Pensieri olimpici

Osservando le Olimpiadi si possono notare cose interessanti, che vanno al di là del singolo fatto sportivo o del risultato destinato ad occupare la prima pagina dei quotidiani. Nello specifico non sto parlando di record o dei casi di doping, nè mi riferisco ai confronti tra nazioni sul medagliere che tanto fanno indispettire Grillo.

La prima cosa è l’evoluzione dei materiali. A detta degli atleti la nuova pista realizzata per le gare di atletica è molto veloce, in pratica l’ideale per guadagnare qualche centesimo sulle loro prestazioni. Questo ci parla di ricerca, di aziende (non so indicarvi quali siano) che hanno perfezionato il loro lavoro fino a superare quanto realizzato in precedenza. Ennesima dimostrazione che investire in ricerca porta risultati. Dopo le olimpiadi non è difficile pensare che le aziende in questione avranno un biglietto da visita notevole da presentare negli appalti per gli impianti.

Il concetto di ricerca si applica anche alle prestazioni degli atleti. Credo non sorprenda sapere che ogni singola prestazione viene analizzata nei dettagli e che l’evoluzione di ogni parametro metabolico sia tenuta sotto controllo per “programmare” i picchi di efficenza nell’arco della stagione agonistica. Se fino a qualche anno fa questo tipo di lavoro veniva utilizzato solo per il top level ora molte federazioni nazionali hanno esteso le attività a un numero più elevato di atleti, il che ha conseguenze interessanti sul piano scientifico.

Il secondo tema è più economico o se volete economico/politico. Le ultime due decadi ci hanno mostrato un fenomeno crescente, una forma di investimento che punta più al prestigio nazionale che non a ricadute economiche dirette. Paesi ricchissimi come il Qatar convincono a suon di dollari atleti di tutto il mondo ad acquisire la loro cittadinanza, altri come la Cina importano tecnici e preparatori per costruire in casa una generazione di atleti formata dai migliori. Le ricadute economiche sono di tipo indiretto, nel senso che gli atleti / le atlete fanno vetrina per le nazioni in questione, consentendo la creazione di merchandising e investimenti pubblicitari.

Terzo e ultimo tema, la fuga di cervelli. Questo riguarda molti paesi ma vorrei spostare il focus sull’Italia. Agganciando il tema precedente si può far notare come i successi della marcia per la squadra cinese derivino da un quadriennio di programmazione fatto da Sandro Damilano o come la squadra di judo russa sia sotto la direzione di Ezio Gamba. Sono solo due esempi, potrei fare molti altri nomi più o meno famosi. Questi tecnici sono evidentemente in grado di ottenere risultati e si sono trovati nelle condizioni di dover accettare proposte dall’estero data la carenza di investimenti in Italia. Triste ma vero.

Da tutto questo emerge la solita tesi, tanto logora quanto efficace. Se si vogliono ottenere risultati bisogna investire nella ricerca, se si vuole rendere forte un settore occorre programmare un lavoro di anni per arrivare ad ottenere risultati duraturi. Non ci sono scorciatoie e non ci si può nascondere dietro qualche ottimo talento in eterno.

6 thoughts on “Pensieri olimpici

  1. Sagge parole! Continuiamo a cercare di nasconderci dietro a quello che sapevamo fare in passato, “dimenticandoci” di quello che potremmo fare nel presente. E nel frattempo gli altri ci sorpassano, e noi li lasciamo fare…

    Ciao,
    Gianluca

    • Nello sport si palesa in maniera semplice il concetto di microimpresa; attorno al talento dello sportivo X si forma un nucleo di persone selezionate (tecnici e manager) per massimizzare la carriera dell’atleta con i relativi incassi economici. Non c’è ricaduta diretta sui colleghi di X, magari meno talentuosi ma suscettibili di miglioramento se avessero a disposizione la possibilità di lavorare insieme ai collaboratori di X.
      La conseguenza logica è che dopo X il giochino si ferma. Non c’è un settore che va avanti ma c’è una dispersione di competenze perchè i tecnici e i manager vanno dove sanno di trovare occasione di lavoro, spesso all’estero. L’unica ricaduta sul territorio è l’esempio sportivo di X che forse, in un tempo successivo, porterà all’emergere di un altro atleta, sempre che ci siano ancora le condizioni per permettergli di farlo.
      Semplice riportare il tutto alle tante microimprese italiane, spesso fondate e proseguite da una singola famiglia. Alla prima generazione non interessata o non allo stesso livello di capacità salta tutto per aria, senza benefici per il sistema produttivo o per la società in generale.

      • Concettualmente è un errore, ne convengo. Temo però che con il sistema attuale sia impossibile fare diversamente. L’era dello sport di Stato, degli atleti come simbolo nazionale è tramontata definitivamente dopo il 1989. La ricerca, i tecnici e le strutture costano e senza sponsor la vedo dura ripagare i costi, per non parlare delle legittime aspettative degli atleti. Qui in Italia lo sport “povero” tira avanti solo per i gruppi militari, senza lo stipendio e i contributi rimarrebbero solo i premi del CONI.

  2. Post molto interessante – raramente viene sottolineato come i meccanismi dello sport di alto livello siano gli stessi dell’industria o dell’economia.
    Ed è interessante come nessuno, durante le radiocronache, sottolinei come ci sia alle spalle del gesto atletico una lunga, faticosa, scientifica ricerca.

    • Sulla professionalità dei cronisti, specie di marca RAI, ci sarebbe da dire parecchio. Quasi mai in positivo. Anche i “tecnici” che utilizzano a corredo delle cronache a volte fanno rimanere basiti per le ovvietà che dicono. Anche qui si torna alla scarsa cultura scientifica.

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