La favola delle primarie

Oggi vi racconto una storia. Non è particolarmente bella, ma come alcune favole della nostra infanzia ha una morale e vale la pena tramandarla alle future generazioni come lezione per i giorni che verranno.

C’era una volta un partito politico, nato in laboratorio in un paese non proprio lontano.

Come tutte le cose create a tavolino, anche questo partito aveva dei problemi a farsi accettare dalla popolazione. Il nome veniva da un’altra nazione, i suoi dirigenti da partiti nati in fretta e furia dopo una stagione di scandali e bisognava trovargli un’identità. In quel paese si votava spesso e a qualcuno di quei dirigenti venne un’idea.

“Visto che abbiamo copiato il nome da quel paese là, perché non copiamo anche altre cose?” Tutti lo ascoltavano, mentre si facevano vento con vecchi sondaggi e manifestini del passato.

“Pensateci un momento. Abbiamo bisogno di raccogliere fondi, di far vedere che siamo aperti alla società civile e di farci notare sui media senza spendere soldi.” Mormorii nel pubblico, alcuni leggevano con aria molto interessata le brochure di altri partiti. Qualcuno rideva sotto i baffi, la battuta della società civile era sempre buona.

“Copiamo le primarie!” Silenzio. Dal fondo, uno degli anziani faceva gesti apotropaici.

“Non avete capito, vero? Quella roba che fanno per scegliere pubblicamente i candidati, dove la gente vota prima delle elezioni vere e proprie. Avete visto come vengono seguite queste cose dai media?” Silenzio. Vibrazione di vecchi ingranaggi in movimento.

“Potremmo chiedere un contributo. Un euro, due. I militanti ce li danno di sicuro.” Sorrisi. Qualcuno tirò fuori una vecchia calcolatrice.

“Ma non rischiamo che ci ribaltino qualche candidato? Voglio dire, vi ricordate in che stato versano tanti territori, e se qualcuno ne approfittasse?” Brividi nella platea. Sguardi smarriti e occhiate sospettose. Qualcuno indicò un armadio, un vecchio affare sepolto dai faldoni e dalla polvere.

“Aspettate, facciamo un altro passo avanti. E se le aprissimo a tutti per votare ma se continuassimo a scegliere noi i candidati? Nelle sezioni e nei circoli va tutto come vogliamo noi, non ci sono rischi.” Consensi, qualche sorriso in più. Un ritratto in bianco e nero di un politico del passato cadde improvvisamente, mancando di un soffio un responsabile del tesseramento.

“Potrebbe funzionare. Ma se vogliamo fare il colpo grosso, perché non apriamo veramente tutto?” Colmo di luciferino entusiasmo, il responsabile di una regione si mise in piedi sulla scrivania. “Pensateci! Sono consultazioni senza valore legale, giusto? Quindi possiamo dare accesso a tutti. Minorenni, non residenti nel comune, non iscritti ai vecchi partiti… possiamo raccattare soldi da chiunque!” Applausi, fischi di apprezzamento. Qualcuno urlò “democrazia!”, suscitando grandi risate.

Dal tavolo della presidenza si alzò uno dei più giovani, chiese e ottenne silenzio.

“Vogliamo fare davvero una cosa grossa? Vogliamo fare qualcosa che non ci costa nulla e ci metterà al centro della scena per anni?” Lo guardavano tutti, si sentiva che stava per arrivare qualcosa di inaspettato.

“Vi dico solo una parola: stranieri.” Sguardi smarriti, al limiti dell’incomprensione.

“Va bene, ve lo spiego. Facciamo partecipare anche gli stranieri. Basta che abbiano uno straccio di documento”. Primi cenni di comprensione, qualcuno tirò fuori il telefonino.

“All’inizio ne verranno pochi. Ma li coinvolgeremo sempre di più. Centinaia di migliaia, forse milioni in futuro. Gente che tireremo su con la convinzione che siamo il loro punto di riferimento politico.” Applausi. Prima timidi, poi qualcuno si alzò in piedi per mostrare il proprio entusiasmo. Finì con una acclamazione.

La cosa funzionò. Il partito di quel paese non così lontano aveva solidi appoggi nei media, aveva ereditato una buona organizzazione territoriale e poteva contare su un avversario decisamente antipatico. Incassarono soldi e continuarono a farsi le loro piccole guerre intestine, sputandosi addosso battute velenose come soltanto i militanti di partito riescono a fare. Gli esterni, la società civile, i giovani e gli stranieri continuarono a non contare nulla, proprio come prima. I candidati “giusti” vincevano sempre le primarie e pazienza se spesso poi andavano a sbattere nelle elezioni vere. Quindi per qualcuno la favola va a finire bene.

Come?

La morale?

Serve davvero che la metta in evidenza?

Il discorso di Draghi

Come noto, il nuovo Presidente del Consiglio ha presentato il proprio governo al Senato il 17.02.2021 per ottenere il voto di fiducia che sancisce l’inizio del mandato dell’esecutivo. Secondo prassi, Mario Draghi ha tenuto un discorso introduttivo per introdurre pubblicamente le tematiche di base del nuovo governo. Da cittadino qualsiasi, mi permetto di fare le mie considerazioni e di criticare quanto ho avuto occasione di sentire, riportate in blu nel testo. Da questo punto in avanti, tutto quello che leggerete in nero è il discorso originale.


Il primo pensiero che vorrei condividere, nel chiedere la vostra fiducia, riguarda la nostra responsabilità nazionale. Il principale dovere cui siamo chiamati, tutti, io per primo come presidente del Consiglio, è di combattere con ogni mezzo la pandemia e di salvaguardare le vite dei nostri concittadini. Una trincea dove combattiamo tutti insieme. Il virus è nemico di tutti. Ed è nel commosso ricordo di chi non c’è più che cresce il nostro impegno. Prima di illustrarvi il mio programma, vorrei rivolgere un altro pensiero, partecipato e solidale, a tutti coloro che soffrono per la crisi economica che la pandemia ha scatenato, a coloro che lavorano nelle attività più colpite o fermate per motivi sanitari. Conosciamo le loro ragioni, siamo consci del loro enorme sacrificio. Ci impegniamo a fare di tutto perché possano tornare, nel più breve tempo possibile, nel riconoscimento dei loro diritti, alla normalità delle loro occupazioni. Ci impegniamo a informare i cittadini di con sufficiente anticipo, per quanto compatibile con la rapida evoluzione della pandemia, di ogni cambiamento nelle regole.

Il Governo farà le riforme ma affronterà anche l’emergenza. Non esiste un prima e un dopo. Siamo consci dell’insegnamento di Cavour: «…le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità, la rafforzano». Ma nel frattempo dobbiamo occuparci di chi soffre adesso, di chi oggi perde il lavoro o è costretto a chiudere la propria attività.

Nel ringraziare, ancora una volta il presidente della Repubblica per l’onore dell’incarico che mi è stato assegnato, vorrei dirvi che non vi è mai stato, nella mia lunga vita professionale, un momento di emozione così intensa e di responsabilità così ampia. Ringrazio altresì il mio predecessore Giuseppe Conte che ha affrontato una situazione di emergenza sanitaria ed economica come mai era accaduto dall’Unità d’Italia.

