Dimostrare una tesi

L’esperienza del governo Monti, per quanto sia ancora in corso, è utile a sostenere una tesi molto pesante a proposito della differenza tra il nostro sistema politico / istituzionale e quello europeo di riferimento ovvero quello tedesco. La tesi può essere riassunta in poche parole: in Italia non esistono le condizioni per un governo di unità nazionale e di conseguenza per attuare un programma di riforme condiviso.

Il paragone è con la coalizione SPD-CDU-CSU guidata da Angela Merkel dal 2005 al 2009, governo reso possibile dal “passo indietro” di Gerhard Schroder dopo che le elezioni del 2005 avevano dato un risultato di sostanziale parità tra i due principali schieramenti. Al netto del risultato delle elezioni federali l’accordo fu reso possibile anche da una affermazione di responsabilità da parte dei governi dei singoli Land (i cui rappresentanti formano il Landsraat). In pratica la classe dirigente tedesca per favorire la formazione di un governo forte trovò un accordo in pochi giorni, passando sopra un notevole livello di animosità presente tra i principali esponenti della SPD rispetto ai leader della CDU (e viceversa).

Il precedente del governo di coalizione, l’ultimo esecutivo a guida Schroder (SPD/Verdi), è quello che stabilizzò il quadro economico tedesco portando a termine un programma di riforme massivo, condotto con il supporto fondamentale dei sindacati e un sostanziale accordo di non belligeranza con i conservatori durante alcuni passaggi dei lavori parlamentari. Tutto questo per dimostrare, con i fatti, che la classe dirigente tedesca è stata capace di pensare al di là della fine di un anno fiscale o di una scadenza elettorale, ragionando per cercare di dare un futuro stabile al proprio paese.  E’ la famosa differenza tra politici e statisti, aiutata da un sistema di valori condiviso che mette in grado anche personaggi discutibili (Schroder) o mediocri (Merkel) di guidare con mano forte il principale paese europeo.

Si potrebbe affermare, con più di una ragione, che anche l’Italia ha saputo far fronte a periodi particolari, sia per quanto riguarda la stretta attualità che nel recente passato. Il governo Amato e quello di Ciampi hanno potuto godere di un clima politico particolare per poter gestire emergenze finanziarie e in misura molto minore attorno al primo esecutivo Prodi in alcuni momenti c’è stato un sostegno maggiore della maggioranza politica che lo aveva espresso. L’esecutivo Monti come è noto si regge su una maggioranza inedita che mette assieme PD-PdL-UdC. La differenza è che si parla sempre di periodi limitati, un modo per mettere una toppa sulle falle della finanza pubblica, non prendendo mai in considerazione un orizzonte più ampio o meglio ancora, un progetto che possa essere condiviso negli anni a venire.

Se si considera la breve storia dell’Italia post WWII balza all’occhio come la differenza tra la prima generazione di politici e le successive sia sempre aumentata, a tutto scapito dei successori. Al di là della facile retorica e delle dichiarazioni da comizio, un’idea condivisa di Italia pare non esistere se si vanno a giudicare gli atti. Se siamo considerati inaffidabili non è solo colpa dei governi Berlusconi, come piace pensare a molti, ma di un clima politico che faceva durare un esecutivo in media dodici mesi e che rendeva impossibile concludere una legislatura di cinque anni. L’attuale centro destra altro non è che la discendenza malsana del vecchio patto DC-MSI, il distillato di anni di livore e di un sistema di selezione della classe dirigente palesemente inadeguato. Il campo del centro sinistra non offre di molto meglio, tra personaggi che sono rimasti al pre 1989 e altri che mirano confusamente a un soggetto socialdemocratico di incertissima discendenza. Il resto, tra ex democristiani in cerca d’autore e pseudo indipendentisti privi d’identità culturale, aumenta ancora (se possibile) la deriva della vita pubblica.

Altre differenze emergono dalla semplice comparazione della parte dedicata alla politica dei media delle due nazioni. Se si prendono due quotidiani come “Il Corriere della Sera” e il “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, entrambi di impronta fortemente conservatrice, e si va a vedere la lista degli argomenti trattati il paragone è sconfortante. Il 90% dei politici citati in Italia parla riferendosi al proprio partito e al proprio elettorato, le proposte per risolvere i problemi sono ridotte a poche parole (quasi sempre le stesse). Sulle pagine tedesche la maggioranza delle dichiarazioni parte dai fatti e/o dalle misure da intraprendere per risolvere dei problemi. Lo spazio delle polemiche, pur notevole, arriva dopo. I partiti maggiori (CDU-CSU, SPD, Verdi, Linke, Liberali) hanno identità precise, programmi che portano avanti da anni, sono riconoscibili al di là di chi ne sia il leader in questo momento. E’ facile concludere che il lettore italiano ricavi un quadro molto più confuso rispetto al vicino tedesco e di conseguenza sia molto più distante dalla politica.

Infine va riportato all’attenzione la perenne divisione in favorevoli e contrari, il clima di scontro continuo che attraversa l’Italia anche al di fuori della scena politica. Qualsiasi cosa succeda, qualsiasi sia il tema al centro dell’attenzione, vanno a formarsi due schieramenti che passano tutto il tempo possibile a sbranarsi senza proporre alcunché di concreto, in un tripudio di ignoranza che è difficile trovare altrove. Questa frammentazione ci ha danneggiati in ogni modo possibile, facendo perdere al nostro paese una serie infinita di possibilità interessanti o di occasioni di sviluppo. Non a caso siamo il paese occidentale con il più alto numero di controversie legali.

