La Grecia, il default e le spese militari

Raccolgo uno spunto di Massimo Rocca, firma del gruppo L’espresso, a proposito di uno dei paradossi della situazione attuale in Europa. Come tutti sappiamo la Grecia è sull’orlo del baratro economico, tanto da aver annunciato il default se non verrà erogata la prossima tranche di aiuti economici da parte dell’FMI e della BCE. La cosa sta passando sotto silenzio da parte di molti media, evidentemente più attenti alla crisi italiana o alla cronaca spicciola. Come rilevava Rocca dei microfoni di Radio Capital il default di uno stato della zona euro equivale letteralmente a spalancare le porte a un’ondata speculativa volta a far crollare gli altri paesi a rischio (Spagna e Portogallo in primis, Irlanda subito dopo e l’Italia come piatto forte).

La tranche di aiuti è di circa sette miliardi di euro, in cambio gli enti erogatori continuano a chiedere al governo greco di licenziare altri statali e continuare a smantellare lo stato sociale. Peccato che come fa rilevare l’autorevole Die Zeit proprio in corrispondenza a questa scadenza la Grecia debba far fronte anche a spese rilevanti dal punto di vista delle forniture militari (concordate negli anni scorsi nel quadro NATO) e che in pratica la somma totale da versare sia pari o superiore agli aiuti. Spiegare una cosa del genere ai disoccupati o a chi ha visto ridursi stipendi e pensioni non è certo facile.

Si parla di cacciabombardieri, elicotteri, sottomarini, fregate, pattugliatori, munizioni per carri armati. Quasi tutto prodotto in Europa, in maniera preponderante da industrie tedesche. Il periodico si domanda come sia possibile che in un periodo di estrema crisi si debbano onorare questi contratti piuttosto che destinare le risorse al rilancio dell’economia e alle altre misure concordate in sede europea o nei protocolli firmati con l’FMI e la BCE. Rocca ha rilanciato la notizia, in modo da far riflettere anche sulle nostre spese militari in corso (anche noi per cacciabombardieri F-35 e fregate FREMM spenderemo miliardi di euro).

Davanti a un quadro economico di recessione e con i livelli di disoccupazione schizzati alle stelle come pensare di non trovarsi di fronte alla totale ostilità dell’opinione pubblica di fronte a queste spese? Come porsi di fronte ad impegni così rilevanti, contratti in un momento in cui il ciclo economico era positivo e le bugie raccontate sui bilanci dello Stato consentivano di rimanere senza affanni al livello dei partner europei? Si possono rinegoziare questi contratti? È possibile portare il problema in sede NATO e/o del parlamento europeo per ottenere di poter almeno posporre simili uscite?

Sempre nel corso di quest’anno problemi simili li avrà anche il Portogallo, già in fortissima crisi sociale per l’impatto delle misure economiche e prossimo ai ferri corti con l’FMI e la BCE. Data l’importanza del comparto strategico nell’industria europea (in particolare in Germania e in Italia) non è difficile immaginare ulteriori tensioni e ripercussioni sul PIL dei paesi interessati. Ne consegue che il ruolo delle istituzioni comunitarie non può essere solo finanziario e che tra i tanti temi che sono sul tavolo con la dicitura ‘urgente’ quello delle spese militari deve avere priorità se non si vuole alimentare l’ennesima spirale depressiva. È tutto connesso, che ci piaccia o no. Questa crisi infinita porta a due possibili direzioni, o si sviluppa sul serio un governo europeo o si abbandona qualsiasi velleità di unione.

Entrambi gli scenari sono forieri di problematiche enormi, la differenza è nelle prospettive. Una maggiore integrazione europea porta verso un quadro di crescita dove far valere il peso di mezzo miliardo di persone, la seconda spalanca le porte a una spirale discendente di svalutazioni e contrasti, fino a togliere la pedina Europa dal gioco mondiale a tutto favore dei paesi emergenti (BRIC, più Australia, Sud Africa e Indonesia). Quello che dobbiamo chiedere al governo Monti e a tutti gli altri esecutivi è portarci di peso nello scenario di crescita e usare questo periodo aspro per rinnovare la classe dirigente che ci ha affossato.

