Coin-op blog

Negli ultimi giorni si è ragionato sul ruolo del blogger, usando come punto di partenza alcune dichiarazioni della neo direttrice dell’edizione italiana dell’Huffington Post (edito dal gruppo L’espresso). In pratica la nuova testa sta arruolando un numero consistente di blogger, alla fine saranno circa 600, per fornire i contenuti alla testata, il tutto senza retribuzione.

A far rumore il concetto espresso dalla direttrice, Lucia Annunziata, secondo la quale quanto scrivono i blogger non può essere giornalismo ma soltanto opinioni, ovvero (sempre secondo lei) materiale privo di un suo valore intrinseco. Da qui la scelta di non retribuire, in nessun modo, i blogger collaboratori della testata. Il tono delle parole dell’Annunziata è parso sprezzante a molti, me compreso, il che pare sottointendere un paragone tra giornalisti e blogger che è del tutto privo di senso.

Da qui alcuni blogger a me vicini hanno deciso di esprimersi, allargando la questione sia alla dignità del servizio offerto da un blogger che alla possibilità di essere ricompensati per il lavoro svolto sul proprio blog in qualche modo. Il concetto sta diventando importante anche qui in Italia dopo aver trovato una sua dimensione al di là delle Alpi e, come dimostrano i commenti ricevuti dai colleghi, si va a scontrare con una mentalità italiana particolarmente ostile.

I post a cui mi riferisco sono di:

Angelo Cavallaro, Alessandro Girola, Davide Mana, Germano “Hell”.

Vediamo da che contesto partiamo, elemento fondamentale per poter fare un ragionamento equilibrato. Nello scorso settembre è uscito questo articolo sul Corriere.it con dati a dir poco sconfortanti. Essere nelle prime posizioni per quanto riguarda l’illegalità come numero di download è già allucinante, se poi si pensa che in Italia abbiamo molti meno utenti della Rete rispetto agli Stati Uniti o nel Regno Unito (primi e secondi nella classifica dei download musicali illegali) il peso statistico aumenta, i dati li trovate qui.

Passando al software l’interlocutore privilegiato per queste cose è sempre la BSA, il cui report relativo al 2011 è disponibile qui. In Italia il tasso calcolato di pirateria per i programmi è pari al 48%, il che ci colloca all’ottavo posto nel mondo.  Tradotto in euro fa 1,398 miliardi di business svanito nel nulla. Come primato europeo ce la giochiamo con la Grecia, Cipro e l’Islanda. Il report per l’Italia lo potete trovare qui.

I due dati insieme permettono di affermare con qualche certezza un concetto già ampiamente diffuso, agli italiani non va di pagare quando “possono” piratare quello che vogliono. Le statistiche di cui sopra non coprono fumetti, libri, film, immagini ovvero altri settori in cui il concetto di pagare pare essere difficile. Questo atteggiamento, sempre secondo il Corriere, peggiora quando si considerano in particolare i nativi digitali italiani, ancora più refrattari a rispettare le regole rispetto agli adulti. Teniamo presente questi dati, ci serviranno più tardi.

Il blogger può guadagnare? Certo, per esempio può decidere di ospitare pubblicità diretta (banner) o aderire a programmi come AdSense che inseriscono link testuali, oppure collegandosi a store come Amazon. Inoltre c’è la possibilità di ricevere regali dagli utenti tramite le donazioni di Paypal (quasi utopia) o tramite acquisti della propria wishlist (sempre su Amazon. Tutte cose lecite. Peccato che portino pochissimo in termini di guadagno e che in un caso (pubblicità) possano comportare seri problemi (vedi la possibile necessità di aprire una partita IVA) dal momento che la pubblicità sui blog viene equiparata alla cartellonistica. Comunque si parla di guadagni indiretti, dati dal traffico generato sul blog e da eventuali clic sulle parti sponsorizzate.

Il blogger può guadagnare in altri modi? Al di là della Alpi sì. Negli strani e selvaggi paesi che esistono fuori dalle nostre frontiere succede che i blogger possono essere pagati per quello che fanno. Ovvero viene riconosciuto il fatto che il blogger crea contenuti originali e che questi contenuti abbiano un mercato, cioè siano di valore per i lettori di quel blog. O in altri casi i contenuti vengono diffusi su aggregatori esterni al blog ma sono “syndicated” ovvero al blogger viene riconosciuta una tariffa. Ergo, esiste al di fuori delle nostre frontiere della gente stranissima che paga per avere un servizio e pretende di conseguenza che il servizio in questione sia di buon livello.

