Bielorussia, viaggio nel passato

Il collasso del patto di Varsavia e dell’URSS non ha solo trasformato gli equilibri geopolitici internazionali, si è lasciato dietro un’eredità mista di nazioni parzialmente formate, sistemi economici e sociali che hanno dovuto trovare una propria stabilità nell’arco di pochissimo tempo e in un quadro generale di totale incertezza. Alcuni di questi paesi hanno trovato amicizie più o meno interessate, altri sono dovuti arrivare all’orlo del collasso per poter trovare un modo per andare avanti, altri ancora sono regrediti a forme primitive di governo.

Nel cuore dell’Europa dell’Est troviamo la Bielorussia, punto focale e paradigma di come una nazione possa essere lasciata a se stessa per decenni, sospesa tra l’ignavia della Comunità Europea e gli artigli della Russia putiniana. Nove milioni e mezzo di persone lasciate nelle mani di un personaggio che sembra provenire dagli anni ’50 delle gerarchie sovietiche. E’ dal 1994 che Aleksandr Lukashenko (Aleksandr Grigoryevich Lukashenko) è al potere e il sistema che ha costruito attorno a sé non ha nulla da invidiare alle strutture del PCUS di staliniana memoria, polizia segreta compresa.

Non è esagerato pensare alla Bielorussia come al bastione ovest della Russia, una funzione che viene ricompensata a livello economico con gli interscambi commerciali e a livello politico con un rapporto di protezione che ricorda molto i rapporti dell’URSS con gli “stati fratelli” del patto di Varsavia già citato. Avere un vero e proprio dittatore nel cuore d’Europa può sembrare anacronistico ma non di meno i quasi due decenni di potere esercitati da Lukashenko sembrano non dover conoscere fine, al punto che ha cominciato a mettere in mostra uno dei suoi figli, un bimbo di otto anni che gira con la pistola alla cintura (cit).

Il presidente non è esattamente un diplomatico, una delle citazioni che rendono bene l’idea della sua visione del potere (tratta da Wikipedia, a sua volta proveniente dalla BBC) è questa: “My position and the state will never allow me to become a dictator, but an authoritarian style of rule is characteristic of me, and I have always admitted it. You need to control the country, and the main thing is not to ruin people’s lives.” ; il concetto di controllo in stile sovietico passa da un massiccio apparato statale, da mani saldamente in controllo sulla maggior parte dell’economia nazionale, dal condizionare gli investimenti stranieri in base al gradimento russo. Tutto questo autoritarismo non sta dando risultati sul piano economico, i dati degli ultimi anni sono peggiorati al punto da far ricorrere nel 2011 a un aiuto dal Fondo Monetario Internazionale.

Il regime bielorusso ha ben pochi amici. L’Unione Europea ha imposto sanzioni dal 2007 per fare pressioni a favore di un maggior livello di democrazia (nonché di una maggior libertà di investimento, ma questo sui giornali stava maluccio). L’unico leader occidentale che di recente ha avuto a che fare con Lukashenko in termini favorevoli è stato Silvio Berlusconi, ennesimo episodio di una carriera internazionale risibile come caratura e senso di opportunità.  Se poi si aggiunge che le banche di stato (cioè tutte tranne una) hanno apparentemente coperto traffici valutari e “pulizia” di capitali di dubbia provenienza e che la nazione sembra essere un punto focale per il transito di sostanze oppiacee il quadro si fa ancora più fosco.

La resistenza interna è stata praticamente annientata in questi anni, risultato ottenuto con una sistematica violazione dei diritti umani e un controllo rigidissimo sui media locali. Dal paese periodicamente filtrano storie al limite del surreale, si può essere sospetti anche per una risata. E’ di quest’estate l’azione di due pubblicitari svedesi (cit2) che hanno fatto lanciare su Minsk mille orsetti di peluche con messaggi a favore della libertà di parola. Risultato? Ambasciatore svedese espulso, vertici della difesa aerea nazionale rimossi nell’arco di poche ore. Nel regno di Lukashenko ridere non è concesso.

L’unica possibile soluzione per aprire una via democratica in Bielorussia sembra passare da Mosca. Solo attenuando o rimuovendo l’influenza e/o protezione di Putin esiste una chance per il cambiamento. Nel quadro attuale, sia dal punto di vista strategico che politico, questo tipo di cambiamento non sembra essere alle porte. Al contrario, specialmente dopo la sua rielezione a presidente, Putin sembra essere orientato a stringere ancora di più i rapporti con il suo alleato di sempre e i flussi di denaro di provenienza poco chiara continuano a entrare e uscire dal paese.

Consiglio di recuperare un bell’articolo di Dimiter Kenarov, tradotto nel numero estivo dell’Internazionale. Lo potete trovare qui in inglese.

6 thoughts on “Bielorussia, viaggio nel passato

  1. Bell’articolo, prontamente retwittato.
    Non devi comunque preoccuparti – in Bielorussia l’accesso alla rete è “regolamentato” (nel senso che puoi connetterti al web dall’Ambasciata Americana), quindi non credo che Lukashenko avrà modo di leggerti e dare un colpo di telefono al suo amico Silvio per discutere della tua estradizione…

    Battute sceme a parte, è incredibile come in un mondo che si suppone globalizzato, possa sopravvivere una Ruritania come questa, ferma al lato in ombra del secolo precedente.
    Sarebbe quasi da romanzo d’avventura – o da fumetto, Lukashenko come Dr Doom – se non ci fossero in ballo le vite di milioni di persone.

    • Come sai non è il solo caso, anche se è più appariscente di altri dato che si trova nella vecchia Europa. Credo che andrò un pò a spasso virtualmente per l’ex patto di Varsavia o per le ex repubbliche sovietiche, giusto per mandare qualche cartolina.

  2. Ormai di Lukashenko si parla come dell’ultimo dittatore europeo, purtroppo gli è stato permesso non solo da Putin ma anche dalla debolezza occidentale.
    Quella di Berlusconi fu l’ ennesima cavolata di una carriera disastrosa, si vede però che magari sotto sotto voleva essere come Lukashenko.

    • L’amore di Berlusconi per le figure autoritarie ha un che di freudiano, a volte sembra bearsi ad essere vicino a persone come queste. Non sono mai riuscito a capire se fosse solo invidia o un senso di attrazione per gli uomini forti. Se si guarda indietro, ai suoi rapporti con Craxi per esempio o a come trattava Gheddafi verrebbe da fare qualche supposizione sull’argomento.

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