Di seguito il testo originale dell’articolo (la prima pagina, più esplicativa):

Den Wunschzettel des griechischen Verteidigungsministeriums hat der Mann im Kopf: bis zu 60 Kampfflugzeuge vom Typ Eurofighter für vielleicht 3,9 Milliarden Euro. Französische Fregatten für über vier Milliarden, Patrouillenboote für 400 Millionen Euro; ebenso viel kostet die nötige Modernisierung der existierenden griechischen Flotte. Dann fehle es noch an Munition für die Leopard-Panzer, außerdem müssten zwei amerikanische Apache-Hubschrauber ersetzt werden. Ach ja, und dann würde man gerne deutsche U-Boote kaufen, Gesamtpreis: zwei Milliarden Euro.

Was der Mann, der in Griechenlands Verteidigungsministerium ein und aus geht, in einem Athener Café da von sich gibt, klingt absurd. Ein Staat, der kurz vor der Pleite steht und mit Milliarden von der Europäischen Union gestützt wird, will massenweise Waffen kaufen? Der Mann im Café ist auf Fotos häufig neben dem Verteidigungsminister oder Generälen der Armee zu sehen, er telefoniert oft mit diesen Leuten, er kennt sich also aus. Er weiß, wie sensibel das Thema ist, und möchte daher – wie die meisten Gesprächspartner – nicht mit Namen in der Zeitung stehen. Selbst er hält Rüstungskäufe derzeit nicht für vermittelbar. Doch sehr bald könne sich das ändern, sagt er: »Sollte Griechenland im März die nächste Tranche der Finanzhilfen über voraussichtlich 80 Milliarden Euro ausgezahlt bekommen, gibt es eine reelle Chance, neue Rüstungsverträge abzuschließen.«

Wenn nur eine Milliarde übrig bleibe, so der Mann, könnte man beispielsweise erste Eurofighter oder Fregatten verbindlich bestellen.

Eigentlich unglaublich: In diesem Frühjahr entscheidet sich, ob Griechenland im Euro-Raum überlebt oder zur Drachme zurückkehrt. An dem Morgen, an dem im Café freimütig Interna ausgeplaudert werden, behandeln Mediziner in Athener Krankenhäusern nur noch Notfälle, streiken Busfahrer, fehlen noch immer Schulbücher in den Schulen und demonstrieren Tausende Staatsbedienstete gegen ihre angekündigte Entlassung. Griechenlands Regierung verkündet ein neues Sparprogramm, das kaum einen Griechen verschont.

Es sei denn, er arbeitet beim Militär oder in der Rüstungsindustrie. An diesen beiden Bereichen ist nämlich noch jedes Sparpaket beinahe spurlos vorübergegangen.

Griechenland ist nach Portugal der größte Abnehmer deutscher Waffen

2010 betrug der griechische Rüstungsetat fast sieben Milliarden Euro. Das entsprach knapp drei Prozent der Wirtschaftsleistung, eine Zahl, die in der Nato nur von den USA übertroffen wurde. Zwar kürzte das Verteidigungsministerium 2011 die Rüstungs-Neubeschaffungen um 500 Millionen Euro. Das aber sorge nur dafür, dass der künftige Bedarf umso höher ausfalle, sagt ein Rüstungsexperte. Denn an der Truppenstärke von fast 130.000 Soldaten ändert sich vorerst nichts.

Unter Griechenlands EU-Partnern gibt es nur wenige, die sich öffentlich dafür aussprechen, die griechischen Rüstungsvorhaben umgehend und für lange Zeit zu stoppen. Einer ist Daniel Cohn-Bendit, Chef der Grünen im Europaparlament: »Von außen greifen die EU-Länder in praktisch alle Rechte Griechenlands ein. Krankenschwestern wird der Lohn gekürzt, und alles Mögliche soll privatisiert werden. Nur beim Verteidigungshaushalt heißt es plötzlich, das sei ein souveränes Recht des Staates. Das ist doch surreal.«

Cohn-Bendit glaubt, dass hinter dem Zaudern Europas handfeste wirtschaftliche Interessen stehen. Hauptprofiteur der griechischen Aufrüstungspolitik ist dabei ausgerechnet Europas Sparmeister Deutschland. Laut dem gerade veröffentlichten Rüstungsexportbericht 2010 sind die Griechen nach den Portugiesen – auch ein Staat kurz vor der Pleite – die größten Abnehmer deutscher Kriegswaffen. Spanische und griechische Zeitungen verbreiteten gar das Gerücht, Angela Merkel und Frankreichs Präsident Nicolas Sarkozy hätten Griechenlands Ex-Premier Giorgos Papandreou noch Ende Oktober am Rande eines Gipfeltreffens daran erinnert, bestehende Rüstungsaufträge zu erfüllen oder gar neue abzuschließen. Im Umfeld Papandreous wird das nicht bestätigt, auch die Bundesregierung dementiert entschieden: »Meldungen, Bundeskanzlerin Merkel und Präsident Sarkozy hätten Griechenland jüngst zu neuen Rüstungsgeschäften gedrängt, entbehren jeder Grundlage«, teilt ein Sprecher per E-Mail mit.

