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Archive for the ‘oplologia per le masse’ Category

In un luogo remoto della Rete, la cui esistenza non è del tutto dimostrabile, si parlava di oplologia. Mi sono accorto che è un termine poco conosciuto e che potrebbe essere interessante spendere qualche parola a proposito.

La definizione da vocabolario può essere approssimata come segue: l’oplologia è lo studio delle armi, dell’uso delle armi e delle armature.  Già qui è evidente che la materia è vasta e sussiste un ulteriore livello di lettura, dato dalla tecnica necessaria per comprendere sia come viene costruita un’arma sia per le prestazioni dell’arma medesima.

Si potrebbe parlare, in termini colloquiali, più di una disciplina scientifica che non di una scienza a sé stante. Semplificando molto la cosa appare chiaro che occorre comprendere elementi di fisica, chimica, matematica e avere almeno un’infarinatura delle discipline relate alla scienza delle costruzioni. Se poi si prende in considerazione la filiera di fabbricazione e distribuzione il discorso si allarga anche alla logistica e ai fattori sociali legati alla produzione. Dal momento che le armi in questione hanno effetti sul bersaglio non è male conoscere almeno le basi della medicina.

Il campo di studi si allarga ulteriormente quando si passa a ragionare sull’impiego delle armi moderne, intendendo per moderne quelle post XXVII° secolo. Man mano che il progresso tecnologico spinge in avanti la portata delle armi medesime e la loro pericolosità è intuitivo come l’impiego diventi al contempo più flessibile e più complesso da valutare. Come definire uno specialista in oplologia a questo punto?

Diffido a prescindere dei tuttologi e al contempo mi sembra molto difficile che un qualsiasi studioso possa essere versato in tutte le discipline sopra descritte. Di conseguenza mi sembra difficile che ci siano oplologi a tutto tondo se non in ambiti ristrettissimi. Per intenderci, già ragionare per categorie (p.e. “pistole”) apre una varietà di articoli e di implicazioni troppo vasta. Restringendo via via il campo (p.e. “pistole del XX secolo”, “categoria revolver”, “sotto categoria sei colpi” ecc. ecc.) si arriva a un compromesso credibile.

In compenso ci si può serenamente definire appassionati di oplologia e studiarne le varie branche con tutta la passione possibile, imparando allo stesso tempo in che contesto storico, tecnico, politico e strategico si siano evolute o modificate le armi di proprio interesse. Come tutti i campi di studio anche l’oplologia può riservare notevoli sorprese e contribuire ad aumentare la conoscenza già acquisita su altre materie.

La parte pratica dello studio ha il pregio di essere molto divertente oltre che istruttiva. Praticare un qualsiasi tipo di scherma, andare al poligono o cimentarsi nel fabbricare repliche di armi storiche (per fare solo qualche esempio) è estremamente coinvolgente e non di rado permette di entrare in contatto con persone piuttosto interessanti.

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Oggi due segnalazioni a tema zombie, le reputo interessanti per motivi diversi. La prima riguarda un film indipendente, Osombie, un horror con qualche velleità geopolitica. L’idea di base è che Osama Bin Laden sia diventato un non morto e che ritorni in Afghanistan per creare un’armata di zombie da scatenare contro i suoi nemici.

La seconda segnalazione si compone di due parti. Primo, esiste l’AICZ ovvero l’Associazione Italiana Cacciatori di Zombie. Qui il loro sito. Secondo, hanno organizzato per il 12 maggio di quest’anno il primo evento “tiro allo zombie”. Le iscrizioni sono già completate ma senz’altro, dato il gradimento della cosa, organizzeranno altri eventi come questo.

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Premessa.

Questo articolo parla di attività militari intraprese da Israele nel recente passato e delle prospettive di una possibile azione ai danni dell’Iran. Non è mio interesse focalizzarmi su temi religiosi, sulle diatribe che riguardano l’esistenza stessa dello stato di Israele e la storia dell’intera regione. Ogni commento che ecceda la ragionevole discussione verrà rimosso con estremo pregiudizio.

Situazione tattica.

Come noto l’Iran ha un programma nucleare molto ben avviato che sta arrivando a completare la produzione autonoma di materiale fissile con tutti i passi necessari per raffinarlo fino al weapon grade. Se si mette in relazione questa capacità con il buon livello della capacità missilistica autoctona e con la fattibilità della costruzione di un ordigno atomico è logico concludere che ci sia un interesse militare da parte di tutti i paesi del Medio Oriente in primis e del resto del mondo in conseguenza dell’importanza dell’area del Golfo Persico. Ad oggi Israele è l’unica potenza nucleare dell’area, elemento deterrente ritenuto fondamentale da gran parte delle gerarchie militari e dai partiti di destra nonché da una parte rilevante dell’establishment americano. Da mesi Tel Aviv fa filtrare dichiarazioni e voci a proposito di un attacco ai siti nucleari iraniani.

