Due anni dopo

Sono passati due anni dall’inizio della primavera araba, dalle prime dimostrazioni in Tunisia contro il governo nazionale.  Due anni durissimi, un’onda di cambiamento del tutto inedita per i paesi della sponda africana del Mediterraneo e, più in generale, per le nazioni arabe.

Ad oggi non si può dire che questo enorme movimento popolare abbia ottenuto un vero cambiamento. In Marocco la situazione è rimasta abbastanza stabile anche se le promesse di riforme del sovrano non hanno certo accontentato la gran parte delle opposizioni. L’Algeria di Boutefilka rimane praticamente immutata, la Tunisia è ancora un rebus, la Libia a dir poco è instabile e l’Egitto dei Fratelli Musulmani ha preso una svolta verso la destra fondamentalista che fa davvero pensare male per il futuro.

primavera_araba_leaders

Passando il canale di Suez in direzione di Israele, possiamo dire che la relativa stabilità del primo decennio del ventunesimo secolo è finita. La Siria si sta consumando in una guerra civile, la monarchia giordana vacilla come non mai, presa in mezzo tra la crisi economica e un astio crescente verso la famiglia reale. Il Libano per ora è tranquillo, Hezbollah sta aspettando che il rogo siriano finisca di bruciare. Gaza e la Cisgiordania sono sempre più povere e il recente confronto Hamas-Israele non aiuta certo a stabilizzare l’area.

Scendere verso sud porta verso i regni del silenzio. In Arabia Saudita è in arrivo una difficile successione, Kuwait, Oman e Qatar muovono pedine a suon di milioni di dollari nell’intera regione mentre quello che rimane dell’Iraq cerca un difficile compromesso tra sue troppe anime. L’Iran continua a cercare di emergere come potenza regionale, un occhio verso la rivale Turchia e l’altro rivolto al grande satana americano. Sullo sfondo la lenta agonia dello Yemen e i duri confronti avvenuti nel Bahrein.

ArabSpring

A tutto questo l’Occidente ha assistito da spettatore, scegliendo di interferire solo nel caso libico. L’impressione forte che ne deriva è che si consideri questo risveglio popolare più una potenziale forma di problemi che non una risorsa e che non si sia capito che esiste una similitudine notevole con quanto accaduto in Europa attorno al 1848. Ancora una volta manca la volontà di capire, di trovare una sintesi tra i normali rapporti economici e la necessità di avere al proprio fianco nazioni ben avviate sui processi democratici che a parole tutti sostengono.

Ci si preoccupa delle ondate migratorie, della stabilità delle forniture di gas o petrolio, dei mercati per i nostri prodotti o della manodopera a basso costo per gli stabilimenti e non si fa il passo logico successivo, quello che spinge a guardare su una prospettiva superiore ai prossimi dodici mesi. In questo senso la vicenda egiziana è esemplare. Chiunque abbia seguito negli ultimi anni l’evoluzione politica locale era in grado di predire che si sarebbe arrivati all’attuale contrapposizione tra un blocco di matrice religiosa (Fratelli Musulmani e gruppi salafiti) contro il resto della società. Tutti gli osservatori sapevano, nessuno è stato in grado (o ha voluto) far sentire il proprio peso in loco. Risultato? L’Egitto è sull’orlo di una guerra civile, con la possibilità di un colpo di stato da parte dei militari che si è fatta più concreta nelle ultime settimane.

E’ lo stesso errore che l’Occidente ha fatto con l’Ucraina e la Moldova in Europa, la stessa incapacità di esprimere una politica estera in chiave europea che sappia andare oltre alla bilancia import/export. Gli schemi che si applicavano fino al 1991, la logica dei blocchi contrapposti Est-Ovest, è morta come sono morte le ideologie del ‘900 e non ha trovato un qualsiasi sostituto in grado di sostenere le sfide del nuovo millennio.  Non è possibile pensare che gli Stati Uniti, impoveriti e rinchiusi in se stessi come sono ora, possano continuare a dettare il passo nei rapporti con questi paesi, non dopo che hanno dimostrato in maniera cristallina come i loro interessi siano estremamente limitati all’ambito strategico.