Ringraziare Giuseppe Conte potrebbe essere solo un gesto di cortesia, ma in un contesto come questo va letto per quello che è: un atto pubblico per ingraziarsi il M5S. Non proprio opportuno in una occasione solenne.

Si è discusso molto sulla natura di questo governo. La storia repubblicana ha dispensato una varietà infinita di formule. Nel rispetto che tutti abbiamo per le istituzioni e per il corretto funzionamento di una democrazia rappresentativa, un esecutivo come quello che ho l’onore di presiedere, specialmente in una situazione drammatica come quella che stiamo vivendo, è semplicemente il governo del Paese. Non ha bisogno di alcun aggettivo che lo definisca. Riassume la volontà, la consapevolezza, il senso di responsabilità delle forze politiche che lo sostengono alle quali è stata chiesta una rinuncia per il bene di tutti, dei propri elettori come degli elettori di altri schieramenti, anche dell’opposizione, dei cittadini italiani tutti. Questo è lo spirito repubblicano di un governo che nasce in una situazione di emergenza raccogliendo l’alta indicazione del capo dello Stato.

Tradotto in parole semplici: questo è un governo politico, nel nostro ordinamento non è possibile averne altri, ma è diverso perché Mattarella non voleva indire le elezioni- giustificando il tutto con le emergenze. Su questo, ognuno tragga le sue conclusioni.

La crescita di un’economia di un Paese non scaturisce solo da fattori economici. Dipende dalle istituzioni, dalla fiducia dei cittadini verso di esse, dalla condivisione di valori e di speranze. Gli stessi fattori determinano il progresso di un Paese.

Si è detto e scritto che questo governo è stato reso necessario dal fallimento della politica. Mi sia consentito di non essere d’accordo. Nessuno fa un passo indietro rispetto alla propria identità ma semmai, in un nuovo e del tutto inconsueto perimetro di collaborazione, ne fa uno avanti nel rispondere alle necessità del Paese, nell’avvicinarsi ai problemi quotidiani delle famiglie e delle imprese che ben sanno quando è il momento di lavorare insieme, senza pregiudizi e rivalità.

Nei momenti più difficili della nostra storia, l’espressione più alta e nobile della politica si è tradotta in scelte coraggiose, in visioni che fino a un attimo prima sembravano impossibili. Perché prima di ogni nostra appartenenza, viene il dovere della cittadinanza. Siamo cittadini di un Paese che ci chiede di fare tutto il possibile, senza perdere tempo, senza lesinare anche il più piccolo sforzo, per combattere la pandemia e contrastare la crisi economica. E noi oggi, politici e tecnici che formano questo nuovo esecutivo siamo tutti semplicemente cittadini italiani, onorati di servire il proprio Paese, tutti ugualmente consapevoli del compito che ci è stato affidato. Questo è lo spirito repubblicano del mio governo.

Ovvero, si traduce come “repubblicano” il concetto di “governo di tutti”. Indicando come fattivo quello che al momento è solo una speranza, cioè che gli stessi che si sono accoltellati alla schiena fino al giorno prima siano diventati improvvisamente responsabili servitori dello Stato. Anche qui, se volete crederci fate pure.

La durata dei governi in Italia è stata mediamente breve ma ciò non ha impedito, in momenti anche drammatici della vita della nazione, di compiere scelte decisive per il futuro dei nostri figli e nipoti. Conta la qualità delle decisioni, conta il coraggio delle visioni, non contano i giorni. Il tempo del potere può essere sprecato anche nella sola preoccupazione di conservarlo.

Oggi noi abbiamo, come accadde ai governi dell’immediato Dopoguerra, la possibilità, o meglio la responsabilità, di avviare una Nuova Ricostruzione.

L’Italia si risollevò dal disastro della Seconda Guerra Mondiale con orgoglio e determinazione e mise le basi del miracolo economico grazie a investimenti e lavoro. Ma soprattutto grazie alla convinzione che il futuro delle generazioni successive sarebbe stato migliore per tutti. Nella fiducia reciproca, nella fratellanza nazionale, nel perseguimento di un riscatto civico e morale. A quella Ricostruzione collaborarono forze politiche ideologicamente lontane se non contrapposte. Sono certo che anche a questa Nuova Ricostruzione nessuno farà mancare, nella distinzione di ruoli e identità, il proprio apporto.

Questa è la nostra missione di italiani: consegnare un Paese migliore e più giusto ai figli e ai nipoti.

Sono frasi retoricamente belle, niente da dire. Ma il paragone con il secondo dopoguerra e la fase attuale fa drizzare i capelli in testa. Per non parlare del paragone implicito tra la classe dirigente di allora e quella attuale. I migliori di questo Parlamento non avrebbero potuto neppure fare i portaborse di quella generazione. Quanto agli investimenti, leggendo tra le righe, paragonare il Piano Marshall con il Recovery Fund / Next Generation EU mette i brividi. Detto per inciso, abbiamo le basi americane in Italia dal 1945 in virtù di quell’accordo…

Spesso mi sono chiesto se noi, e mi riferisco prima di tutto alla mia generazione, abbiamo fatto e stiamo facendo per loro tutto quello che i nostri nonni e padri fecero per noi, sacrificandosi oltre misura. È una domanda che ci dobbiamo porre quando non facciamo tutto il necessario per promuovere al meglio il capitale umano, la formazione, la scuola, l’università e la cultura. Una domanda alla quale dobbiamo dare risposte concrete e urgenti quando deludiamo i nostri giovani costringendoli ad emigrare da un paese che troppo spesso non sa valutare il merito e non ha ancora realizzato una effettiva parità di genere. Una domanda che non possiamo eludere quando aumentiamo il nostro debito pubblico senza aver speso e investito al meglio risorse che sono sempre scarse. Ogni spreco oggi è un torto che facciamo alle prossime generazioni, una sottrazione dei loro diritti. Esprimo davanti a voi, che siete i rappresentanti eletti degli italiani, l’auspicio che il desiderio e la necessità di costruire un futuro migliore orientino saggiamente le nostre decisioni. Nella speranza che i giovani italiani che prenderanno il nostro posto, anche qui in questa aula, ci ringrazino per il nostro lavoro e non abbiano di che rimproverarci per il nostro egoismo.

Devo davvero commentare? Parla a una platea dove siedono numerosi inquisiti e altrettanti condannati. E lo fa ben sapendo a cosa lui stesso ha partecipato nella sua lunga carriera. Ha visto fin troppo da vicino cosa è successo in Grecia, ha partecipato in prima linea allo smantellamento dell’IRI… una faccia tosta di primo livello, non c’è che dire.

