Israele versus Iran: il dito sul grilletto

Premessa.

Questo articolo parla di attività militari intraprese da Israele nel recente passato e delle prospettive di una possibile azione ai danni dell’Iran. Non è mio interesse focalizzarmi su temi religiosi, sulle diatribe che riguardano l’esistenza stessa dello stato di Israele e la storia dell’intera regione. Ogni commento che ecceda la ragionevole discussione verrà rimosso con estremo pregiudizio.

Situazione tattica.

Come noto l’Iran ha un programma nucleare molto ben avviato che sta arrivando a completare la produzione autonoma di materiale fissile con tutti i passi necessari per raffinarlo fino al weapon grade. Se si mette in relazione questa capacità con il buon livello della capacità missilistica autoctona e con la fattibilità della costruzione di un ordigno atomico è logico concludere che ci sia un interesse militare da parte di tutti i paesi del Medio Oriente in primis e del resto del mondo in conseguenza dell’importanza dell’area del Golfo Persico. Ad oggi Israele è l’unica potenza nucleare dell’area, elemento deterrente ritenuto fondamentale da gran parte delle gerarchie militari e dai partiti di destra nonché da una parte rilevante dell’establishment americano. Da mesi Tel Aviv fa filtrare dichiarazioni e voci a proposito di un attacco ai siti nucleari iraniani.

I precedenti.

Le forze armate dello stato di Israele hanno una lunga storia di operazioni condotte fuori dai confini nazionali, nella loro dottrina operativa l’interesse nazionale prevale su qualsiasi trattato o convenzione esistente, comprese quelle sottoscritte dallo stesso Israele. Questo è un elemento da tenere sempre presente quando si discute della possibilità di eseguire o meno un’operazione militare da parte del governo di Tel Aviv. La consapevolezza di avere nel consiglio di sicurezza ONU un alleato, gli USA, in grado di porre il veto su qualsiasi decisione non formale contribuisce non poco a questo atteggiamento. Per gli scopi di questo articolo ritengo interessante ricordare alcune operazioni della FFAA israeliane, significative per i risultati ottenuti e/o  per le distanze degli obiettivi rispetto al territorio nazionale.

Operazione Thunderbolt, 4 luglio 1976.

Un gruppo aviotrasportato di forze speciali viene utilizzato per riprendere il controllo di un aereo passeggeri francese dirottato e fatto atterrare in territorio ugandese nell’aeroporto di Entebbe. Il teatro di operazioni è a 4.000 km dal territorio israeliano, l’operazione può essere definita un successo pieno malgrado alcune perdite civili. Un buon riassunto lo potete trovare qui.

http://en.wikipedia.org/wiki/Entebbe_Raid

Operazione Opera, 7 giugno 1981.

Raid aereo per bombardare un reattore nucleare in costruzione in territorio iracheno. Missione conclusa con pieno successo, l’ambizioso programma atomico di Saddam al-Husseini non verrà mai portato a conclusione, grazie anche alle pressioni americane sui francesi per non riprendere la costruzione della struttura. Il teatro di operazioni è a 1.600 km dal territorio israeliano e l’azione viola lo spazio aereo del regno saudita. Interessante notare che l’aviazione iraniana aveva bombardato il sito il 30 settembre del 1980 (i due paesi erano in conflitto). L’intera vicenda presenta molti punti oscuri e un coinvolgimento italiano nelle fasi iniziali. Suggerisco di leggere questo articolo per farsi un’idea.

http://en.wikipedia.org/wiki/Osirak#Iranian_attack

Operazione Wooden Leg, 1 ottobre 1985.

Bombardamento aereo delle strutture OLP in Tunisia, in località Hammam al-Shatt. Missione conclusa con successo, notevole per la dimostrata capacità di rifornirsi in volo con un Boeing 707 modificato. Il teatro di operazioni è a 2.060 km  dal territorio israeliano e l’azione viola lo spazio aereo tunisino. Probabile collaborazione americana logistica, impossibile per la formazione israeliana sfuggire al rilevamento della sesta flotta della Marina USA. Anche questa vicenda è ben riassunta sulle pagine di Wikipedia.

http://en.wikipedia.org/wiki/Operation_Wooden_Leg

Operazione Orchard, 6 settembre 2007.

Meno di cinque anni fa l’aeronautica israeliana bombarda un reattore nucleare in costruzione a Deir ez-Zor, installazione segreta con probabile scopo militare. Missione conclusa con pieno successo, le foto aeree mostrano chiaramente le strutture distrutte.   Il teatro di operazioni è a meno di  500 km dal territorio israeliano e l’azione viola lo spazio aereo siriano nel volo di andata, sconfinando anchein quello turco nel viaggio di ritorno. Come consueto per questo articolo, il riassunto lo trovate nell’articolo linkato sotto.

http://en.wikipedia.org/wiki/Operation_Orchard

Lo scenario iraniano.

Venendo al presente appare chiaro come l’Iran abbia fatto tesoro delle lezioni subite dagli iracheni e dai siriani e dell’assistenza interessata da parte cinese e russa. Non è certo un caso se gli impianti necessari alla filiera di lavorazione dell’uranio siano sparsi in varie regioni e che uno di essi sia stato ricavato all’interno di una montagna. Gli enormi investimenti fatti nell’ultimo decennio e il coinvolgimento di numerosi specialisti pachistani, siriani, nord coreani, russi e cinesi fa capire con quanta determinazione l’Iran sia deciso a dotarsi della capacità autonoma di produrre e gestire materiale fissile. Di pari passo è aumentata la quota del prodotto interno lordo destinata alle forze armate e gran parte di questi fondi sono stati utilizzati per i programmi di ammodernamento delle componenti aeronautiche e di difesa aerea.

