Tre notizie da ricordare

La fine del 2012 ha portato in dote alcune notizie che trovo allarmanti sia per la loro natura che per l’entità dei fenomeni che vanno a delineare. Mi riferisco in particolare a tre dati; il primo che conferma la tendenza delle nostre imprese a delocalizzare verso altri paesi, in particolare verso la Svizzera e la Slovenia, il secondo colloca a un livello abnorme, il 27%, la percentuale dei nostri laureati in uscita dall’Italia e il terzo, ultimo ma non per importanza, che certifica l’aumento dei fenomeni di migrazione interna da sud verso nord.

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Paul Collier – Guerre, armi e democrazia

Paul Collier Guerre armi e democrazia

Paul Collier

Guerre, armi e democrazia

(Orig. Wars, Guns and Votes: Democracy in Dangerous Places 2009)

Traduzione di Laura Cespa

Laterza

pp. 248

ISBN 978-88-420-9803-4

Quarta di copertina (dal sito dell’editore).

«Se la gente va alle urne non imbraccia il fucile. Sono giunto alla conclusione che questa convinzione rassicurante sia una illusione.» Il nuovo libro di Paul Collier sul rapporto che lega violenza politica e povertà negli Stati in via di sviluppo.
Nelle società dell’ultimo miliardo la democrazia ha fatto aumentare la violenza politica invece di ridurla. Per quanto riguarda l’Africa, l’unica regione i cui dati complessivi sono disponibili, dal 1945 a oggi, 82 sono stati i colpi di Stato riusciti, 109 i tentativi falliti e 145 i complotti sventati sul nascere. Un altro dato: nei 58 paesi a basso reddito che Collier prende in esame, 9 miliardi di dollari vengono spesi in armi, il 40% dei quali è finanziato dagli aiuti per la cooperazione della comunità internazionale. Eppure molti di questi paesi non sono più coinvolti in guerre civili o di confine e negli ultimi decenni hanno avuto libere elezioni. Allora perché? Perché sono paesi i cui governi sono solo apparentemente democratici e non garantiscono né i diritti basilari né le libertà delle persone. «La ragione pura e semplice per cui nei paesi dell’ultimo miliardo gli effetti della responsabilità e della legittimità della democrazia non fanno diminuire il rischio di violenza politica è che in quelle società la democrazia non è né responsabile né legittima.» Questa la cattiva notizia. La buona è che ci troviamo di fronte a una situazione drammatica soltanto perché non siamo stati in grado di gestirla con competenza.

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Luciano Gallino – Il lavoro non è una merce

luciano gallino il lavoro non è una merce

Luciano Gallino

Il lavoro non è una merce (2008, terza edizione)

Laterza edizioni

pp. 184

ISBN 978-8842083221

Quarta di copertina (dal sito dell’editore)

Dire che la politica dell’ultimo decennio ha drammaticamente sottovalutato la condizione del lavoro flessibile significa tenersi molto al di sotto delle righe.

Circa 8 milioni: sono gli italiani che hanno un lavoro instabile. Tra 5 e 6 milioni sono precari per legge, ossia lavorano con uno dei tanti contratti atipici che l’immaginazione del legislatore ha concepito negli ultimi quindici anni. Gli altri sono i precari al di fuori della legge, i lavoratori del sommerso. Come si è arrivati a queste cifre, perché le imprese chiedono la flessibilità del lavoro in misura sempre crescente, quali sono i costi umani che stiamo pagando e quali sarebbero i costi economici che il paese dovrebbe affrontare se si volesse davvero coniugare l’instabilità dell’occupazione con la sicurezza del reddito, cosa ha a che fare tutto questo con la globalizzazione, quali caratteristiche dovrebbe avere una politica del ‘lavoro globale’ per essere davvero all’altezza delle reali dimensioni del problema. In queste pagine, l’accusa di Gallino: non solo non è giusto che il precariato sia merce di scambio dell’economia globalizzata, ma nemmeno intelligente per una società che voglia congiungere allo sviluppo economico lo sviluppo umano.

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Ricordiamoci dell’IMU

Visto che siamo in campagna elettorale è bene fare un piccolo esercizio di memoria, utile soprattutto per chi volesse votare ragionando. Dal centro destra, nello specifico da Silvio Berlusconi, sta arrivando un messaggio molto chiaro e di sicuro appeal per i tantissimi che hanno appena sacrificato gran parte della tredicesima per pagare l’IMU.