Il parallelo storico con il 1848 dovrebbe mostrare a noi europei che se la fase di sollevazione popolare non ha successo ne segue una di restaurazione. E’ questo che vogliono le cancellerie europee? Tornare a uno status quo ante in cui ai vecchi despoti succedano eredi altrettanto indegni, nel nome dei depositi in Svizzera e dei fondi di investimento sovrano che investono nel vecchio continente? E’ davvero possibile che non si sia in grado di capire che la combinazione della pressione demografica in aumento e del calo di risorse idriche spinge verso una nuova fase di conflitti?

Facendo una metafora si potrebbe dire che la geopolitica aborre il vuoto. Non è un caso se la Turchia si sta imponendo come potenza regionale, se l’Iran persegue una politica di allargamento su base religiosa e se la triade Oman-Qatar-Kuwait sta muovendo centinaia di milioni di dollari in tutto il mondo arabo a sostegno dei movimenti locali a loro utili. Se non vogliamo che il prossimo futuro ci sia ostile sull’altra sponda del Mediterraneo dobbiamo imparare che si può e si deve agire in chiave europea.

Le ex repubbliche sovietiche e Freedom House

Sto radunando il materiale per il mio prossimo mini saggio e come anticipato ho verificato l’ultimo rapporto della benemerita Freedom House. Per mettere in prospettiva i dati delle repubbliche ex sovietiche ho aggiunto ai dati che le riguardano anche quelli di: Germania, Regno Unito, Italia, Francia, Russia e Stati Uniti. Da tenere presente anche i dati dei “territori contesi” (Transinistria, Nagorno-Karabakh, Ossetia del Sud e Abkhazia).

Freedom-House

Nel report si dà un’indicazione generale sullo schema libero-parzialmente libero-non libero e due punteggi relativi ai diritti politici e alle libertà civili.

I punteggi sono espressi sono una scala da 1 e 7, dove 1 sta per il massimo e 7 per il minimo (most free e least free). I paesi sono riportati in ordine alfabetico.

Abkhazia, parzialmente libera, diritti politici 5, libertà civili 5

Armenia, parzialmente libera, diritti politici 6, libertà civili 4

Azerbaijan, non libero,  diritti politici 6, libertà civili 5 (in peggioramento)

Belarus [Bielorussia], non libero,  diritti politici 7, libertà civili 6

Estonia, libera, diritti politici 1, libertà civili 1

Francia, libera, diritti politici 1, libertà civili 1

Georgia, parzialmente libera, diritti politici 4, libertà civili 3

Germania, libera, diritti politici 1, libertà civili 1

Italia , libera, diritti politici 1, libertà civili 1 (in miglioramento le libertà civili)

Kazakhstan, non libero,  diritti politici 6, libertà civili 5 (in peggioramento)

Kyrgyzstan, parzialmente libero, diritti politici 5, libertà civili 5

Latvia [Lettonia], libera, diritti politici 2, libertà civili 2

Lithuania, libera, diritti politici 1, libertà civili 1

Moldova, parzialmente libera, diritti politici 3, libertà civili 3

Nagorno-Karabakh, non libero,  diritti politici 6, libertà civili 5

Russia, non libera,  diritti politici 6, libertà civili 5

South Ossetia [Ossezia del Sud],  non libera,  diritti politici 7, libertà civili 6

Tajikistan, non libera,  diritti politici 6, libertà civili 5

Transinistria, non libera,  diritti politici 7, libertà civili 6

Turkmenistan, non libera,  diritti politici 7, libertà civili 7

Ukraine [Ucraina], parzialmente libera, diritti politici 4, libertà civili 3 (in peggioramento i diritti politici)

United Kingdom [Regno unito], libero, diritti politici 1, libertà civili 1

United States of America, liberi, diritti politici 1, libertà civili 1

Uzbekistan, non libero,  diritti politici 7, libertà civili 7

Il quadro generale che se ne può ricavare non induce esattamente all’ottimismo. Se è vero che le ex repubbliche baltiche sono praticamente allineate ai migliori standard occidentali è altrettanto vero che la maggioranza degli altri stati ex sovietici (e la totalità dei territori contesi) sono ancora molto distanti da un livello accettabile. In positivo i progressi di Georgia e Moldova, che al momento attuale sembrano essere i paesi più vicini a compiere il salto necessario per arrivare allo stato “libero”.

Nota sull’Italia: i miglioramenti nei diritti civili derivano dall’adeguamento dello status dei figli nati fuori dal matrimonio e dal recepimento di alcune norme comunitarie che avevamo inutilmente posposto.