Con ogni probabilità nel corso di quest’anno l’Iran annuncerà di aver raggiunto lo scopo del programma, il che significa che forse già oggi hanno a disposizione abbastanza materiale weapon grade.  Quello che rende frenetica l’azione diplomatica di questi mesi e isterica ogni reazione iraniana è il raggiungimento di un punto di non ritorno, ovvero avere da parte iraniana pronti 2-3 ordigni nucleari ‘sporchi’ in grado di fungere da deterrente verso azioni militari altrui. In pratica vogliono raggiungere lo status della Corea del Nord e di Israele, de facto intoccabili per paura di una reazione estrema. Da qui le minacce degli ultimi mesi sulla circolazione navale dello stretto di Hormuz e il nervoso succedersi di esercitazioni da parte delle forze armate e dei Pasdaran. Sempre per lo stesso motivo le massime autorità religiose del paese hanno a più riprese attaccato verbalmente l’Occidente, dando segnali che sono stati ripresi anche in Libano e a Gaza, rispettivamente da Hezbollah e Hamas.

Un ipotetico raid israeliano non andrebbe a colpire tutti i siti della filiera industriale, ce ne sono troppi per coprirli con il numero di aerei disponibile e alcuni sono oggettivamente meno importanti di altri. Per capirci, distruggere dei capannoni pieni di centrifughe (servono per la lavorazione dell’uranio) non ha certo la stessa valenza che centrare un reattore. Questo ovviamente lo sanno anche gli iraniani che non a caso hanno concentrato nei pressi dei siti più importanti aliquote significative dei reparti con capacità AAA. Scegliendo per importanza i primi della lista dovrebbero essere Arak, Ardakan, Natanz, Busher e Lashkar-Abad mentre quello da evitare assolutamente è quello di Tehran, poco significativo tatticamente e inserito in un contesto (la capitale del paese) assolutamente pericoloso. Un obiettivo importante sarebbe il sito di Fordow, che risulta però essere molto vicino alla città santa di Qom (di conseguenza obiettivo sensibile per motivi religiosi).  Come si vede dalla mappa i siti sono piuttosto distanti tra di loro e il fattore critico dato dal tempo di sorvolo di territorio ostile diventa condizionante. Ricordo che un raid non ha le caratteristiche di una campagna di guerra aerea simile a quella condotta dagli USA contro l’Iraq qualche anno fa. Senza la sopressione preventiva via bombardamento degli aeroporti avversari e delle strutture C4I (command, control, communication, computer, intelligence) diventa impossibile assicurarsi il dominio dei cieli.

In più qualsiasi rotta di avvicinamento al territorio iraniano comporta la violazione di almeno due spazi aerei potenzialmente ostili (due tra Giordania, Arabia Saudita e Iraq) e la necessità operativa di mantenere in cielo almeno due gruppi di aerei cisterna con relativo supporto di protezione rende la logistica di tutto l’attacco estremamente rischiosa. Se l’aeronautica iraniana riuscisse a intercettare le cisterne l’intero attacco diventerebbe una catastrofe senza precedenti, sia dal punto di vista meramente militare che da quello propagandistico. L’appoggio diplomatico americano potrebbe minimizzare i rischi di sorvolo sui paesi citati ma ha l’effetto collaterale di esporre alla reazione di tutto il mondo arabo gli USA in un momento dove l’instabilità portata dalla primavera araba ha rimescolato le carte geopolitiche dell’intera regione.

Un raid con un solo obiettivo, per esempio Natanz, avrebbe probabilità di successo molto più elevate e rappresenta la scelta più probabile da parte israeliana. Tuttavia si tratterebbe di un successo militarmente limitato che potrebbe non essere sufficiente per rallentare lo sforzo nucleare avversario e darebbe alla gerarchia politica/religiosa iraniana un nemico esterno palese davanti al quale compattare la rabbia popolare, elemento non da poco date le proteste che attraversano l’intera società persiana. Il rischio concreto è una vittoria di Pirro, utile solo ai due contendenti per agitare un trofeo davanti alla propria opinione pubblica e per alzare di molto la temperatura nell’intero quadrante del Medio Oriente.

Ho già ricordato come l’Iran stia investendo molto in aerei e missili per colmare il gap qualitativo e quantitativo che lo separa dallo status di potenza regionale. L’industria nazionale ha personalizzato ed evoluto i vecchi Northrop F-5 e i Grumman F-14 (residuo del governo di Rezha Palevi, alleato degli americani) con la fattiva partecipazione di esperti russi e cinesi, sul modello (ironia della sorte) di quanto fatto dagli israeliani con i propri apparecchi. Attenzione quindi ad immaginare un’aviazione iraniana debole ed incosistente, rassegnata al massacro contro i piloti di Tel Aviv. Ricordo anche il recente abbattimento da parte iraniana di un modernissimo drone americano, a quanto pare ottenuto interferendo con il controllo satellitare.

In generale un raid israeliano potrebbe essere l’operazione più rischiosa mai tentata negli ultimi quarant’anni e portare risultati molto limitati. Credo che i vertici militari lo sappiano e che stiano cercando di spiegarlo con le dovute maniere alle fazioni più interventiste della politica. Volendo quantificare le possibilità di riuscita in termini percentuali temo che le cifre realistiche siano le seguenti:

riuscita di un attacco a un solo sito: 75%;

riuscita di un attacco a tre o più siti: 30%;

perdite nel primo scenario: 5-10% della forza (se l’attacco riesce);

perdite nel secondo scenario: 35-50% della forza (se l’attacco riesce).