Il messaggio è: aboliremo l’IMU. Come fecero in passato quando venne cancellata l’ICI. Questa tassa sulle proprietà immobiliari è particolarmente odiosa per i cittadini, vero? E il governo di Mario Monti è stato così cattivo con tutti noi, vero? Per non parlare di tutti quei sindaci che hanno alzato l’aliquota minima con cui calcolare l’IMU, aggravando non poco la cifra da pagare.

Imu-e-Ici

Ma chi se l’è inventata l’IMU?

Monti? Eh, no. Non ci siamo. Il provvedimento da cui deriva l’IMU è il decreto legislativo n.23 del 14 marzo 2011. E sapete chi ha firmato quel simpaticissimo decreto? Lo ha promulgato il Presidente della Repubblica, come tutte le leggi dello Stato. Ma a firmarlo c’erano nell’ordine:

Silvio Berlusconi, allora Presidente del Consiglio dei Ministri

Giulio Tremonti, allora Ministro dell’Economia e delle Finanze

Umberto Bossi, allora Ministro per le riforme per il federalismo

Roberto Calderoli, allora Ministro per la semplificazione normativa

Raffaele Fitto, allora Ministro per i rapporti con le regioni e la coesione territoriale

Roberto Maroni, allora Ministro dell’Interno

Renato Brunetta, allora Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione

Non ci credete? Benissimo, cercate in rete il testo completo del decreto, le firme sono in fondo. Un link utile potrebbe essere questo.

A febbraio 2013 si vota. Fino ad allora ci toccherà sentire Berlusconi, Maroni e Brunetta che ci racconteranno di come sia terribile l’IMU e di quanto male faccia ai cittadini. Tutto questo pensando che noi si sia tutti così poco intelligenti da non ricordare chi ha fatto tutte questo. Io me ne ricorderò.

Beneficenza?

L’avvicinarsi del Natale comporta tra le altre cose l’arrivo a diluvio di messaggi pro donazione a migliaia di enti più o meno famosi, più o meno benefici. Sui media testimonial di varia natura si affannano a spiegarci com’é bello sentirsi buoni donando a [inserire ente] o di come sia utile e meraviglioso mandare un SMS da due euro al numero [inserire numero]. Dato che è Natale, non vorrete per caso essere brutti-cattivi-asociali anche in questa occasione, vero?

donate

Sto scherzando, ma solo fino a un certo punto. Se il concetto di beneficenza è assolutamente giusto, è altrettanto vero che andrebbe fatta con un minimo di criterio. Intendiamoci, piuttosto che niente va bene anche mandare un SMS più o meno a caso ma un ragionamento andrebbe fatto, specialmente in questa fine 2012 dove quattro anni di crisi economica durissima hanno lasciato un segno profondo nella società italiana.

Ci sono migliaia e migliaia di ottime cose da sostenere, progetti che coprono qualsiasi interesse filantropico possibile e che spesso sono l’unica risposta disponibile per risolvere dei problemi. Va benissimo, anzi ringrazio alcune di queste realtà per avermi fornito informazioni e/o conferme di cose su cui stavo cercando informazioni. Quello che contesto è il tipo di messaggio. L’equivalenza occidentale=ricco è morta nel 2008 e le campagne basate sul senso di colpa mi fanno solo arrabbiare.

Quello che sta venendo fuori è invece un risentimento astioso, un “prima pensiamo ai nostri” che non appartiene più solo al vocabolario di qualche emulo di Scrooge. Nel momento in cui lo stato sociale sembra essere sul punto di crollare o, peggio, di essere cancellato l’interesse per le attività delle ONLUS in Africa o in Asia crolla in maniera verticale. Organizzazioni come la Caritas o il Banco Alimentare sono sommerse dalle richieste, Emergency ha raccontato di come ai suoi ambulatori in territorio italiano si presentino sempre di più cittadini italiani.

scrooge

Perché devo pensare a quelli là quando in classe di mia figlia c’è chi non riesce a comprare i libri o a pagare la mensa scolastica?” Questa domanda me l’hanno rivolta stamattina e mi sono trovato a non saper rispondere. Mi sembra sempre più assurdo fare confronti di priorità, parlare delle tante persone che campano con meno di un dollaro US al giorno con chi ha paura di essere messo in cassa integrazione o di non riuscire a far fronte al mutuo.