14 thoughts on “La Grecia, il default e le spese militari

  1. Il rischio default europeo è sempre più vicino, io credo che l’Europa nel periodo 2002-2004 ha sprecato diverse occasioni per creare un governo unitario.
    I loro errori li stiamo pagando oggi.
    Tu ti chiedi come spiegare le spese militari al disoccupato o al pensionato.
    Io dico invece che sia ora che s’incominci a pensare alle politiche sociali invece di continuare a sprecare soldi per spese militari.
    E sarebbe ora, finalmente, che l’Europa cominci a darsi una governance strutturata e non a lasciare tutto nelle mani delle banche e del FMI.

    • In realtà la fase migliore come potenziale è stata quella compresa tra 1995 e 2000, quando i passi amministrativi e politici dell’euro si stavano svolgendo in un clima molto favorevole. Sul lato integrazione abbiamo in seguito rallentato moltissimo, gli accordi di Schengen ci sono costati il progetto di difesa integrata e tutto quello che si sarebbe portato dietro.
      L’europa deve cominciare a pensare in modo differente e forse lo sta facendo. Guarda l’Ungheria, la stanno praticamente costringendo a venire a patti sulla svolta autoritaria che ha intrapreso. Il primo passo è mettere la BCE sullo stesso piano della FED.

  2. Quando leggo di queste cose mi viene anzitutto di che inc**rmi. Perché mi dico, dobbiamo spendere miliardi per acquistare armi di morte invece di investire in servizi? E non vale dire che l’industria della guerra mantiene molti paesi tra cui l’Italia! Perché i soldi che si investono in armi possono essere investiti in altro, creando comunque lavoro; si tratta solo di spostare… il tiro degli investimenti! Ma d’altra parte rifletto sul fatto che la situazione che stiamo vivendo viene da troppo lontano per essere cambiata in pochi mesi solo perché abbiamo aperto gli occhi su tutto il marcio che c’è nel mondo. Forse, paradossalmente, sarebbe meglio aver già toccato il fondo, per poter ripartire da zero, da basi completamente nuove, senza dover avere niente da salvare.

    • Convertire del tutto o in parte il comparto industriale-militare non è impresa da poco. Anche perché gran parte della produzione è export extra europeo, ergo soldi freschi per le economie del vecchio continente. Quello che andrebbe fatto è rinegoziare l’intera partita europea per correggere gli errori commessi nel frattempo.
      Toccare il fondo non sarebbe meglio. Il costo sociale sarebbe astronomico, rischieremmo di tornare all’800 con i problemi di oggi. Praticamente insostenibile.

      • Io ragiono da vecchio idealista massimalista, non da economista. Forse perché in vita mia ho ricominciato tante volte da capo (spesso purtroppo!), ma mi rendo conto che a questi livelli le cose stanno molto diversamente. Ma un’utopia che predicasse il ritorno alla terra e una vita in stile quaqquero non mi sembrerebbe malvagia. Cosa valgono di più: le conquiste della tecnologia o uno stile di vita equilibrato e (apparentemente) più salutare? Certo poi quando cominciamo a parlare di salute fisica, medicina e altre cose del genere, non possiamo prescindere dalla modernità.

      • In realtà credo sia possibile graduare la tecnologia. Nel senso di abbandonare progressivamente quella più inquinante ed energivora a favore di industrie e servizi più di basso impatto per la Terra. Le transizioni di sistema come queste sono di norma lente, gli strappi bruschi come la prima rivoluzione industriale hanno avuto effetti sociali ed economici devastanti.

  3. È proprio questa interconnessione fra tanti settori diversi e tante tematiche apparentemente slegate che rende così difficile individuare una soluzione efficace, e soprattutto metterla in pratica.