Lo spazio per ragionare e per evitare scenari bellici c’è ancora, al netto di tutte le dichiarazioni roboanti e delle stupidaggini propalate sui media. Un attacco a un sito nucleare attivo porta inevitabilmente a una contaminazione della zona e dato il quadro generale a una sicura ripresa delle ostilità in Libano e nella striscia di Gaza. Fino all’ultimo momento vale la pena cercare di evitarlo e tenere il punto su quelle sanzioni economiche che possono essere in grado di prosciugare le finanze iraniane.

Scheda sull’aviazione israeliana

http://en.wikipedia.org/wiki/Israeli_Air_Force

Scheda sull’aviazione iraniana

http://en.wikipedia.org/wiki/Iranian_Air_Force

(nota bene #1: le mappe sono tutte di pubblico dominio, alcune fanno parte della serie prodotta dalla CIA per i loro Factbook annuali, altre provengono dalle library di Wikipedia)

(nota bene #2: le immagine degli aerei israeliani e iraniani le ho trovate in rete, non mi è stato possibile risalire agli autori. Spesso queste fotografie provengono da agenzie governative e vengono messe in pubblico dominio)

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Il sangue della Siria

Quando guardo la mappa della Siria non posso fare a meno di visualizzare in contemporanea un display, cifre rosso sangue su sfondo nero che lentamente descrescono. È il tempo. A seconda del punto di vista può essere il tempo che rimane al governo di Bashar al-Assad prima di essere travolto o quello che rimane alla popolazione, ridotta all’estremo in ampie zone del paese.

Strano paese la Siria. Importante cliente per l’industria bellica russa, utile fastidio da agitare in faccia agli americani per i cinesi, pedina contesa tra l’influenza iraniana e la voglia turca di cambiare tutti gli equilibri nell’area. Il tutto con Israele che sta a guardare dall’alto delle postazioni sulle alture del Golan e il perpetuo agitarsi delle democrazie occidentali che annaspano per cercare uno spazio di trattativa inesistente.

Non stupisce che qui la primavera araba abbia trovato terreno fertile. La combinazione di alta pressione demografica, tasso di disoccupazione in aumento e regime dittatoriale di per sé era sufficiente e il relativo successo della protesta in Egitto e in Libia hanno fatto il resto. Il controllo del partito Ba’ath e dei relativi apparati è ferreo nella capitale ma non raggiunge gran parte del territorio nazionale, specialmente nelle regioni più vicine alla frontiera turca.

Bashar al-Assad non è in grado di bilanciare la posizione del suo paese come aveva fatto il padre nei decenni precedenti durante la guerra fredda e nel turbolento periodo successivo. Aver giocato su due tavoli in maniera ambigua e violenta come è stato fatto da una parte in Libano e dall’altra nello schierarsi nell’alleanza contro Saddam Hussein ha avuto come effetto il circondare la Siria di nazioni potenzialmente o apertamente ostili.  Nelle alte gerarchie militari, malgrado le epurazioni degli ultimi anni, ci sono ancora diversi ufficiali che hanno partecipato alle feroci repressioni degli anni ’80 e che sono più fedeli a Tehran che non agli Assad.

Proprio nell’attività iraniana e ai movimenti ad essa collegati come Hezbollah e Hamas si può collegare la fine del predominio siriano in Libano, altro chiodo nella bara per la credibilità di Bashar al-Assad e dei vertici del partito al potere. Tutti i burattinai che si affollano attorno alla nazione siriana sembrano adesso prendere tempo, valutare le possibili soluzioni per sostituire il vertice della piramide tentando di lasciare gli equilibri interni inalterati. Gli alawiti al potere hanno ben presente la lezione impartita ai vicini iracheni nel post Saddam e non vogliono subire la vendetta della maggioranza sunnita che hanno schiacciato per decenni.

Paradossalmente l’unica salvezza del regime siriano sta nei suoi oppositori. Sono in grado di far fronte comune contro il Ba’ath ma non possono esprimere un governo alternativo o un’alleanza che sia credibile per gli interlocutori stranieri. Si sta replicando lo schema visto in Egitto, con i movimenti di ispirazione religiosa che per numeri e seguito sono in grado di prendere il sopravvento sugli studenti e su quello che resta della borghesia locale. Negli ultimi mesi sta emergendo un ruolo preponderante di quella parte delle forze armate che si sono ribellate al potere centrale, il che porta verso uno scenario da guerra civile.

Il popolo siriano, già seriamente impoverito per il peggioramento drastico dell’economia negli ultimi anni, non può neppure sperare in una missione internazionale come è accaduto per la Libia. Russia e Cina hanno posto il veto proprio per impedire qualsiasi mossa del genere e la crisi economica ha fatto il resto. Nei budget della Difesa dei maggiori paesi della NATO non si sono i soldi necessari per operazioni di deny flight sul territorio siriano, senza contare che sarebbe necessario utilizzare le basi in Turchia per questioni logistiche.

Poco credibile appare un intervento militare della Lega Araba, al più in grado di veicolare investimenti da parte qatariota o saudita verso una missione internazionale che abbiamo già visto essere improbabile. Gli unici in grado di risolvere la questione sembrano essere gli stessi siriani, con il probabile scenario di una carneficina che potrebbe andare avanti per tutto quest’anno. Personalmente temo anche dei colpi di coda, frutto di disperazione, da parte di al-Assad. Cercare di tirare in mezzo Israele al conflitto, cavalcare l’astio verso Tel Aviv dell’intera regione per far sopravvivere il regime. Ci provò anche Saddam al-Husseini e il governo israeliano di allora seppe mantenere la calma, dubito che l’attuale esecutivo sia in grado di fare lo stesso date le tensioni già presenti con l’Iran. Un attacco ad Israele e soprattutto una risposta massiccia da parte dello stato ebraico potrebbero contribuire ad incendiare l’intera area.

