Memorandum per le crisi a venire / 2

Nel post precedente abbiamo chiarito il perimetro di riferimento di questi appunti, con un accento sul fatto che la presente crisi fosse ampiamente preventivabile e che, come paese, non eravamo pronti. Vale la pena fare qualche considerazione generale, non fosse altro che per mettere ulteriormente in chiaro le cose.

Nessun paese che voglia dirsi progredito si può permettere di non pianificare le proprie risposte alle emergenze. In Italia lo abbiamo visto per il terremoto in Friuli, che ha portato alla nascita della Protezione Civile, ne abbiamo avuto riscontro pochi anni dopo in Irpinia, abbiamo toccato con mano la nostra impreparazione di fronte ad eventi come la migrazione degli anni ’90 dall’Albania. Tutte crisi rilevanti, tutte gestite in maniera improvvisata (spesso anche improvvida), tutte per alcuni versi irrisolte.


La gestione delle emergenze è sempre stata per lo meno curiosa nella storia repubblicana. Se da una parte si moltiplicano gli enti o le richieste di poter avere delle competenze / interessi nel settore (basterebbe pensare all’annosa vicenda della gestione SAR), dall’altra non si riesce a gestire neppure il normale turnover di uomini e mezzi dei corpi dello Stato. Sembra incredibile, ma constatare lo stato miserando in cui versa un corpo fondamentale come i Vigili del Fuoco è qualcosa di indegno di un paese civile.

L’unico settore provvido è quella della produzione di “libri bianchi”, in cui le autorità politiche indicano con grande sfoggio di particolari tutti i desiderata per lo specifico settore o argomento cui sono dedicate queste opere. Poi finisce a tarallucci e vino, ma è sempre colpa del governo successivo, o dell’Europa, o di fattori fantasiosi come la “congiuntura economica” di cui sento parlare fin dagli anni ’70. Quando serve, ecco arrivare qualche termine anglofono usato a casaccio, come il tragico “dual use” con cui si vorrebbe giustificare davanti ai pacifisti da operetta il finanziamento alle FFAA.

Per cui, mettiamo in chiaro il primo requisito della preparazione alle crisi a venire. La capacità di spendere, molto e subito, alla bisogna. Dove la spesa di bilancio dello Stato è tanto più onerosa quanto non si è investito negli anni precedenti per essere efficienti. Per capirci meglio, un esempio recente; nel corso del 2020 si sono votati in Parlamento un numero impressionante di scostamenti di bilancio per poter stanziare risorse utili a risolvere i problemi indotti dalla crisi. A colpi di circa venti miliardi di Euro per provvedimento, fino ad arrivare a circa 140 miliardi. Non è difficile fare la constatazione che fosse meglio fare un unico provvedimento per pari importo subito (come fatto da Germania, Francia, Regno Unito, ecc.) e cercare così di apportare un shock positivo all’intero sistema economico.

Il secondo requisito, intuibile a prescindere dal tipo di crisi per cui si vuole preparare, è che le proprie strutture pubbliche devono essere mantenute al massimo possibile dell’efficienza. Anche qui, vuol dire spendere e programmare in maniera intelligente. Turnover del personale, vita operativa dei mezzi, manutenzione delle strutture, formazione continua dei lavoratori, specializzazione a livello di ente per le competenze per evitare inutili doppioni. Non si tratta di inventare di nuovo la ruota, vero? E’ la base di un buon sistema di gestione, lo stesso che viene insegnato come requisito basilare per far funzionare le aziende.

Come italiani, siamo abituati a pensare che queste cose le possano fare solo gli “altri”. Dove per altri sostanzialmente si intende chiunque altro al di fuori dei nostri confini, perché nel nostro paese imperano corruzione, favoritismi, crimine organizzato, influenze indebite dei partiti politici e altre cose. Tutti problemi veri, beninteso. Peccato che ci siano anche all’estero, e che incidano pesantemente anche in realtà che ci vengono portate ad esempio dai media. Ho il piacere di informarvi che anche nei terribili ministeri romani ci sono persone di grande capacità, e che sussistono realtà nazionali di assoluto rilievo che non hanno alcunché da invidiare ai famosi “altri”. Se la smettessimo di piangerci addosso, sarebbe già un passo avanti notevole.

Per chiudere questo post, vorrei ricordarvi alcune cose; le leggi bizantine le abbiamo fatte noi. La classe dirigente la scegliamo noi. Le scorciatoie per venire a capo della burocrazia le percorriamo noi. Siamo sempre noi a girare la testa dall’altra parte, o a scegliere di ascoltare acriticamente quanto ci viene ammannito dai media. Non è colpa degli “altri”, non abbiamo chissà quale cattivo da film a decidere delle nostre vite. Alla prossima.

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