Il sangue della Siria

Quando guardo la mappa della Siria non posso fare a meno di visualizzare in contemporanea un display, cifre rosso sangue su sfondo nero che lentamente descrescono. È il tempo. A seconda del punto di vista può essere il tempo che rimane al governo di Bashar al-Assad prima di essere travolto o quello che rimane alla popolazione, ridotta all’estremo in ampie zone del paese.

Strano paese la Siria. Importante cliente per l’industria bellica russa, utile fastidio da agitare in faccia agli americani per i cinesi, pedina contesa tra l’influenza iraniana e la voglia turca di cambiare tutti gli equilibri nell’area. Il tutto con Israele che sta a guardare dall’alto delle postazioni sulle alture del Golan e il perpetuo agitarsi delle democrazie occidentali che annaspano per cercare uno spazio di trattativa inesistente.

Non stupisce che qui la primavera araba abbia trovato terreno fertile. La combinazione di alta pressione demografica, tasso di disoccupazione in aumento e regime dittatoriale di per sé era sufficiente e il relativo successo della protesta in Egitto e in Libia hanno fatto il resto. Il controllo del partito Ba’ath e dei relativi apparati è ferreo nella capitale ma non raggiunge gran parte del territorio nazionale, specialmente nelle regioni più vicine alla frontiera turca.

Bashar al-Assad non è in grado di bilanciare la posizione del suo paese come aveva fatto il padre nei decenni precedenti durante la guerra fredda e nel turbolento periodo successivo. Aver giocato su due tavoli in maniera ambigua e violenta come è stato fatto da una parte in Libano e dall’altra nello schierarsi nell’alleanza contro Saddam Hussein ha avuto come effetto il circondare la Siria di nazioni potenzialmente o apertamente ostili.  Nelle alte gerarchie militari, malgrado le epurazioni degli ultimi anni, ci sono ancora diversi ufficiali che hanno partecipato alle feroci repressioni degli anni ’80 e che sono più fedeli a Tehran che non agli Assad.

Proprio nell’attività iraniana e ai movimenti ad essa collegati come Hezbollah e Hamas si può collegare la fine del predominio siriano in Libano, altro chiodo nella bara per la credibilità di Bashar al-Assad e dei vertici del partito al potere. Tutti i burattinai che si affollano attorno alla nazione siriana sembrano adesso prendere tempo, valutare le possibili soluzioni per sostituire il vertice della piramide tentando di lasciare gli equilibri interni inalterati. Gli alawiti al potere hanno ben presente la lezione impartita ai vicini iracheni nel post Saddam e non vogliono subire la vendetta della maggioranza sunnita che hanno schiacciato per decenni.

Paradossalmente l’unica salvezza del regime siriano sta nei suoi oppositori. Sono in grado di far fronte comune contro il Ba’ath ma non possono esprimere un governo alternativo o un’alleanza che sia credibile per gli interlocutori stranieri. Si sta replicando lo schema visto in Egitto, con i movimenti di ispirazione religiosa che per numeri e seguito sono in grado di prendere il sopravvento sugli studenti e su quello che resta della borghesia locale. Negli ultimi mesi sta emergendo un ruolo preponderante di quella parte delle forze armate che si sono ribellate al potere centrale, il che porta verso uno scenario da guerra civile.

Il popolo siriano, già seriamente impoverito per il peggioramento drastico dell’economia negli ultimi anni, non può neppure sperare in una missione internazionale come è accaduto per la Libia. Russia e Cina hanno posto il veto proprio per impedire qualsiasi mossa del genere e la crisi economica ha fatto il resto. Nei budget della Difesa dei maggiori paesi della NATO non si sono i soldi necessari per operazioni di deny flight sul territorio siriano, senza contare che sarebbe necessario utilizzare le basi in Turchia per questioni logistiche.

Poco credibile appare un intervento militare della Lega Araba, al più in grado di veicolare investimenti da parte qatariota o saudita verso una missione internazionale che abbiamo già visto essere improbabile. Gli unici in grado di risolvere la questione sembrano essere gli stessi siriani, con il probabile scenario di una carneficina che potrebbe andare avanti per tutto quest’anno. Personalmente temo anche dei colpi di coda, frutto di disperazione, da parte di al-Assad. Cercare di tirare in mezzo Israele al conflitto, cavalcare l’astio verso Tel Aviv dell’intera regione per far sopravvivere il regime. Ci provò anche Saddam al-Husseini e il governo israeliano di allora seppe mantenere la calma, dubito che l’attuale esecutivo sia in grado di fare lo stesso date le tensioni già presenti con l’Iran. Un attacco ad Israele e soprattutto una risposta massiccia da parte dello stato ebraico potrebbero contribuire ad incendiare l’intera area.

(nota bene: la mappa è di pubblico dominio, fa parte della serie prodotta dalla CIA per i loro Factbook annuali)

13 thoughts on “Il sangue della Siria

  1. Non scordiamo neanche la presenza di un 10\12 % della popolazione di religione cristiana, malvisti dalla maggioranza mussulmana ma tollerati dal regime, più o meno come accadeva nell’Iraq di Saddam Hussein, che rappresenterebbero un ulteriore motivo di crisi in caso di caduta del regime.

    • Quel segmento rischia di fare la fine dei copti in Egitto. Nel loro relativo benessere stanno sulle scatole a parecchi sunniti, si sono spesso attirati l’accusa di collaborare con il governo. Non a caso in parecchi stanno cercando di uscire dal paese, direzione Libano.