(nota bene: la mappa è di pubblico dominio, fa parte della serie prodotta dalla CIA per i loro Factbook annuali)

Gunny (1986)

Gunny (Heartbreak Ridge)

Prodotto, diretto e interpretato da Clint Eastwood.

Cenni sulla trama.

Un veterano della guerra di Corea, vicino alla pensione, riesce a ottenere un ultimo incarico come NCO di un gruppo di esploratori dei Marines. Osteggiato dal suo diretto superiore e messo di fronte a un gruppo indisciplinato riuscirà a farne un’unità in grado di affrontare la battaglia. Ambientato in parte nel conflitto del 1983 a Grenada, contiene diversi riferimenti a episodi realmente accaduti.

Il film.

Episodio minore della carriera di Eastwood sia come attore che come regista o produttore questo film mantiene comunque un seguito tra gli appassionati per alcune battute particolarmente riuscite e per aver portato sullo schermo alcuni stereotipi cari alle produzioni americane. Abbiamo il veterano, prototipo del duro formato sul campo di battaglia, abbiamo i vecchi compagni d’arme che cercano di aiutarlo, il branco disordinato di giovinastri da trasformare in veri soldati, l’ufficiale tutto regolamento che non capisce le esigenze del campo di battaglia, il giovane ufficialetto che si rivelerà in grado di stupire il veterano, il giovane che si redime per prendere il posto del veterano e portare avanti la tradizione dei Marines. Unica assente, la torta di mele.

Thomas Highway è il protagonista portato sullo schermo da Eastwood, un vero classico del genere. Medaglia d’onore del Congresso per atti di eroismo durante la guerra di Corea (decorazione rarissima e di solito assegnata postuma), vero e proprio residuato di un’epoca passata dove le cattive maniere e l’alcolismo erano parte fondante delle FFAA è arrivato alla fine della sua carriera. Un matrimonio fallito alle spalle, perso in un mondo che non capisce e visto dai suoi superiori come un problema deve imparare ad adattarsi ai tempi. O rendere quello che ha attorno più simile a lui.

Il film in un certo senso senso è un compromesso. Gunny riesce a fare di un plotone di sbandati un’unità operativa e a ripristinare una continuità tra Marines degli anni ’50 e quelli degli anni ’80 e allo stesso tempo si prepara alla pensione dopo aver almeno iniziato a recuperare il rapporto con la moglie (memorabile la sequenza in cui legge Cosmopolitan per capire cosa pensano le donne). Sullo sfondo il messaggio fortemente propagandistico e il recupero di un orgoglio delle FFAA americane (la vicenda di Grenada storicamente è poco significativa ma fu usata in maniera pesante nei media).

Lo svoglimento della trama è prevedibile fino ai minimi particolari dopo i primi minuti e questo è il suo punto debole. D’altro canto va detto che proprio nel suo essere scontato può risultare rassicurante nel suo epilogo dove gli americani sconfiggono i cattivi invasori e la bandiera a stelle-e-strisce sventola tra elicotteri che ronzano in giro e saluti militari. Film come questo, con sequenze girate a bordo di una nave realmente in uso in quegli anni e altre immagini ottenute dalle FFAA in esclusiva, vengono girati solo con l’approvazione delle autorità, nello specifico del corpo dei Marines. Tuttavia negli anni ’80 c’era molta cautela sull’impatto che i media potevano avere sul pubblico e l’USMC storse il naso per come Gunny rappresentava i Marines (troppe parolacce, un ufficiale incompetente, nessun cenno alle donne in uniforme).

Voto finale: 06,00 / 10,00.

Note (1): il titolo originale, Heartbreak Ridge, si riferisce a una battaglia terribile della guerra di Corea. Per farsene un’idea consiglio di leggere questo articolo.

Note (2): tecnicamente parlando, lato bullonaro, questo film è una catastrofe. Tocca turarsi il naso per le boiate che vengono mostrate. Peccato.

Note (3): alcuni episodi, come la telefonata negli USA per dirigere il supporto aereo, sono realmente accaduti.

 

L’Iran e il Golfo Persico

Le tensioni accumulate in tutto il 2011 nell’area del Golfo Persico stanno continuando a definire un quadro geopolitico e strategico sempre più complesso e difficile da interpretare. Se sui media passano i soliti servizi con le immagini diffuse dall’agenzia IRNA sull’ultima esercitazione aeronavale o si riciclano i soliti venti secondi di riprese degli impianti di ricerca iraniani passa un messaggio piuttosto chiaro: l’Iran è il prossimo bersaglio di un’azione militare, il nuovo ostacolo alla pace globale eccetera.

È chiaro che pensare a un governo come quello iraniano che sta per entrare nel club nucleare e che già è molto aggressivo come politica estera, forte della sua posizione come produttore di petrolio e gas, fa squillare allarmi non solo negli stati vicini ma all’intera comunità internazionale. Il flusso di denaro che affluisce ogni giorno nelle casse dello stato è del tutto insensibile alle sanzioni commerciali applicate negli ultimi anni e anche al netto del fattore corruzione, abnorme, finisce per la maggior parte per alimentare i quattro principali gruppi di potere attivi a Tehran e una serie di commerci paralleli ad alto rischio.

