche le ultime barriere.

Tutto questo per dire che le persone che fanno parte della classe dirigente agiscono in modo del tutto distante dalle istanze della popolazione. Neppure il passaggio referendario o la recente, rapidissima, raccolta di firme per abrogare la presente legge elettorale sembrano essere in grado di porgere un segnale adeguato per questi signori (uso il maschile per mera constatazione della scarsità di donne ai vertici della società italiana, non è una questione di maschilismo).

Per la maggior parte dei componenti l’elite il mondo è rimasto fermo a trenta anni fa. La Rete è un fenomeno bizzarro che non hanno capito, i cambiamenti demografici e culturali dovuti all’immigrazione sono del tutto rimossi, i vincoli che abbiamo stretto con i partner europei e occidentali sono solo strambe formalità del tutto evitabili, le relazioni tra soggetti economici si regolano con un robusto giro di fondi neri e l’arrivo di player come la Cina non è altro che l’invito a mettere un altro posto alla tavola degli speculatori.

Peccato che la realtà sia differente dal fermo immagine del 1981. Siamo in una situazione a dir poco volatile, dove il minimo fenomeno potrebbe far crollare l’intero castello di carte sociale. Un apio di settimane fa su repubblica, in prima pagina dell’edizione cartacea, c’era una foto degli scontri tra forze dell’ordine e dimostranti a Roma. Mostrava un ragazzo sui 25 anni che stava per assestare un colpo con il proprio casco a un poliziotto. Non so come sia andata a finire, se il poliziotto sia stato effettivamente colpito e/o il ragazzo sia stato arrestato, quello che mi ha colpito è l’aspetto esteriore del ragazzo. Curato, vestito casual ma bene, rasato e con i capelli corti. So much per la tesi sempiterna dell’autonomo scapigliato e sporco, welcome to 2011. Siamo al revival dello scontro tra poveri nell’edizione precario sottopagato versus poliziotto a 1200 euro/mese.

Se scoppia davvero l’incendio non so chi possa spegnerlo. Non i partiti, non i sindacati, non le forze armate. Di sicuro non i membri di un’elite cieca e sorda come questa.

6 thoughts on “Questione di distanze

  1. Sono proprio di questi giorni gli scontri fuori Wall Street. Penso che finalmente qualcuno si è reso conto di almeno uno dei corni (la finanza) della causa della situazione presente. L’altra sarebbe naturalmente la politica. Ma mentre la finanza è qualcosa che tocca indirettamente, in modo per così dire ‘passivo’ la gente comune, per la politica il discorso è diverso; e ricadiamo in quello che dici tu. E’ la rappresentatività che è venuta meno in Italia (non conosco la situazione altrove): partiti politici, sindacati, ormai non rappresentano più nessuno: nei primi i rappresentanti non sono eletti dalla gente ma scelti dai maggiorenti; nei secondi il discorso è lo stesso aggravato dal fatto che la scelta ultima è fatta dai partiti. Gramsci diceva che uno dei punti di forza di un partito moderno (si riferiva naturalmente al nascente PCI) doveva essere il fatto che in qualsiasi momento la base poteva e doveva sfiduciare un dirigente che non facesse il proprio dovere. Questo include il fatto che la base abbia non solo il potere di farlo, ma anche la capacità di comprendere quando la barca va alla deriva. Nei nostri partiti invece, esistono i leader (berlusconi, bersani, ecc.) che aprono bocca e tutto è fatto. La sinistra può almeno avanzare il diritto dovuto alle primarie che scelgono i protagonisti, ma la destra ha un tizio che pontifica da quasi vent’anni e nessuno ha il coraggio di opporsi. Che queste persone abbiano qualcosa da nascondere o debbano tutto quello che sono al capo?

    • All’estero la rappresentanza popolare è tuttora garantita, almeno per le democrazie. Qui le cose sono tragicomicamente diverse grazie alla vigente legge elettorale chepermette ai responsabili dei partiti, una ventina di persone in tutto, di scegliere i parlamentari. Il che spiega anche la fedeltà canina di molti al presidente del consiglio che non a caso si è portato dietro una schiera di persone precedentemente sconosciute e che come curriculum possono vantare i soli rapporti d’affari con lui. Il pensiero di Gramsci per molte cose è modernissimo e potrebbe essere applicato senza grossi problemi.
      Il punto del 2011 è quello di decidere chi comanda. Gli stati o la finanza. Se si continua nella progressiva opera di esproprio della cosa pubblica a favore di cartelli privati andiamo dritti verso un futuro cyberpunk in cui a decidere saranno solo gli investitori. Questo semplicemente non è accettabile.

