Un passo avanti

C’è stato un tempo, per molti lontano, in cui i cittadini potevano rivolgersi alla Pubblica Amministrazione con il timore derivato dall’ignoranza.

Spesso i richiedenti non sapevano neppure leggere e scrivere o avevano un livello di scolarizzazione molto basso.

Per queste persone rivolgersi a un diplomato o a un laureato era entrare in un livello di comunicazione diverso e farsi strada in mezzo alla burocrazia diventava un’impresa degna del miglior Indiana Jones.

In tempi come quelli poteva anche essere giustificata una distanza, non meramente fisica, tra la PPAA e i cittadini. Non a caso il ceto medio o non esisteva o era ai suoi albori e la democrazia finiva per essere espressione di un certo numero di oligarchie, almeno secondo la mia opinione. La storiellina italica secondo la quale in un paese le persone importanti erano il prete, il sindaco, il dottore e il maresciallo dei Carabinieri ha delle radici solide, più estese di quello che si potrebbe pensare.

Tutto questo poteva appunto essere vero tempo fa. Le condizioni attuali, per censo e livello di istruzione diffusa, dovrebbero mostrare una distanza abnorme da quella condizione. Dovrebbe. Diventa una parola grossa quando si va a toccare con mano come stanno le cose in una città media italiana. Persone con buone qualifiche professionali, ruoli non trascurabili nei rispettivi luoghi di lavoro e una formazione adeguata quando devono rapportarsi con la PPAA si fanno piccini, regrediscono di fronte al linguaggio e alle forme della burocrazia.

La conseguenza, tanto ovvia quanto ineluttabile, è che dentro le PPAA si crea una mini casta di mandarini che pensa di poter fare il bello e il cattivo tempo, spesso con punte di arroganza degne delle commedie di Moliere. Questi personaggi ridicoli quando vengono finalmente affrontati da qualcuno che non ha paura di loro, della macchina amministrativa di cui fanno parte e che si permette anche di sapere di cosa parla (spesso meglio di loro) reagiscono arroccandosi, gonfiando il petto e minacciando conseguenze inenarrabili per l’incauto che ha osato metterli in discussione.

Bisogna anche capirli, dopotutto chi li ha messi al loro posto gli ha assicurato una briciola di potere, un’idea di controllo su cui hanno basato una buona parte della loro esperienza di adulti. Rendersi improvvisamente conto che il loro status è fondato sul nulla e che potrebbero addirittura essere messi di fronte ai propri errori e/o alle loro magagne combinate di concerto con i loro protettori è un vero choc. Peccato che ai normali cittadini non interessi fornire assistenza psicologica, neppure nella forma di un fazzoletto di carta quando i più emotivi (o i più falsi, fate voi) scoppiano a piangere per la tensione.

Chi viene assunto nella PPAA, non sto parlando dei precari che spesso sono quelli che tirano avanti la baracca, deve ricordare. Sì, ricordare. Di essere comunque fallace, di dover comunque studiare e tenersi aggiornato, di doversi mettere in discussione quando deve prendere decisioni che hanno a che fare con la vita dei cittadini. Una casa non è una particella di un foglio catastale, un contributo assistenziale non è una celletta di un foglio di calcolo, una scuola non è un edificio e così via. C’è sempre qualcuno alla fine del processo decisionale, qualcuno che potrebbe legittimamente mettere in discussione cosa è stato deciso.

Altra cosuccia da ricordare compete chi ha per nomina il controllo della PPAA. Nel senso della politica, sia essa locale o nazionale. Sussiste ancora un sentimento di intangibilità, una capacità di essere autoreferenziali e di doversi rapportare con il pubblico solo in prossimità delle scadenze elettorali. Il tutto mantenendo quella distanza a cui accennavo all’inizio, con la certezza di essere parte di un sistema in grado di perpetuarsi all’infinito. Anche per queste persone, trasversalmente rispetto allo schieramento politico, si sta avviando una stagione di piccole e grandi sorprese. Un vento irregolare e imprevedibile, in grado di spingere giù dallo scranno anche gli intoccabili.

