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Archive for the ‘Italia’ Category

Ci siamo, si riparte per la seconda stagione di “Due Minuti a Mezzanotte”. Sono a bordo anche questa volta e il buon Alessandro Girola, il ringmaster di questa avventura virtuale, mi ha riassegnato la puntata di chiusura.

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Diverse novità rispetto alla prima stagione. Meno componenti nel roster di partenza, questa volta sono 27; un parziale ricambio tra chi scriverà le varie puntate e, fattore da non dimenticare, un po’ più di spazio per sviluppare le proprie idee.

La prima puntata andrà in onda il prossimo mercoledì, il 13 febbraio. Da lì in avanti, ogni mercoledì, avremo una nuova puntata. Dalle premesse questa stagione promette di essere molto più dark della precedente (che già non scherzava, vi ricordate il bodycount finale?)

Nativity. Europa. Uno scontro che promette di andare decisamente oltre le trame dei fumetti che conosciamo.

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E’ davvero difficile mantenere un minimo di buone maniere, per non parlare di vero e proprio bon ton, nel corso di una campagna elettorale italiana. Fin dai primi giorni i contenuti, i programmi e le idee scivolano via in un confuso e cacofonico rumore di fondo. Rimangono le facce. Grandi, distorte, rese paradossali dal cerone e dalla chirurgia. Se si abbassa il livello di attenzione tutto si mescola, donne e uomini sempre più distanti dalla realtà si accavallano sui 600 canali televisivi, sui quotidiani e sui siti internet.

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Da questo punto di vista Orwell si sbagliava. Non esiste un grande Fratello, un pensiero unico che tutto divora. Esiste un vuoto di pensiero, creato e mantenuto per mettere la ragione in un angolo e far sembrare tutto uguale, per mettere sullo stesso piano criminali e vittime, buoni amministratori e pluripregiudicati. E’ una strategia di comunicazione degli anni ’80, ripetuta in Italia a partire dal 1993 e che continua a funzionare. Sotto la pressione verbale e visiva di tutto questo insieme di “faccioni” rimangono gli schieramenti, quelli che voteranno quel partito o quel movimento a prescindere da qualsiasi cosa accada e le elezioni verranno decise dal numero degli indecisi che all’ultimo momento si schiererà.

Cinque anni di futuro. Ipotecati per le facce. Senza ragionamento, senza scelte consapevoli. Il mondo va avanti e noi siamo fermi al 1993.

(La foto è di un’opera di Ron Mueck, artista contemporaneo di grande rilievo).

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Ho avuto l’infelice idea di leggermi i programmi dei principali partiti o movimenti che si presentano alle prossime elezioni politiche nazionali, l’idea era trovare in quelle pagine virtuali qualche traccia di attenzione verso i temi della ricerca di cui abbiamo parlato nelle ultime settimane. Idea infelice. Quattro parole qua e là, vaghi accenni per dire che sì, c’è un problema di fondi e delle necessità. Decisamente non una priorità, per non dire poco più di un fastidio, al limite un possibile richiamo per il settore più giovane dell’elettorato.

Il focus principale è sull’economia. Giusto. Siamo in crisi dal 2008 e le cifre dell’occupazione e della produzione industriale, nonché dei consumi, stanno facendo paura. Tutto vero. Come già detto in altre occasioni però il concetto di ricerca fa parte delle soluzioni e non del problema. Così si ragiona in Europa, in Asia e nelle Americhe. Basta varcare le Alpi. Ci vuole che arrivino i progetti di indirizzo europeo sul grafene, citati spesso sui media nell’ultima settimana, perché se ne parli.

La spinta deve arrivare dal basso. E deve essere di portata tale da non poter essere ignorata. Vi chiedo quindi di prendere in considerazione questa iniziativa.

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L’idea è quella di visitare il sito, qui, e di decidere se volete spendere il vostro nome per questo progetto di legge popolare. Novantamila persone non bastano, bisogna andare molto più in là.

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Quando si parla di agenzie di rating il pensiero di tutti vola alle tre sorelle di lingua inglese, Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch. I più ignorano che esiste anche un altro imp0rtante giocatore in questa partita, una voce destinata a breve a conquistare una parte della ribalta internazionale. Parlo di Dagong, l’agenzia cinese di rating che sta aprendo a Milano la sua prima succursale europea. Si tratta di una delle prime mosse in terra straniera per Dagong, da considerare insieme alla prossima apertura ad Hong Kong.

