Verso Nativity

Ci siamo, si riparte per la seconda stagione di “Due Minuti a Mezzanotte”. Sono a bordo anche questa volta e il buon Alessandro Girola, il ringmaster di questa avventura virtuale, mi ha riassegnato la puntata di chiusura.

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Diverse novità rispetto alla prima stagione. Meno componenti nel roster di partenza, questa volta sono 27; un parziale ricambio tra chi scriverà le varie puntate e, fattore da non dimenticare, un po’ più di spazio per sviluppare le proprie idee.

La prima puntata andrà in onda il prossimo mercoledì, il 13 febbraio. Da lì in avanti, ogni mercoledì, avremo una nuova puntata. Dalle premesse questa stagione promette di essere molto più dark della precedente (che già non scherzava, vi ricordate il bodycount finale?)

Nativity. Europa. Uno scontro che promette di andare decisamente oltre le trame dei fumetti che conosciamo.

Solo faccioni?

E’ davvero difficile mantenere un minimo di buone maniere, per non parlare di vero e proprio bon ton, nel corso di una campagna elettorale italiana. Fin dai primi giorni i contenuti, i programmi e le idee scivolano via in un confuso e cacofonico rumore di fondo. Rimangono le facce. Grandi, distorte, rese paradossali dal cerone e dalla chirurgia. Se si abbassa il livello di attenzione tutto si mescola, donne e uomini sempre più distanti dalla realtà si accavallano sui 600 canali televisivi, sui quotidiani e sui siti internet.

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Da questo punto di vista Orwell si sbagliava. Non esiste un grande Fratello, un pensiero unico che tutto divora. Esiste un vuoto di pensiero, creato e mantenuto per mettere la ragione in un angolo e far sembrare tutto uguale, per mettere sullo stesso piano criminali e vittime, buoni amministratori e pluripregiudicati. E’ una strategia di comunicazione degli anni ’80, ripetuta in Italia a partire dal 1993 e che continua a funzionare. Sotto la pressione verbale e visiva di tutto questo insieme di “faccioni” rimangono gli schieramenti, quelli che voteranno quel partito o quel movimento a prescindere da qualsiasi cosa accada e le elezioni verranno decise dal numero degli indecisi che all’ultimo momento si schiererà.

Cinque anni di futuro. Ipotecati per le facce. Senza ragionamento, senza scelte consapevoli. Il mondo va avanti e noi siamo fermi al 1993.

(La foto è di un’opera di Ron Mueck, artista contemporaneo di grande rilievo).

Ricerca – la grande assente nella competizione elettorale

Ho avuto l’infelice idea di leggermi i programmi dei principali partiti o movimenti che si presentano alle prossime elezioni politiche nazionali, l’idea era trovare in quelle pagine virtuali qualche traccia di attenzione verso i temi della ricerca di cui abbiamo parlato nelle ultime settimane. Idea infelice. Quattro parole qua e là, vaghi accenni per dire che sì, c’è un problema di fondi e delle necessità. Decisamente non una priorità, per non dire poco più di un fastidio, al limite un possibile richiamo per il settore più giovane dell’elettorato.

Il focus principale è sull’economia. Giusto. Siamo in crisi dal 2008 e le cifre dell’occupazione e della produzione industriale, nonché dei consumi, stanno facendo paura. Tutto vero. Come già detto in altre occasioni però il concetto di ricerca fa parte delle soluzioni e non del problema. Così si ragiona in Europa, in Asia e nelle Americhe. Basta varcare le Alpi. Ci vuole che arrivino i progetti di indirizzo europeo sul grafene, citati spesso sui media nell’ultima settimana, perché se ne parli.

La spinta deve arrivare dal basso. E deve essere di portata tale da non poter essere ignorata. Vi chiedo quindi di prendere in considerazione questa iniziativa.

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L’idea è quella di visitare il sito, qui, e di decidere se volete spendere il vostro nome per questo progetto di legge popolare. Novantamila persone non bastano, bisogna andare molto più in là.

Dagong sbarca in Europa

Quando si parla di agenzie di rating il pensiero di tutti vola alle tre sorelle di lingua inglese, Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch. I più ignorano che esiste anche un altro imp0rtante giocatore in questa partita, una voce destinata a breve a conquistare una parte della ribalta internazionale. Parlo di Dagong, l’agenzia cinese di rating che sta aprendo a Milano la sua prima succursale europea. Si tratta di una delle prime mosse in terra straniera per Dagong, da considerare insieme alla prossima apertura ad Hong Kong.