Mappa sintetica dell'Iran

Considero miope considerare l’Iran come un monolite ostile, un blocco di settanta milioni di persone che guarda in cagnesco l’Occidente e tutti i suoi vicini. Se per voi l’unico rappresentante del paese è l’attuale presidente, Mahmud Ahmadi-Nejad, state prendendo un grosso abbaglio. Come detto al paragrafo precedente ci sono quattro gruppi di potere rilevanti, tutti in lotta tra di loro per il predominio nazionale e per accaparrarsi una fetta più grande delle risorse del paese. In sintesi abbiamo le forze armate, i Pasdaran, il clero e il crimine organizzato. Noterete che non ho nominato il Majles, il parlamento nazionale, o i movimenti politici di opposizione. Il motivo è che contano zero.

Ogni gruppo controlla parte dell’economia nazionale e contribuisce a determinare gli equilibri politici dell’Iran oltre che a promuovere differenti comportamenti nella politica estera. Le principali industrie del paese, i servizi commerciali, le telecomunicazioni, i media, la produzione agricola e larga parte dell’amministrazione dello stato  sono riconducibili a questo o quel gruppo. Il consenso popolare, vero o apparente che sia, deriva dalle logiche con cui vengono erogati crediti, procurati posti di lavoro, concessi permessi per edilizia o per nuove attività, costruite infrastrutture o scuole. Per noi italiani dovrebbe essere semplice comprendere lo stato delle cose, basterebbe pensare a come operavano i partiti della prima repubblica o come agiscono le nostre mafie.

Quando Ahmadi-Nejad si permette sparate pubbliche all’ONU minacciando Israele o gli Stati Uniti non sta facendo dichiarazioni solo per gli stranieri. L’attuale presidente fa parte della fazione dei Pasdaran e usa la propaganda più gradita ai suoi per impressionare l’opinione pubblica del suo paese e per relegare sullo sfondo i militari. Quando Ali-Hoseini Khamenei, la figura religiosa di riferimento e de facto il capo del clero iraniano, tuona contro l’Occidente corruttore e la pessima influenza dei costumi stranieri non fa solo un discorso per la politica interna ma difende il massiccio meccanismo dei bondyar, veri e propri fondi di investimento (ufficialmente per soli scopi caritatevoli) attraverso i quali controlla un quinto dell’economia.

Il crimine organizzato meriterebbe un’enciclopedia a parte, in questa sede va semplicemente ricordato che per posizione geografica l’Iran è il luogo naturale di transito per il contrabbando da millenni e che al suo interno i vari cartelli criminali controllano un mercato degli stupefacenti in grande espansione, la tratta degli esseri umani, la prostituzione, il traffico d’armi e una serie di racket protezionistici che non hanno nulla da invidiare (si fa per dire) a quanto applicato dalle più feroci mafie del mondo. Mafie con cui hanno ampi e documentati rapporti, dalla Russia alla Cina, passando per i cartelli sudamericani e le italianissime ‘ndrine. Il potere criminale si esplicita anche tramite la corruzione dei pubblici funzionari e una penetrazione fortissima dei settori industriali, a partire dall’edilizia. Ricorda qualcosa?

Ho lasciato per ultimi i militari, vera e propria ombra silenziosa del potere iraniano. Hanno in mano gran parte dell’industria pesante e delle attività di ricerca, controllano di riflesso larghi settori della ricerca e sono i principali attori del commercio ‘sensibile’ con le altre nazioni. Hanno trattato con i russi e i francesi per le tecnologie nucleari, con i cinesi e gli indiani per i sistemi missilistici, con l’industria bellica europea per le produzioni su licenza di armi leggere e pesanti, con i rappresentanti della cantieristica navale coreani, norvegesi e italiani per la marina eccetera. Tradizionalmente sono il contrappeso dei Pasdaran, che cercano costantemente di usurparne le funzioni (vedi la vicenda del controllo sulla missilistica sia a uso civile che militare) e che gli contendono il ricchissimo settore dell’import / export di forniture militari. Se non si fosse capito, le sanzioni internazionali e il bandire la compravendita di armi con l’Iran non hanno mai funzionato se non per arricchire una serie di mediatori più o meno ufficiali dentro e fuori i confini iraniani.

Aggiungo che normalmente gli occidentali guardano ai paesi arabi come a una massa indifferenziata dove più o meno succedono le stesse cose che capitano dalle nostre parti. Beep! Errore! È vero che hanno gli stessi problemi di tutte le nazioni ma ci sono delle differenze macroscopiche di cui tenere conto. Invito per prima cosa a documentarsi sulle differenze religiose all’interno dell’Islam (sciti, sunniti, wahabiti) e in seguito ad andare a rivedere come si sono formati gli stati del Medio Oriente. Tornando all’Iran va tenuto presente che ospita al suo interno diversi gruppi etnici, due aree linguistiche principali e diverse comunità religiose. Il fattore tribale, di cui avrete sentito parlare per Afghanistan o Iraq, è decisivo in larghe parti della nazione al punto da condizionare spesso il governo centrale.

Mappa sintetica del Medio Oriente

Se ci si ferma un momento e si guarda la mappa della regione del Golfo Persico il problema Iran diventa solo un elemento di uno scacchiere molto più complesso. Non dimentichiamo che sullo stesso tratto di mare si affacciano Iraq, Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Oman ed Emirati Arabi Uniti. A presidio di quella che si potrebbe definire l’arteria principale della circolazione del petrolio ci sono nazioni che non definirei proprio pro occidentali o in generale, unicamente interessate alla pace e al business. Malgrado fiorenti rapporti commerciali, partnership industriali e alleanze militari tutte queste nazioni hanno una loro agenda, politica ed economica, che non va proprio di pari passo con la loro facciata pubblica. Va tenuto sempre presente l’elemento religioso ovviamente ma anche tutte le manovre sostenute da tutti i principali player internazionali per sostenere i propri interessi commerciali, così come la presenza degli investimenti arabi nei maggiori fondi di investimento internazionali.

