Lasciamo stare gli ordini, anzi facciamone degli altri

Il perenne dibattito sull’abolizione degli ordini professionali, ne sento parlare fin dai tempi lontani della mia adolescenza, mi ha francamente stufato. Anche perchè di facile demagogia ne sono pieni i fossi, per tacere di altri luoghi meno commendevoli. Tuttavia si può essere un filo più creativi e magari rispettare la Costituzione.

I cittadini hanno diritto di associarsi, questo dice in sostanza la Carta, il che equivale a dire che abolire gli ordini presenta un conflitto evidente per la Corte Costituzionale. Benissimo. A questo punto facciamo altro. Per esempio guardiamo a quanto stabilito dalle leggi dello Stato e non dal regolamento degli ordini stessi.

Le norme che stabiliscono gli esami di Stato per l’abilitazione sono parte del corpus legi. Quindi emendabili o riformabili e guarda un pò, sottoponibili ad abolizione per referendum. Che succede se si abolisce l’esame di Stato? Se fosse il solo titolo di studio a dare diritto di praticare una professione?

Già che ci siamo, anche le norme che impongono il praticantato, fonte di lavoro pressochè gratuito ben prima dell’invenzione degli stage, sono passibili di modifica e/o abolizione. Che succede se si toglie questa forma di servitù?

Non credo sia giusto impedire a chi si occupa della stessa professione, per esempio gli avvocati, il diritto di associarsi e di creare delle strutture previdenziali. Se si possono fare assicurazioni integrative, perchè non progetti specializzati? Ma contesto il diritto di un ordine di vessare chi si avvicina a una professione, così come considero un residuo del medio evo le ipotetiche sanzioni intra ordine per chi non rispetta le regole.

Le leggi la fa lo Stato e tocca sempre allo Stato farle rispettare. Non al collegio dei probiviri dell’ordine X.

Perciò che si mantengano pure gli ordini. Se ne facciamo anche di nuovi, perché no? Una volta esclusa l’obbligatorietà di adesione voglio vedere quanto vanno avanti.

10 thoughts on “Lasciamo stare gli ordini, anzi facciamone degli altri

  1. Ad ogni azione ne corrisponde un’altra uguale e contraria (mi sembra sia così), che tradotto vuol dire, per me: se esiste qualcosa di intrinsecamente buono, l’uomo è capace di farne qualcosa di intrinsecamente cattivo. Immaginiamo poi cosa è capace di farne un uomo italiano. Gli ordini, le corporazioni sono positive e, come giustamente ricordi tu, previste dalla costituzione. Eppure come in ogni cosa dell’agire umano si trova sempre il modo di trarne vantaggi personali spesso iniqui. E qui dovrebbe scattare una legislazione che preservi ciò che di positivo c’è e ne vieti quel che tende a creare derive affaristiche. Ben vengano allora altri ordini che tutelino specie le categorie di recente nascita (penso a tutti quei lavori che gli italiani si sono dovuti ‘inventare’ in questi anni per campare, ma anche ai famosi maghi, cartomanti, alle prostit. ehm, le escort, ecc.), purché lo stato abbia la possibilità di metterci il becco per una regolamentazione a tutela anzitutto degli stessi aderenti e poi dei clienti che non si devono trovare ad avere a che fare con lobby e/o truffatori di varia natura. In Francia e Belgio, ad esempio, le prostitute pagano regolarmente le tasse e sono tenute a controlli medici periodici. Perché in Italia non può essere così?

    • In Italia la prostituzione era legale fino alla legge Merlin degli anni ’50. Non che questo la rendesse meno odiosa ma era sottoposta a forme di controllo statale. Non sono convinto sia una buona idea legalizzarla ma vale la pena pensarci solo se servisse a togliere quel settore dalle mani della malavita (tratta di esseri umani, utilizzo di minorenni, violenze, droga).

  2. Io penso a un mio amico geometra: prese il diploma alle serali, stranamente passò alla prima l’esame di Stato e provò subito a lavorare in proprio.
    Aveva 30 anni, così la Cassa gli chiese subito l’importo annuale previsto in base all’età, e non in base agli anni di professione. Una specie di studio di settore non statale. Provò a contestare ma non ci fu nulla da fare: o pagare o non avere il timbro. Chiaramente pagò.

    Architetti: l’esame di Stato viene sempre passato con difficoltà perché chi ti esamina per abilitarti all’esercizio della professione guarda caso è un competitore. Che interesse avrebbe a farti lavorare? Nessuno, In teoria dovrebbe pensarci il mercato, in pratica no. Allora, non potendo bocciare proprio tutti, si sono rispolverati un arcaico ma efficace sistema: ti passo se fai un corso col professore ovviamente a pagamento. Chi non lo fa viene bocciato mediamente il doppio. Dato che l’esame puoi darlo solo una volta l’anno e magari non hai papino con lo studio, talvolta cedi perché bene o male devi metterti a lavorare in fretta.