I precedenti.

Le forze armate dello stato di Israele hanno una lunga storia di operazioni condotte fuori dai confini nazionali, nella loro dottrina operativa l’interesse nazionale prevale su qualsiasi trattato o convenzione esistente, comprese quelle sottoscritte dallo stesso Israele. Questo è un elemento da tenere sempre presente quando si discute della possibilità di eseguire o meno un’operazione militare da parte del governo di Tel Aviv. La consapevolezza di avere nel consiglio di sicurezza ONU un alleato, gli USA, in grado di porre il veto su qualsiasi decisione non formale contribuisce non poco a questo atteggiamento. Per gli scopi di questo articolo ritengo interessante ricordare alcune operazioni della FFAA israeliane, significative per i risultati ottenuti e/o  per le distanze degli obiettivi rispetto al territorio nazionale.

Operazione Thunderbolt, 4 luglio 1976.

Un gruppo aviotrasportato di forze speciali viene utilizzato per riprendere il controllo di un aereo passeggeri francese dirottato e fatto atterrare in territorio ugandese nell’aeroporto di Entebbe. Il teatro di operazioni è a 4.000 km dal territorio israeliano, l’operazione può essere definita un successo pieno malgrado alcune perdite civili. Un buon riassunto lo potete trovare qui.

http://en.wikipedia.org/wiki/Entebbe_Raid

Operazione Opera, 7 giugno 1981.

Raid aereo per bombardare un reattore nucleare in costruzione in territorio iracheno. Missione conclusa con pieno successo, l’ambizioso programma atomico di Saddam al-Husseini non verrà mai portato a conclusione, grazie anche alle pressioni americane sui francesi per non riprendere la costruzione della struttura. Il teatro di operazioni è a 1.600 km dal territorio israeliano e l’azione viola lo spazio aereo del regno saudita. Interessante notare che l’aviazione iraniana aveva bombardato il sito il 30 settembre del 1980 (i due paesi erano in conflitto). L’intera vicenda presenta molti punti oscuri e un coinvolgimento italiano nelle fasi iniziali. Suggerisco di leggere questo articolo per farsi un’idea.

http://en.wikipedia.org/wiki/Osirak#Iranian_attack

Operazione Wooden Leg, 1 ottobre 1985.

Bombardamento aereo delle strutture OLP in Tunisia, in località Hammam al-Shatt. Missione conclusa con successo, notevole per la dimostrata capacità di rifornirsi in volo con un Boeing 707 modificato. Il teatro di operazioni è a 2.060 km  dal territorio israeliano e l’azione viola lo spazio aereo tunisino. Probabile collaborazione americana logistica, impossibile per la formazione israeliana sfuggire al rilevamento della sesta flotta della Marina USA. Anche questa vicenda è ben riassunta sulle pagine di Wikipedia.

http://en.wikipedia.org/wiki/Operation_Wooden_Leg

Operazione Orchard, 6 settembre 2007.

Meno di cinque anni fa l’aeronautica israeliana bombarda un reattore nucleare in costruzione a Deir ez-Zor, installazione segreta con probabile scopo militare. Missione conclusa con pieno successo, le foto aeree mostrano chiaramente le strutture distrutte.   Il teatro di operazioni è a meno di  500 km dal territorio israeliano e l’azione viola lo spazio aereo siriano nel volo di andata, sconfinando anchein quello turco nel viaggio di ritorno. Come consueto per questo articolo, il riassunto lo trovate nell’articolo linkato sotto.

http://en.wikipedia.org/wiki/Operation_Orchard

Lo scenario iraniano.

Venendo al presente appare chiaro come l’Iran abbia fatto tesoro delle lezioni subite dagli iracheni e dai siriani e dell’assistenza interessata da parte cinese e russa. Non è certo un caso se gli impianti necessari alla filiera di lavorazione dell’uranio siano sparsi in varie regioni e che uno di essi sia stato ricavato all’interno di una montagna. Gli enormi investimenti fatti nell’ultimo decennio e il coinvolgimento di numerosi specialisti pachistani, siriani, nord coreani, russi e cinesi fa capire con quanta determinazione l’Iran sia deciso a dotarsi della capacità autonoma di produrre e gestire materiale fissile. Di pari passo è aumentata la quota del prodotto interno lordo destinata alle forze armate e gran parte di questi fondi sono stati utilizzati per i programmi di ammodernamento delle componenti aeronautiche e di difesa aerea.