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Cosa cambia con la presenza all’estero? Dal punto di vista formale poco o nulla, la presenza dell’agenzia cinese non è neppure una mossa puramente simbolica anche se è vero che c’è un simbolismo evidente. Questa agenzia è anche la voce di una parte consistente del capitalismo cinese e la manifestazione più forte del peso crescente dei fondi di private equity a guida cinese o mista cinese/partners. Stiamo parlando di masse di denaro con nove zeri dietro la cifra in euro e della possibilità concreta che ci sia parecchio shopping nel corso di quest’anno, data la felice (per i cinesi) coincidenza di bassi prezzi e di una certa debolezza di fondo di una parte del capitalismo occidentale. Se poi si ragiona sulla prossima scadenza dell’Expo a Milano (2015) il cerchio si chiude.

La Cina sta passando da anni alla terza fase della sua economia, quella in cui investe sui mercati esteri evoluti e prova a ritagliarsi uno spazio a tutti i livelli delle filiere economiche e finanziarie dopo aver stabilito un fattore forte di predominio in quelle produttive. Segnatevi il nome Mandarin Capital, nelle vicende economiche del 2013 in Italia lo sentiremo fare spesso.

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In queste ultime settimane, ogni lunedì, vi ho parlato dell’iniziativa di legge popolare per destinare l’otto per mille alla ricerca. Mi sono però reso conto che il funzionamento di questa parte dei tributi versato allo Stato non è del tutto chiaro per chi segue questo blog e mi sembra opportuno chiarirlo, almeno per sommi capi.

Per prima cosa va tenuto presente che l’otto per mille non è una scelta. Non nei termini di scegliere se pagarlo o meno. Viene comunque prelevata questa quota dalle tasse pagate, sia se si è specificata una scelta sia che questo non venga fatto. Quindi si arriva alla distinzione sulla destinazione di questo denaro. La prima parte del meccanismo vincola la seconda, ovvero le scelte di chi ha deciso di versare il proprio otto per mille condizionano la ripartizione dell’inoptato.

Se il 10% dei contribuenti sceglie di firmare per la religione X, questa riceverà l’ammontare corrispettivo delle scelte espresse più una seconda cifra, il 10% del totale degli inespressi. Quindi chi sceglie finisce per farlo anche per chi non lo fa, una sorta di delega del libero arbitrio. Aggiungere quindi un’ulteriore casellina per la ricerca non va a sottrarre direttamente cifre allo Stato o alle varie religioni (a proposito da quest’anno dovrebbero entrare altre due chiese nel novero dei possibili destinatari) ma andrebbe a incidere sul monte delle cifre inoptate.

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Per chiarezza, non è che si va a risolvere tutti i problemi finanziari delle ricerca italiana con questa fonte di entrate. Al massimo si potrà alleviare qualche difficoltà. Rimane comunque un segnale forte da dare, la richiesta dal basso di spendere in una direzione che porta ricchezza, in tutti i sensi. Invito quindi tutti a visitare il sito dedicato all’iniziativa, qui, per rendersi conto di cosa si tratta e per decidere se aderire o no. Se la cosa vi piace parlatene in giro, sui social network e nei vostri contatti personali di ogni giorno.

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In questi giorni (22-23 gennaio) in quel di Livorno abbiamo assistito a una vicenda paradossale, che mostra meglio di ogni altra cosa le difficoltà estreme che ha la politica italiana di fare i conti con il passato e con le legittime istanze della popolazione.

Il punto di partenza è la decisione dell’attuale sindaco di Livorno (Alessandro Cosimi, PD, secondo mandato) di nominare come assessore nella sua giunta Marco Solimano (delega alla casa e al sociale). La giunta è da tempo in crisi e il PD conserva la maggioranza per un seggio (due se votasse il Sindaco), quindi la nomina di un nuovo assessore solleva più attenzione del solito.

Il problema nasce dal candidato. Marco Solimano ha un passato ingombrante. Ex membro di Prima Linea, ha alle spalle una condanna definitiva a 22 anni per “concorso morale e partecipazione all’organizzazione criminale” per i fatti legati a un tentativo di evasione dal carcere fiorentino delle Murate, nel corso del quale fu ucciso un agente di Polizia, Fausto Dionisi.