Il blogger può guadagnare in Italia? Qui è utile ripescare le considerazioni fatte prima, quelle sulla tendenza degli utenti italiani a “piratare” i contenuti e/o il software. Pagare? Perché pagare quando si può avere gratis? Perché qualcuno dovrebbe volere dei soldi dato che mi ha fatto divertire, mi ha informato, mi ha insegnato qualcosa, mi ha meravigliato con le sue capacità? La risposta dovrebbe essere ovvia ma non lo è. Sono emersi concetti interessanti del tipo “nessuno ti obbliga a fare il blogger”, “in Rete bisogna condividere tutto”, “sono i commenti e le visite a far funzionare il blog, non il lavoro del blogger”, “se dovessi pagare tutti i blog che seguo non ce la farei”.

Queste idee, se vogliamo chiamarle così, sono la spia di un concetto comune. Ovvero di non aver capito nulla della Rete, cosa ancora più grave nella versione 2.0 vigente. Non esiste il concetto di filtrare le proprie esigenze, di dover fare i conti con il proprio budget a fronte delle cose che si vogliono, è assente un qualsiasi livello di mentalità pro sviluppo e/o pro indipendenza dei contenuti della Rete rispetto ai media tradizionali. Verrebbe da dire “terzo mondo” se non fosse che nelle parti meno fortunate del globo ragionamenti come questi non li fanno. Queste idee mostrano chiaramente che il digital divide, prima di essere come nel resto del mondo un ostacolo fisico, è un problema mentale/culturale.

Torniamo a un paragone già citato, quello tra blogger e giornalisti. In particolare al concetto che le due funzioni sono diverse in quanto il blogger commenta e/o esprime opinioni e il giornalista riporta fatti di cronaca o di altri settori dell’informazione. L’unica differenza reale è che esiste un ordine dei giornalisti e che chi non appartiene all’ordine, come giornalista o come pubblicista, non può in teoria essere pubblicato sui media destinati all’informazione. E’ anche vero che un blog non è assimilabile a una testata giornalistica, cosa oggetto di sentenze passate in Cassazione e di numerosi progetti di legge, tutti più o meno abortiti in Parlamento a partire dal famoso decreto Urbani.

Trovo questo paragone sbagliato per due motivi. Il primo è che nelle possibilità espressive del blogger ci sono modalità del tutto diverse da quelle a disposizione di un giornalista e/o al di fuori dai contenuti veicolati da un media d’informazione. Il secondo è che un giornalista, per quanto indipendente sia, colloca i suoi articoli all’interno di una testata che risponde a logiche editoriali ed economiche. Non tutti rispettano quello che dovrebbe essere il comandamento fondamentale del giornalismo, con tutte le conseguenze del caso. Il blogger è più libero e risponde direttamente di quello che fa.

Questo articolo ovviamente non esaurisce la questione, né pretende di affermare chissà quali principi sull’argomento. Vuole essere parte di un dibattito e portarvi un contributo di idee, nello spirito della discussione pubblica che dovrebbe essere la base della Rete.

La tesi finale è che è utile distinguere tra chi ha un blog con contenuti privati e chi invece crea una realtà che vuole essere di servizio, da cui discende che se il servizio viene ritenuto utile è altrettanto meritevole di forme di pagamento.  

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16 thoughts on “Coin-op blog

  1. Ottimo post, molto equilibrato.
    I dati statistici sono sconfortanti.
    Come sconfortante è la varietà delle ragioni portate, nei commenti ai post che citi, per non supportare in qualche modo il blogger.
    Dalla politica alla congiuntura internazionale, passando per il vecchio e immarcescibile “l’informazione vuole essere libera”, sbandierato e non compreso.
    Bla bla bla.
    Siamo un paese culturalmente arretrato.
    Toccherà farcene una ragione, e continuare a lavorare per cambiare le cose.

    • Il fattore culturale, al di là di questo post e di quello a cui si riferisce, rischia di diventare un baratro tra noi e i nostri vicini/partner più evoluti. Nei fatti siamo in questo settore fuori dal primo mondo. La distanza sembra aumentare invece di diminuire, c’è già chi ha messo la freccia e ci sta sorpassando.

      • Io continuo a domandarmi come si sia arrivati a questo punto.
        Perché se il decadimento culturale è palese in un sacco di situazioni, in giro per il mondo, è innegabile che qui da noi l’annientamento culturale sia stato abbracciato con entusiasmo quasi patologico.
        E quindi mi domando – come è stato possibile che ogni singolo italiano si sia lasciato andare a questo modo?