Con ogni probabilità nel corso di quest’anno l’Iran annuncerà di aver raggiunto lo scopo del programma, il che significa che forse già oggi hanno a disposizione abbastanza materiale weapon grade.  Quello che rende frenetica l’azione diplomatica di questi mesi e isterica ogni reazione iraniana è il raggiungimento di un punto di non ritorno, ovvero avere da parte iraniana pronti 2-3 ordigni nucleari ‘sporchi’ in grado di fungere da deterrente verso azioni militari altrui. In pratica vogliono raggiungere lo status della Corea del Nord e di Israele, de facto intoccabili per paura di una reazione estrema. Da qui le minacce degli ultimi mesi sulla circolazione navale dello stretto di Hormuz e il nervoso succedersi di esercitazioni da parte delle forze armate e dei Pasdaran. Sempre per lo stesso motivo le massime autorità religiose del paese hanno a più riprese attaccato verbalmente l’Occidente, dando segnali che sono stati ripresi anche in Libano e a Gaza, rispettivamente da Hezbollah e Hamas.

Un ipotetico raid israeliano non andrebbe a colpire tutti i siti della filiera industriale, ce ne sono troppi per coprirli con il numero di aerei disponibile e alcuni sono oggettivamente meno importanti di altri. Per capirci, distruggere dei capannoni pieni di centrifughe (servono per la lavorazione dell’uranio) non ha certo la stessa valenza che centrare un reattore. Questo ovviamente lo sanno anche gli iraniani che non a caso hanno concentrato nei pressi dei siti più importanti aliquote significative dei reparti con capacità AAA. Scegliendo per importanza i primi della lista dovrebbero essere Arak, Ardakan, Natanz, Busher e Lashkar-Abad mentre quello da evitare assolutamente è quello di Tehran, poco significativo tatticamente e inserito in un contesto (la capitale del paese) assolutamente pericoloso. Un obiettivo importante sarebbe il sito di Fordow, che risulta però essere molto vicino alla città santa di Qom (di conseguenza obiettivo sensibile per motivi religiosi).  Come si vede dalla mappa i siti sono piuttosto distanti tra di loro e il fattore critico dato dal tempo di sorvolo di territorio ostile diventa condizionante. Ricordo che un raid non ha le caratteristiche di una campagna di guerra aerea simile a quella condotta dagli USA contro l’Iraq qualche anno fa. Senza la sopressione preventiva via bombardamento degli aeroporti avversari e delle strutture C4I (command, control, communication, computer, intelligence) diventa impossibile assicurarsi il dominio dei cieli.

In più qualsiasi rotta di avvicinamento al territorio iraniano comporta la violazione di almeno due spazi aerei potenzialmente ostili (due tra Giordania, Arabia Saudita e Iraq) e la necessità operativa di mantenere in cielo almeno due gruppi di aerei cisterna con relativo supporto di protezione rende la logistica di tutto l’attacco estremamente rischiosa. Se l’aeronautica iraniana riuscisse a intercettare le cisterne l’intero attacco diventerebbe una catastrofe senza precedenti, sia dal punto di vista meramente militare che da quello propagandistico. L’appoggio diplomatico americano potrebbe minimizzare i rischi di sorvolo sui paesi citati ma ha l’effetto collaterale di esporre alla reazione di tutto il mondo arabo gli USA in un momento dove l’instabilità portata dalla primavera araba ha rimescolato le carte geopolitiche dell’intera regione.

Un raid con un solo obiettivo, per esempio Natanz, avrebbe probabilità di successo molto più elevate e rappresenta la scelta più probabile da parte israeliana. Tuttavia si tratterebbe di un successo militarmente limitato che potrebbe non essere sufficiente per rallentare lo sforzo nucleare avversario e darebbe alla gerarchia politica/religiosa iraniana un nemico esterno palese davanti al quale compattare la rabbia popolare, elemento non da poco date le proteste che attraversano l’intera società persiana. Il rischio concreto è una vittoria di Pirro, utile solo ai due contendenti per agitare un trofeo davanti alla propria opinione pubblica e per alzare di molto la temperatura nell’intero quadrante del Medio Oriente.