Buffo notare che personaggi realmente acculturati come il filosofo Cacciari si trovino sullo stesso piano di personaggi con un cursus honorum ben più scarso, uniti dal disagio verso un quadro di riferimento politico e sociale diventato più liquido e incostante. A unirli è l’incapacità di vedere cosa sta succedendo nel presente, a non capire che al tramonto definitivo delle ideologie e del liberismo non può che seguire la scomparsa (mediatica, non fisica) dei personaggi che ne facevano parte. Per queste persone il pensiero di essere rimossi dall’agone pubblico è peggio della morte. Non fare più parte della triste carovana televisiva che migra da un talk show all’altro, non essere più tirati in ballo per qualsiasi cosa li rimuove dalla realtà.

Attenzione, questo non vuole dire che chi li sostituirà sarà migliore o più affidabile di loro. Né c’è garanzia di mantenere quello che fa parte della società così come la conosciamo. Chi si affaccerà ai piani alti del nostro paese nel prossimo futuro rischia di trovare parecchie macerie da rimuovere e strati interi di funzionari inchiodati nella difesa delle proprie guarentigie tali da ricordare le tragiche trincee della WWI. Questo nostro paese viene definito sempre come quello del Gattopardo, no? Dove non cambia mai nulla. Dove le facce, le voci, i tic di chi ci governa si sono impressi nella memoria, più di quelli dei nostri amici e parenti.

Gli esempi forniti dagli ultimi due turni di amministrative sono lampanti. In molti casi gli apparati potere locali volevano un risultato e la piazza ne ha dato uno di segno opposto, sempre in maniera trasversale rispetto ai precedenti equilibri. Non ci sono eccezioni territoriali o partiti che possano dire di esserne fuori, non ci sono roccaforti dove il tempo si è fermato. Persino personaggi come Formigoni vedono le crepe sul proprio ridotto valtellinese, altri scoprono con raccapriccio che il territorio è in grado di sfuggire a qualsiasi indicazione autoritaria o a respingere chi viene paracadutato dai centri di potere romani.

Siamo molto lontani da un sentimento diffuso di civismo, lontanissimi da quella norma di civiltà diffusa che dovrebbe essere il segno distintivo di una democrazia realmente matura. Ma abbiamo fatto dei passi avanti. Chi pensava di essere destinato a ricoprire il ruolo di Don Chisciotte ha avuto l’enorme sopresa di vedere che i mulini a vento altro non erano che quinte teatrali, per farle crollare bastava una spinta decisa o un soffio di vento. La conoscenza è potere, così diceva Francesco Bacone e questa è una lezione da non dimenticare. I detriti del passato, i personaggi che pensavano di poter fare e disfare, ci proveranno ancora e ancora, fino al loro sfinimento.  A noi tocca il felice ruolo di spingere quel tanto che basta da farli cadere.

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12 thoughts on “Un passo avanti

  1. A me questo cambiamento che si prospetta comunque mi fa un pò paura.
    Non che le cose come sono adesso vadano bene, anzi, ma quando si vuole voltare pagina non basta sapere cosa non si vuole, è necessario sapere COME si vuole cambiare.

    Forse esagero, ma nei processi storici che stiamo vivendo vedo qualche parallelismo non troppo piacevole con quelli che sono avvenuti un centinaio di anni fa.

    • Interessante parallelo, immagino tu ti riferisca al post WWI. Proprio ieri sera ricordavano quando la società della nazioni commissariò l’Austria che in quel dopoguerra era allo sfascio economico totale. L’impressione di muoversi al buio c’è tutta, non lo nego. E’ anche vero che siamo messi, non solo noi italiani, di fronte a necessità tali da imporre i cambiamenti come imperativo. Se usciamo bene da questi anni le prospettive potrebbero diventare molto interessanti.
      Quanto alla paura, è logico averne di fronte all’ignoto. Ma non deve fermarci. La paura in sé è la cosa più dannosa in assoluto.