A un passo dalla fine del mondo

Mancano solo dieci giorni alla data fatidica della fine del mondo e le librerie sono invase da testi che la smentiscono, dopo quasi due anni di uscite in segno contrario. La passione per il millenarismo più o meno d’accatto continua a far vendere, il che sarebbe anche una buona notizia per l’asfittica editoria nostrana.

december-21-2012

Quello che non è una buona notizia è il perdurare della mancanza di una solida capacità di discernimento in larghi strati della popolazione. Non che non si sapesse già ma in queste settimane rimpiango davvero di non aver provato a mettere su un’operazione come quella di Bugarach, almeno si portava a casa qualche euro ai danni dei gonzi.

Un pò come ha fatto Roberto Giacobbo con due dei suoi libri-fotocopia (2012. La fine del mondo? e 2012 Ultime notizie sulla fine del mondo) o come ha fatto Steve Alten (2012. La fine del mondo); poi ci sono due o tre testi di indagine a firma di Sabrina Mugnos per i tipi di Macro Edizioni (il concetto di indagine scientifica messo vicino a quello di profezia… mah!).

Il “meglio” arriva dalla produzione in lingua inglese a cui dobbiamo perle di grande valore antropologico e sintattico come “End of the World 2012” a firma del trio Carol Chapman, Miriam Balsey e John Chapman; “2012, the Bible and the End of the World” di Mark Hitchcock è un altro titolone da ricordare (notare l’astuta connessione con la bibbia che con le disgrazie a comando ci sta sempre bene).

Poi c’è il filone del survival, sempre sotto traccia nel mercato americano, che ad ogni possibile isteria da crisi risorge in tutto il suo splendore. Titoli come “The 2012 Survival Guide” di quella vecchia volpe di Kip Livingston come possono mancare dalla biblioteca, ammesso che abbiate provveduto per tempo a rifugiarvi da qualche parte per leggerlo. Il mio preferito per titolo e argomento rimane “Apocalypse 2012 cookbook” di Darril Fosty, un vero must per un paese dove i programmi di cucina ormai li trasmettono H24.

Bene, avete ancora dieci giorni. Poi partono le pernacchie.

L’indice CPI del 2012

Ho consultato l’edizione aggiornata al 2012 del Corruption Perception Index, indicatore della percezione della corruzione stilato da Transparency International, per riportarne poi i dati in estratto sul mini saggio che sto preparando.

Transparency-International

Come metro di paragone riporto anche i risultati dell’Italia e della Russia, non faccio altri commenti.

32esimo posto: Estonia

48esimo posto: Lituania

54esimo posto: Lettonia

[72esimo posto, Italia]

94esimo posto: Moldova

123esimo posto: Bielorussia

133esimo posto: Kazakhstan

[ex aequo 133esimo posto, Russia]

139esimo posto: Azerbaijan

144esimo posto: Ukraina

154esimo posto: Kirgyzystan

157esimo posto: Tajikistan

170esimo posto, ex aequo, Turkmenistan e Uzbekistan

Moldova, quale futuro?

Il nostro viaggio tra le repubbliche ex sovietiche si conclude qui, nel cuore dell’Europa, con la Moldova. Tra tutti i paesi presi in esame in questa serie di post è quello con la storia più complessa e con le prospettive più incerte, al punto di poter dubitare se esisterà ancora una Moldova nel prossimo futuro. Per fattori geopolitici, etnici, economici e militari potrebbe essere anche ritenuto un “failed state”, alla stregua di Haiti o della Somalia.

Alla base di tutte le vicende moldave ci sono però vicende che risalgono al diciannovesimo secolo, vanno riepilogate per capire meglio cosa è accaduto in seguito. Nel 1812 parte del principato di Moldavia (vassallo e stato fantoccio dell’Impero Ottomano) fu ceduto alla Russia insieme ad altri territori; la Russia ne fece un dipartimento del suo impero (Oblast di Moldavia e Bessarabia) per poi farne un governatorato anni dopo (sotto il nome di Bessarabia, 1871). Il resto del principato di Moldavia si unì alla Valacchia per formare la Romania nel 1859. I russi trasferirono popolazioni russofone, turcofone e gruppi di ebrei nella Bessarabia e in pratica cercarono di sradicare la lingua e gli usi che oggi conosciamo come romeni.