President of the European Central Bank Mario Draghi poses for photographers prior to a news conference in Frankfurt, Germany, Thursday, March 9, 2017, following a meeting of the ECB governing council. (AP Photo/Michael Probst)

Questo governo nasce nel solco dell’appartenenza del nostro Paese, come socio fondatore, all’Unione europea, e come protagonista dell’Alleanza Atlantica, nel solco delle grandi democrazie occidentali, a difesa dei loro irrinunciabili principi e valori.

Sostenere questo governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro, significa condividere la prospettiva di un’Unione Europea sempre più integrata che approderà a un bilancio pubblico comune capace di sostenere i Paesi nei periodi di recessione. Gli Stati nazionali rimangono il riferimento dei nostri cittadini, ma nelle aree definite dalla loro debolezza cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa. Anzi, nell’appartenenza convinta al destino dell’Europa siamo ancora più italiani, ancora più vicini ai nostri territori di origine o residenza. Dobbiamo essere orgogliosi del contributo italiano alla crescita e allo sviluppo dell’Unione europea. Senza l’Italia non c’è l’Europa. Ma, fuori dall’Europa c’è meno Italia.

Non c’è sovranità nella solitudine. C’è solo l’inganno di ciò che siamo, nell’oblio di ciò che siamo stati e nella negazione di quello che potremmo essere.

Qui i commentatori hanno letto una sorta di avviso alla Lega. Può essere. Io ci leggo un messaggio per chiunque abbia avuto il coraggio di mettere in dubbio i dogmi dell’Euro e delle direttive europee. Si faccia caso al passaggio sulla sovranità, vero e proprio campanello d’allarme per decisioni a venire. Draghi ha messo in chiaro che, lui presente, non si potrà alzare un dito contro qualsiasi decisione che venga da Bruxelles o da Francoforte.

Siamo una grande potenza economica e culturale. Mi sono sempre stupito e un po’ addolorato in questi anni, nel notare come spesso il giudizio degli altri sul nostro Paese sia migliore del nostro. Dobbiamo essere più orgogliosi, più giusti e più generosi nei confronti del nostro Paese. E riconoscere i tanti primati, la profonda ricchezza del nostro capitale sociale, del nostro volontariato, che altri ci invidiano.

Qui sono d’accordo. Vediamo se alcuni tra quelli che siedono al fianco di Draghi, come Di Maio, sono in grado di capirlo.

Lo stato del Paese dopo un anno di pandemia
Da quando è esplosa l’epidemia, ci sono stati — i dati ufficiali sottostimano il fenomeno — 92.522 morti, 2.725.106 cittadini colpiti dal virus, in questo momento 2.074 sono i ricoverati in terapia intensiva. Ci sono 259 morti tra gli operatori sanitari e 118.856 sono quelli contagiati, a dimostrazione di un enorme sacrificio sostenuto con generosità e impegno. Cifre che hanno messo a dura prova il sistema sanitario nazionale, sottraendo personale e risorse alla prevenzione e alla cura di altre patologie, con conseguenze pesanti sulla salute di tanti italiani.

L’aspettativa di vita, a causa della pandemia, è diminuita: fino a 4-5 anni nelle zone di maggior contagio; un anno e mezzo-due in meno per tutta la popolazione italiana. Un calo simile non si registrava in Italia dai tempi delle due guerre mondiali. La diffusione del virus ha comportato gravissime conseguenze anche sul tessuto economico e sociale del nostro Paese. Con rilevanti impatti sull’occupazione, specialmente quella dei giovani e delle donne. Un fenomeno destinato ad aggravarsi quando verrà meno il divieto di licenziamento.

Eccoci qui, avviso ai naviganti del Bel Paese. Il divieto di licenziamento finisce qui. Stime prudenti collocano tra quattrocentomila e cinquecentomila persone la platea dei licenziamenti a venire.

Si è anche aggravata la povertà. I dati dei centri di ascolto Caritas, che confrontano il periodo maggio-settembre del 2019 con lo stesso periodo del 2020, mostrano che da un anno all’altro l’incidenza dei «nuovi poveri» passa dal 31% al 45%: quasi una persona su due che oggi si rivolge alla Caritas lo fa per la prima volta. Tra i nuovi poveri aumenta in particolare il peso delle famiglie con minori, delle donne, dei giovani, degli italiani, che sono oggi la maggioranza (52% rispetto al 47,9 % dello scorso anno) e delle persone in età lavorativa, di fasce di cittadini finora mai sfiorati dall’indigenza. Il numero totale di ore di Cassa integrazione per emergenza sanitaria dal 1 aprile al 31 dicembre dello scorso anno supera i 4 milioni. Nel 2020 gli occupati sono scesi di 444 mila unità ma il calo si è accentrato su contratti a termine (-393 mila) e lavoratori autonomi (-209).

La pandemia ha finora ha colpito soprattutto giovani e donne, una disoccupazione selettiva ma che presto potrebbe iniziare a colpire anche i lavoratori con contratti a tempo indeterminato. Gravi e con pochi precedenti storici gli effetti sulla diseguaglianza. In assenza di interventi pubblici il coefficiente di Gini, una misura della diseguaglianza nella distribuzione del reddito, sarebbe aumentato, nel primo semestre del 2020 (secondo una recente stima), di 4 punti percentuali, rispetto al 34.8% del 2019. Questo aumento sarebbe stato maggiore di quello cumulato durante le due recenti recessioni.

L’aumento nella diseguaglianza è stato tuttavia attenuato dalle reti di protezione presenti nel nostro sistema di sicurezza sociale, in particolare dai provvedimenti che dall’inizio della pandemia li hanno rafforzati. Rimane però il fatto che il nostro sistema di sicurezza sociale è squilibrato, non proteggendo a sufficienza i cittadini con impieghi a tempo determinato e i lavoratori autonomi.

Per capirci, è come se avessimo combattuto – e perso – un conflitto su larga scala. Senza il beneficio di garanzie di pace a venire o di cambio di classe dirigente indotta dalla sconfitta.

Le previsioni pubblicate la scorsa settimana dalla Commissione europea indicano che sebbene nel 2020 la recessione europea sia stata meno grave di quanto ci si aspettasse — e che quindi già fra poco più di un anno si dovrebbero recuperare i livelli di attività economica pre-pandemia – in Italia questo non accadrà prima della fine del 2022, in un contesto in cui, prima della pandemia, non avevamo ancora recuperato pienamente gli effetti delle crisi del 2008-09 e del 2011-13. La diffusione del Covid ha provocato ferite profonde nelle nostre comunità, non solo sul piano sanitario ed economico, ma anche su quello culturale ed educativo.

Due cifre, per ragionare. Calo del PIL oltre il 9% per il 2020, speranze di “rimbalzo” del 3.5% per il 2021, poco meno per il 2022. Il tutto a partire da una situazione in cui avevamo fatto peggio dei nostri concorrenti per le recessioni precedenti e in un contesto dove gli altri ripartiranno meglio di noi. Quindi? Un gap in aumento tra noi e i nostri “alleati” europei.