  2. Ottima analisi, ma vorrei fare una considerazione sul concetto di “distanza”…Un tempo la classe dirigente doveva esprimere il meglio della società, almeno all’apparenza. Dieci, venti, per non dire trent’anni fa, alcune scenette da talk che vediamo sugli schermi oggi e che sembrano normali sarebbero state impensabili, degne al massimo di qualcuno “dei peggiori bar di Caracas”. Oggi non si chiede più ai politici di mostrare serietà, preparazione di entrare nel merito di quello che dicono. Neppure di avere il minimo sindacale di educazione. La politica è diventata più “pop” che mai, e più televisiva che mai ed è l’equivalente di un grosso reality show, che con la realtà della maggior parte delle persone ha poco a che spartire. Alla fine molti vanno e vengono – nello stesso curriculum – dallo spettacolo alla politica andata e ritorno, producendosi in plastici carpiati che hanno l’unico scopo di conservare l’opinione pubblica in perenne anestesia della materia grigia e in avverse tifoserie per non disturbare il/i manovratore/i. Insomma, la distanza con la base (la base peggiore) si è accorciata, e parecchio. Oggi non si chiede al politico di essere serio, preparato e onesto nel suo ruolo. Gli si chiede di sembrare “uno di noi”, di colmare la distanza tra il “popolo” e
    le Istituzioni. Ma “noi” chi, poi? Se ci si pensa è piuttosto buffo, visto che nessuno andrebbe mai da un medico, da un avvocato o da un meccanico meno che preparati. Allora come abbiamo fatto a tollerare una classe dirigente degna del circo Barnum?

    • La trasformazione o l’involuzione della classe dirigente parte secondo me da lontano, almeno dagli anni ’80 del secolo scorso. Non a caso di pari passo con l’affermarsi di una televisione via via più bassa come contenuti e con il degrado della funzione statale. Stanno facendo sembrare i DC degli anni ’70 dei geni e guarda che ce ne vuole parecchio. Allo stesso tempo con il tramonto della generazione post bellica dei politici (Almirante, Berlinguer, Moro, in rigoroso ordine alfabetico) ha lasciato spazio a personaggi decisamente inferiori come calibro, in tutti i sensi. Il punto di svolta è stata Tangentopoli, nel 1992. Non per l’inchiesta giudiziaria ma per aver mancato il momento in cui si poteva davvero fare pulizia. Non a caso i relitti di quegli anni sono ancora tra noi, livorosi e approfittatori come e più di prima.
      Se oggi un ex P2 come Pisanu viene visto come un possibile salvatore della patria lo dobbiamo anche al non aver sostenuto, tutti noi, un rinnovo totale dellapolitica italiana. Tocca farlo adesso, con condizioni sociali e ideologiche peggiori. Siamo passati dal lobbismo ai partiti che guardano all’esclusivo interesse dell’elettorato di riferimento, guarda cosa fa la Lega per le quote lattee quella manciata di truffatori.

  3. Ipotesi: politici di questo tipo sono un risultato – a livello globale – della comunicazione “velocizzata” degli ultimi anni, che ti costringe ad accelerare il giudizio in base a pochissimi dati e, per via dell’overdose di segnale, ti accorgi solo di cosa dice chi fa gesti eclatanti o urla (presto non basterà neppure urlare, visto che il “rumore medio” si è alzato).

    Aggravante: la centralità della televisione nella società italiana. Una televisione che volutamente trasmette un segnale di bassa comprensibilità, quando non è volutamente pilotato in senso menzognero. La centralità della tv è in diminuzione, per fortuna, ma comunque ha creato questi “mostri”.

    • E’ un’ipotesi suggestiva e non è certo priva di riscontri. Analizzare come è cambiata la comunicazione politica a partire dai primi spot sulle televisioni private di Craxi per arrivare a oggi sicuramente darebbe materiale interessante per delle ricerche sociologiche oltre che politiche. Cosa sarebbe la Lega Nord senza la televisione? Che visibilità potrebbe avere un Casini senza le continue ospitate nei vari programmi? A conferma della tesi ci sarebbe anche il controllo ferreo che il centro destra ha sempre cercato di esercitare sulla televisione pubblica, operazione ormai completata di recente con la rimozione dell’ostacolo Santoro.
      Con il tempo il focus dovrebbe spostarsi verso la Rete, decisamente incontrollabile rispetto al media televisivo. Il che spiegherebbe anche i ritardi della diffusione della banda larga e l’ostilità, dura e scorretta, sfoggiata dal gruppo Fininvest verso qualsiasi competitor serio nel settore digitale e satellitare. Temo però che il cambiamento sarà lento, l’età media avanzata della popolazione e il digital divide non aiutano di certo.

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