We are Red Shirts

We are Red Shirts, cannon fodder for a TV crack

They kill us for the drama, no hope to strike back

From the Federation’s ships to every ugly alien shore

We will get killed and they keep asking more.

Red Shirt

Red Shirt

Red Shirt

We’re gonna die

Running to the front, phaser at the ready

Climbing on the engines, old wrench steady

Always prepared to execute captain’s will

Peace achieved when finally lie still

Red Shirt

Red Shirt

Red Shirt

Get ready to die

Bottom of the line in Academy time

No questions asked for the first line

Guinea pigs for alien viruses

Test subject for doctor’s mixtures

Red Shirt

Red Shirt

Red Shirt

We’re gonna die

Explosion on bridge four, it’s Klingon fire

Decompression on hangar’s deck, it’s dire

Screenwriters are first class sadist, we can tell for sure

Directors hate us, can’t find a cure

Red Shirt

Red Shirt

Red Shirt

Get ready to die

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Si cambia!

Le cose cambiano, è uno dei motori primi di quanto accade in Rete e in più piccolo in questo ramo della blogsfera. A Marzo inoltrato mi trovo a dover ripensare e ripianificare il mio angolo virtuale, grazie anche al vostro contributo nel recente sondaggio.

Scrivere fiction mi sta diventando più difficile, forse perché sto facendo il pieno di suggestioni fantasy come ultime letture. Eppure ho due progetti in piedi e più di una buona idea (scusate la modestia) da mettere per iscritto. Sto parlando di una massiccia espansione del mio racconto “L’orgoglio di Smirne” (ciao Giuseppe, abbi fiducia) e dell’ormai tragicomicamente famosa seconda puntata delle avventure della Stone Cold Company (a proposito, state scrivendo per il concorso del Girola?).

Anche per quanto riguarda recensioni e articoli sulla narrativa e/o sul mercato editoriale c’è una novità; se riguarderanno materiale SF non li troverete più qui ma su un altro blog, un contenitore che potremmo anche chiamare blogzine. Yes, il futuro è tornato e ha un sacco di cose da dirci. Dopo un congruo intervallo di tempo le includerò anche qui ma su un’altra pagina che devo ancora creare.

Tutte le altre recensioni o articoli narrativi/editoriali di altro genere rimarrano qui ma vedranno diradarsi leggermente la loro frequenza. Avevo anche valutato di instaurare una sorta di palinsesto, idea che ho visto funzionare molto bene in altri blog, ma mi sono trovato nell’impossibilità di ottemperare a scadenze fisse. Troppo incerto il tempo dedicato alle ricerche e altrettanto difficile trovo quantificare i tempi di stesura. Tanto per fare un esempio ho in lista due articoli, uno sulla Russia e l’altro sull’Artico, che mi hanno portato oltre il limite di due settimane.

Avevo anche pensato di pubblicare a puntate l’espansione del racconto di SF ma mi sono trovato malissimo a metterne in cantiere puntate da 800-1000 parole. Grossa delusione devo dire, anche perché è un tipo di lunghezza che ben si sposa allo stile sintetico che prediligo. Resta una porta aperta per questo tipo di esperimento ma per una storia completamente diversa che potrebbe anche rappresentare la mia occasione per tornare a scrivere in inglese.

Proprio l’uso della lingua d’Albione è una grossa tentazione, una via che avevo percorso nel blog precedente su LiveJournal. Un buon esercizio, una porta aperta verso il mondo per raccogliere nuove informazioni o suggestioni. Sto cercando stimoli, scintille per accendere il fuoco dell’immaginazione.

Punto di non ritorno (1997)

Punto di non ritorno (Orig. Event Horizon) 1997

Regia di Paul W. S. Anderson

Soggetto di Philip Eisner / Andrew K. Walker?