      • Mi riferisco proprio al primo dopoguerra. Di punti di contatto ce ne sono molti.
        La crisi economica c’è ora come allora, in entrambi i casi la classe politica dominante non è stata in grado di fare fronte ai cambiamenti e rimanendo arrocata su posizioni conservative si è autodistrutta.
        Oggi si fa tanto parlare delle rivoluzioni digitali che permettono a tutti la partecipazione diretta, ma la politica come fenomeno di massa nacque proprio in quegli anni, anche in quel caso, guarda un pò, grazie alla diffusione della radio, che era niente più e niente meno che l’internet dell’epoca. E più in generale,
        E come conseguenza di tutto questo, movimenti basati sul populismo, sullo “sbarazziamocene”, la gente che sull’orlo della disperazione diventa pronta a dare consenso a chi promette miracoli (magari senza rendersi conto di ciò che sta realmente accadendo) e via dicendo.
        Quando dico di avere paura, intendo le conseguenze di ampia portata che tutto questo può avere, un esempio lo abbiamo con ciò che è successo a partire dagli anni venti. Nulla di buono.

      • Capisco il paragone, credo che il ricordo della repubblica di Weimar turbi chi conosce un minimo di storia. Il populismo non è mai stato una risposta adeguata alle esigenze di una qualsiasi nazione e vederne spuntare di nuovi e/o di riverniciati non fa certo ben sperare. Tuttavia vedo parecchie differenze, sia sul piano locale che su quello globale tra il primo dopoguerra e la fase attuale.
        Non mi riferisco ai media, utili ma non l’unico fattore decisivo, quanto al modo in cui ci si rapporta con i media. Guarda al recente terremoto, molte notizie sono rimbalzate via Twitter ben prima delle agenzie di stampa, al punto che diversi giornali on line hanno dato spazio alle segnalazioni prima che alle corrispondenze. Non è solo citizen journalism o qualche spunto di civismo, è un modo diverso di rapportarsi con la comunità.
        Come sai non sono un sociologo, né ho titoli simili per poter vantare competenze. Mi limito ad osservare e ragionare e per quello che capisco non ci sono le stesse spinte dappertutto. In Ungheria anche la destra populista che ha conquistato l’assoluta maggioranza alle ultime elezioni si trova a vacillare dopo aver tentato una svolta autoritaria, paesi come la Polonia hanno saputo trovare al proprio interno gli anticorpi per mettere in minoranza i partiti/movimenti legati all’ortodossia paleocattolica, i nostri vicini francesi hanno saputo vedere oltre le parole dell’ultimo clone gollista.

      • In realtà mi riferivo più alla situazione nostrana, dove i fenomeni di approccio diverso di cui parli mi sembrano cavalcati a dovere da personaggi come minimo dubbi.
        Insomma, Beppe Grillo. In momenti come questi occorrerebbe cercare fare ogni sforzo possibile per mantenere la coesione in modo da superare le difficoltà uniti, non approfittarne per propri scopi.
        Per quanto a molti possano sembrare sparate folkloristiche o semplicemente stupidaggini, cose come predicare l’abolimento del parlamento, l’abbandono dell’euro, le infelicissime dichiarazioni sulla mafia che non uccide nessuno, lo spalleggiamento di qualsiasi causa che abbia contrasti con l’autorità dello stato, delegittimare non una classe politica palesemente inadeguata ma la politica e le istituzioni stesse, e tutto il resto di questo non-programma, sono cose, a mio personale e modesto avviso, molto pericolose.

      • Grillo sta svolgendo un ruolo molto strano, trovo difficile inquadrarlo del tutto. E’ vero che sostiene ad intervalli tesi estreme e che sembra essere alla ricerca spasmodica di una visibilità ancora maggiore di quello che ha già. Di contro, va anche detto che le sue sparate più pesanti (i.e. sulla mafia) hanno suscitato reazioni contrarie anche nella società civile oltre che dai soliti, vetusti, rappresentanti della politica. Non credo che la sua parabola politica durerà a lungo e sono molto più interessato alla leva di persone che si stanno affacciando alla vita pubblica con il M5S che non al leader.
        La cosa interessante è che per le sue stesse regole Grillo non è eleggibile, il che gli lascia un ruolo da arbiter esterno che credo gradisca molto. Il fatto è che non si può essere contemporanemente dentro e fuori il sistema e che dopo l’ultima tornata amministrativa stiano emergendo con forza contrasti politici nel movimento tra “pragmatici” e “idealisti” mi fa pensare che stiamo per assistere alla nascita di un gruppo dirigente diverso dalla coppia Grillo/Casaleggio.