Le ragazze e i ragazzi hanno avuto, soprattutto quelli nelle scuole secondarie di secondo grado, il servizio scolastico attraverso la Didattica a Distanza che, pur garantendo la continuità del servizio, non può non creare disagi ed evidenziare diseguaglianze. Un dato chiarisce meglio la dinamica attuale: a fronte di 1.696.300 studenti delle scuole secondarie di secondo grado, nella prima settimana di febbraio solo 1.039.372 studenti (il 61,2% del totale) ha avuto assicurato il servizio attraverso la Didattica a Distanza.

Vero. Si chiama digital divide, cosa di cui cretini come me parlano da decenni.

Le priorità per ripartire
Questa situazione di emergenza senza precedenti impone di imboccare, con decisione e rapidità, una strada di unità e di impegno comune.

Il piano di vaccinazione
Gli scienziati in soli 12 mesi hanno fatto un miracolo: non era mai accaduto che si riuscisse a produrre un nuovo vaccino in meno di un anno.

La nostra prima sfida è, ottenutene le quantità sufficienti, distribuirlo rapidamente ed efficientemente. Abbiamo bisogno di mobilitare tutte le energie su cui possiamo contare, ricorrendo alla protezione civile, alle forze armate, ai tanti volontari. Non dobbiamo limitare le vaccinazioni all’interno di luoghi specifici, spesso ancora non pronti: abbiamo il dovere di renderle possibili in tutte le strutture disponibili, pubbliche e private. Facendo tesoro dell’esperienza fatta con i tamponi che, dopo un ritardo iniziale, sono stati permessi anche al di fuori della ristretta cerchia di ospedali autorizzati. E soprattutto imparando da Paesi che si sono mossi più rapidamente di noi disponendo subito di quantità di vaccini adeguate. La velocità è essenziale non solo per proteggere gli individui e le loro comunità sociali, ma ora anche per ridurre le possibilità che sorgano altre varianti del virus. Sulla base dell’esperienza dei mesi scorsi dobbiamo aprire un confronto a tutto campo sulla riforma della nostra sanità. Il punto centrale è rafforzare e ridisegnare la sanità territoriale, realizzando una forte rete di servizi di base (case della comunità, ospedali di comunità, consultori, centri di salute mentale, centri di prossimità contro la povertà sanitaria). È questa la strada per rendere realmente esigibili i «Livelli essenziali di assistenza» e affidare agli ospedali le esigenze sanitarie acute, post acute e riabilitative. La «casa come principale luogo di cura» è oggi possibile con la telemedicina, con l’assistenza domiciliare integrata.

In poche parole, sconfessato il 100% dell’operato di Arcuri e l’avvallo a questo operato del governo Conte II. Peccato che Arcuri e Speranza siano ancora al loro posto. La riforma a venire della sanità ha titoli interessanti ma chi come me ha visto mutare la sanità toscana ha il diritto / dovere di essere diffidente, questo perché abbiamo sentito proclami simili prima di assistere a veri e propri disastri.

La scuola
Non solo dobbiamo tornare rapidamente a un orario scolastico normale, anche distribuendolo su diverse fasce orarie, ma dobbiamo fare il possibile, con le modalità più adatte, per recuperare le ore di didattica in presenza perse lo scorso anno, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno in cui la didattica a distanza ha incontrato maggiori difficoltà.

Fasce orarie diverse? Con che insegnanti? Per garantire più fasce, serve più personale qualificato – in un settore cronicamente sotto organico e svilito da decenni di riforme prive di senso. Ei trasporti? Come ci vanno i ragazzi a scuola?

Occorre rivedere il disegno del percorso scolastico annuale. Allineare il calendario scolastico alle esigenze derivanti dall’esperienza vissuta dall’inizio della pandemia. Il ritorno a scuola deve avvenire in sicurezza. È necessario investire in una transizione culturale a partire dal patrimonio identitario umanistico riconosciuto a livello internazionale.

Siamo chiamati disegnare un percorso educativo che combini la necessaria adesione agli standard qualitativi richiesti, anche nel panorama europeo, con innesti di nuove materie e metodologie, e coniugare le competenze scientifiche con quelle delle aree umanistiche e del multilinguismo.

Cioè? La strada dei nuovi licei? Fate ciao alle lezioni di latino, o voi che non frequentate il classico.

Infine è necessario investire nella formazione del personale docente per allineare l’offerta educativa alla domanda delle nuove generazioni. In questa prospettiva particolare attenzione va riservata agli ITIS (istituti tecnici). In Francia e in Germania, ad esempio, questi istituti sono un pilastro importante del sistema educativo. È stato stimato in circa 3 milioni, nel quinquennio 2019-23, il fabbisogno di diplomati di istituti tecnici nell’area digitale e ambientale.

Il Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza assegna 1,5 md agli ITIS, 20 volte il finanziamento di un anno normale pre-pandemia. Senza innovare l’attuale organizzazione di queste scuole, rischiamo che quelle risorse vengano sprecate. La globalizzazione, la trasformazione digitale e la transizione ecologica stanno da anni cambiando il mercato del lavoro e richiedono continui adeguamenti nella formazione universitaria. Allo stesso tempo occorre investire adeguatamente nella ricerca, senza escludere la ricerca di base, puntando all’eccellenza, ovvero a una ricerca riconosciuta a livello internazionale per l’impatto che produce sulla nuova conoscenza e sui nuovi modelli in tutti i campi scientifici. Occorre infine costruire sull’esperienza di didattica a distanza maturata nello scorso anno sviluppandone le potenzialità con l’impiego di strumenti digitali che potranno essere utilizzati nella didattica in presenza.

Se questo paragrafo è foriero di una riforma a venire, salutiamo commossi le facoltà umanistiche. Onestamente, non ho mai sopportato il proliferare incontrollato di percorsi di studi per me incomprensibili e di dubbia utilità, ma questo genere di indicazioni mi sembra l’invito a depotenziare tutto quello che non è “pratico”.

Oltre la pandemia
Quando usciremo, e usciremo, dalla pandemia, che mondo troveremo? Alcuni pensano che la tragedia nella quale abbiamo vissuto per più di 12 mesi sia stata simile ad una lunga interruzione di corrente. Prima o poi la luce ritorna, e tutto ricomincia come prima. La scienza, ma semplicemente il buon senso, suggeriscono che potrebbe non essere così.

Il riscaldamento del pianeta ha effetti diretti sulle nostre vite e sulla nostra salute, dall’inquinamento, alla fragilità idrogeologica, all’innalzamento del livelllo dei mari che potrebbe rendere ampie zone di alcune città litoranee non più abitabili. Lo spazio che alcune megalopoli hanno sottratto alla natura potrebbe essere stata una delle cause della trasmissione del virus dagli animali all’uomo.

Secondo avviso ai naviganti; la società cambierà e non c’è ritorno allo status quo ante pre pandemia. Cosa vuol dire? Che l’emergenza sarà la giustificazione ultima di qualsiasi cosa. I problemi ci sono e ci saranno, nessun dubbio su questo, ma le soluzioni non andranno mai nella direzione dei diritti.