Ho già ricordato come l’Iran stia investendo molto in aerei e missili per colmare il gap qualitativo e quantitativo che lo separa dallo status di potenza regionale. L’industria nazionale ha personalizzato ed evoluto i vecchi Northrop F-5 e i Grumman F-14 (residuo del governo di Rezha Palevi, alleato degli americani) con la fattiva partecipazione di esperti russi e cinesi, sul modello (ironia della sorte) di quanto fatto dagli israeliani con i propri apparecchi. Attenzione quindi ad immaginare un’aviazione iraniana debole ed incosistente, rassegnata al massacro contro i piloti di Tel Aviv. Ricordo anche il recente abbattimento da parte iraniana di un modernissimo drone americano, a quanto pare ottenuto interferendo con il controllo satellitare.

In generale un raid israeliano potrebbe essere l’operazione più rischiosa mai tentata negli ultimi quarant’anni e portare risultati molto limitati. Credo che i vertici militari lo sappiano e che stiano cercando di spiegarlo con le dovute maniere alle fazioni più interventiste della politica. Volendo quantificare le possibilità di riuscita in termini percentuali temo che le cifre realistiche siano le seguenti:

riuscita di un attacco a un solo sito: 75%;

riuscita di un attacco a tre o più siti: 30%;

perdite nel primo scenario: 5-10% della forza (se l’attacco riesce);

perdite nel secondo scenario: 35-50% della forza (se l’attacco riesce).

Lo spazio per ragionare e per evitare scenari bellici c’è ancora, al netto di tutte le dichiarazioni roboanti e delle stupidaggini propalate sui media. Un attacco a un sito nucleare attivo porta inevitabilmente a una contaminazione della zona e dato il quadro generale a una sicura ripresa delle ostilità in Libano e nella striscia di Gaza. Fino all’ultimo momento vale la pena cercare di evitarlo e tenere il punto su quelle sanzioni economiche che possono essere in grado di prosciugare le finanze iraniane.

Scheda sull’aviazione israeliana

http://en.wikipedia.org/wiki/Israeli_Air_Force

Scheda sull’aviazione iraniana

http://en.wikipedia.org/wiki/Iranian_Air_Force

(nota bene #1: le mappe sono tutte di pubblico dominio, alcune fanno parte della serie prodotta dalla CIA per i loro Factbook annuali, altre provengono dalle library di Wikipedia)

(nota bene #2: le immagine degli aerei israeliani e iraniani le ho trovate in rete, non mi è stato possibile risalire agli autori. Spesso queste fotografie provengono da agenzie governative e vengono messe in pubblico dominio)

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Ho trattato del Gripen nel post precedente, trovare questo video e decidere di diffonderlo è stato un attimo.

Saab non scherza, neppure sul lato marketing. Lezione da tenere presente, specialmente per tante imprese che non curano a sufficienza questo settore.

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La vicenda delle spese militari delle FFAA italiane è da decenni al centro di un dibattito pubblico a dir poco disinformato e distante dalla realtà. Se è facile fare titoli sui quotidiani o preparare servizi da sessanta secondi sui media è altrettanto vero che le politiche di spending review avviate dal governo in carica devono incidere anche sul funzionamento della difesa italiana.

Molto in sintesi ricordo che il nostro paese non solo è impegnato nelle missioni militari sotto egida ONU o NATO ma che siamo anche impegnati in numerosi progetti di cooperazione decisi sia in sede di Unione Europea che per rapporti bilaterali. Attualmente abbiamo circa diecimila militari delle quattro armi impegnati in questi compiti. Il mantenimento di questi compiti è parte di una serie di trattati internazionali sottoscritti dalla nostra nazione. Si può discutere e sarebbe bene farlo sulla necessità di impiegare mezzi militari nelle missioni di peace keeping e sul concetto stesso di missione di peace enforcing ma non è questo il tema di questo articolo.

Prendo spunto da una delle polemiche più recenti sui costi attuali e previsti delle FFAA, ovvero dalla fornitura alla nostra Aeronautica Militare di 109 aerei Lockheed Martin F-35 Lighting II (nel contratto sono anche previsti altri mezzi della stessa famiglia, adattati per VSTOL/STOL per la Marina Militare e i velivoli addestratori per un totale di 131 aerei). Viene stigmatizzato il costo complessivo dell’operazione, stimato in  quindici miliardi di euro. Si tratta di una cifra estremamente rilevante, di solito però viene omesso che si tratta dell’intera fornitura e non dei soli aerei. Nel pacchetto vanno conteggiate anche altre voci quali una parte dei ricambi, la formazione del personale di volo e di terra, gli aggiornamenti periodici di hardware e software.