L’iter ricorda molto quello dell’elezione di Sergio D’Elia, anche’egli ex membro di Prima Linea, nel Parlamento tra le file dei Radicali (nel 2006, liste della “Rosa nel pugno”). Anche D’Elia fu condannato nello stesso processo, scontando un totale di dodici anni.

Da allora sono successe molte cose. Tra le altre va ricordato il lavoro di Solimano nelle carceri, la presidenza dell’ARCI livornese per tredici anni e i mandati come consigliere comunale, sempre a Livorno, in quota prima DS e poi PD. Nel 2010 il già citato Sindaco lo aveva nominato garante dei detenuti. Tutto questo senza aver registrato alcun tipo di protesta dalle direzioni regionali e nazionali prima dei DS e poi del PD.

Ora che ci si avvicina alla scadenza delle elezioni politiche nazionali e la questione della “presentabilità” dei candidati occupa tanto spazio sui media ecco arrivare il distinguo dalla direzione regionale del PD che in pratica sconfessa le scelte del PD livornese. Il Sindaco Cosimi fa marcia indietro, d’accordo con Solimano. Pare ci saranno chiarimenti in sede di consiglio comunale, dichiarazioni e pronunciamenti da parte dei protagonisti di questa vicenda.

Il passato di Marco Solimano esisteva anche prima di questa vicenda. Così come c’erano le proteste delle associazioni dei parenti delle vittime del terrorismo contro incarichi pubblici assegnati agli ex terroristi e ai vari ex affiliati. Così come, sul territorio livornese e in Toscana, c’è una continuità notevole di incarichi e di persone dai DS al PD.

Va detto che dopo la condanna Solimano si è speso molto per il sociale nell’area livornese e non solo. Portando in dote risultati non certo disprezzabili in un’area decisamente problematica.

Da tutto questo, una serie di domande. So bene che non riceverò risposte, ma ne vale comunque la pena.

Come mai il signor Solimano ha potuto essere eletto presidente dell’ARCI livornese senza che l’associazione  e il partito di riferimento (prima i DS e poi il PD) tenessero conto del suo passato?

Come mai il signor Solimano ha potuto essere eletto per due mandati come consigliere comunale senza che il partito (prima i DS e poi il PD) tenesse conto del suo passato?

Come mai il signor Solimano ha potuto essere nominato garante dei detenuti senza che il Sindaco Cosimi tenesse conto del suo passato?

Come mai il signor Solimano è stato preso in considerazione per la carica di assessore senza che il Sindaco Cosimi tenesse conto del suo passato?

Più in generale, dov’è il punto di discontinuità tra il PD livornese e quello toscano? Non hanno lo stesso statuto, le stesse regole, i rappresentanti del territorio livornese non siedono negli organi regionali?

Infine, dove si situa per il PD livornese il concetto di “opportunità politica”? Nella direzione del PD nazionale? Nella direzione del PD toscano? O esiste una strada autonoma, locale, dove lo statuto del partito e i suoi regolamenti possono essere derogati?

Infine, una parola di chiarezza in modo da ribadire cosa ne penso sull’argomento. Non ho problemi in particolare con Solimano o con chiunque altro si trovi in situazioni simili. Chi è stato condannato e ha saldato i suoi conti con lo Stato ha pieno diritto a riabilitarsi, ad essere attivo nel sociale, a fare del suo meglio in campo economico eccetera.

La linea da non oltrepassare per me arriva con il passaggio dall’elettorato attivo a quello passivo. A chi è stato condannato in via definitiva, non importa per cosa e per quanto tempo (o per quali ammende) non deve essere consentito di presentarsi per delle cariche pubbliche. E’ una questione di coerenza e di buon senso. Se impediamo ai pregiudicati di presentarsi per i concorsi pubblici è assurdo pensare di ritrovarceli nei ranghi della classe dirigente, le ultime legislature ci hanno fornito esempi chiarissimi in tal senso.

Link a repubblica.it per gli articoli sull’argomento:

Polemica sulla giunta di Livorno

Solimano  non sarà assessore

Le dichiarazioni di Solimano

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Per questo post parto dall’intervista di Federico Ghizzoni, AD di Unicredit, pubblicata da “Affari&Finanza” del 14.01.2013 in un articolo a firma di Marco Panara. Il contesto dell’articolo è un’analisi sulle prospettive del 2013 da un punto di vista particolare, ovvero nelle scelte e negli orientamenti di una banca di grandi dimensioni che guarda sia al mercato italiano che a una serie di mercati europei ed extraeuropei.