La prima guerra mondiale e la rivoluzione russa del 1917 rimescolarono le carte. La Bessarabia dichiarò la sua indipendenza ed entrò in seguito a far parte della Romania insieme ad altre regioni. La nuova Russia comunista non riconobbe questo stato di cose e in seguito, d’accordo con la Germania nazista, impose alla Romania di cedere la Bessarabia, per poi farne un’altra repubblica sovietica. Nel 1941 tedeschi e romeni ripresero questi territori alla Russia, mantenendoli fino al 1944 quando l’offensiva russa li riconquistò. Nel periodo successivo alla WWII nei territori moldavi furono trasferiti altri cittadini russofoni e venne condotta una campagna per distinguere la lingua e la cultura moldave da quelle romene, tentando così di scavare un solco tra la Moldova e la Romania.

Il primo punto di svolta della vita della Moldova arriva poco dopo le prime elezioni del febbraio-marzo del 1990, tenute con un occhio alle ultime convulsioni dell’URSS. Nell’agosto dello stesso anno una regione della Moldova, la Transinistria, de facto diventa a sua volta indipendente. Questa regione è quella con la più grande presenza di etnie russofone e può contare su un fattore importantissimo, la presenza sul suo territorio di unità della 14esima armata (in parte rimasta in territorio ucraino e ivi nazionalizzata).  I motivi di questa separazione sono legati al timore da parte dei russofoni di un assorbimento della Moldova nella vicina Romania, affine per linguaggio e storia alla maggioranza della popolazione moldava, a tutto discapito delle altre etnie (oltre ai russi, vari gruppi slavi e turcofoni).

Tra le due entità è scoppiato un conflitto armato nel 1992, risoltosi in pratica con un nulla di fatto. La Transinistria opera in tutto e per tutto come uno stato indipendente e la presenza militare russa all’interno dei suoi confini ne garantisce la sicurezza da qualsiasi tentativo da parte moldava di ristabilire lo status quo. Questa separazione ha gravemente danneggiato l’economia moldava dal momento che nel territorio separatista si trova la maggior parte dell’industria pesante nazionale oltre che a una significativa capacità di generare energia elettrica.

La Transinistria rimane un territorio economicamente depresso e fortemente indebitato, governato in maniera autoritaria e con grandi spazi lasciati ai cartelli criminali (locali e non), specialmente per quanto riguarda i traffici di armi, esseri umani e droghe.

Una vicenda simile a quella della Transinistria è data nel sud della Moldova dalla Gagauzia, con la differenza che l’etnia dominante di questo territorio è turcofona. Come nel caso precedente la popolazione locale non voleva la separazione dall’URSS e temeva una possibile unione tra Romania e Moldova. Le differenze vengono dalla gestione della crisi che ne è derivata.

Ad oggi alla Gagauzia viene riconosciuta una sostanziale autonomia e ampi spazi di autodeterminazione. La minaccia di una effettiva secessione rimane comunque sul tavolo tra il governo centrale e quello territoriale, con l’ombra protettiva della Turchia a gravare su qualsiasi tensione possa insorgere ai danni della popolazione locale. Da questo stato di cose non sono derivati danni economici rilevanti per il PIL moldavo, anzi nella regione sono stati fatti investimenti infrastrutturali da parte turca.

Fino a quando l’ipotesi di fusione o assimilazione da parte romena rimarrà sulla carta lo status di questa regione non dovrebbe cambiare.

Gagauzia

Gagauzia

Detto del quadro geopolitico locale, già di per sé molto problematico, va affrontato il principale problema moldavo ovvero l’economia. La decisione di perseguire un modello economico di mercato, presa nel 1992, ha portato nell’arco di pochi anni a una gravissima crisi economica, associata a un livello di inflazione molto alto. In assenza di adeguate contromisure e sensa il necessario sostegno di investimenti esteri rilevanti la situazione si è fatta via via più pesante, causando massicci fenomeni di emigrazione e alzando oltre il livello di guardia le tensioni sociali.

Tutto questo si è riflesso sul quadro politico locale, com’era del resto inevitabile. Se nel 1994 l’ascesa del partito Democratico Agrario aveva sancito la sospensione dei progetti federativi con la Romania in favore di ua maggiore coesione nazionale, nel 2001 si è assistito al ritorno del partito comunista locale al potere (primo caso nel quadro delle repubbliche ex sovietiche) che indirettamente causò una notevole frammentazione nei partiti di opposizione senza riuscire nel contempo a migliorare sostanzialmente le cose. Arrivando al 2009 le elezioni portarono a uno stallo. Incapaci di esprimere un governo di coesione nazionale, l’incertezza politica ha portato a un periodo di disordini molto gravi e a far deteriorare ancora di più il quadro macroeconomico.