Questa è la storia di un film che aveva tutto per diventare grande ed è naufragato miseramente. Sessanta milioni di dollari di budget (ricordatevi, stiamo parlando del ’97), attori di primo livello come Sam Neill e Laurence Fishburne, una situazione in spazi chiusi che esalta il ruolo dei caratteristi e mette lo spettatore più vicino ai personaggi.
Aggiungete che è una storia ambientata in un futuro vicino, decisamente riconoscibile come conseguenza del presente (un personaggio fuma, c’è un’edizione futuribile di Playboy) o vicina a noi come usi e costumi. Se ci mettiamo anche che gli interni delle due navi spaziali sono fatti molto bene e c’è qualche buon accorgimento tecnico siamo dalle parti dell’ideale per la fantascienza.

Peccato per due piccoli problemi. Il primo è il regista, spesso impegnato in inquadrature a campo lungo poco adatte a una storia che si svolge per il 99% dentro due astronavi, il secondo è il vero handicap: una sceneggiatura idiota. Dalla Rete rimbalza l’idea che la versione originale di Eisner sia stata riscritta da Walker. E’ possibile ma francamente non vedo il miglioramento. Controllando la carriera di entrambi ci sono solo cose decisamente minori con una vistosa eccezione, Walker ha scritto la sceneggiatura di Seven. Sempre da interviste si apprende che Eisner voleva un horror descritto come “Shining nello spazio”. Lo stiamo ancora aspettando.

Spoiler oltre questo punto.
L’idea di base è buona. Una nave, la “Lewis and Clark”, viene inviata a investigare su un segnale di soccorso proveniente da una nave andata dispersa sette anni prima, la “Event Horizon”. Con l’equipaggio c’è uno specialista, il progettista della nave scomparsa.
Il quadro è interessante, nei giro di poche inquadrature e battute l’intero gruppo degli attori viene messo di fronte allo spettatore e si crea il clima giusto per l’avventura. Da subito si intuisce che il dottor Weir (Sam Neill) è il personaggio destinato a condurre lo svolgimento del plot, tormentato dal suicidio della moglie.
La nave scomparsa era dotata di un motore alimentato con una singolarità, enorme fonte di distorsione gravitazionale che doveva letteralmente piegare lo spazio per viaggiare in tempi brevi dal sistema solare a Proxima Centauri. Poco dopo l’inizio del viaggio la nave scompare senza lasciare traccia.
Fin qui tutto bene. Il tempo di mettersi comodi e iniziare i popcorn.
Da subito l’esplorazione della nave si rivela pericolosa, accadono fenomeni che dovrebbero far salire poco alla volta la tensione nello spettatore. Il membro più giovane dell’equipaggio finisce risucchiato in un “buio” prodotto dall’accensione del motore gravitazionale e al suo ritorno deve essere messo in stasi per evitare il suicidio. L’accensione danneggia seriamente la nave soccorritrice costringendo tutti a trasferirsi sulla “Event Horizon“. Da qui in avanti inizia il carnevale. Tutti hanno allucinazioni, tutti sono testimoni di eventi inspiegabili, anche lo spettatore meno intelligente capisce che il film è partito e non ritornerà.


La faccio breve per non tediarvi oltre. La “Event Horizon” è andata in un’altra dimensione, un posto che assomiglia in maniera sospetta all’inferno dei cattolici. L’equipaggio originale si è massacrato a vicenda e la nave è tornata nel nostro sistema solare semisenziente. Perla della situazione: i membri del primo equipaggio, mentre si massacrano in maniera assurda, parlano latino. Americani del ventunesimo secolo che parlano latino, ovvio che accade perché dall’altra parte si parla latinorum, logico come il deficit neurale che si abbatte su chi ha decide di finanziare un film basato su questa sceneggiatura.
Alla fine ci sono dei superstiti e il dubbio, telefonatissimo, di un possibile secondo film. La buona notizia è che il seguito non si è mai concretizzato.

Cose buone dalla melma.
Da questo film discende un bel videogioco, Dead Space, che fin dalla cover cita il film con quel guanto di tuta spaziale che fluttua in assenza di gravità.

Voto finale: 03,00 / 10,00.

Note:
Lewis e Clark erano due esploratori del diciannovesimo secolo, noti per la vicenda della ricerca del passaggio a nord-ovest
Event horizon, orizzonte degli eventi, è la frontiera esterna della zona di influenza diretta di un buco nero (o singolarità). Il punto di non ritorno del pozzo gravitazionale che il buco nero genera.