Sulle pagine di questo blog ho recensito il libro di Dambisa Moyo (qui) dove la tesi di fondo era che l’Africa ha avuto troppi aiuti e che deve imparare a cavarsela da sola. Che abbia ragione o meno, è proprio quello che sta per succedere. Un occidente spaventato e impoverito  spenderà sempre meno verso i paesi in via di sviluppo, le sue ONG saranno sempre più impegnate a tamponare i buchi dei welfare state. L’ampliarsi del divario tra chi ha e chi non ha sta agendo come leva in funzione di un distacco sempre maggiore tra il “primo mondo” e il resto del pianeta.

L’unica soluzione a tutto questo è cominciare a far sparire il denaro finto, i triliardi di dollari US virtuali che hanno innescato la spirale finanziaria e che hanno fatto da combustibile per le tante bolle immobiliari che sono scoppiate dal 2008 ad oggi. Riportare le cose alla prospettiva dell’economia reale e accorgersi, una volta per tutte, che il denaro è un mezzo e non un risultato.

XII edizioni chiude i battenti

Sulle pagine di questo blog ho spesso criticato la politica editoriale e i modelli di business delle case editrici italiane, così come ho parlato della pessima situazione del mercato editoriale in generale. Ribadisco che si tratta di un settore della nostra economia dove ci sono molte zone d’ombra e che una parte del nostro dissesto culturale arriva da qui.

dark mind

Ritorno sull’argomento per segnalare una pessima notizia, ovvero che la XII edizioni ha deciso di chiudere le proprie attività editoriali. Per chi non l’avesse conosciuta si tratta di una piccola casa editrice che fin dai primi passi ha deciso di puntare su una politica editoriale alternativa, alla ricerca di un livello di qualità e di cura dei volumi che non trova molti riscontri in Italia.

Non so dire come mai i responsabili di XII abbiano maturato l’idea di chiudere i battenti, né sono in grado di fare previsioni su un possibile ritorno di questo marchio nel prossimo futuro. Posso però dire senza tema di smentita che da questo dicembre il mercato italiano avrà perso una delle poche voci interessanti. Fino alla fine dell’anno il magazzino della casa editrice rimarrà disponibile per gli acquisti e mi permetto di suggerire di visitare questo link, dove troverete anche qualche parola su questa situazione.

Per chiarezza d’opinione e per rispetto preciso che non sempre mi sono trovato d’accordo con le scelte editoriali della XII; viceversa ne ho sempre apprezzato il ruolo, sia come “palestra” per far emergere nuovi talenti che come ambiente in cui dare spazio a proposte fortemente alternative rispetto ai trend di mercato.

Le nubi nel gruppo Espresso

Ieri sulle pagine de “La Repubblica” (pag.29, taglio basso a sx) ho trovato un comunicato firmato dal coordinamento dei comitati di redazione del gruppo (ovvero di tutti i CdR delle varie testate) che fotografa una situazione decisamente contradditoria. Mi spiego, seguendo le notizie economiche, nello specifico quelle legate al gruppo in questione, ci sono praticamente solo segnali positivi. Ricavi, raccolta pubblicitaria, ROE, MOL, tutto sopra i livelli medi del settore con qualche punta di eccellenza. In più, volendo guardare alla diffusione, il quotidiano è cresciuto molto in questi anni e testate storiche come L’espresso mantengono molto bene la propria posizione. Del gruppo fanno parte molte testate locali, riviste, un sito/portale che  tra i più visistati d’Italia, un certo numero di emittenti radio e TV. In teoria, malgrado la crisi, le cose dovrebbero andare benino.