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Cosa cambia con la presenza all’estero? Dal punto di vista formale poco o nulla, la presenza dell’agenzia cinese non è neppure una mossa puramente simbolica anche se è vero che c’è un simbolismo evidente. Questa agenzia è anche la voce di una parte consistente del capitalismo cinese e la manifestazione più forte del peso crescente dei fondi di private equity a guida cinese o mista cinese/partners. Stiamo parlando di masse di denaro con nove zeri dietro la cifra in euro e della possibilità concreta che ci sia parecchio shopping nel corso di quest’anno, data la felice (per i cinesi) coincidenza di bassi prezzi e di una certa debolezza di fondo di una parte del capitalismo occidentale. Se poi si ragiona sulla prossima scadenza dell’Expo a Milano (2015) il cerchio si chiude.

La Cina sta passando da anni alla terza fase della sua economia, quella in cui investe sui mercati esteri evoluti e prova a ritagliarsi uno spazio a tutti i livelli delle filiere economiche e finanziarie dopo aver stabilito un fattore forte di predominio in quelle produttive. Segnatevi il nome Mandarin Capital, nelle vicende economiche del 2013 in Italia lo sentiremo fare spesso.

Ricerca – come è gestito l’otto per mille

In queste ultime settimane, ogni lunedì, vi ho parlato dell’iniziativa di legge popolare per destinare l’otto per mille alla ricerca. Mi sono però reso conto che il funzionamento di questa parte dei tributi versato allo Stato non è del tutto chiaro per chi segue questo blog e mi sembra opportuno chiarirlo, almeno per sommi capi.

Per prima cosa va tenuto presente che l’otto per mille non è una scelta. Non nei termini di scegliere se pagarlo o meno. Viene comunque prelevata questa quota dalle tasse pagate, sia se si è specificata una scelta sia che questo non venga fatto. Quindi si arriva alla distinzione sulla destinazione di questo denaro. La prima parte del meccanismo vincola la seconda, ovvero le scelte di chi ha deciso di versare il proprio otto per mille condizionano la ripartizione dell’inoptato.

Se il 10% dei contribuenti sceglie di firmare per la religione X, questa riceverà l’ammontare corrispettivo delle scelte espresse più una seconda cifra, il 10% del totale degli inespressi. Quindi chi sceglie finisce per farlo anche per chi non lo fa, una sorta di delega del libero arbitrio. Aggiungere quindi un’ulteriore casellina per la ricerca non va a sottrarre direttamente cifre allo Stato o alle varie religioni (a proposito da quest’anno dovrebbero entrare altre due chiese nel novero dei possibili destinatari) ma andrebbe a incidere sul monte delle cifre inoptate.

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Per chiarezza, non è che si va a risolvere tutti i problemi finanziari delle ricerca italiana con questa fonte di entrate. Al massimo si potrà alleviare qualche difficoltà. Rimane comunque un segnale forte da dare, la richiesta dal basso di spendere in una direzione che porta ricchezza, in tutti i sensi. Invito quindi tutti a visitare il sito dedicato all’iniziativa, qui, per rendersi conto di cosa si tratta e per decidere se aderire o no. Se la cosa vi piace parlatene in giro, sui social network e nei vostri contatti personali di ogni giorno.

Il paradosso Solimano

In questi giorni (22-23 gennaio) in quel di Livorno abbiamo assistito a una vicenda paradossale, che mostra meglio di ogni altra cosa le difficoltà estreme che ha la politica italiana di fare i conti con il passato e con le legittime istanze della popolazione.

Il punto di partenza è la decisione dell’attuale sindaco di Livorno (Alessandro Cosimi, PD, secondo mandato) di nominare come assessore nella sua giunta Marco Solimano (delega alla casa e al sociale). La giunta è da tempo in crisi e il PD conserva la maggioranza per un seggio (due se votasse il Sindaco), quindi la nomina di un nuovo assessore solleva più attenzione del solito.

Il problema nasce dal candidato. Marco Solimano ha un passato ingombrante. Ex membro di Prima Linea, ha alle spalle una condanna definitiva a 22 anni per “concorso morale e partecipazione all’organizzazione criminale” per i fatti legati a un tentativo di evasione dal carcere fiorentino delle Murate, nel corso del quale fu ucciso un agente di Polizia, Fausto Dionisi.