In televisione vediamo l’incrociatore iraniano che lancia un missile, ascoltiamo il blaterare di qualche portavoce che minaccia la navigazione delle petroliere nello stretto di Hormuz o assistiamo all’ennesimo intervento di un esperto che ci spiega quanto è instabile il quadro strategico. Il tutto sempre entro un minuto, mi raccomando. Non sia mai che qualche telespettatore si metta a ragionare con la sua testa. Sembra di assistere a un minuetto, a un ballo di preparazione per il prossimo conflitto. Pare quasi di cogliere in sovra impressione il messaggio ‘attenzione: guerra entro i prossimi sei mesi, prepararsi per la crisi economica’. Farsi la semplice domanda di latina memoria, cui prodest, pare non essere previsto dai più.

Vengono strombazzate di continuo le capacità militari iraniane, giusto? Hanno missili a medio raggio, potrebbero colpire Israele, la sesta flotta USA, le nazioni confinanti, la Giordania, la Siria. Peccato che lo possono fare già da cinque anni e che gran parte della tecnologia necessaria gli derivi dai partner cinesi e russi. Potrebbero minare lo stretto di Hormuz e renderlo impraticabile alla navigazione, giusto? La marina e le relative mine ce le hanno da dieci anni e nessuno ricorda che con tutta quella costa sul Golfo Persico potrebbero dedicarsi alla pirateria e/o al bombardamento via missili delle navi senza alcun problema. Infine, lo spettro telegenico per eccellenza, il nucleare. Sì, l’Iran potrebbe produrre bombe atomiche. Esattamente come qualsiasi paese abbia dei reattori nucleari e un livello tecnologico adeguato. Diventerebbero la potenza regionale per eccellenza, cancellando l’unico vero vantaggio tattico israeliano e minacciando il mondo intero, giusto? Anche ammettendo tutto questo, in cosa l’Iran sarebbe diverso dal Pakistan?

Vediamo, il Pakistan è un paese islamico, ha a disposizione missili a medio raggio, ha nel suo arsenale armi atomiche (anche chimiche e batteriologiche), ha un atteggiamento bellicoso verso i suoi vicini (tre guerre con l’India, bastano?) e appare decisamente instabile oltre che compromesso con il terrorismo (lato Taliban e in chiave anti indiana nel Kashmir). L’unica cosa che differisce sono i proclami anti Israele, materia ritenuta non importante da chi governa il paese ma presente nei discorsi dei leader più estremi, di solito accostati ad altri proclami anti USA e anti occidentali. Quindi se l’Iran è un problema, perché il Pakistan no?

L’altro paragone che viene in mente è con l’Iraq di Saddam Al-Hussein. Vediamo, dove abbiamo sentito concetti come armi di distruzione di massa, potenza regionale ostile, pericolo per Israele e per tutte le nazioni vicine, lancio di missili, minaccia alla circolazione del petrolio nel Golfo Persico? Sì, ricordate bene. In più il dittatore fu così idiota da occupare il Kuwait, dando un casus belli impossibile da ignorare per tutti gli interessati. Difficile ipotizzare mosse analoghe da parte iraniana.

War for Oil, ricordate questo slogan? Era parte fondante delle proteste contro la guerra del Golfo del 1991 e vent’anni dopo non ha perso efficacia. Difficile non vedere interessi economici e/o industriali dietro un conflitto con l’Iran. Interessi non solo occidentali, è bene ricordarlo. Tanto per fare un piccolo esempio il Qatar, lo stesso staterello che ospita Al-Jazeera, sostiene a suon di milioni di dollari una serie di partiti e movimenti di ispirazione religiosa radicale in tutto il mondo arabo ed essendo di ispirazione wahabita non guarda di buon occhio il clero iraniano.

Passando al lato pratico, è fuori di dubbio che un’operazione militare di larga scala condotta dagli USA potrebbe annichilire il dispositivo militare convenzionale iraniano. Accettare un confronto del genere è suicida per qualsiasi paese, con l’eccezione della Cina e della Russia. Dispiegando mezzi sufficienti e utilizzando le basi esistenti in Arabia Saudita, Qatar e Turkmenistan (oltre ai mezzi della marina) alle forze americane potrebbero bastare tre settimane per mettere in ginocchio dall’aria le forze armate, i pasdaran, l’industria, le vie di comunicazioni e le infrastrutture dell’Iran. A fronte di uno sfacelo del genere potrebbe essere difficile anche per gli ayatollah mantenere la presa sul potere.

Altrettanto fuori di dubbio che dopo la fine dei bombardamenti scatterebbe uno stillicidio di azioni ostili contro qualsiasi cosa si presenti a portata di tiro da parte iraniana. A partire proprio dal Golfo Persico che si dice di voler proteggere. Dati i legami con Hezbollah, qualcuno dubita che ci sarebbero fior di attentati in Israele? Ora che ci penso, non era il secondo obiettivo da proteggere? Sempre via Hezbollah, qualcuno dubita della loro possibilità di dare fuoco al Libano? Qualcuno si ricorda anche di Hamas e del peso che ha in Palestina? Ancora una volta torna la stessa domanda: cui prodest?