Leggete questo:

Il coordinamento dei CdR Espresso, Repubblica, Finegil e Elemedia esprime forte preoccupazione per le ulteriori riduzioni giornalistiche nel Gruppo. E’ stato dichiarato lo stato di crisi anche al settimanale L’espresso, testata storica e marchio editoriale, che si aggiunge a quello appena attuato per l’Agl. Oggi (venerdì 23 u.s.) L’espresso non sarà in edicola in segno di protesta cntro il pesante programma di tagli annunciato dall’azienda in assenza di un piano editoriale.  Con questa azione i redattori dell’Espresso intendono tutelare il patrimonio di una testata che in questi anni ha continuato a distinguersi per le sue battaglie civili, le sue inchieste e la sua indipendenza da qualsiasi centro di potere. I tagli all’organico, nonostante un bilancio di gruppo in utile anche per il 2012, mettono a rischio il livello dell’informazione fino ad oggi garantito con autorevolezza sin dal suo primo numero, il 2 ottobre del 1955. Siamo di fronte all’ennesimo sacrificio richiesto alle redazioni dopo i ridimensionamenti a Radio Capital, al Piccolo di Trieste (che ha proclamato una nuova giornata di sciopero per il primo dicembre e dove è stato presentato anche un piano per la riduzione delle pagine e l’ampliamento dell’offerta su internet) a Bolzano – Trento, al Messaggero Veneto, nei Quotidiani veneti e confermato anche dalla cessazione dei contratti a termine alla Provincia Pavese, dalla chiusura della testata Velvet e, infine, dall’incertezza delle relazioni sindacali a La Nuova Sardegna. Ai colleghi va la solidareità di tutti i CdR del Coordinamento, che ribadiscono la necessità e l’urgenza di un piano di sviluppo editoriale che non prescindendo dalla valorizzazione del primo patrimonio aziendale: i giornalisti. Per questa ragione si rinnova la richiesta di un incontro urgente dei CdR del Coordinamento Gruppo Espresso e della Fnsi con i vertici aziendali che possa rilanciare il dialogo e abbia come primo obiettivo il consolidamento delle testate e la definizione di un progetto strategico con regole condivise sulla multimedialità. Il Coordinamento dei CdR chiede altresì al Governo di non avallare stati di crisi in gruppi editoriali in attivo intervenendo in questo senso sul decreto Sacconi dell’8 ottobre 2009

(a firma de) Il Coordinamento dei CdR Espresso-Repubblica-Finegil-Elemedia

Poco tempo fa Carlo De Benedetti (presidente del gruppo) aveva rilasciato diverse dichiarazioni critiche per la cattiva gestione di questa crisi da parte di personaggi come Sergio Marchionne (AD, FIAT), a proposito di come fosse importante difendere il ruolo dei dipendenti, di quanto fosse importante investire per l’innovazione e la formazione. Se non ricordo male è uscito da poco un saggio sull’argomento. Se si tengono in considerazione i bilanci e la tipologia specifica di queste imprese come si spiega quanto contenuto nel comunicato che avete appena letto?

Multiplo e le idee

Lunedì u.s. ho letto una notizia in breve sul supplemento de “La Repubblica” dedicato alle tematiche economiche, “Affari & Finanza”, che mi ha fatto incuriosire. Le parole chiave sono “automa”, “robot”, “Open Source” e “Kickstarter”. Un progetto che comprenda questo tipo di informazioni mi attira in maniera irresistibile e nei giorni successivi ho approfondito.

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Coin-op blog

Negli ultimi giorni si è ragionato sul ruolo del blogger, usando come punto di partenza alcune dichiarazioni della neo direttrice dell’edizione italiana dell’Huffington Post (edito dal gruppo L’espresso). In pratica la nuova testa sta arruolando un numero consistente di blogger, alla fine saranno circa 600, per fornire i contenuti alla testata, il tutto senza retribuzione.

A far rumore il concetto espresso dalla direttrice, Lucia Annunziata, secondo la quale quanto scrivono i blogger non può essere giornalismo ma soltanto opinioni, ovvero (sempre secondo lei) materiale privo di un suo valore intrinseco. Da qui la scelta di non retribuire, in nessun modo, i blogger collaboratori della testata. Il tono delle parole dell’Annunziata è parso sprezzante a molti, me compreso, il che pare sottointendere un paragone tra giornalisti e blogger che è del tutto privo di senso.

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Lo stato della crisi

Si parla spesso di quanto siano stati duri questi anni dal punto di vista economico e di quante aziende siano finite con l’avere gravissimi problemi nel continuare l’attività ma spesso questo avviene senza avere un’idea di quanto siano estesi gli stati di crisi.

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