    Un’Unione Europea che possa definirsi tale oltre al nome e alla facciata sarebbe veramente auspicabile; fino a questo momento non si è concretizzata, per numerosi motivi fra i quali anche la convenienza di “altre potenze” per le quali uno stato europeo sarebbe stato un rivale di peso, sicuramente non ignorabile; il vecchio sistema del divide et impera.
    Credo che in questo contesto occorra lasciare da parte ogni nazionalismo o particolarismo (concetti, ricordiamolo, nati nell’ottocento, perlomeno nell’accezione attuale ed ormai superati; anche se forse molti “vecchioni” non se ne rendono conto) e lavorare insieme per uno scopo comune.
    Ma invece di favorire l’integrazione, sia a livello istituzionale (ma seriamente) che culturale, noi ce ne stiamo a piagnucolare perchè ci sentiamo inferiori a Francia e soprattutto Germania e pensiamo di acquistare peso a livello internazionale battendo i piedi; gli inglesi ancora faticano a comprendere che il loro caro vecchio impero non c’è più da diverso tempo ormai; e di esempi ce ne sarebbero altri.

    Certo è che occorrerebbe trovare forme di collaborazione e di crescita che non lascino spazio alle evidenti contraddizioni come quelle che hai citato, ovvero il dover forzatamente ottemperare ad obblighi militari a scapito dei diritti dei cittadini e dei lavoratori; come giustamente fai notare, oltre al dilemma morale c’è anche l’effetto di una vera e propria bomba mediatica.

    P.S. Non sapevo sapessi il tedesco!

    • Il modello economico-produttivo è globale in tutti i sensi. Non si può parcellizzare nessun settore, neppure il più piccolo. Proprio per questo si deve parlare di cambio di paradigma piuttosto che di singole riforme e il passaggio più difficile è abbandonare progressivamente parti della propria sovranità nazionale a favore di un soggetto ‘tecnico’, non sentito dalla popolazione come proprio.
      L’Europa a 27, se unita, può prendere un posto di primissimo piano nel mondo. Fino ad essere il traino di questo millennio.
      p.s. il tedesco più saperlo lo ricordo, abbastanza da cavarmela. L’articolo l’ha scovato Rocca, non io. Non riesco a tenere d’occhio anche i media tedeschi anche se ne varrebbe la pena.

  4. Beh, la ARD la maggiore tra le DUE emittenti pubbliche della Germania ( l ‘altra è la ZDF, un po più regionalistica) spesso produce cose di grande spessore ed interesse.

    • Sì, le reti generaliste tedesche spesso riescono ad affrancarsi dalle politiche governative e a svolgere il ruolo del servizio pubblico che gli spetta. Non che siano esenti da lottizzazioni o sponsorizzazioni ma riescono a contenere i danni. Anche nei gruppi privati spesso si affacciano buone inchieste.

  5. Viene a mente il grande Alberto Sordi in “Finché c’è guerra c’è speranza”: alla fine è tutta una sporca questione di soldi. Ora, in mondo sempre più interconnesso e sempre più in crisi non è più un affare per pochi da fare in camuffa. Non è più cosa che i governi possano mettere in sordina mentre la gente fa altro. Non adesso che si chiede alle persone di fare enormi sacrifici.
    Basterebbe dell’elementare buonsenso ma sembra che l’inerzia dei rispettivi interessi di “bottega” sia tale da farci vedere queste assurdità.

    • Come detto anche in altre occasioni quello che si prospetta è un cambio di paradigma, la necessità imperativa di fare le cose in altro modo rispetto a quanto avvenuto negli ultimi decenni. E’ una sfida, un monumento da costruire all’immaginazione necessaria per rifondare tante parti della società per rimetterla a misura d’uomo. Allo stesso tempo è l’ultimo treno possibile per l’Europa, perso il quale c’è solo il declino.

  6. Tanto per contribuire al senso di oppressione, dai un’occhiata a questo…

    (Di hartmann sto leggendo una bella analisi del sistema economico/politico americano – intitolato molto appropriatamente “Screwed”)

    • E’ uno scenario, descritto in maniera adatta al mezzo televisivo. Non dubito che Hartmann sia in grado di articolarlo in maniera approfondita. Parliamoci chiaro, è una possibilità realistica e fondata su fatti veri. Non credo però che sia lo scenario più probabile o che non ci sia alcuna possibilità di ribaltare anche gli elementi più negativi. Il tutto senza leader da miracolo economico o simili. Il cambiamento vero del ventunesimo secolo potrebbe proprio essere guidato dal basso, con la violenza contenuta a fattori minimi.

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