Equilibrium (2002)

Equilibrium (2002)

Scritto e diretto da Kurt Wimmer

Un mondo distopico, erede della Terra post terza guerra mondiale. Una città stato dalle linee severe che si oppone a un mondo esterno senza legge. Un governo autoritario che è riuscito a bandire le emozioni dalla popolazione con una nuova droga. Un leader che fa impallidire il ricordo del Grande Fratello orwelliano.

Caratteristiche del genere mi rendono un film irresistibile, se poi ci si mette anche l’estrema evoluzione del gun fu inventato da John Woo negli anni ’80 (gun kata, il kata della pistola) voi capite che un bullonaro come me si mette a sedere con tanto di birra e pop corn.

Il cast non è niente male. Christian Bale a reggere le sorti della narrazione, Sean Bean ed Emily Watson a dare mestiere e sostanza e caratteristi come Dominic Purcell e Angus Mcfadyen a fare il lavoro sporco. Vero che Bale qui non è il massimo dell’espressività (anche meno che in Batman, tanto per capirci), vero anche che il coprotagonista, Taye Diggs, non mi ha per nulla impressionato. Dato il film, una sorta di produzione di medio livello dall’incertissima distribuzione, non sono certo un insieme male assortito.

In pratica si gioca tutto sulla contrapposizione. Un governo autoritario, detto Tetragrammaton, retto da un capo misterioso ed onnipresente nella vita dei cittadini. Ai suoi ordini un gruppo di chierici (Grammaton Cleric nell’originale) che grazie al dominio dell’arte marziale Gun Kata sono in grado di superare qualsiasi avversario nei conflitti a fuoco. Lo scopo è reprimere le emozioni nella popolazione e distruggere qualsiasi materiale possa suscitarne. Al di fuori delle mura una landa desolata da cui proviene la maggior parte di questo materiale, introdotto da chi si sforza con ogni mezzo di resistere all’oppressione.

Girato tra Berlino e Roma per la maggior parte ha un feeling decisamente europeo, il che probabilmente spiega una parte del suo scarissimo successo in terra americana. Se andate a vedere sui database dedicati al cinema di solito viene stroncato senza pietà. La storia non è certo originalissima e visti i primi dieci-quindici minuti si può ragionevolmente prevederne lo svolgimento. Questo fattore però non  pregiudica il poter apprezzare alcune sequenze molto ben riuscite d’azione e qualche momento più intenso, dove il regista riesce ad azzeccare buone inquadrature nei momenti più lenti del film.

Nel corso del film vengono più volte citate poesie di William Butler Yeats, degno contrappunto di una lotta per la libertà non solo fisica ma soprattutto volta a recuperare quel fattore emozionale che ci rende davvero umani. È una morale che cade con la delicatezza di una cassaforte dal decimo piano ma a volte si riescono ad apprezzare anche cose giocate così duramente.

Battuta del film (capitemi, sono un bullonaro):

“What, would you say, is the easiest way to get a weapon away from a Grammaton Cleric?”

“You ask him for it.”

Voto: 06,50 / 10,00.

Paul Di Filippo – La trilogia steampunk

Paul Di Filippo

La trilogia steampunk (Orig. 1995, questa edizione 2011)

Titoli originali: Victoria (1991), Hottentots (1995), Walt and Emily (1993)

Delos

pp. 318

ISBN 9788865301746

Link su IBS

 

Quarta di copertina (da IBS.it)

Cos’è accaduto alla regina d’Inghilterra? È realmente lei la creatura dagli strani appetiti che da qualche tempo siede sul trono dell’Impero Britannico? Da dove vengono i mostri dell’abisso lovecraftiano che minacciano il Massachusetts? In quale curiosa epoca sono stati condotti i poeti amanti Walt Whitman ed Emily Dickinson? Tra i tanti sottogeneri del fantastico, della fantascienza e del fantasy, lo steampunk è uno dei più affascinanti, con i suoi scenari vittoriani, con le sue straordinarie tecnologie senza elettronica ed elettricità basate su ingranaggi e motori a vapore. Tra i pionieri del genere, che annoverano nomi come Tim Powers, William Gibson, Bruce Sterling e Alan Moore con la sua “Lega degli Uomini Straordinari”, un posto particolare spetta a Paul Di Filippo, primo a usare il termine steampunk in un titolo proprio con il presente libro. Tre storie ambientate nel diciannovesimo secolo, in una girandola di avventure narrate con arguzia.