Chiarisco subito che per la nostra Aeronautica Militare è necessario, in tempi brevi, arrivare a sostituire gran parte del parco aeromobili attualmente in uso per obsolescenza e/o per essere adeguati al livello di servizio richiesto dai nostri partner NATO e dell’Unione Europea. In particolare i Panavia Tornado e gli AMX Ghibli sono da sostituire, così come va tenuto presente che i General Dynamics F-16 che abbiamo in affitto dovranno essere restituiti quest’anno (o in alternativa si deve rinnovare il contratto con gli oneri che ne derivano). Quindi bisogna decidere come spendere al meglio i soldi dello Stato piuttosto che stabilire se comprare o no degli aerei.

Ritengo l’F-35 un aereo estremamente interessante come concezione ma decisamente al di sopra delle necessità italiane. Per i compiti assegnati all’AM non abbiamo bisogno di un mezzo di superiorità aerea di quinta generazione, pensato per competere con mezzi russi e cinesi in scenari strategici che difficilmente possono presentarsi nel vecchio continente. Lo sviluppo di questo mezzo tra l’altro non è del tutto completato e la valutazione operata dall’Air Force americana ha evidenziato come sia necessarie centinaia di modifiche ai vari sistemi per poterlo considerare adeguato alle richieste contrattualizzate. La versione per l’impiego della Marina è ancora più indietro come perfezionamenti epoterebbe ad estendere oltre misura la vita degli aeromobili disponibili ad oggi o a cercare soluzioni-ponte di difficile attuazione (gli inglesi stanno pensando di utilizzare il Dassault Rafale per la loro nuova portaerei). Una piccola parte della produzione di questo aereo è di competenza italiana ma la ricaduta occupazionale è da considerarsi limitata rispetto ad altre opzioni disponibili mentre è discutibile la ricaduta tecnologica. Dato quanto sopra esposto a mio parere il contratto è da cassare appena possibile.

In alternativa all’aereo americano, date le caratteristiche tecniche richieste e la disponibilità sul mercato è logico operare una selezione preventiva delle macchine disponibili. Per un paese come il nostro, produttore e partner di aziende produttrici, diventa importante favorire anche la possibilità di produrre parti dell’aereo selezionato in Italia (sia per la ricaduta tecnologica che per il fattore occupazionale). Questo porta ad escludere un altro aeromobile americano, il General Dynamics F-16, peraltro molto costoso in termini di manutenzione e dalla vita operativa non eccelsa. Altra considerazione riguarda la necessità di integrazione con il resto dei paesi facenti parte della NATO e dell’Unione Europea. Le due cose insieme portano ad escludere a priori aerei di fabbricazione russa e cinese.

Ovvia considerazione è quella della flessibilità di ruolo operativa per poter adattare i mezzi disponibili, numericamente scarsi, alla maggior varietà possibile di impiego sia per la difesa del territorio nazionale che per la partecipazione alle missioni internazionali. Questo porterebbe ad escludere intercettori puri o aerei troppo lenti, adatti quindi ai soli scopi di bombardamento / uso di contromisure ECM.

Esaminando brevemente la situazione dei nostri alleati è facile notare che molti aerei siano di fabbricazione  americana e che le notevoli eccezioni siano le seguenti:

Saab JAS39 Gripen;

Eurofighter Typhoon.

Lascio fuori gli apparecchi della Dassault (nello specifico il Rafale), non perché non siano validi ma perché utilizzati praticamente solo dalla Francia, il che va contro il concetto di integrazione con le altre forze aeree.

Il jet svedese è attualmente in uso in ambito NATO nella Repubblica Ceca e in Ungheria e rimanendo nell’ambito europeo è in valutazione per Croazia, Danimarca, Olanda, Svizzera, Regno Unito (versione per la Marina), Slovacchia e Bulgaria. Sempre rimanendo nel vecchio continente va riportato che Austria, Finlandia, Germania, Polonia, Norvegia e Romania avevano valutato il Gripen per le rispettive forze aeree per poi scegliere altri aerei. A vantaggio del caccia della Saab va il fattore prezzi, sia per l’acquisto che per le successive spese dei cicli di manutenzione.