  2. Non paragoniamoci al terzo mondo, sarebbe un offesa per quest’ultimo.
    I dati statistici fanno letteralmente spavento,specie rapportandoci al resto del mondo, ma ho fiducia nel futuro.
    Come dice Davide, lavorandoci su forse riusciremo a cambiare qualcosa :D
    Bellissimo post, oltretutto u.u

    • Lo spazio per fare di meglio c’è, nessun dubbio. Mi spaventano molto i nativi digitali, parte dei quali sembra essere convinta che la Rete sia un unico playground dove si paga solo la connessione (ovviamente l’hardware). Non a caso il dibattito sul copyleft in Italia è rimasto parecchio sullo sfondo, così come ci vogliono iniziative eclatanti dei media tradizionali per portare attenzione ai periodici tentativi di imbavagliare la Rete.
      Grazie per i complimenti ma devo dissentire. Nel senso che il lavoro lo hanno fatto i quattro che ho indicato, io ho messo la crema sulla torta.

  3. Pingback: Quindi adesso dovremmo pagare? | Plutonia Experiment

  4. Ciao Angelo, interessante riepilogo di una questione molto importante.

    Davide scrive:

    > E quindi mi domando – come è stato possibile che ogni singolo italiano si
    > sia lasciato andare a questo modo?

    A qualcuno, nell’ultimo ventennio, interessava portare alla ribalta tutto il peggio di noi. E l’ha fatto con un’abilità diabolica.

    • Concordo col definire il ventennio berlusconiano deleterio ma non credo arrivi tutto da lì. Già negli anni ’80, ben prima dell’avvento della seconda repubblica, ci si era progressivamente allontanati dalla stagione dei cambiamenti a favore di un clima da “restaurazione”. Personalmente considero come punto di svolta il 1983.

      • Scherzi a parte, ripensandoci, direi che i primi anni Ottanta sono proprio la Restaurazione dopo la crisi petrolifera dei tardi ’70, che già aveva messo in luce tutte le crepe del capitalismo. Quindi, che determinate volontà di rendere le persone più egoiste e meno sociali siano emerse proprio in quel periodo mi sembra tutt’altro che casuale…

  5. Ripeterò quello che ho scritto da Hell.
    Premesso che giudico l’uscita della Annunziata come un qualcosa di estremamente sbagliato, provinciale nonchè frutto di una mentalità sfruttatoria.
    Premesso anche che giudico i commenti espressi da molti utenti in quegli articoli come frutto di una clima ipocrita, da “furbetti del cortile”, nonché da poveretti….certe giustificazioni sul non voler nemmeno donare un euro simbolico, lasciatemelo dire erano proprio risibili.
    Però quello che mi ha sorpreso -scusatemi il brutto gioco di parole- è stata la vostra sorpresa.
    Quasi come se non vi aspettaste che anche in “casa vostra” (cioè tra i vostri lettori ) le cose non fossero così perfette e pulite come sognavamo.
    Purtroppo così non è, l’italiano medio – e questa è una cosa che non mi piace e che combatterò sempre ) purtroppo è (diventato ) così: sempre pronto a sfruttare il lavoro altrui e a fare il furbo.
    Con questo non dico che sia una cosa impossibile e che non si debba fare niente per cambiare le cose, anzi…
    Questa è una battaglia che si deve fare, che va combattuta senza se e senza ma….
    Forse però ci siamo voluti illudere un poco anche noi che le cose non stessero proprio fino a questo punto.
    Per come la vedo io è stato un bene il fatto che ci siamo svegliati.
    Ottimo articolo, Angelo.

    • Nick, ti dirò, non avevo dubbi che tra i miei lettori ci fossero anche diversi “italiani medi” (io li chiamo culopesisti, ma il concetto è identico).
      In realtà mi hanno stupito di più alcuni blogger di lungo corso che, al posto di motivare il loro parere contrario (cosa che ci sta alla grande) hanno tirato fuori un livore incredibile, come se non aspettassero altro che un’occasione del genere per darci dei montati e degli approfittatori.
      Fraintendendo, tra l’altro, tutto il senso del discorso.
      Comunque, ti dirò, anche in questo senso è stata una polemica utile per identificare certi elementi che remano contro, senza che io ne sospettassi.

    • Credo che a un certo punto si sia pensato (anche io l’ho fatto) di rivolgersi a una parte più consapevole dell’audience o che il livello culturale del “pubblico” fosse più elevato della media. I fatti ci dicono che non è così, che la percentuale “alta” del pubblico è decisamente sotto le stime. Diciamo che abbiamo ripreso contatto con la realtà, la classica wake-up call che ogni tanto ci vuole.
      Personalmente pensavo che il continuo interscambio avesse prodotto almeno una spinta verso il cambiamento e/o che avesse aiutato i blogger a diventare più consapevoli. Anche questo si è realizzato solo in parte. Quindi si va avanti, un po’ più informati di prima, sperando di costruire una strada che verrà percorsa da tanti nel prossimo futuro.
      Come accennato prima, il merito va ai quattro blogger che ho citato nell’articolo. Io ho solo cercato di mettere a sistema le informazioni.

  6. Pingback: Pagare per leggere un blog

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