Come ha detto papa Francesco: «Le tragedie naturali sono la risposta della terra al nostro maltrattamento. E io penso che se chiedessi al Signore che cosa pensa, non credo mi direbbe che è una cosa buona: siamo stati noi a rovinare l’opera del Signore».

Eh? Il presidente del Consiglio dei Ministri, massima espressione del potere esecutivo di uno stato laico, tira in ballo il leader della chiesa cattolica apostolica? WTF?

Proteggere il futuro dell’ambiente, conciliandolo con il progresso e il benessere sociale, richiede un approccio nuovo: digitalizzazione, agricoltura, salute, energia, aerospazio, cloud computing, scuole ed educazione, protezione dei territori , biodiversità, riscaldamento globale ed effetto serra, sono diverse facce di una sfida poliedrica che vede al centro l’ecosistema in cui si svilupperanno tutte le azioni umane.

Anche nel nostro Paese alcuni modelli di crescita dovranno cambiare. Ad esempio il modello di turismo, un’attività che prima della pandemia rappresentava il 14 per cento del totale delle nostre attività economiche. Imprese e lavoratori in quel settore vanno aiutati ad uscire dal disastro creato dalla pandemia. Ma senza scordare che il nostro turismo avrà un futuro se non dimentichiamo che esso vive della nostra capacità di preservare, cioè almeno non sciupare, città d’arte, luoghi e tradizioni che successive generazioni attraverso molti secoli hanno saputo preservare e ci hanno tramandato.

Che succederà? Azzardo, si applicherà la direttiva Bolkenstein? Metteremo a gara europea la gestione di spiagge, stazioni sciistiche e altre attrazioni?

Uscire dalla pandemia non sarà come riaccendere la luce. Questa osservazione, che gli scienziati non smettono di ripeterci, ha una conseguenza importante.

Il governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche.

Alcune dovranno cambiare, anche radicalmente. E la scelta di quali attività proteggere e quali accompagnare nel cambiamento è il difficile compito che la politica economica dovrà affrontare nei prossimi mesi. La capacità di adattamento del nostro sistema produttivo e interventi senza precedenti hanno permesso di preservare la forza lavoro in un anno drammatico: sono stati sette milioni i lavoratori che hanno fruito di strumenti di integrazione salariale per un totale di 4 miliardi di ore. Grazie a tali misure, supportate anche dalla Commissione Europea mediante il programma SURE, è stato possibile limitare gli effetti negativi sull’occupazione. A pagare il prezzo più alto sono stati i giovani, le donne e i lavoratori autonomi.

En passant, ricordiamo un lascito del governo Conte II. Circa 25 miliardi di Euro di debito contratto con ente europeo (quindi con vincoli) richiesti a copertura delle misure di cassa integrazione. Si poteva ottenere lo stesso capitale con vendita di titoli di Stato e una differenza minima di costi. Ma i vincoli europei piacevano e piacciono assai.

MARIO DRAGHI

È innanzitutto a loro che bisogna pensare quando approntiamo una strategia di sostegno delle imprese e del lavoro, strategia che dovrà coordinare la sequenza degli interventi sul lavoro, sul credito e sul capitale.

Centrali sono le politiche attive del lavoro. Affinché esse siano immediatamente operative è necessario migliorare gli strumenti esistenti, come l’assegno di riallocazione, rafforzando le politiche di formazione dei lavoratori occupati e disoccupati.

Vanno anche rafforzate le dotazioni di personale e digitali dei centri per l’impiego in accordo con le regioni. Questo progetto è già parte del Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza ma andrà anticipato da subito.

Il cambiamento climatico, come la pandemia, penalizza alcuni settori produttivi senza che vi sia un’espansione in altri settori che possa compensare. Dobbiamo quindi essere noi ad assicurare questa espansione e lo dobbiamo fare subito. La risposta della politica economica al cambiamento climatico e alla pandemia dovrà essere una combinazione di politiche strutturali che facilitino l’innovazione, di politiche finanziarie che facilitino l’accesso delle imprese capaci di crescere al capitale e al credito e di politiche monetarie e fiscali espansive che agevolino gli investimenti e creino domanda per le nuove attività sostenibili che sono state create.
Vogliamo lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta.

Terzo avviso, perché occorre essere chiari. Misure come quota 100, reddito di cittadinanza, estensioni del diritto alla cassa integrazione sono destinate a svanire come nebbia al sole. Salutiamo anche i “navigator” e prepariamoci a nuove meravigliose frontiere delle precarizzazione.

Parità di genere
La mobilitazione di tutte le energie del Paese nel suo rilancio non può prescindere dal coinvolgimento delle donne. Il divario di genere nei tassi di occupazione in Italia rimane tra i più alti di Europa: circa 18 punti su una media europea di 10. Dal dopoguerra ad oggi, la situazione è notevolmente migliorata, ma questo incremento non è andato di pari passo con un altrettanto evidente miglioramento delle condizioni di carriera delle donne. L’Italia presenta oggi uno dei peggiori gap salariali tra generi in Europa, oltre una cronica scarsità di donne in posizioni manageriali di rilievo.

Una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi. Intendiamo lavorare in questo senso, puntando a un riequilibrio del gap salariale e un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicare alla loro carriera le stesse energie dei loro colleghi uomini, superando la scelta tra famiglia o lavoro.

Attenzione, siamo sul ghiaccio sottile. Riequilibrio non significa parità. Welfare non significa asili e/o bonus per baby sitter. Quanto alle “quote rosa”, a Draghi non piacciono. Detto per inciso, i soldi per il riequilibrio reale dei salari delle PPAA non ci sono, figuratevi chiederlo ai privati.

Garantire parità di condizioni competitive significa anche assicurarsi che tutti abbiano eguale accesso alla formazione di quelle competenze chiave che sempre più permetteranno di fare carriera – digitali, tecnologiche e ambientali. Intendiamo quindi investire, economicamente ma soprattutto culturalmente, perché sempre più giovani donne scelgano di formarsi negli ambiti su cui intendiamo rilanciare il Paese. Solo in questo modo riusciremo a garantire che le migliori risorse siano coinvolte nello sviluppo del Paese.

Se avessi un euro per ogni volta che ho sentito questa favola, credo avrei già comprato la Sardegna come dependance.

Il Mezzogiorno
Aumento dell’occupazione, in primis, femminile, è obiettivo imprescindibile: benessere, autodeterminazione, legalità, sicurezza sono strettamente legati all’aumento dell’occupazione femminile nel Mezzogiorno. Sviluppare la capacità di attrarre investimenti privati nazionali e internazionali è essenziale per generare reddito, creare lavoro, investire il declino demografico e lo spopolamento delle aree interne. Ma per raggiungere questo obiettivo occorre creare un ambiente dove legalità e sicurezza siano sempre garantite. Vi sono poi strumenti specifici quali il credito d’imposta e altri interventi da concordare in sede europea.

Per riuscire a spendere e spendere bene, utilizzando gli investimenti dedicati dal Next Generation EU occorre irrobustire le amministrazioni meridionali, anche guardando con attenzione all’esperienza di un passato che spesso ha deluso la speranza.