L’Eurofighter nasce in un contesto di collaborazione in ambito NATO, simile come impostazione a quello del progetto Panavia Tornado. È già in servizio sia nella nostra AM che nei servizi corrispondenti di Austria, Germania, Regno Unito e Spagna. Inoltre va sottolineato che è in parte fabbricato in Italia da Alenia, il che consente di mantenere una ricaduta occupazionale interessante, superiore di gran lunga a quella consentita dalla coproduzione del già citato F-35. Di contro il Typhoon costa decisamente più del Gripen, sia come costo unitario che come manutenzione.

Per capire le differenze di costi, riporto quanto appreso da un interessante articolo di provenienza croata (vedi link a fine articolo, in lingua inglese) dove vengono comparati l’F-16 e lo JAS39.

Costo unitario: F-16 (block 60) 85 milioni di dollari, F-16 (block 52) 74 milioni di dollari, JAS39 68 milioni di dollari.

Costo orario di utilizzo: F-16 (block 52) 3.700 dollari/ora, JAS39 2.500 dollari/ora.

Costo annuale di utilizzo: F-16 (block 52) 2.2 milioni di dollari, JAS39 1.5 milioni di dollari.

Numero operatori (maintenance crew): F-16 (block 52) 230 unità, JAS39 60 unità.

Facile concludere che il Gripen è decisamente più conveniente. Un altro articolo a proposito del mercato possibile per gli Eurofighter (vedi link a fine articolo) indica come 106 milioni di dollari il costo complessivo (acquisto, manutenzione, ricambi, formazione) di un Typhoon. Va tenuto però presente che la nostra AM, avendo già in esercizio questo aereo, avrebbe costi minori e che facendo parte del consorzio che li costruisce una parte della spesa ‘rientra’ nel nostro settore industriale.

A questo punto il fattore dirimente è di tipo politico e non economico.  

Scegliere la fornitura più costosa (il Typhoon) ha questi  vantaggi:

ricaduta occupazionale;

ricaduta tecnologica;

maggiore integrazione a livello NATO e UE;

assorbimento costi di addestramento del personale.

Viceversa se la scelta ricadesse sul Gripen il risparmio per l’intera fornitura sarebbe tale da compensare la necessità di formazione del personale della nostra AM con ampio margine. Gli svantaggi andrebbero sul lato industriale (nessuna ricaduta) e sul piano strategico (minore integrazione operativa).  Per completezza va aggiunto che in circostanze simili il nostro governo potrebbe fare un’offerta alla Saab per la produzione di parti del loro aereo su licenza in Italia e in presenza di una commessa da più di cento mezzi è decisamente probabile che si raggiungerebbe un accordo.

Personalmente, date le condizioni economiche del paese, sarei favorevole all’adozione del Gripen.

Scheda su Wikipedia con il compendio dei mezzi in uso all’Aeronautica Militare

http://it.wikipedia.org/wiki/Aeronautica_Militare#Aeromobili_in_uso

Schede su Wikipedia dei jet oggetto di discussione nell’articolo (anche le immagini provengono da Wikipedia)

http://en.wikipedia.org/wiki/Gripen

http://en.wikipedia.org/wiki/Eurofighter_Typhoon

http://en.wikipedia.org/wiki/General_Dynamics_F-16_Fighting_Falcon

http://en.wikipedia.org/wiki/F-35

Stampa croata sulla comparazione costi dei possibili fornitori delle forze armate

http://www.nacional.hr/en/clanak/34674/f-16-vs-gripen-croatian-air-force-to-spend-800-million-for-new-wings

Articolo di Bloomberg sul possibile mercato degli Eurofighter

http://www.bloomberg.com/news/2011-03-22/allies-prepare-to-attack-qaddafi-s-ground-forces-debate-command-structure.html

 

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Come minacc promesso, ecco qui anche il mio regalo per queste festività del ca gioiose di quest’anno.

Ladies and gentlemen, please welcome Aurora! Cliccate qui.

C’è voluto parecchio per arrivare a questo mini saggio. Sembra una contraddizione in termini dato che si parla di un 30 pagine in formato A5 ma non avete idea della melma che c’è sulla Rete quando si cercano notizie sull’Aurora.

Dai video dementi su YouTube a siti / blog pieni di chiacchere prive di senso, riuscire a trovare qualcosa di intellegibile è stato un viaggio di scoperta. Alla fine ha avuto solo valore di verifica dal momento che ho deciso di non includere immagini o schemi all’interno del testo per evitare qualsiasi diatriba presente e futura sui copyright.

