Tajikistan, la repubblica più povera

Torniamo a viaggiare, spostandoci questa volta ad Est. Arriviamo quindi in Tajikistan, uno dei paesi più poveri del mondo. La storia post sovietica di questa repubblica è davvero tormentata e anche le sue prospettive attuali rimangono fosche. La prima transizione, quella post URSS, vide il passaggio autoritario dal PCUS a un partito unico locale, il partito democratico del popolo (solito sarcasmo post sovietico), con tanto di affermazione dell’uomo forte locale.

Nel periodo tra il 1992 e il 1997 una guerra civile devastante ha messo in ginocchio il paese. Cinque anni di conflitto che hanno portato a circa centomila vittime e a più di un milione di persone che possono essere considerate rifugiati, dentro e fuori il paese (come cifra di paragone la popolazione attuale è sotto gli otto milioni).

Durante questa fase, nel 1992, il primo despota tagiko Rahmon Nabiyevich Nabiyev fu deposto dalla carica di presidente e probabilmente ucciso poco più tardi. L’eredità umana ed economica del conflitto continua a pesare anche nel presente, così come l’influenza russa per la sponda governativa e quelle di matrice islamica (Iran in prima fila, vari movimenti afghani poco più in là) nei movimenti di opposizione sono diventati incudine e martello in cui forgiare il futuro di questo paese.

Al già citato Nabiyev è succeduto dopo qualche vicissitudine Emomalii Rahmon. Eletto per la prima volta nel 1992, confermato con più del 90% dei voti (!) nel 1999 e ancora rimesso sullo scranno nel 2006 con più di tre quarti dei voti dopo l’ennesimo referendum-farsa per violare il limite di mandati imposto dalla costituzione locale.  Su Rahmon pesano i consueti scandali legati alla corruzione e all’appropriazione indebita di risorse dello Stato, così come pesanti sospetti su persone a lui legate per i traffici di stupefacenti che transitano nel paese.

L’attuale presidente / despota ha mantenuto una politica favorevole a maggiori legami con l’Iran e con i clan afghani, basandosi sui comuni fattori religiosi più che su un progetto di tipo politico. Allo stesso tempo la presenza russa, anche militare, non è mai venuta meno nel paese dopo il 1993 e il governo di Mosca ha comunque un ruolo notevole di influenza sulle scelte locali. Rahmon ha goduto di significative aperture diplomatiche anche da parte occidentale, in parte compensate con alcune misure tese a riformare aspetti minori della rappresentanza politica e aderendo ad alcuni progetti finanziati dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale.

L’economia ha mostrato timidi segni di crescita, aiutata sia dalle rimesse dei lavoratori emigrati all’estero che dalle prospettive di sfruttamento dei giacimenti carboniferi e di gas nel paese. Sono in corso anche progetti volti a sfruttare il potenziale idroelettrico, tutti sotto il controllo di operatori economici stranieri. Troppo poco per dire di poter sperare in un futuro migliore a breve termine, specialmente se non si riuscirà a superare l’attuale fase di regime dittatoriale. Per i tagiki deve ancora arrivare la seconda transizione, quella verso un modello politico-sociale più equilibrato, per riuscire sia a chiudere i conti con il passato della guerra civile.

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