Quindi? Cosa diavolo vorrebbe dire questo paragrafo? Sblinda come se fosse mezzogiorno???

Gli investimenti pubblici
In tema di infrastrutture occorre investire sulla preparazione tecnica, legale ed economica dei funzionari pubblici per permettere alle amministrazioni di poter pianificare, progettare ed accelerare gli investimenti con certezza dei tempi, dei costi e in piena compatibilità con gli indirizzi di sostenibilità e crescita indicati nel Programma nazionale di Ripresa e Resilienza. Particolare attenzione va posta agli investimenti in manutenzione delle opere e nella tutela del territorio, incoraggiando l’utilizzo di tecniche predittive basate sui più recenti sviluppi in tema di Intelligenza artificiale e tecnologie digitali. Il settore privato deve essere invitato a partecipare alla realizzazione degli investimenti pubblici apportando più che finanza, competenza, efficienza e innovazione per accelerare la realizzazione dei progetti nel rispetto dei costi previsti.

Vai! Esternalizzazione di tutto, una buona volta e non se ne parli più. Con la cifra media del personale delle PPAA, che è che anziano e scarsamente motivato, si aprono ulteriori praterie per i general contractor e le aziende di consulenza.

Next Generation Eu
La strategia per i progetti del Next Generation EU non può che essere trasversale e sinergica, basata sul principio dei co-benefici, cioè con la capacità di impattare simultaneamente più settori, in maniera coordinata. Dovremo imparare a prevenire piuttosto che a riparare, non solo dispiegando tutte le tecnologie a nostra disposizione ma anche investendo sulla consapevolezza delle nuove generazioni che «ogni azione ha una conseguenza».

Come si è ripetuto più volte, avremo a disposizione circa 210 miliardi lungo un periodo di sei anni. Queste risorse dovranno essere spese puntando a migliorare il potenziale di crescita della nostra economia.

La quota di prestiti aggiuntivi che richiederemo tramite la principale componente del programma, lo Strumento per la ripresa e resilienza, dovrà essere modulata in base agli obiettivi di finanza pubblica. Il precedente Governo ha già svolto una grande mole di lavoro sul Programma di ripresa e resilienza (PNRR). Dobbiamo approfondire e completare quel lavoro che, includendo le necessarie interlocuzioni con la Commissione Europea, avrebbe una scadenza molto ravvicinata, la fine di aprile.

Gli orientamenti che il Parlamento esprimerà nei prossimi giorni a commento della bozza di Programma presentata dal Governo uscente saranno di importanza fondamentale nella preparazione della sua versione finale.

Voglio qui riassumere l’orientamento del nuovo Governo.

Le Missioni del Programma potranno essere rimodulate e riaccorpate, ma resteranno quelle enunciate nei precedenti documenti del Governo uscente, ovvero l’innovazione, la digitalizzazione, la competitività e la cultura; la transizione ecologica; le infrastrutture per la mobilità sostenibile; la formazione e la ricerca; l’equità sociale, di genere, generazionale e territoriale; la salute e la relativa filiera produttiva. Dovremo rafforzare il Programma prima di tutto per quanto riguarda gli obiettivi strategici e le riforme che li accompagnano.

Quindi, in teoria, rimane quell’obbrobrio di piano fatto con l’accetta dove si allocavano miliardi con la logica del Monopoli e su temi su cui non esiste nessuna pianificazione. Ricordo a titolo di esempio i 17 miliardi per la parità di genere.

Obiettivi strategici
Il Programma è finora stato costruito in base ad obiettivi di alto livello e aggregando proposte progettuali in missioni, componenti e linee progettuali. Nelle prossime settimane rafforzeremo la dimensione strategica del Programma, in particolare con riguardo agli obiettivi riguardanti la produzione di energia da fonti rinnovabili, l’inquinamento dell’aria e delle acque, la rete ferroviaria veloce, le reti di distribuzione dell’energia per i veicoli a propulsione elettrica, la produzione e distribuzione di idrogeno, la digitalizzazione, la banda larga e le reti di comunicazione 5G.

Il ruolo dello Stato e il perimetro dei suoi interventi dovranno essere valutati con attenzione. Compito dello Stato è utilizzare le leve della spesa per ricerca e sviluppo, dell’istruzione e della formazione, della regolamentazione, dell’incentivazione e della tassazione.

In base a tale visione strategica, il Programma nazionale di Ripresa e Resilienza indicherà obiettivi per il prossimo decennio e più a lungo termine, con una tappa intermedia per l’anno finale del Next Generation EU, il 2026. Non basterà elencare progetti che si vogliono completare nei prossimi anni. Dovremo dire dove vogliamo arrivare nel 2026 e a cosa puntiamo per il 2030 e il 2050, anno in cui l’Unione Europea intende arrivare a zero emissioni nette di CO2 e gas clima-alteranti. Selezioneremo progetti e iniziative coerenti con gli obiettivi strategici del Programma, prestando grande attenzione alla loro fattibilità nell’arco dei sei anni del programma.

Assicureremo inoltre che l’impulso occupazionale del Programma sia sufficientemente elevato in ciascuno dei sei anni, compreso il 2021.

Occhio, qui c’è una chicca. La legislatura finisce ben prima dei sei anni indicati. Quindi, l’idea è di vincolare in maniera massiccia chiunque si trovi a governare dopo la fine di questa legislatura. Un governo la cui capacità di spesa e di investimento sia già vincolata fa poca strada e sopra tutto non ha capacità di veicolare cambiamenti.

Chiariremo il ruolo del terzo settore e del contributo dei privati al Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza attraverso i meccanismi di finanziamento a leva (fondo dei fondi).

Sottolineeremo il ruolo della scuola che tanta parte ha negli obiettivi di coesione sociale e territoriale e quella dedicata all’inclusione sociale e alle politiche attive del lavoro.

Nella sanità dovremo usare questi progetti per porre le basi, come indicato sopra, per rafforzare la medicina territoriale e la telemedicina.

La governance del Programma di ripresa e resilienza è incardinata nel Ministero dell’Economia e Finanza con la strettissima collaborazione dei Ministeri competenti che definiscono le politiche e i progetti di settore.

Il Parlamento verrà costantemente informato sia sull’impianto complessivo, sia sulle politiche di settore.

Infine il capitolo delle riforme che affronterò ora separatamente.

Signore e signori, ecco a voi il direttorio Draghi. No, non il governo. Quelli che prenderanno le decisioni sul serio, perché controllano i cordoni della borsa.

Le riforme
Il Next generation EU prevede riforme.

Alcune riguardano problemi aperti da decenni ma che non per questo vanno dimenticati.

Fra questi la certezza delle norme e dei piani di investimento pubblico, fattori che limitano gli investimenti, sia italiani che esteri.

Inoltre la concorrenza: chiederò all’Autorità garante per la concorrenza e il mercato, di produrre in tempi brevi come previsto dalla Legge Annuale sulla Concorrenza (Legge 23 luglio 2009, n. 99) le sue proposte in questo campo.