In più va fatto rilevare come Ghizzoni sia definibile come “uomo di sistema” data la somma delle sue esperienze nel comparto bancario e la rete di conoscenze di cui dispone nel sistema capitalistico (non solo italiano). Ho scelto alcuni brani che considero significativi, a margine le mie considerazioni.

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La struttura industriale italiana sta cambiando. Tra le medie e grandi imprese ce ne sono alcune in difficoltà che potrebbero scomparire ma ce ne sono altre che potrebbero comprare. Chi esporta, ha tecnologie e modelli di business avanzati ha la possibilità di crescere facendo acquisizioni a prezzi prima impensabili. Alla fine di questo processo avremo più imprese di maggiore dimensione.

Unicredit ha nella sua vocazione anche l’intermediazione, i ruoli da advisor nelle fusioni e nei takeover. Essendo coinvolta nel capitale di alcune aziende e essendo creditrice di molte altre ha tutto l’interesse a ridurre la sua esposizione e a favorire fusioni o incorporazioni per risolvere tante situazioni a rischio che potrebbero scoppiarle in mano nel 2013. Discorsi simili li stanno facendo anche in Intesa San Paolo che ha gli stessi identici problemi da risolvere.

(in risposta a: Cosa ha messo in moto questo processo?)

La crisi ovviamente, e la selettività del credito. Le banche non possono più supportare tutti, devono scegliere e quindi i più deboli sono destinati a sparire. L’effetto si vede anche sulle catene di controllo: dovendo scegliere le banche tendono a finanziare la parte industriale. E’ una correzione positiva, le catene di controllo troppo lunghe aumentano il costo del rischio.

Qui si rafforza il concetto di prima, ovvero una selezione guidata verso un futuro con meno aziende con i conti in disordine ottenuta con la spinta del credito. Niente di nuovo, lo si fa dai tempi di Cuccia, ma qui l’accento diventa più chiaro spostandosi verso le interminabili filiere di società scatola che finiscono per diluire le capacità di controllo e rendono scivoloso il controllo delle società stesse. Unicredit non vuole rivedere i tempi di Colaninno in Telecom e gradisce poco il caos in Pirelli. L’avviso è chiarissimo.

(in risposta a: Come state affrontando l’eccesso di impieghi rispetto alla raccolta che è la croce del sistema bancario italiano)

[omissis] Nel 2013 continueremo su questa strada agendo su imprese di fasce dimensionali più basse grazie anche alle nuove regole che consentono i minibond e i project bond. E’ un processo virtuoso, in Italia le imprese dipendono dal credito bancario per l’85 per cento delle loro attività, è troppo. Dobbiamo spingere quelle che possono sul mercato dei capitali per avere lo spazio per dare credito alle più piccole che a quel mercato non possono accedere. E dobbiamo aumentare la pressione per aumentino il capitale proprio, che alza il rating e riduce il costo del credito. Oggi investire in azienda è più conveniente che in passato”.

Qui il discorso rivolto alle aziende è ai livelli di un ceffone. In sostanza viene detto che Unicredit non intende svolgere sempre e solo il ruolo di finanziatore e lucrare sugli interessi ma punta a svolgere il ruolo di service finanziario, sia fungendo da canale per la raccolta fondi che come advisor per chi può collocarsi in Borsa. L’aumentare la pressione per far aumentare il capitale delle imprese è un ennesimo avviso, non tanto sottile, ai tanti imprenditori che in questi anni hanno pensato solo a intascare dividendi senza mettere un euro di denaro fresco in azienda. Unicredit punta a ridurre le sofferenze e a liberarsi di almeno una parte di quelle pratiche che considera più a rischio, il core business è essere una banca di sistema e non un bancomat come ai tempi di Capitalia gestione Geronzi. I servizi ad alto valore aggiunto pagano bene, pagano subito e consentono di avere una struttura ridotta in termini di personale. Il modello di riferimento diventa Morgan Stanley e non l’essere una rete di banche più o meno grandi.