    Geometri tirocinanti: ogni sei mesi il professionista dovrebbe inviare certificato all’ordine dei geometri per dire che il/la tirocinante sta imparando con profitto. Ovviamente è un inutile pezzo di carta. Il più delle volte i geometri stanno un paio d’anni a tirocino solo per fare fotocopie e varia bassa manovalanza, per fare le file negli uffici o andare a fare commissioni private per i vari arch/geom/ing. Non che uno non possa esulare dalle competenze specifiche, ma invece del foglietto di carta dovrebbero esserci degli obbiettivi prefissati da raggiungere e l’obbligo di un minimo di rimborso spese (visto che spesso si spostano con mezzi propri). Altrimenti non si fa che fornire manodopera gratuita a gente che non ha alcun interesse ad insegnare.

    • Il timbro. A pensarci bene molto si riduce a questo oggettino. Con la sua bella scritta ‘ordine dei XXXX, n. 12345’. Se questo non è un residuo del medio evo vorrei sapere cos’è. Il tirocinio avrebbe un senso solo per imparare, per colmare il gap tra scuola e mondo del lavoro. Adesso ci sono gli stage, dovrebbero servire allo stesso scopo e vengono trattati con la stessa noncuranza (stipendio? rimborso spese??)
      La fabbrica degli esami di stato, vedi le vicissitudini dell’esame per notai finito di recente su tutti i giornali, è la fotografia di settori completamente allineati al mantenimento dell’ordine costituito. Le stesse persone dentro alle università, negli organismi dell’ordine, negli studi professionali, sempre con la corte di famigli e cortigiane.
      Ascensore sociale? Si deve essere rotto il pulsante di chiamata.

  3. Io sono laureato in geologia, presto (con un po’ d’impegno) sarò dottorato in geologia… ma non posso scrivere “geologo” sui documenti, perché non ho sostenuto l’esame di stato.
    Oltretutto, essendo laureato con una tesi in paleontologia, per me sostenere l’esame di stato sarebbe particolarmente difficile – poiché l’esame di stato per geologo, nella maggior parte delle sedi universitarie italiane (inclusa Torino, dove mi sono laureato) privilegia i laureati con indirizzi applicativi (geologia applicata, geotecnica, geologia del petrolio…) e quindi nella maggior parte dei casi un paleontologo si trova bloccato perché l’esame di stato non comprende temi attinenti al suo indirizzo.
    Aggiungiamo a questo che per sostenere l’esame di stato come geologo, molti atenei richiedono la presentazione un lavoro professionale – che significa molto spesso condannare i neo-laureati a sei mesi almeno di galoppinaggio gratuito in questo o quello studio professionale (altro ambito in cui dei paleontologi non sanno cosa farsene).

    Il costo in bolli e balzelli per sostenere l’esame di stato è tale, che alcuni colleghi hanno ricevuto dai genitori la cifra per iscriversi all’esame come regalo di laurea…

    Cosa comporta non avere il titolo di geologo?
    Non posso fare la libera professione, aprire uno studio, firmare perizie.
    Lavorare, insomma.
    Questo perché lo stato in cui vivo, dopo avermi conferito una laurea, vuole un esame di verifica per accertare che io sappia fare il lavoro in cui sono laureato.

    Cosa mi garantisce l’iscrizione all’Ordine dei Geologi?
    Oltre al diritto di pagare alcune centinaia di euro di iscrizione ogni anno, due copie di una rivista a bassissimo impact factor (pubblicare sul Bollettino è come pubblicare per il giornale della parrocchia) e una cena sociale all’anno.
    No previdenza, no tutele, no nothing.

    Bello, eh?

    • Auguri per il dottorato. Del resto non sapevo nei particolari, non ho molte conoscenze nel tuo settore di riferimento, ma riprende le linee di altri settori ad alta rofessionalità dove vigono meccanismi simili. La laurea a cosa serve? A scrivere dottore sul CV o sui biglietti da visita? A darti la credenziale minima di accesso a ulteriori step di sfruttamento?
      Come mai i nostri vicini europei sono così babbei da non avere bisogno dell’esame di stato? Chissà quali crimini commettono geologi senza timbro, ingegneri senza marchio ufficiale ecc. ecc. Dev’essere per questo che mediamente le strutture altrui funzionano meglio, costano meno e persiste quello strambo concetto che è la meritocrazia.

  4. Mi riaggancio agli altri commenti, e in effetti credo che il vero problema sia che l’abilitazione passi attraverso un commissione di professionisti già operanti sul mercato, ovviamente senza alcuna voglia di far entrare un nuovo concorrente che può rubargli i clienti e preferendo semmai far passare il figlio di un loro collega che si limiterà a rilevare lo studio (e i clienti) del padre.
    Le commissioni dovrebbero essere esterne all’ordine, sganciate dall’ordine, indifferenti all’ordine. In questo modo forse sarebbero più obiettive e meno iperselettive. E poi bisogna togliere i privilegi di casta (vedi farmacisti e notai, pochi monopolisti che chiudono spazio a ogni nuovo ingresso).

  5. Anche io penso che ci debbano essere forme di associazionismo, forse ora sarò anche influenzato dall’aver studiato l’800, ma è un diritto.
    La cosa che non mi va giù sono gli esami per entrare in quei gruppi.
    Penso che debbano essere liberi perchè credo che quando qualcuno è bravo in quello che fa non dovrebbe essere bloccato da leggi, per altro, come hanno già detto sopra, fatta soprattutto per facilitare amici di/parenti di/ ecc. ecc.

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