Salutate commossi Poste e ENEL, dimenticate idee come la golden share e preparatevi a vedere Leonardo fatta a strisce.

Negli anni recenti i nostri tentativi di riformare il paese non sono stati del tutto assenti, ma i loro effetti concreti sono stati limitati.

Il problema sta forse nel modo in cui spesso abbiamo disegnato le riforme: con interventi parziali dettati dall’urgenza del momento, senza una visione a tutto campo che richiede tempo e competenza. Nel caso del fisco, per fare un esempio, non bisogna dimenticare che il sistema tributario è un meccanismo complesso, le cui parti si legano una all’altra. Non è una buona idea cambiare le tasse una alla volta. Un intervento complessivo rende anche più difficile che specifici gruppi di pressione riescano a spingere il governo ad adottare misure scritte per avvantaggiarli. Inoltre, le esperienze di altri paesi insegnano che le riforme della tassazione dovrebbero essere affidate a esperti, che conoscono bene cosa può accadere se si cambia un’imposta. Ad esempio la Danimarca, nel 2008, nominò una Commissione di esperti in materia fiscale. La Commissione incontrò i partiti politici e le parti sociali e solo dopo presentò la sua relazione al Parlamento. Il progetto prevedeva un taglio della pressione fiscale pari a 2 punti di Pil. L’aliquota marginale massima dell’imposta sul reddito veniva ridotta, mentre la soglia di esenzione veniva alzata.

Un metodo simile fu seguito in Italia all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso quando il governo affidò ad una commissione di esperti, fra i quali Bruno Visentini e Cesare Cosciani, il compito di ridisegnare il nostro sistema tributario, che non era stato più modificato dai tempi della riforma Vanoni del 1951. Si deve a quella commissione l’introduzione dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e del sostituto d’imposta per i redditi da lavoro dipendente. Una riforma fiscale segna in ogni Paese un passaggio decisivo. Indica priorità, dà certezze, offre opportunità, è l’architrave della politica di bilancio.

In questa prospettiva va studiata una revisione profonda dell’Irpef con il duplice obiettivo di semplificare e razionalizzare la struttura del prelievo, riducendo gradualmente il carico fiscale e preservando la progressività.

Funzionale al perseguimento di questi ambiziosi obiettivi sarà anche un rinnovato e rafforzato impegno nell’azione di contrasto all’evasione fiscale.

Macigno notevole, quello del fisco. Dollari contro noccioline che si struttureranno tre aliquote, cosa molto simile all’attuale, e che vedremo sparire molte detrazioni a favore di norme più “semplici”. Si potrebbe sperare in una effettiva semplificazione, ma basta ricordare le riunioni annuali tra i commercialisti e i tecnici del ministero per perdere gran parte delle speranze.

L’altra riforma che non si può procrastinare è quella della pubblica amministrazione. Nell’emergenza l’azione amministrativa, a livello centrale e nelle strutture locali e periferiche, ha dimostrato capacità di resilienza e di adattamento grazie a un impegno diffuso nel lavoro a distanza e a un uso intelligente delle tecnologie a sua disposizione. La fragilità del sistema delle pubbliche amministrazioni e dei servizi di interesse collettivo è, tuttavia, una realtà che deve essere rapidamente affrontata.

Particolarmente urgente è lo smaltimento dell’arretrato accumulato durante la pandemia. Agli uffici verrà chiesto di predisporre un piano di smaltimento dell’arretrato e comunicarlo ai cittadini.

La riforma dovrà muoversi su due direttive: investimenti in connettività con anche la realizzazione di piattaforme efficienti e di facile utilizzo da parte dei cittadini; aggiornamento continuo delle competenze dei dipendenti pubblici, anche selezionando nelle assunzioni le migliori competenze e attitudini in modo rapido, efficiente e sicuro, senza costringere a lunghissime attese decine di migliaia di candidati.

Oddio, fatico a smettere di ridere. Una serie di indicazioni come questa e Brunetta come ministro. Quanto agli arretrati, non si potrebbe cominciare dal pagare il dovuto ai fornitori?

Nel campo della giustizia le azioni da svolgere sono principalmente quelle che si collocano all’interno del contesto e delle aspettative dell’Unione europea. Nelle Country Specific Recommendations indirizzate al nostro Paese negli anni 2019 e 2020, la Commissione, pur dando atto dei progressi compiuti negli ultimi anni, ci esorta: ad aumentare l’efficienza del sistema giudiziario civile, attuando e favorendo l’applicazione dei decreti di riforma in materia di insolvenza, garantendo un funzionamento più efficiente dei tribunali, favorendo lo smaltimento dell’arretrato e una migliore gestione dei carichi di lavoro, adottando norme procedurali più semplici, coprendo i posti vacanti del personale amministrativo, riducendo le differenze che sussistono nella gestione dei casi da tribunale a tribunale e infine favorendo la repressione della corruzione.

Questo è il macigno dei macigni, la collisione tra Scilla e Cariddi elevata a potenza. Questo governo avrà la forza di fare piazza pulita dei Palamara? Di spendere i milioni necessari a rimpinguare la pianta organica dell’intero settore? Riusciranno ad ascoltare giganti come Gratteri? E ancora, si riuscirà a mettere in cantiere una serie di misure per la responsabilità effettiva dei giudici?

Nei nostri rapporti internazionali questo governo sarà convintamente europeista e atlantista, in linea con gli ancoraggi storici dell’Italia: Unione europea, Alleanza Atlantica, Nazioni Unite. Ancoraggi che abbiamo scelto fin dal dopoguerra, in un percorso che ha portato benessere, sicurezza e prestigio internazionale. Profonda è la nostra vocazione a favore di un multilateralismo efficace, fondato sul ruolo insostituibile delle Nazioni Unite.

Resta forte la nostra attenzione e proiezione verso le aree di naturale interesse prioritario, come i Balcani, il Mediterraneo allargato, con particolare attenzione alla Libia e al Mediterraneo orientale, e all’Africa. Gli anni più recenti hanno visto una spinta crescente alla costruzione in Europa di reti di rapporti bilaterali e plurilaterali privilegiati. Proprio la pandemia ha rivelato la necessità di perseguire uno scambio più intenso con i partner con i quali la nostra economia è più integrata.

Per l’Italia ciò comporterà la necessità di meglio strutturare e rafforzare il rapporto strategico e imprescindibile con Francia e Germania. Ma occorrerà anche consolidare la collaborazione con Stati con i quali siamo accomunati da una specifica sensibilità mediterranea e dalla condivisione di problematiche come quella ambientale e migratoria: Spagna, Grecia, Malta e Cipro.

Quindi? Aspiriamo al ruolo di leader del fianco sud della NATO e delle UE?

Continueremo anche a operare affinché si avvii un dialogo più virtuoso tra l’Unione europea e la Turchia, partner e alleato NATO.

Dovremmo fare da mediatori con chi sta ricattando l’UE da anni, usando i rifugiati siriani come merce di scambio, con chi ha sta costruendo basi in Libia e sta destabilizzando Libano e Siria?