All’interno del libercolo troverete i due riferimenti bibliografici che sono riuscito a trovare in questi mesi, gli unici testi dove si tratta del progetto Aurora. Manco a farlo apposta uno ne sostiene l’esistenza, l’altro la nega ed entrambi mancano di un riscontro apprezzabile. Per ipotesi realistiche sulla struttura o sulle prestazioni dell’Aurora rimando al testo di Sweetman (controllate la pagina delle recensioni per trovarne i riferimenti).

Per la versione in epub ci sto lavorando, gli esperimenti fatti finora non mi hanno soddisfatto. Quando sarà pronta ne darò notizia oltre ad includerne il link per scaricarla nella pagina dei download.

Ringrazio di nuovo Mitvisier, la sua copertina è senz’altro la parte migliore di tutto il lavoro.

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Eppur si muove, citazione probabilmente apocrifa attribuita a Galileo Galilei. Sono arrivato a una fase avanzata della prima stesura, spero di potervi fare una strenna natalizia!

Nel frattempo, grazie a Mitvisier che ha realizzato la cover. Come si dice in questi casi, chapeau!

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Curtis Peebles

Dark Eagles (1999)

Presidio Press

pp. 432 – vari prezzi disponibili qui

ISBN 978-0891416968

Quarta di copertina (da amazon.com).

In this new, updated edition, Dark Eagles reveals what have been some of America’s most closely guarded, and politically sensitive secrets.

Recensione flash.

Questo saggio è la migliore sintesi che io abbia mai trovato tra i libri divulgativi sull’aeronautica militare e i testi storici sullo sviluppo dei ‘black project’ a partire dagli anni ’50. Consigliato, non solo per gli appassionati.

Voto: 07,50 / 10,00.

Recensione.

A partire dal 1941 fino alla fine degli anni ’90 questo libro ripercorre la storia dei progetti segreti sviluppati per le forze aeree americane; si tratta di un viaggio affascinante tra basi segrete, soluzioni tecniche mai provate prima, grandi e piccole tragedie di cui per molti anni non si sono avute notizie certe. E ancora, l’alba dei velivoli UAV nelle guerre del sud-est asiatico, i primi aerei a energia solare, le missioni segrete della CIA nei cieli dell’URSS e della Cina. In più i programmi di studio degli aerei di fabbricazione russa e la nascita della celebre scuola Top Gun della Marina. Per finire, il debunking di tutta una serie di progetti per i quali esiste una serie infinita di pagine sulla Rete.n si sono avute m

Non credo  stupisca apprendere che l’autore, Curtis Peebles, è uno storico specializzato nel settore aerospaziale. È conosciuto anche per essere un esponente di spicco tra gli scettici dell’intero fenomeno UFO oltre che come autore di numerose pubblicazioni. La forma mentis dello storico è evidente nella cura del libro e dal livello di documentazione che viene citato.

Se devo trovare un lato debole per questo libro è proprio nella parte del debunking. Quando si arriva a trattare la parte relativa all’Aurora (cap.12) i toni si fanno molto bruschi, non si fatica ad intuire un certo livore verso un altro autore del settore (Bill Sweetman, mai nominato ma presente nelle note) e più in generale verso le teorie UFO, inserite in maniera abbastanza strumentale per aggiungere discredito a chi sostiene l’esistenza di questo aereo.

Di contro è percepibile la fascinazione e l’orgoglio, tutto americano, verso chi ha sviluppato e sostenuto questi progetti da cui discende anche una contrapposizione netta tra militari/tecnici e politici/giornalisti, mostrati spesso in aperto conflitto. Anche qui non avrebbe stonato una maggiore sobrietà.

Nota editoriale: questo libro, ancorchè datato, non mi risulta essere stato mai tradotto o opzionato per il mercato italiano. Se vi risultano notizie diverse per favore fatemelo sapere.

Nota finale: dopo aver letto questo libro ho dei grossi dubbi sullo sviluppare o meno il mini saggio sull’Aurora. Lo avevo ripensato come una riflessione sulla ricognizione aerea / satellitare o in alternativa come caso di mitologia moderna. Time will tell.

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Dopo esser stato  provocato, prima dal post del Girola sulla armi immaginarie e dopo dalla risposta sulle lame da parte del Mana potevo lasciar cadere la cosa? Voglio dire, da bullonaro DOC-DOP-DOCG potevo non rispondere?

Eccoci qui, al semi serio ‘real deal’. Le pistole più potenti del mondo.

5) Grizzly, calibro .45″ Winchester Magnum

4) Taurus Raging Bull, calibro .454″ Casull

3) IMI Desert Eagle, calibro .50″ AE

2) S&W, calibro .500″ Remington Magnum

1) Mostruosità inizio ’900, dati ignoti.