Da dove ripartire? Dalla base, dai valori fondanti di una nazione moderna. Da persone che riescano a stabilire un confine tra il proprio privato e l’interesse pubblico. Il buono di questa crisi infinita può essere proprio questo, far pulizia di chi è palesemente inadatto a rappresentare la comunità. La rabbia che ha portato tanti consensi alla Lega Nord nel recente passato e che adesso gonfia le vele del Movimento a cinque stelle è importante e mostra che almeno una parte della cittadinanza non si limita a mugugnare davanti a un televisore. Anche l’attenzione dedicata a una figura minore come Matteo Renzi mostra chiaramente come in tanti non ne possano più, che il pendolo della volontà popolare ora viaggia verso il rifiuto della classe dirigente attuale.

Tocca rialzarsi. Abbandonare le proprie abitudini, restringere gli spazi della propria vita privata e fare un passo avanti. Bussare con tutta la forza del caso al portone dei partiti o dei movimenti e dire “ci sono anche io”. Sì, di persona. Non tramite blog o social network. Non possiamo sperare che chi ha fatto male per tanto tempo improvvisamente si ravveda o che spontaneamente se ne vada senza fare resistenza. Bisogna bussare, urlare, dimostrare, fischiare. La differenza abissale che c’è tra il “sentirsi italiani” e il “sentirsi tedeschi” la possiamo colmare solo noi.

2 thoughts on “Dimostrare una tesi

  1. leggendo il tuo post verrebbe voglia di rispondere che gli italiani non sono ancora pronti ad essere “uno stato democratico”. Forse perché siamo cresciuti nel culto della personalità, nel senso che quando parliamo di politica ci riferiamo solo e sempre a “persone”: berlusconi ha detto questo, bersani ha risposto questo, di pietro vuole questo. Nessuno di noi (generalizzo!) è pronto a dire: penso che questa soluzione sia migliore -o peggiore. La massa biascica solo di “milioni di posti di lavoro” da una parte e di “conflitto di interessi” dall’altra, senza saper dire effettivamente cosa i sopraddetti signori propongono in materia d’economia, forse perché a parte i proclami: meno tasse ai poveri, più Sky a tutti, nessun politico ha una vera e propria ricetta. Andare sotto le finestre dei partiti a dire: ci sono anche io, non fa parte della nostra cultura politica, tanto è vero che alle prossime elezioni tutti voteranno più o meno come hanno votato finora, lasciando invariato il quadro politico. È per questo, secondo me, che la nuova legge elettorale non è ancora arrivata: stanno cercando un ennesimo escamotage per dividersi voti e posti in parlamento come è stato finora. L’esempio tedesco viene da una nazione che è stata capace di unificare due economie totalmente ed estrinsecamente diverse come quella dell’est e dell’ovest dopo il 1989 nel giro di pochissimi anni, mentre noi continuiamo a perdere soldi (europei) e credibilità non riuscendo a far integrare nord e sud dal 1860. E l’opportunismo leghista ne è un esempio lampante, con tutto il codazzo di gente che sbandiera vessilli verdi e inneggia a Bossi nonostante li abbia apertamente derubati. “Ci sono anch’io”, certo, ma a fare cosa? Qual’è il nostro concetto di “politica” e cosa conosciamo dei principi anche macroscopici dell’economia? io personalmente, che non sono proprio digiuno in materia, una volta entrato in una sede di partito non saprei da che parte cominciare e dovrei affidarmi comunque ad altri. Forse quello di cui abbiamo bisogno è di scuole di politica popolari, non per addetti ai lavori. penso che il pensiero di Gramsci, in questo caso, è sempre attuale.

    • Confermo solo una parte della tua analisi. Nel senso che per un periodo, grosso modo dal 1948 al 1980, secondo me c’era più consapevolezza politica sia a livello di classe dirigente che di elettorato. Non a caso le ideologie di riferimento dei vari partiti erano ben presenti nella vita sociale e i partiti maggiori avevano un numero di iscritti molto maggiore rispetto ad ora. I media più importanti come contributo alla formazione delle opinioni del pubblico dal punto di vista politico erano i giornali.
      Il periodo successivo, post 1980, ha visto il progressivo passaggio di “peso” verso la televisione, il tramonto delle ideologie, la fine dei partiti di massa nati nel ‘900, il passaggio generazionale della classe dirigente, un progressivo cambio di costume verso un modello più orientato al consumo. Lì secondo me si è consumata la frattura che ci ha portati alla situazione attuale.
      Per inciso, la Germania non ha finito di integrare l’ex DDR. Questo sia sotto il profilo economico che per quello sociale. Con l’eccezione di Berlino i territori dell’ex Est sono ancora indietro, con tutto quello che ne consegue. Va anche detto che la distanza Est-Ovest tedesca è minore, molto minore, di quella Nord-Sud italiana.
      Quanto al non sapere “cosa” fare in politica o “cosa” chiedere alla classe dirigente capisco che ci si possa sentire disorientati e/o che sia difficile pensare di contribuire in prima persona ai processi decisionali, sia per le resistenze dei vari apparati sia per la necessità di avere una cultura valida in merito. Tuttavia, anche senza scuole di partito, va detto che molti problemi sono eminentemente pratici e che sono stati spesso risolti da altri in precedenza. Se la città X fa a meno di un incineritore, perché la città Y deve arrabattarsi per trovare le soluzioni che X ha trovato dieci anni prima?

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