Recensione flash.

Tre storie sospese tra pastiche, fantasia e grandi trovate. In più un numero impressionante di omaggi letterari e di riferimenti storici, per dare al lettore l’esperienza di un viaggio irripetibile. Da leggere.

Voto: 08,00 / 10,00.

Recensione.

Ci sono più modi di accostarsi a questa trilogia. Si può apprezzarne il notevole lavoro di preparazione, specialmente per la terza parte, si può godere dello stile e del modo ai confini del pastiche con cui Di Filippo sceglie di presentarci queste storie; ci si può focalizzare sul messaggio che ne traspare, in particolare per il voler trattare temi seri come il razzismo; ancora, ci si può divertire a cogliere tutti gli inside joke sparsi a piene mani, sempre cercando di distinguere quali dei personaggi sia storico o meno; infine, ci si può godere tre belle storie e lasciare perdere tutte le altre faccende.

Difficilmente si trova materiale del genere e non a caso Di Filippo si è fatto un nome come autore di spicco, uno dei pochi che possa dire di aver lasciato una traccia nella narrativa fantastica di questi ultimi decenni. Questa trilogia è degli inizi della sua carriera e mostra già un livello di maturità espressiva e di padronanza delle ambientazioni che pochi raggiungono. C’è chi attribuisce proprio a questo lavoro il germinare del genere steampunk, di sicuro è tra i primi lavori ad ottenere una buona notorietà.

Quello che mi ha più colpito è la capacità di variare i registri narrativi. Ci sono elementi propri dei romanzi dell’ottocento (Verne, Dumas), una costante nota sospesa tra il sarcasmo e l’ironia e il gusto giocoso di riservare al lettore una sorpresa dopo l’altra, un continuo dare scacco matto. Ho cercato a una prima lettura di trovare tutti gli elementi riferiti ad altri libri o a personaggi letterari ma ho dovuto rinunciare, il gioco citazionista viene condotto a un livello che è superiore alle mie forze sostenere. Il risultato finale mostra chiaramente il talento dello scrittore, non a caso in grado di esprimersi con facilità sia nei racconti che nei romanzi (ha anche sceneggiato dei fumetti, tanto per gradire). Nel passare da una sponda all’altra dell’Atlantico (la prima parte in Inghilterra, le successive prendono le mosse negli Stati Uniti) riservando al resto del mondo il ruolo di background (Francia, Polonia, Prussia, territori boeri del Sud Africa) si mostra l’unico limite di questa serie di storie, l’essere anglocentrico.

Altro fattore da sottolineare la critica costante al potere, sia come establishment economico che per porsi al di sopra del sapere in virtù del censo o della posizione. Il secondo racconto ha come sottotracce costanti il razzismo e la condizione femminile, temi presenti in altra chiave anche negli altri due. Infine, l’elemento fantastico, altra colonna di queste narrazioni. Protoscienza, magia in salsa lovercfratiana, passaggi dimensionali sono le chiavi di volta dei tre racconti, ognuna declinata con grande brio.

Se ancora non si fosse capito: da leggere.

Paul Di Filippo

Note sulle edizioni italiane.

In Italia questi tre racconti sono stati tradotti per la prima volta nel 1996 dalla Nord, con la traduzione di Maria Cristina Pieri. La stessa casa editrice ristampò in altra collana nel 1998. Non so dirvi se sia possibile reperire questi volumi al di fuori dal mercato dei remainders.

La trilogia deve la sua più recente pubblicazione alla Delos, nella collana Odissea Fantascienza. In questo caso la traduzione è stata affidata a Sergio Proietti con il quale mi complimento dato il livello di difficoltà, specialmente per la terza parte.