È noto che io non sono un pacifista. Tuttavia l’era dei conflitti tradizionali è finita e rimanere ancorati agli anni ’90 non ci aiuterà a vivere meglio i conflitti della seconda decade del ventunesimo secolo. Se proprio si deve essere ostili verso l’Iran per depotenziarne il ruolo nella regione non ci sono vie facili. Si deve procedere con gradualità e incidere sull’equilibrio dei poteri interno del paese fino a favorire una fazione a scapito di tutte le altre. Assodato che il clero è la parte più pervicacemente ostile all’Occidente la via migliore per colpirlo è attraverso i suoi investimenti economici, cercando di dare vantaggi competitivi ai concorrenti interni che siano sotto l’influenza dei militari o dei Pasdaran. Suona cinico? Aspettate, non ho finito con il pragmatismo alzo zero. Altro tasto da battere è quello delle differenze etniche all’interno della popolazione. Già ci sono attriti tribali e ruggini secolari tra etnie, se si fomentano ulteriormente queste tensioni si indebolisce lo stato centrale. De facto vuol dire dare assistenza a movimenti terroristici, ci sono diversi gruppi nel nord e nell’est del paese che si sono resi protagonisti di attentati negli ultimi dieci anni.

A pensarci bene non è nulla di nuovo. Lo facevano la CIA e il KGB durante la guerra fredda, lo fanno diversi servizi segreti nel presente (francesi, cinesi, indiani, inglesi, brasiliani, sud africani tanto per fare qualche nome) e neppure noi italianucci siamo esattamente con la coscienza pulita in questo senso. Costa meno che bombardare, no? Ma la via lenta non piace. Non aiuta la speculazione, non fa felici i rappresentanti del settore industriale, non permette di battere sulla grancassa della retorica politica, è la naturale antitesi dei media e del tele convincimento. C’è chi fa circolare l’idea che una guerra, una grassa grossa guerra, convenga all’economia globale. Citano un precedente storico, vero e non molto conosciuto, secondo il quale l’economia degli USA si riprese del tutto dalla depressione del 1929 solo grazie allo sforzo immane della produzione necessaria a sostenere la WWII.

Beep! Ragionamento sbagliato. L’economia del 2012 non assomiglia per nulla a quella del 1941. Il livello di interconnessione moderno e il debito nazionale americano, la massiccia presenza cinese e l’onanismo europeo rendono il quadro generale impossibile da confrontare e del tutto insostenibile il pensiero di un conflitto senza fine nel Golfo Persico. Un tempo gli Stati Uniti potevano sostenere due conflitti e mezzo, nel senso che i mezzi a disposizione del Pentagono consentivano di combattere due conflitti convenzionali a livello regionale e di avere riserve sufficienti per affrontare una terza crisi più limitata in contemporanea. Anche questo fa parte del passato, nel 2012 anche gli americani non sono in grado di affrontare senza patemi un conflitto che duri più di qualche settimana.

L’unica vera speranza è che la primavera araba raggiunga anche Tehran. Nel 1979 gli iraniani dimostrarono con i fatti di essere in grado di sconfiggere un regime crudele con le loro forze. Il giovane Iran di oggi, più istruito e più consapevole, potrebbe essere il faro dell’intero Golfo Persico se riuscisse a liberarsi dei gioghi imposti dalle quattro fazioni al potere. Pareva impossibile che accadesse in Tunisia, impensabile in Libia o in Egitto. Vedremo se sarà possibile in Iran.

Nota #1: le immagini sono state messe a disposizione gratuita tramite il CIA Factbook, pubblicazione anch’essa gratuita messa in linea ogni anno. La trovate sul sito cia.gov

Nota #2: ho adottato la grafia anglofona dei nomi iraniani, data la difficoltà della trascrizione da un altro alfabeto. Così come accade per i nomi russi o cinesi, si trova di tutto sui media come translitterazioni e una scelta va fatta per evitare confusione.

Nota #3: c’è un romanzo del 1997, Kondor di Alan D. Altieri (edito da TEA) ambientato in uno scenario di conflitto tra Occidente e un super stato islamico di deriva sunnita. Lettura inquietante come poche e grandi pagine action.

Curtis Peebles – Dark Eagles

Curtis Peebles

Dark Eagles (1999)

Presidio Press

pp. 432 – vari prezzi disponibili qui

ISBN 978-0891416968

Quarta di copertina (da amazon.com).

In this new, updated edition, Dark Eagles reveals what have been some of America’s most closely guarded, and politically sensitive secrets.

Recensione flash.

Questo saggio è la migliore sintesi che io abbia mai trovato tra i libri divulgativi sull’aeronautica militare e i testi storici sullo sviluppo dei ‘black project’ a partire dagli anni ’50. Consigliato, non solo per gli appassionati.

Voto: 07,50 / 10,00.

Recensione.

A partire dal 1941 fino alla fine degli anni ’90 questo libro ripercorre la storia dei progetti segreti sviluppati per le forze aeree americane; si tratta di un viaggio affascinante tra basi segrete, soluzioni tecniche mai provate prima, grandi e piccole tragedie di cui per molti anni non si sono avute notizie certe. E ancora, l’alba dei velivoli UAV nelle guerre del sud-est asiatico, i primi aerei a energia solare, le missioni segrete della CIA nei cieli dell’URSS e della Cina. In più i programmi di studio degli aerei di fabbricazione russa e la nascita della celebre scuola Top Gun della Marina. Per finire, il debunking di tutta una serie di progetti per i quali esiste una serie infinita di pagine sulla Rete.n si sono avute m

Non credo  stupisca apprendere che l’autore, Curtis Peebles, è uno storico specializzato nel settore aerospaziale. È conosciuto anche per essere un esponente di spicco tra gli scettici dell’intero fenomeno UFO oltre che come autore di numerose pubblicazioni. La forma mentis dello storico è evidente nella cura del libro e dal livello di documentazione che viene citato.