Nicolae Timofti

Nicolae Timofti

L’instabilità, dovuta anche a un incompleto quadro di riforme, si è in pratica protratta fino a quest’anno. In marzo l’elezione a presidente della Repubblica dell’ex magistrato Nicolae Timofti è stata valutata da molti osservatori internazionali come un segno tangibile di una recuperata stabilità nel contesto politico moldavo. I fondamentali economici rimangono ampiamente negativi malgrado qualche buon segnale registrato nei primi sei mesi del 2012. La Moldova è quindi ancora da annoverare tra i paesi a rischio, con tutti i rischi del caso per le nazioni confinanti.

Due minuti a mezzanotte, siamo alla fine

gamma rays

Ci siamo. Oggi è uscito il 33esimo capitolo della serie, a firma dell’ottimo Fra Moretta, il che apre le porte all’ultimo che porterà la mia firma. Durante questi mesi abbiamo avuto il modo di seguire lo sviluppo delle vicende nel mondo creato da Alessandro Girola, facendo la conoscenza con super umani di tutti i tipi e con trame che vanno molto al di là del plot principale. Abbiamo visto cadere eroi e villain, in un mondo alternativo dove la morte non è certo un evento eccezionale come avviene nelle narrazioni Marvel o DC.

Admiral City, lo scenario principale di 2 Minuti a Mezzanotte, è una città sotto attacco. Incendi, mancanza di energia elettrica, scontri armati tra umani e super umani o tra gruppi diversi di super umani. Il suo simbolo, la Salazar Tower, è stato spezzato in due in una scena che a molti ha ricordato il crollo delle Twin Towers.  Impossibile dire quanti civili siano morti o feriti, quanti siano fuggiti in cerca di scampo fuori dai confini della città o verso i luoghi della periferia rimasti relativamente indenni. Il presidente Romney segue le vicende dalla Casa Bianca, così come altri, più misteriosi, personaggi rimangono sullo sfondo.

Dato il numero di vicende in corso e i vari fili sparsi che sono rimasti della trama devo purtroppo anticipare che non sarà possibile chiudere tutte le questioni, mi focalizzerò su quelle principali e cercherò di chiudere più episodi possibile. Ci sono risposte che devono essere date, almeno secondo il mio parere, mentre altro può rimanere sullo sfondo, così come di norma accade quando si narra di cose reali. Il destino dei 920.000 abitanti di Admiral City, il trauma per una nazione di vivere un simile evento, le sue ripercussioni nel futuro… non si può lasciare irrisolte queste domande.

Tempo fa , scherzando, dicevo che l’unica maniera per risolvere la cosa era far arrivare un bel meteorite e azzerare il tutto con una super esplosione. Molto grafico. Ma altrettanto scadente, sarebbe una scappatoia indegna del lavoro degli autori e delle autrici che mi hanno preceduto. Quindi tocca inventarsi qualcosa. E ora che ci penso, un paio di idee ce le ho… tenete presente l’immagine di testa di questo pezzo.

Valpurga non muore mai

Ieri pomeriggio, grazie alla segnalazione del mio amico Giuseppe Cilluffo, ho scoperto una nuova recensione di un progetto antologico terminato ormai diversi anni fa. Il caro, vecchio, Valpurga, nato all’interno del forum dedicato ai lavori di Sergio “Alan D.” Altieri e germogliato nell’arco di qualche mese. Non ci pensavo da un pezzo, devo ammetterlo.

La recensione la trovate qui e devo dire che è stato interessante leggere parole di apprezzamento per un lavoro molto di “pancia” che a rifarlo oggi prenderebbe una piega completamente diversa. In quel futuro immaginario, originato da niente di meno che della completa distruzione di Roma, si agitano fantasmi e storie ancora da raccontare. Devo avere ancora da qualche parte la scaletta di un romanzo che portava fino a quell’evento.

Grazie a “dr.Zinu” per le parole che mi ha dedicato e un augurio di cuore al gruppo di Infiniti Mondi / scrittorindipendenti.com  per la loro attività.