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Abbiamo visto la scorsa settimana come sia evidente il circolo virtuoso che parte dalla ricerca per arrivare a un nuovo prodotto (o un servizio) e di come abbia un’ovvia ricaduta economica e occupazionale. La si potrebbe definire come ricerca adatta ai privati dal momento che, su piccola o grande scala, può essere ascritta al concetto di investimento volto a generare un profitto.

Le cose cambiano, in peggio, quando si approccia il concetto di malattie rare. Per definizione riguardano direttamente un basso numero di persone, il che rende poco attraente per un’impresa investire risorse per trovare (o migliorare) terapie o cure. E’ proprio in questi casi che lo Stato deve supplire a queste carenze nell’interesse della comunità; mi riferisco allo Stato perché ormai il livello di spesa necessario per gli investimenti in ricerca medica sono al di fuori delle possibilità di molte ONG o fondazioni.

Se volete informazioni sulle malattie rare attualmente censite e su cosa stia facendo lo stato italiano in tal senso vi suggerisco di visitare questo sito. Dove troverete ulteriori collegamenti e una messe di informazioni per capire, almeno a grandi linee, che possibilità ci siano come assistenza e cure. Tuttavia rimane il concetto che senza programmi adeguati di ricerca ben difficilmente si arriverà a delle soluzioni.

Torno quindi a segnalarvi questa iniziativa:

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Di nuovo richiedo a voi che mi leggete di seguire il link segnalato (qui) e di informarvi su cosa si vuole ottenere con questo progetto. Nel caso vi convinca, come ha convinto me, aderite e fate conoscere questa proposta sui social network.

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Ogni tanto dalla Rete arrivano cose come questa, utili per ridere dietro a questa imitazione di classe dirigente che ci ritroviamo.

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Grazie a Roberto R. che mi ha fornito l’immagine. :-)

Va anche detto che cose come questa e l’ilarità che suscitano sono il miglior esempio di come una forma di qualunquismo sia diventata trasversale nell’opinione pubblica. Danno non da poco in un paese civile.

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Tra le tante, troppe, anomalie italiane nel campo politico abbiamo la stramba prevalenza dei partiti più piccoli, delle remore che finiscono per dettar rotta agli squali. Nell’Italia repubblicana abbiamo sempre avuto coalizioni di partiti al governo, tratto comune a molte altre democrazie, ma qui da noi i rapporti di forza sono quasi sempre stati anomali.

Ricordate il pentapartito? DC-PSI-PLI-PSDI-PRI, un coacervo di lettere per identificare un partito grosso e quattro partiti minori che avevano come ragione sociale comune il concetto di governo e di spartizione, con l’addendum di tener fuori dalla stanza dei bottoni PCI e MSI (il famoso concetto di “ali estreme” che ci accompagna dagli anni ’70). Ebbene, lo dico per i più giovani, chi comandava nel governo del pentapartito? Tutti tranne la DC. Le bizze dei leader degli altri quattro partiti, che tutti insieme non facevano i consensi della DC, erano la musica su cui si ballava.

Va detto che c’era un certo gradi di compiacimento nella cosa. L’esistenza di una guida come il “manuale Cencelli” che prevedeva fin nei particolari come distribuire posti di governo e sottogoverno a seconda del peso dei partiti della coalizione la dice lunga sulla consuetudine. Non stupisce quindi che in quadro così poco lineare le legislature non arrivassero mai alla loro scadenza naturale e che la maggior parte del tempo fosse dedicato alla “coltivazione” dei propri interessi o di quelli delle lobby.

Un sistema del genere non poteva perpetuarsi in eterno e infatti abbiamo avuto la gioia di assistere al suo crollo sotto il combinato disposto di inchieste giudiziarie e del decadimento della classe dirigente. Peccato che la cosiddetta “seconda repubblica” abbia mostrato lo stesso vizio della “prima” (*) anche in presenzaa di effettive alternanze. Il campo del centro destra è stato fortissimamente condizionato dalla Lega Nord (sia in presenza di Forza Italia ed Allenaza Nazionale e in seguito del Popolo della Libertà) mentre i governi del centro sinistra hanno subito le pressioni di vari partitini, sia di sinistra che di tendenza centrista.

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Il periodo post 1994 ha portato come novità il costante appello al “voto utile”, al concentrare i consensi solo su alcuni partiti per limitare la rappresentanza dei partiti minori e in questo senso la legge elettorale è stata modificata più volte per inserire soglie di sbarramento e favorire il concetto di coalizione. Altro elemento, questo di raccordo tra il prima e il dopo 1994, l’appello a modificare la nostra forma costituzionale per arrivare al concetto di “chi vince prende tutto” che segnerebbe in negativo qualsiasi democrazia occidentale.