Carlton Mellick III – War Slut

Carlton Mellick III

War Slut (2006)

Eraserhead Press

pp. 88

ISBN 978-1933929538

Link su Amazon.com qui

Quarta di copertina (da Amazon.com)

In a future where everyone in the world has been drafted into the military, there is only one enemy left to fight . . . ourselves.Five exhausted soldiers are sitting in the middle of a frozen Arctic wasteland, waiting for something to happen. They don’t know why they are there or what they are supposed to be doing. Their superior officers have stopped giving them orders, their food supply is running low, and they are unsure whether or not their enemy actually exists at all. Once they lose their war slut (a transmorphing sex cyborg), the soldiers leave the safety of their camp in order to get it back. Only what they find out in the dark icy landscape is something far beyond what they ever could have imagined.Part 1984, part Waiting for Godot, and part action horror video game adaptation of John Carpenter’s The Thing, WAR SLUT is a fast-paced dystopian tale of the dark and the absurd.

Recensione flash.

Racconto tra il weird e la SF psicologica, strutturato più come una piece teatrale che non come una narrazione tradizionale. Ben scritto, lontano dai canoni delle narrazioni di guerra. Pessimo rapporto pagine / prezzo, al limite dell’insulto.

Voto: 06,00 / 10,00.

Recensione.

Ho approcciato con grande curiosità questo lavoro di Mellick, spinto da tutto il parlare che si è fatto in Rete sul Bizarro e sul clima da avanguardia culturale che circonda questo sub genere narrativo. Può darsi che abbia preso il testo peggiore per capirci qualcosa ma devo dire di non essere così stupito dalla novità.

La situazione di partenza è decisamente interessante. Un mondo completamente militarizzato impegnato in un conflitto lunghissimo contro chi ha rifiutato di essere arruolato, un chiaro paradosso, dove viene presentata la vicenda di un gruppetto di soldati spediti dopo la fine del conflitto alla ricerca di un ultimo gruppo di nemici. Il contesto ricorda molto Philip K. Dick, dove la vicenda narrata è un pretesto per ragionare sull’assurdità dei conflitti.

L’autore riesce ad essere evocativo con poche parole e uno stile piuttosto asciutto, accompagnando il lettore nello svolgersi di una vicenda sempre più assurda. Ci sono spunti che ricordano H. P. Lovecraft, altri che riportano ai romanzi di James Ballard. Una buona lettura, ben inquadrata dalla premessa che la distanzia dai canoni dalla SF militare. La parte più discutibile di questo libretto è il rapporto pagine / prezzo, stiamo parlando di 88 pagine a 7.95 dollari, mi sembra esorbitante.

Approfitto di questo spunto economico per portare una riflessione: ha senso mettere in circolazione testi di dimensioni ridotte con un rapporto pp/prezzo del genere? Abbiamo fior di esempi anche nel nostro paese di politiche editoriali del genere e dubito molto abbiano portato a grandi fatturati. Se è vero che i costi strutturali sono un fattore molto pensate (stampa, distribuzione, resi) mi sembra comunque miope scaricare a valle i costi sui lettori. Non è così che si allarga la platea dei lettori / clienti.

Charles Stross – Wireless

Charles Stross

Wireless (2009)

pp. 368

ISBN 978-0441017195

Link su Amazon: qui.

Quarta di copertina (da Amazon.com)

Science fiction guru Charles Stross “sizzles with ideas” (Denver Post) in his first major short story collection.
The Hugo Award-winning author of such groundbreaking and innovative novels as Accelerando, Halting State, and Saturn’s Children delivers a rich selection of speculative fiction- including a novella original to this volume- brought together for the first time in one collection, showcasing the limitless imagination of one of the twenty-first century’s most daring visionaries.

Recensione flash.

Un viaggio negli universi narrativi di uno dei migliori autori inglesi di SF, un concentrato di buone idee e vicende soprendenti. Acquisto raccomandato con tanto di bollino di garanzia!

Voto: 07,50 / 10,00.

Recensione.

Questa antologia copre dieci anni dell’attività di Stross al di fuori dei romanzi e permette di farsi una buona idea della varietà delle tematiche trattate oltre che del livello a cui si esprime questo autore. Nel volume sono compresi i seguenti testi:

Missile Gap (premio Locus 2007, categoria Novella);

Rogue Farm;

A Colder War;

Maxos;

Down on the Farm;

Unwirer (con Cory Doctorow);

Snowball’s Chance;

Trunk and Disorderly;

Palimpsest (premio Hugo 2010, categoria Novella).