  2. Non vorrei apparire pessimista, ma nulla sta cambiando… proprio nulla!
    Sarà che sono abbastanza vecchio da ricordarmi gli anni ’70 (e non da poppante), sarà che gli sconvolgimenti dei primi anni ’90 li ho vissuti già perfettamente integrato in un sistema lavorativo di cui tanti profetizzavano il cambiamento, ma soltanto perchè non sapevano di cosa parlavano. Sarà che dopo altri vent’anni mi ritrovo troppo anziano per potermi permettere di essere idealista.
    E’ soltanto la fase di un ciclo!
    Quelli che nei ’70 volevano cambiare il mondo si son trovati le loro belle posizioni, le cattedre, gli studi professionali…
    Coloro che apparivano come la ventata del cambiamento degli anni ’90 si sono anch’essi omologati (come avrebbe detto P.P.P.) e tra diamanti e lauree hanno dimostrato di non essere diversi dagli altri quando giungevano al banchetto.
    Gli imbonitori che raccolgono oggi la rabbia non arriveranno nemmeno a durare vent’anni… tutto si scioglierà in una pappetta indefinita in tempi più brevi. Per questo il funzionario allo sportello, l’apparatchik della burocrazia in fondo non si scompone troppo… lui sa che il tempo smorza tutto, che tutto tornerà come è sempre stato… basta avere pazienza!
    L’idea che le nuove generazioni possano disporre di maggiore cultura, informazione, attenzione è una pia illusione.
    In questo Giuseppe Tomasi di Lampedusa è stato davvero geniale: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.»

    • La generazione degli anni ’60-’70 sta arrivando al capolinea, sia come anagrafe che come prospettive politiche. E’ questo che apre le porte a un ricambio anche negli strati più profondi della PPAA. Hai il pieno diritto a essere pessimista e a considerare di bassa portata i cambiamenti. Tuttavia credo che tu non abbia ragione, nel senso che le spinte che si stanno sviluppando sono davvero troppe per poter resistere.
      Un’altra differenza, rispetto al quadro post 1993, è che non vedo figure di rilievo pronte a occupare il proscenio per creare un altro ciclo ventennale. Dal mio punto di vista lo trovo positivo, meglio avere un periodo di relativa instabilità contenuta nel quadro istituzionale piuttosto di assistere all’ennesimo uomo “forte” che promette di risolvere i problemi facendo nel contempo quello che gli pare.
      Quanto alle nuove generazioni, tocca a loro fare le scelte del proprio futuro. Gli strumenti li hanno e sono loro che devono decidere se cambiare o diventare come chi li ha preceduti. Scelta individuale, la stessa che è toccata a noi quando è stato il nostro momento.

  3. Bel post ottimista. Io che sono un poco più giovincello (mica tanto, sono ormai pericolosamente vicino agli enta), nonostante veda un baratro buio nel futuro che mi si prospetta, allargando la visuale noto qualche spiraglio di speranza.

    Gli sconvolgimenti elettorali recenti hanno portato alla ribalta (senza voler fare nomi) gruppi “politici” che non possono essere paragonati agli estremismi di altri paesi (grecia ma anche francia), nonostante la solita pesante figura dell’arringamasse…
    Riguardo PPA, si dovrebbe fare di più per informatizzare tutta la baracca. Ci sarebbero soltanto benefici.

    • In condizioni di crisi e di cambiamento incombente il fattore di instabilità cresce e si affacciano voti di protesta di vario genere, per non parlare dei vari estremismi che trovano terreno fertile con le spinte più populiste. Anche per il quadro italico la soluzione dell’uomo forte sembra avviarvi verso il tramonto con il crollo dei consensi del centro destra, non vedo benissimo neppure Montezemolo.
      La PPAA dovrebbe essere indirizzata verso l’Open Source, unica vera soluzione per assicurarsi un rapporto costi benefici adeguato.

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