  2. I cristiani fanno il tifo per Assad, l’unico che li tutela, e nemmeno troppo velatamente.
    Sbaglio o qualche settimana fa c’è stata una sorta di lettera aperta di alcuni chierici cristiani siriani, per chiedere più o meno una certo sostegno occidentale al regime?
    Comunque, al di là delle sacrosante rivendicazioni del popolo, siamo sicuri che quel che verrà dopo sarà meglio?
    A me la sola idea procura più di un brivido. Del resto vie di mezzo paiono non essercene più.

    • La comunità cristiana è uno dei contrappesi del partito Ba’ath, schema del tutto simile a quello che era presente in Iraq (ti ricordi Tareq Aziz?), l’idea risale al padre di Bashar al-Assad che voleva presentarsi in maniera accettabile all’Occidente e contemporaneamente cercare nella comunità cristiano-maronita del Libano una sponda per le sue mire egemoni su quel paese. De facto rischiano di essere stritolati nel dopo Assad in maniera simile a quanto sta accadendo alla comuinità copta in Egitto e a quanto è già successo nel già citato Iraq del dopo Saddam. I cristiani nel Medio Oriente sono l’elemento dispari, hanno preso il posto degli ebrei nell’elenco dei bersagli da additare alle masse.

  3. La vedo difficile,comumque vada a finire sarà un bagno di sangue.
    Non mi viene in mente nessun conflitto ove i vincitori non abbiano regolato i conti con i perdenti; sopratutto dove la colpa per gli insuccessi/fallimenti del successivo governo non vengono attribuite hai perdenti o a minoranze scomode.

    • Difficile che una dittatura finisca in maniera tranquilla, specialmente quando a reggerne le sorti c’è una minoranza religiosa che ha fatto di tutto per usare il potere contro il resto del paese (anche qui, schema già visto in Iraq) e dove c’è una storia di repressioni a suon di carri armati e artiglieria, polizia segreta e stragi. Forse la famiglia al-Assad riuscirà a riparare all’estero, forse si salveranno i gerarchi più previdenti. Ma non è difficile prevedere uno scenario simile a quello libico, c’è troppo odio.

  4. Questi tuoi post sulla situazione mediorientale sono molto molto utili, almeno per me che vedo quelle realtà da parecchio lontano.
    Posso chiederti quali sono le tue fonti e su cosa basi le tue riflessioni sul futuro dell’area?

    • Mi chiedi di sintetizzare una parte rilevante della mia vita, non è semplicissimo. Sono vent’anni che mi interesso di strategia, geopolitica, storia e politica. Se ci aggiungi anche che cerco di esplorare le ragioni macroeconomiche dei conflitti diventa un po’ un problema dare la dimensione della cosa.
      Cosa uso come fonti? Tutte fonti libere, non ho accesso a chissà quali dati riservati. Passo da siti come debka e una trentina di giornali on-line in lingua inglese, da periodici come Limes (a volte ottimo) agli articoli del gruppo Jane’s, da Al-Jazeera alla CHN. Poi leggo come un disgraziato. C’è tutta una saggistica di nicchia che parla di strategia, i white paper delle compagnie petrolifere e dell’ONU, i rapporti di alcune onlus che ritengo affidabili. Poi c’è la CIA con il suo factbook annuale che è ottimo per tenere dietro a chi governa nei singoli paesi e per raffrontare dati economici.
      Le riflessioni nascono dall’elaborazione delle informazioni in primis, dalla storia recente dell’area in esame e da quanto è successo di recente nella stessa zona. Cerco di metterci un minimo di ottimismo, spesso è la parte più difficile.

      • Complimenti per le tue capacità di sintesi!
        Mettere insieme tante informazioni e distillarle in post chiari e leggibili come i tuoi è un talento mica da poco.

        (E sì, credo anch’io che visti gli argomenti, dare un taglio al pezzo se non ottimista, almeno possibiista, sia la cosa più difficile…)

      • Il prezzo da pagare per la sintesi è l’impossibilità di esplorare tutte le sfumature, i fatti correlati. Ho la presunzione di affermare che di queste cose si parla poco e male e che in generale nel nostro paese ci sia una certa ignoranza di fondo sui temi militari / geopolitici. Peccato che siano due fattori che non possiamo permetterci di non considerare.
        Grazie per i complimenti ma c’è tantissima strada da fare. A volte leggo articoli che mi lasciano con la sensazione di essere un bambino di sei anni che guarda la sua prima pagina di lettere maiuscole.

  5. Ancora una volta devo farti i miei complimenti, come iguanajo! La tua passione per questi argomenti traspare proprio da come riesci a domarli e renderli semplici. Io non ho questa capacità di sintesi soprattutto perché mi mancano tutti i presupposti di conoscenza di economia e storia; però la mia impressione (proprio seguendo i tuoi ultimi post sulla politica mediorientale e le notizie di cronaca) è che di questa polveriera internazionale potrebbe servirsi qualche stato (piccolo o grande) per far scoccare una scintilla di guerra allargata. Ormai il medioriente è il mondo intero, così come lo è l’Europa, l’Asia ecc.. E’ facile innescare un meccanismo di guerra che tocchi più stati in diversi continenti; chiamala pure guerra mondiale.

    • Non credo a uno scenario da terza guerra mondiale, non con tante armi di distruzione di massa nella mani di USA, Russia e Cina (per tacere di Israele, Corea del Nord, Inghilterra e Francia). L’ipotesi di un conflitto regionale è decisamente più probabile, specialmente se davvero si sta meditando di fare il doppio colpo Siria-Iran. Quanto ai conflitti globali, siamo passati su un altro livello. La crisi del 2007-2008 non è solo economica ma ha tutto l’aspetto di un nuovo tipo di conflitto globale.

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