Marco Biagi, dieci anni fa

Dieci anni fa, il 19 marzo 2002, veniva assassinato Marco Biagi. Un uomo solo, colpito alle spalle mentre rientrava a casa dopo una giornata di lavoro. Un professore universitario, una persona normale, eliminato da un gruppo di vigliacchi solo perché un bersaglio facile, un trionfo simbolico di quell’idiozia che è stata la lotta armata in Italia.

Biagi fu lasciato solo. Gli fu negato il rinnovo della scorta, furono ignorate le sue richieste e le sue preoccupazioni. Facile quindi uccidere un uomo disarmato, usarlo come simbolo di un metodo di lotta condannato dalla storia come inutile. Tutto per il lavoro di una vita, lo studio e la comparazione dei temi legati al mercato del lavoro.

Dopo la tragedia le beffe. Le ipocrite dimissioni di Scajola, la decisione volgare di intitolargli una legge che accoglieva solo una minima parte delle sue idee (Legge n.30 / 2003), una serie infinita di dichiarazioni pubbliche di facciata, dove ci si faceva scudo della tragedia di una famiglia e dei sentimenti di una nazione per portare avanti una politica idiota.

I responsabili dell’omicidio sono stati catturati e condannati in via definitiva. Piccola consolazione ma c’è almeno il senso di un atto di giustizia. Ma chi ha abbandonato al proprio destino uno studioso sta ancora bellamente prosperando nella greppia di Stato, continua a fare gli affari propri e dei propri sodali alla faccia del ruolo di servizio che essere eletti dovrebbe comportare.

Gli studi di Biagi gli sopravvivono, i suoi allievi e colleghi continuano a lavorare. E’ stata anche creata una fondazione che porta il suo nome. Impossibile sapere quante idee abbiamo perso con la sua scomparsa, così come non è possibile essere del tutto sereni quando si richiama alla mente la sua vicenda.

 

La scheda di Wikipedia che riepiloga vita e carriera di Marco Biagi

La scheda di Wikipedia che riepiloga l’omicidio Biagi

 

6 thoughts on “Marco Biagi, dieci anni fa

  1. La sensazione è proprio quella di una vittima sacrificale, lasciato solo perchè serviva un “martire”, proprio cinque minuti fa sulla replica de “LA STORIA SIAMO NOI” ho ascoltato le ipocrite dichiarazioni dell’ex ministro Sacconi che sostiene di aver avvertito Biagi di “stare attento” durante i suoi percorsi giornalieri.
    Impegnarsi per la scorta,no. eh?

  2. Impossibile sapere quante idee abbiamo perso con la sua scomparsa”
    Dati i benefici che un’intera generazione ha avuto dalla legge biagi (legge che ha rovinato la vita a un’intera generazione di italiani, sopratutto giovani, che si sono visti ridurre a schiavi senza diritti, sfruttati, umiliati

    • Ciao, capisco molto bene la rabbia per la cosidetta “Legge Biagi” e per i danni che il precariato ha fatto e sta facendo a due generazioni di lavoratori. Tuttavia va fatta una distinzione, chiara e precisa, tra il lavoro del professor Biagi e la legge che lo Stato ha promulgato con il suo nome.
      Ci sono differenze enormi tra le due cose. Non a caso la famiglia Biagi ha duramente contestato le decisione del governo Berlusconi di appropriarsi della memoria del loro congiunto per intitolargli una legge che si discosta così tanto dal suo lavoro.

  3. spremuti come limoni e lasciati in balìa della precarietà più totale….beh, per fortuna che abbiamo perso molte altre sue idee!
    Vorrei sapere se chi ricorda marco biagi, ricorda anche i milioni di italiani suoi vittime.

    • Proseguo qui per dirti che ho avuto l’occasione di leggere i paper che riassumono il lavoro di Biagi per le riforme del mercato del lavoro, un disegno grandioso che ne tocca tutti gli aspetti per modificare la realtà attuale in una direzione molto simile agli strombazzatissimi modelli danese e tedesco.
      Parlare di vittime quando ci si riferisce a due generazioni di precari non lo trovo esagerato, anzi credo giusto parlare di tradimento da parte dello Stato nei loro confronti. Tuttavia associare la figura di Marco Biagi a una pessima legge non è giusto. Le responsabilità sono eminentemente politiche, a partire da personaggi assurdi come Sacconi. Biagi, come D’Antona, ha pagato essere diventato un simbolo (suo malgrado) di una riforma.

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