Se devo trovare un lato debole per questo libro è proprio nella parte del debunking. Quando si arriva a trattare la parte relativa all’Aurora (cap.12) i toni si fanno molto bruschi, non si fatica ad intuire un certo livore verso un altro autore del settore (Bill Sweetman, mai nominato ma presente nelle note) e più in generale verso le teorie UFO, inserite in maniera abbastanza strumentale per aggiungere discredito a chi sostiene l’esistenza di questo aereo.

Di contro è percepibile la fascinazione e l’orgoglio, tutto americano, verso chi ha sviluppato e sostenuto questi progetti da cui discende anche una contrapposizione netta tra militari/tecnici e politici/giornalisti, mostrati spesso in aperto conflitto. Anche qui non avrebbe stonato una maggiore sobrietà.

Nota editoriale: questo libro, ancorchè datato, non mi risulta essere stato mai tradotto o opzionato per il mercato italiano. Se vi risultano notizie diverse per favore fatemelo sapere.

Nota finale: dopo aver letto questo libro ho dei grossi dubbi sullo sviluppare o meno il mini saggio sull’Aurora. Lo avevo ripensato come una riflessione sulla ricognizione aerea / satellitare o in alternativa come caso di mitologia moderna. Time will tell.

Top5 – the real deal

Dopo esser stato  provocato, prima dal post del Girola sulla armi immaginarie e dopo dalla risposta sulle lame da parte del Mana potevo lasciar cadere la cosa? Voglio dire, da bullonaro DOC-DOP-DOCG potevo non rispondere?

Eccoci qui, al semi serio ‘real deal’. Le pistole più potenti del mondo.

5) Grizzly, calibro .45″ Winchester Magnum

4) Taurus Raging Bull, calibro .454″ Casull

3) IMI Desert Eagle, calibro .50″ AE

2) S&W, calibro .500″ Remington Magnum

1) Mostruosità inizio ‘900, dati ignoti.

OK, con l’ultima ho voluto scherzare.

Prendete quanto sopra come suggerimento se da schiribacchini volete usare qualche pezzo ‘definitivo’ da mettere a disposizione dei vostri personaggi. Tenete presente quattro cose:

Sono armi che richiedono mezzi muscolari adeguati

Hanno cadenza di tiro bassa

A distanza ravvicinata non c’è riparo che tenga, i giubbotti anti proiettile con piastra aggiuntiva in ceramica non bastano.

Silenziarle in maniera efficace è perlomeno difficile.

Ah, dimenticavo. Buona domenica.

 

Dieci anni dopo

Sono passati dieci anni dal fatidico 11 settembre 2001. Pochi per sviluppare una prospettiva storica, sono forse appena sufficienti per tentare un minimo di distacco rispetto a una data che ha acquisito una veste molto più significativa del bilancio delle vittime degli attentati.
È cambiato nel frattempo l’intero quadro economico, figlio di una crisi che non ha veri precedenti nella storia del mondo moderno. Il crollo della finanza speculativa e creativa del 2008 non può essere paragonato al 1929, così come la probabile recessione del 2011-2012 non può essere veramente accostata a quella del 1937.

È cambiato il quadro geopolitico, i cosidetti paesi BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) sono emersi come potenze regionali sotto tutti i punti di vista, completati da Sud Africa, Indonesia e Australia. In più la Cina ha avviato una fase di riarmo e esplorazione che ricorda molto gli anni ’60 e ’70 per l’allora URSS e gli USA. Ricordate i taikonauti? Metteteci anche un primato significativo nell’esplorazione degli abissi e una spesa militare ufficiosa che ogni anno cancella il record precedente.

È cambiata l’America, resa triste dalla crisi economica e da due guerre che sembrano infinite. Iraq e Afghanistan sono destinati a segnare un’intera generazione con il marchio di chi ha combattuto conflitti asimmetrici di cui è ben difficile far capire l’utilità. Non basta la morte di Osama Bin Laden per mettere il bilancio in pari.

È cambiato il vento nei paesi arabi e sospetto che tutto quello che è successo dal 2001 in avanti abbia contribuito non poco al cambiamento. Dal Marocco alla Siria, una generazione di giovani che vogliono avere un futuro e che sono disposti a pagare il prezzo più alto. Difficile per un europeo non fare il paragone con il 1848 e i suoi moti.

È cambiata la Rete. I social network e due generazioni di dispositivi hanno interconnesso miliardi, ormai non si può più parlare di milioni, in modo spesso imprevedibile. Dai ribelli nei paesi arabi ai movimenti contro i governi repressivi nelle ex repubbliche russe, passando per le campagne referendarie e le elezioni europee. Barack Obama ha dimostrato quanto siano importanti gli strumenti del Web 2.0

Ground Zero è ancora lì. Monca di una ricostruzione dolorosa, baratro che sembra non volere colmarsi. Sono ancora lì, vivi e in buona salute, tutti i complottisti che scaricano la colpa degli attentati su chiunque, dai servizi segreti americani agli alieni, se non altro c’è un’ampia scelta per esercitare la propria paranoia. Sono al loro posto tante bare vuote, memoria simbolica di chi è finito letteralmente in polvere dieci anni fa. Spero abbiano potuto reincarnarsi con maggior fortuna.