Etichette e realtà

Una delle grandi fonti di umorismo involontario del dibattito politico italiano è la pretesa di appiccicare etichette improprie a politici e/o partiti, senza per questo comprendere cosa significhino le etichette in questione. Dopo il tramonto delle ideologie del ‘900 (fatevene una ragione, sono morte e sepolte) questo buffo fenomeno è ancora più divertente. La cosa si applica anche a fattori non strettamente ideologici, vediamo qualche esempio.

“Liberale” dovrebbe indicare chi appoggia un modello di Stato che entra il meno possibile nella vita dei cittadini che pur amministra, dove il livello di tassazione è mantenuto basso anche in ragione di una ridotta dotazione di servizi sociali. Inoltre lo Stato in questione, sempre secondo questa etichetta, non entra nel mondo industriale se non per salvaguardare interessi strategici e comunque lo fa nella maniera più ridotta possibile. L’assioma di fondo è che il mercato si aggiusta da sé, trovando un bilancio naturale tra domanda e offerta per contenere a un livello fruibile i prezzi e l’accesso ai servizi.

Ora pensate a tutti coloro che si definiscono liberali e hanno avuto responsabilità di governo in Italia. Se avete il minimo sindacale di memoria dovreste poter ricordare quanti di loro hanno fatto leggi o prodotto orientamenti reali di governo del paese in quella direzione. OK, chi di loro ha meritato questa definizione? Su, non è difficile! Dai, un minimo di sforzo…

Esatto. NESSUNO. Se non ci credete basta verificare quanto la pressione fiscale sia costantemente cresciuta nei periodi di governo dei “liberali”, come lo spoil system nelle aziende / enti statali non si sia mai interrotto, come ci si sia ben guardati dal compiere liberalizzazioni dei servizi o semplificazioni nella macchina fiscale dello Stato. Sotto questi “liberali” lo Stato è diventato sempre più pesante e sempre più presente nella vita pubblica.

Tra coloro che si sono auto attribuiti la definizione di “liberale” il mio preferito di sempre è diventato l’ex ministro Giulio Tremonti. Ha messo la faccia su un numero abnorme di condoni, sullo scudo fiscale, su leggi di finanza pubblica costruite sulla finanza creativa, è andato in giro per l’Europa a dire quanto era stimato qui e ha impunemente girato qui dicendo quanto era stimato in Europa. In più ci sono i libri. Meravigliosi. In pochi anni ha cambiato idea, radicalmente, almeno tre volte. Sempre dandone testimonianza scritta.

“Riformista” dovrebbe invece indicare un politico che si propone di cambiare profondamente lo Stato e le sue regole, in teoria per correggerne gli errori e i malfuzionamenti per prima cosa e nel contempo orientare lo sviluppo dello Stato stesso in accordo con la direzione presa dalle democrazie evolute. Data la situazione nel nostro paese questo tipo di figura dovrebbe incontrare grande successo, non fosse altro che per la mole di problemi che ci sono da risolvere e per le pesantissime eredità che ci tiriamo dietro dal passato.

Stesso giochino. Ricordate qualcuno che definendosi o essendo definito riformista, avendo responsabilità di governo in Italia, si sia realmente comportato di conseguenza? Il che significa, come detto prima, fare leggi o produrre orientamenti di governo del paese che vadano in quella direzione? Pensateci. Magari dopo aver smesso di ridere.

No, vi sbagliate. La risposta non è proprio nessuno. Potrà non piacere ma sotto i due governi Prodi qualcosa si era visto. Poco. Ma sempre meglio di nulla, no? Le “lenzuolate” di Bersani, quando era ministro, rimangono ad oggi i soli provvedimenti intesi a cambiare le regole di mercato che abbiano avuto un minimo di senso nella storia della Repubblica Italiana. Mettere mano al cuneo fiscale, volontà di Prodi, è stato un qualcosa che non è stato compreso da gran parte del pubblico ma ha rappresentato l’unico intervento recente su quel meccanismo che sia servito a qualcosa.

Tra i “riformisti” il mio preferito è Massimo D’Alema. Con quell’aria di aver capito qualsiasi cosa decenni prima degli altri, con i suoi interventi sempre giocati tra sarcasmo e citazioni, il suo volare tra modelli elettorali e un fiuto agghiacciante per la scelta dei suoi “delfini” questo signore ha scritto pagine di costume italico destinate purtroppo a non trovare un novello Flaiano che se ne occupi. Cosa rimarrà di tanto attivismo, di tanta teoria sulle riforme? Probabilmente la memoria della Bicamerale, perfetto esempio di come la politica non abbia molto a che fare con la realtà.

2 thoughts on “Etichette e realtà

  1. Sai che le mie idee sono di sinistra però in questo caso intervengo proprio a riguardo di quelli che in teoria, molto in teoria sarebbero della mia parte.
    Tu hai fatto l’esempio di Dalema ed io dico che mai esempio fu più indicato.
    Il “nostro” è in parlamento praticamente in maniera ininterrotta dal 1987 (ma forse sbaglio, probabilmente c’era già da prima) e praticamente ha sbagliato tutte le mosse politiche intraprese, sempre con quell’aria di chi ha capito tutto.
    Purtroppo risultati pratici: zero.
    Benefici per gli italiani dalla sua attività politica: zero.
    Distacco della sua parte politica dalla vita reale dei cittadini: aumentata esponenzialmente.

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