OK, con l’ultima ho voluto scherzare.

Prendete quanto sopra come suggerimento se da schiribacchini volete usare qualche pezzo ‘definitivo’ da mettere a disposizione dei vostri personaggi. Tenete presente quattro cose:

Sono armi che richiedono mezzi muscolari adeguati

Hanno cadenza di tiro bassa

A distanza ravvicinata non c’è riparo che tenga, i giubbotti anti proiettile con piastra aggiuntiva in ceramica non bastano.

Silenziarle in maniera efficace è perlomeno difficile.

Ah, dimenticavo. Buona domenica.

 

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Ricordate la prima scadenza per la terza edizione dei Corti viventi, il concorso per racconti brevi/brevissimi per i tipi della XII edizioni?

Ho partecipato anche io con due terne, purtroppo entrambe non hanno incontrato il gradimento della giuria. Ne approfitto per ringraziare il buon Gelostellato, al secolo Raffaele Serafini, che rimane il deus ex machina dell’intera iniziativa (lo trovate nel blogroll, pigroni che non siete altro).

Di seguito trovate i testi di una delle terne, quella che si è piazzata peggio nelle tre graduatorie. I titoli erano Long Range Sniper 1, 2 e 3 (sì, lo so, grande fantasia).

Uno (200 caratteri)

La pioggia densa investì Khaled che perse la presa sulle rocce. Sentì un rumore cupo,  un tuono assurdo in una giornata assolata come quella. Di Jafar rimaneva solo poltiglia. Calibro .50”, dal nulla.

Due (900 caratteri)

La testa, non riusciva a trovare la testa. Il resto del gruppo si era disperso, cercando un riparo di fortuna in mezzo alle rocce. Solo Khaled, lordo di sangue dalla testa ai piedi, era rimasto allo scoperto per cercare i pezzi del fratello. Aveva trovato le gambe, recuperato il braccio sinistro e visto dove era finito il destro ma la testa, la testa di Jafar non c’era più. Sangue dovunque, brandelli di vestiti, nelle orecchie le voci concitate dei Taliban che cercavano di scuoterlo dal suo stato di choc.

Quattrocento metri sopra al gruppetto, tetro spettatore della guerra, un drone riprendeva la scena portandola  in diretta sui monitor LCD del reparto avanzato. A fianco delle immagini lampeggiavano le coordinate GPS dell’obiettivo, completate dalla stima dell’altitudine e della direzione dei venti in loco. A due chilometri di distanza da Khaled il tiratore cominciò a tirare il grilletto.

Tre (1794 caratteri, il massimo era 1800 caratteri)

Il boato arrivò sulla montagna due secondi dopo il colpo, la velocità del suono non era sufficiente per pareggiare quella dei proiettili calibro .50” che avevano fatto a pezzi Jafar e Khaled. I due fratelli erano diventati un solo ammasso di membra mutilate, gli spruzzi di sangue e i brandelli dei corpi si erano sparsi per venti metri tutto intorno. Rannicchiati al riparo di piccole cenge di roccia i sei Taliban superstiti cercavano di nascondersi, bloccati in una situazione insostenibile. Pensavano di essere sotto il tiro di un Reaper, nessun fucile poteva fare uno scempio del genere.

Sopra di loro continuava a volare il drone, controllato via satellite da un giovane aviere a cinquemila chilometri di distanza. Attorno ai monitor della sala comando una piccola folla di colleghi faceva scommesse sul prossimo obiettivo del tiratore scelto, una scena che si ripeteva almeno una volta alla settimana dall’inizio dell’ultima offensiva in Afghanistan. Il supervisore non interferiva , piccole deroghe alla disciplina erano ammesse.

Spotter e sniper stavano completando i calcoli del tiro successivo, poche parole pacate per sintetizzare le conclusioni dei computer tattici sommate all’esperienza fatta sul campo. C’era poco vento, fatto insolito per quelle latitudini e la giornata era molto chiara. Lo sniper camerò un altro colpo, penetratore all’uranio impoverito per rendere inutili i miseri ripari degli avversari. Con poco meno di 2.200 metri di distanza dai bersagli, il record del caporale inglese Craig Harrison rimaneva al sicuro anche per quella giornata.

La bocca da fuoco del MacMillan TAC-50 si spostò di qualche millesimo di grado, pronta a decretare la fine del prossimo membro del gruppo. C’era ancora un’ora buona di luce, nessuno di loro avrebbe lasciato quella montagna.

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