Come tutte le antologie anche questa ha una qualità discontinua, figlia anche del fatto che i vari testi sono stati prodotti a fronte di esigenze diverse. Tuttavia il livello rimane sempre alto, così come lo stile di scrittura non scende mai sotto uno standard altrettanto elevato. Quello che cambia sono i registri su cui sono giocate le narrazioni.

Missile Gap potrebbe essere definito atompunk se vi piacciono queste etichette; la premessa è quella di un trasferimento dell’intera razza umana su un pianeta-disco con caratteristiche apparentemente impossibili per le leggi fisiche che conosciamo. L’intera galassia sembra essere mutata e questo super-pianeta ha molte  sorprese in serbo.

Rogue Farm è un breve racconto su un futuro post umano dalle tinte decadenti ed estreme allo stesso tempo. Conclusione abbastanza scontata ma un numero di idee davvero interessanti. Contiene anche un omaggio a Larry Niven, tanto per gradire.

A Colder War è uno dei più riusciti tentativi di anti utopia che io ricordi. Echi lovercraftiani e un’atmosfera costante di alienità che finisce per lasciare qualche brutta sensazione nel lettore. Se penso che in questi giorni stanno trivellando il lago Vostok mi vengono i sudori freddi.

Maxos è un pezzo breve, decisamente umoristico. Lo spunto è a cavallo tra i primi tentativi di phising e le reti di comunicazione SETI, penso sia già interessante come premessa.

Down on the Farm è un racconto ambientato in uno degli universi narrativi creati dall’autore (Laundry universe) dove la magia ha ampie attinenze con la tecnologia e la logica. Ancora, se gradite le etichette, si potrebbe parlare di dieselpunk con tendenze nette verso il weird.

Unwirer (scritto in collaborazione con Cory Doctorow) è un bel tentativo di universo alternativo, un presente in cui la lotta per la rete libera e la condivisione ha preso una piega del tutto inedita sia in Europa che negli USA. Notevole.

Snowball’s Chance riprende un grande classico, l’accordo con il diavolo. Nello specifico viene declinato in maniera davvero luciferina a partire da un mondo che potrebbe essere un futuro davvero vicino a noi.

Trunk and Disorderly è un pezzo ambizioso, giocato sui toni umoristici e pieni di nonsense cari a P. G. Wodehouse; non è di palato facile per i lettori italiani dal momento che molto è giocato sul linguaggio. L’ho trovato il pezzo meno riuscito del lotto.

Palimpsest è un pezzo da maestro. Non ricordo un romanzo o una novel con questo grado di complessità gestito così bene. Paradossi temporali, cosmogonia, l’evoluzione dell’universo, tecnologie talmente avanzate da manipolare le stelle tutto nella stessa novel. Un premio Hugo non arrivato a casaccio.

Charlie Stross photographed by Charlie Hopkinson.

Segnalo con piacere che Palimpsest è stato tradotto in italiano e pubblicato da Delos con il titolo Palinsesto nel 2010 nella collana Odissea (traduzione di S. Proietti).

Da questa antologia la stessa casa editrice ha tradotto anche Missile Gap, uscito nella stessa collana con il titolo Universo distorto (traduzione di R. Chiavini).

Per quanto riguarda gli altri titoli della robusta produzione di Stross mi risultano tradotti nella nostra lingua Giungla di cemento (orig. The Concrete Jungle) sempre da Delos in Odissea Fantascienza (traduzione C. Codecà). Il romanzo Accellerando (orig. Id.) mi risulta essere uscito per Armenia nel 2007, non so se sia ancora disponibile.

EDIT:

Grazie alla collaborazione di Ktrl+S scopro di aver dimenticato un altro titolo di Stross uscito per i tipi di Armenia nel 2008, ovvero “L’alba del disastro” (Orig. Iron Sunrise del 2004) tradotto da S. Proietti e F. Staglianò.