Il punto è che nessuna forza politica ha saputo assicurarsi il consenso della maggioranza assoluta dei votanti e questo fatto semplicissimo proprio non riesce a filtrare nelle teste di chi dirige i partiti. Non sono gli elettori che, cattivi e infidi, non capiscono ma sono i partiti (o i movimenti) che non sono in grado di convincere con il loro messaggio politico la popolazione. Avere una maggioranza relativa, anche oltre una barriera importante come il 30%, non è sufficiente per dire di rappresentare la maggioranza degli italiani. Inoltre permane una cosuccia, l’articolo 67 (**) della Costituzione, che permette ad ogni parlamentare piena libertà d’azione e di conseguenza di poter lasciare il partito e il gruppo di appartenenza originale (con cui è stato eletto) per confluire in altre formazioni o fondarne di nuove.

Norme simili all’art.67 esistono anche in altri ordinamenti, così come la pluralità di soggetti politici è un fatto consolidato in tante democrazie. Allora come mai le cose qui vanno diversamente? Come mai il premier inglese Cameron può governare il Regno Unito insieme ai liberali in posizione di forza nella loro alleanza? Come mai la signora Merkel guida il governo federale tedesco sostenendosi su un’allenza tra cristiano democratici e liberali con rapporti di forza chiari e nessun problema di deputati che lasciano le fila dei pariti governativi? Come mai persino in Belgio, dopo un periodo record senza un governo stabile, sono riusciti a trovare un’intesa in grado di mettere d’accordo i partiti a base etnico/linguistica?

Sarebbe facile concludere in maniera populista, accusare l’intera classe dirigente italiana a partire dal 1948 di essere stata incapace di mettere le basi per una vita pubblica adeguata alle esigenze di una nazione moderna. Appunto, troppo facile. Dietro ogni clientela, dietro ogni gaglioffo che si affaccia sui media per le solite storie di corruzione c’è una cerchia di persone. Persone che non vengono elette, che non diventano pubbliche, che alimentano a suon di voti e favori il circolo vizioso per mangiare dalla greppia dello Stato, che vogliono, fortissimamente vogliono, che il sistema rimanga influenzabile e debole. Un numero spropositato di piccole lobby, di amici degli amici degli amici, anelli di una catena lunghissima che ha strangolato l’economia e la politica italiana.

Il nemico siamo noi.  Noi abbiamo rieletto fino alla nausea i nostri rappresentanti. Noi abbiamo sostenuto i partiti o i movimenti, noi abbiamo firmato perché potessero presentarsi alle elezioni, noi abbiamo assistito mugugnando a generazioni intere di favori e particolarismi. Sembra un circolo vizioso, una catena causa-effetto che non è possibile interrompere, vero? Non è del tutto vero. Almeno dal punto di vista dei consensi da quanto si è visto negli ultimi anni. Il numero di coloro che si vogliono astenere è il più alto sempre, almeno a livello tendenziale, così come il novero degli indecisi ha assunto una dimensione inedita per il nostro paese. Infine, i rigori economici che ci ha portato questa crisi sembrano aver attizzato un astio sempre presente nella società italiana che potrebbe, sottolineo potrebbe, forzare qualche cambiamento.

Tutto questo però si scontra con quello che abbiamo appena avuto modo di verificare, il cumulo di apparentamenti che va a sostegno del PdL o del PD. Partitini o movimenti più o meno piccoli, più o meno rissosi, più o meno infestati di riciclati dell’ultima ora che si accodano ai pesci più grossi per cercarsi uno strapuntino nel carrozzone. Più di 200 simboli presentati al Ministero dell’Interno sono un segnale eclatante di come non si voglia neppure prendere in considerazione l’idea di cambiare registro.

Quindi tocca a noi. Come al solito. Con le risate dei nostri alleati europei a fare da sottofondo a quel carnevale sciancato che chiamiamo elezioni.

(*) la distinzione tra prima o seconda repubblica è del tutto arbitraria in assenza di un cambio reale a livello costituzionale. Malgrado vari tentativi di riforme le istituzioni sono del tutto simili.

(**) che recita “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

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