L’iter ricorda molto quello dell’elezione di Sergio D’Elia, anche’egli ex membro di Prima Linea, nel Parlamento tra le file dei Radicali (nel 2006, liste della “Rosa nel pugno”). Anche D’Elia fu condannato nello stesso processo, scontando un totale di dodici anni.

Da allora sono successe molte cose. Tra le altre va ricordato il lavoro di Solimano nelle carceri, la presidenza dell’ARCI livornese per tredici anni e i mandati come consigliere comunale, sempre a Livorno, in quota prima DS e poi PD. Nel 2010 il già citato Sindaco lo aveva nominato garante dei detenuti. Tutto questo senza aver registrato alcun tipo di protesta dalle direzioni regionali e nazionali prima dei DS e poi del PD.

Ora che ci si avvicina alla scadenza delle elezioni politiche nazionali e la questione della “presentabilità” dei candidati occupa tanto spazio sui media ecco arrivare il distinguo dalla direzione regionale del PD che in pratica sconfessa le scelte del PD livornese. Il Sindaco Cosimi fa marcia indietro, d’accordo con Solimano. Pare ci saranno chiarimenti in sede di consiglio comunale, dichiarazioni e pronunciamenti da parte dei protagonisti di questa vicenda.

Il passato di Marco Solimano esisteva anche prima di questa vicenda. Così come c’erano le proteste delle associazioni dei parenti delle vittime del terrorismo contro incarichi pubblici assegnati agli ex terroristi e ai vari ex affiliati. Così come, sul territorio livornese e in Toscana, c’è una continuità notevole di incarichi e di persone dai DS al PD.

Va detto che dopo la condanna Solimano si è speso molto per il sociale nell’area livornese e non solo. Portando in dote risultati non certo disprezzabili in un’area decisamente problematica.

Da tutto questo, una serie di domande. So bene che non riceverò risposte, ma ne vale comunque la pena.

Come mai il signor Solimano ha potuto essere eletto presidente dell’ARCI livornese senza che l’associazione  e il partito di riferimento (prima i DS e poi il PD) tenessero conto del suo passato?

Come mai il signor Solimano ha potuto essere eletto per due mandati come consigliere comunale senza che il partito (prima i DS e poi il PD) tenesse conto del suo passato?

Come mai il signor Solimano ha potuto essere nominato garante dei detenuti senza che il Sindaco Cosimi tenesse conto del suo passato?

Come mai il signor Solimano è stato preso in considerazione per la carica di assessore senza che il Sindaco Cosimi tenesse conto del suo passato?

Più in generale, dov’è il punto di discontinuità tra il PD livornese e quello toscano? Non hanno lo stesso statuto, le stesse regole, i rappresentanti del territorio livornese non siedono negli organi regionali?

Infine, dove si situa per il PD livornese il concetto di “opportunità politica”? Nella direzione del PD nazionale? Nella direzione del PD toscano? O esiste una strada autonoma, locale, dove lo statuto del partito e i suoi regolamenti possono essere derogati?

Infine, una parola di chiarezza in modo da ribadire cosa ne penso sull’argomento. Non ho problemi in particolare con Solimano o con chiunque altro si trovi in situazioni simili. Chi è stato condannato e ha saldato i suoi conti con lo Stato ha pieno diritto a riabilitarsi, ad essere attivo nel sociale, a fare del suo meglio in campo economico eccetera.

La linea da non oltrepassare per me arriva con il passaggio dall’elettorato attivo a quello passivo. A chi è stato condannato in via definitiva, non importa per cosa e per quanto tempo (o per quali ammende) non deve essere consentito di presentarsi per delle cariche pubbliche. E’ una questione di coerenza e di buon senso. Se impediamo ai pregiudicati di presentarsi per i concorsi pubblici è assurdo pensare di ritrovarceli nei ranghi della classe dirigente, le ultime legislature ci hanno fornito esempi chiarissimi in tal senso.

Link a repubblica.it per gli articoli sull’argomento:

Polemica sulla giunta di Livorno

Solimano  non sarà assessore

Le dichiarazioni di Solimano

La voce di Unicredit

Per questo post parto dall’intervista di Federico Ghizzoni, AD di Unicredit, pubblicata da “Affari&Finanza” del 14.01.2013 in un articolo a firma di Marco Panara. Il contesto dell’articolo è un’analisi sulle prospettive del 2013 da un punto di vista particolare, ovvero nelle scelte e negli orientamenti di una banca di grandi dimensioni che guarda sia al mercato italiano che a una serie di mercati europei ed extraeuropei.

In più va fatto rilevare come Ghizzoni sia definibile come “uomo di sistema” data la somma delle sue esperienze nel comparto bancario e la rete di conoscenze di cui dispone nel sistema capitalistico (non solo italiano). Ho scelto alcuni brani che considero significativi, a margine le mie considerazioni.

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La struttura industriale italiana sta cambiando. Tra le medie e grandi imprese ce ne sono alcune in difficoltà che potrebbero scomparire ma ce ne sono altre che potrebbero comprare. Chi esporta, ha tecnologie e modelli di business avanzati ha la possibilità di crescere facendo acquisizioni a prezzi prima impensabili. Alla fine di questo processo avremo più imprese di maggiore dimensione.

Unicredit ha nella sua vocazione anche l’intermediazione, i ruoli da advisor nelle fusioni e nei takeover. Essendo coinvolta nel capitale di alcune aziende e essendo creditrice di molte altre ha tutto l’interesse a ridurre la sua esposizione e a favorire fusioni o incorporazioni per risolvere tante situazioni a rischio che potrebbero scoppiarle in mano nel 2013. Discorsi simili li stanno facendo anche in Intesa San Paolo che ha gli stessi identici problemi da risolvere.

(in risposta a: Cosa ha messo in moto questo processo?)

La crisi ovviamente, e la selettività del credito. Le banche non possono più supportare tutti, devono scegliere e quindi i più deboli sono destinati a sparire. L’effetto si vede anche sulle catene di controllo: dovendo scegliere le banche tendono a finanziare la parte industriale. E’ una correzione positiva, le catene di controllo troppo lunghe aumentano il costo del rischio.

Qui si rafforza il concetto di prima, ovvero una selezione guidata verso un futuro con meno aziende con i conti in disordine ottenuta con la spinta del credito. Niente di nuovo, lo si fa dai tempi di Cuccia, ma qui l’accento diventa più chiaro spostandosi verso le interminabili filiere di società scatola che finiscono per diluire le capacità di controllo e rendono scivoloso il controllo delle società stesse. Unicredit non vuole rivedere i tempi di Colaninno in Telecom e gradisce poco il caos in Pirelli. L’avviso è chiarissimo.

(in risposta a: Come state affrontando l’eccesso di impieghi rispetto alla raccolta che è la croce del sistema bancario italiano)

[omissis] Nel 2013 continueremo su questa strada agendo su imprese di fasce dimensionali più basse grazie anche alle nuove regole che consentono i minibond e i project bond. E’ un processo virtuoso, in Italia le imprese dipendono dal credito bancario per l’85 per cento delle loro attività, è troppo. Dobbiamo spingere quelle che possono sul mercato dei capitali per avere lo spazio per dare credito alle più piccole che a quel mercato non possono accedere. E dobbiamo aumentare la pressione per aumentino il capitale proprio, che alza il rating e riduce il costo del credito. Oggi investire in azienda è più conveniente che in passato”.

Qui il discorso rivolto alle aziende è ai livelli di un ceffone. In sostanza viene detto che Unicredit non intende svolgere sempre e solo il ruolo di finanziatore e lucrare sugli interessi ma punta a svolgere il ruolo di service finanziario, sia fungendo da canale per la raccolta fondi che come advisor per chi può collocarsi in Borsa. L’aumentare la pressione per far aumentare il capitale delle imprese è un ennesimo avviso, non tanto sottile, ai tanti imprenditori che in questi anni hanno pensato solo a intascare dividendi senza mettere un euro di denaro fresco in azienda. Unicredit punta a ridurre le sofferenze e a liberarsi di almeno una parte di quelle pratiche che considera più a rischio, il core business è essere una banca di sistema e non un bancomat come ai tempi di Capitalia gestione Geronzi. I servizi ad alto valore aggiunto pagano bene, pagano subito e consentono di avere una struttura ridotta in termini di personale. Il modello di riferimento diventa Morgan Stanley e non l’essere una rete di banche più o meno grandi.