L’Italia si adopererà per alimentare meccanismi di dialogo con la Federazione Russa. Seguiamo con preoccupazione ciò che sta accadendo in questo e in altri paesi dove i diritti dei cittadini sono spesso violati.

Navalny come santino (no, non dovete ricordarne il passato da neonazista) e la Crimea sullo sfondo?

Seguiamo anche con preoccupazione l’aumento delle tensioni in Asia intorno alla Cina. Altra sfida sarà il negoziato sul nuovo Patto per le migrazioni e l’asilo, nel quale perseguiremo un deciso rafforzamento dell’equilibrio tra responsabilità dei Paesi di primo ingresso e solidarietà effettiva. Cruciale sarà anche la costruzione di una politica europea dei rimpatri dei non aventi diritto alla protezione internazionale, accanto al pieno rispetto dei diritti dei rifugiati.

Ergo, non cambia nulla. Porti aperti, frontiere aperte, chiunque che passa e ci ride in faccia. Se poi la carceri scoppiano, si farà un indulto.

L’avvento della nuova Amministrazione Usa prospetta un cambiamento di metodo, più cooperativo nei confronti dell’Europa e degli alleati tradizionali. Sono fiducioso che i nostri rapporti e la nostra collaborazione non potranno che intensificarsi.

Dal dicembre scorso e fino alla fine del 2021, l’Italia esercita per la prima volta la Presidenza del G20. Il programma, che coinvolgerà l’intera compagine governativa, ruota intorno a tre pilastri: People, Planet, Prosperity. L’Italia avrà la responsabilità di guidare il Gruppo verso l’uscita dalla pandemia, e di rilanciare una crescita verde e sostenibile a beneficio di tutti. Si tratterà di ricostruire e di ricostruire meglio. Insieme al Regno Unito – con cui quest’anno abbiamo le Presidenze parallele del G7 e del G20 – punteremo sulla sostenibilità e la «transizione verde» nella prospettiva della prossima Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico (Cop 26), con una particolare attenzione a coinvolgere attivamente le giovani generazioni, attraverso l’evento «Youth4Climate».


Questo è il terzo governo della legislatura. Non c’è nulla che faccia pensare che possa far bene senza il sostegno convinto di questo Parlamento. È un sostegno che non poggia su alchimie politiche ma sullo spirito di sacrificio con cui donne e uomini hanno affrontato l’ultimo anno, sul loro vibrante desiderio di rinascere, di tornare più forti e sull’entusiasmo dei giovani che vogliono un paese capace di realizzare i loro sogni.

Oggi, l’unità non è un’opzione, l’unità è un dovere. Ma è un dovere guidato da ciò che son certo ci unisce tutti: l’amore per l’Italia.

Il passo falso di Mattarella

Come noto, ieri sera (02.02.2021) il Presidente della Repubblica ha rilasciato una dichiarazione pubblica dopo aver conferito con il Presidente della Camera, cui aveva affidato un mandato esplorativo per capire se ci fossero le condizioni per la creazione di un nuovo esecutivo dopo il fallimento del Conte bis. Da cittadino e semplice commentatore, devo dire che ho apprezzato l’idea di rilasciare un comunicato pubblico in tempi molto stretti. Detto questo, a mio parere nelle parole del capo dello Stato si ravvisano cose decisamente gravi e non posso fare a meno di commentarle pubblicamente. E’ una piccola cosa, ma mi rifiuto di essere complice di un momento del genere.

Per commentare, ho scelto di pubblicare l’intero comunicato e di inserire nel testo le mie considerazioni (in blu).

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dal Quirinale il 02.02.2021

Ringrazio il Presidente della Camera dei Deputati per l’espletamento – impegnato, serio e imparziale – del mandato esplorativo che gli avevo affidato.

Dalle consultazioni al Quirinale era emersa, come unica possibilità di governo a base politica, quella della maggioranza che sosteneva il Governo precedente. La verifica della sua concreta realizzazione ha dato esito negativo.

Vi sono adesso due strade, fra loro alternative.

Dare, immediatamente, vita a un nuovo Governo, adeguato a fronteggiare le gravi emergenze presenti: sanitaria, sociale, economica, finanziaria. Ovvero quella di immediate elezioni anticipate.

Questa seconda strada va attentamente considerata, perché le elezioni rappresentano un esercizio di democrazia.

Di fronte a questa ipotesi, ho il dovere di porre in evidenza alcune circostanze che, oggi, devono far riflettere sulla opportunità di questa soluzione.

Ho il dovere di sottolineare, come il lungo periodo di campagna elettorale – e la conseguente riduzione dell’attività di governo – coinciderebbe con un momento cruciale per le sorti dell’Italia.

Sotto il profilo sanitario, i prossimi mesi saranno quelli in cui si può sconfiggere il virus oppure rischiare di esserne travolti. Questo richiede un governo nella pienezza delle sue funzioni per adottare i provvedimenti via via necessari e non un governo con attività ridotta al minimo, come è inevitabile in campagna elettorale.

Primo punto dirimente; dato che non è ammesso il vuoto di potere, il governo Conte bis rimane in carica per gli affari correnti. Il che impone ai membri di quel governo di far fronte a tutto quello che succede nel periodo di transizione. Va inoltre aggiunto che parte della gestione della crisi sanitaria è affidata a una struttura commissariale, la quale rimane in carica nel pieno delle sue funzioni durante il periodo di transizione. Spiace notarlo, ma questo rilievo fatto dal capo dello Stato è un vero e proprio falso.

Lo stesso vale per lo sviluppo decisivo della campagna di vaccinazione, da condurre in stretto coordinamento tra lo Stato e le Regioni.

Secondo punto, altrettanto importante; le linee guida della campagna vaccinale sono già state concordate tra il governo nazionale e la conferenza stato-regioni e la campagna è in corso di svolgimento. Il coordinamento tra l’esecutivo e i governi regionali fa parte della gestione degli affari correnti, così come atti ordinari come gestire l’afflusso dei vaccini ai territori.

Sul versante sociale – tra l’altro – a fine marzo verrà meno il blocco dei licenziamenti e questa scadenza richiede decisioni e provvedimenti di tutela sociale adeguati e tempestivi, molto difficili da assumere da parte di un Governo senza pienezza di funzioni, in piena campagna elettorale.

Terzo punto, prospettiva terribile per tanti nostri concittadini; la decisione di prorogare il blocco dei licenziamenti (per fare un esempio) fa parte degli atti che un governo dimissionario può fare, sia per decreto della Presidenza del Consiglio che per atto ordinario. Va fatto notare che il Parlamento rimane in carica nel pieno delle proprie funzioni, tra cui quella legislativa. L’unica vera difficoltà è la capacità decisionale, non il fatto della pienezza delle funzioni.

Entro il mese di aprile va presentato alla Commissione Europea il piano per l’utilizzo dei grandi fondi europei; ed è fortemente auspicabile che questo avvenga prima di quella data di scadenza, perché quegli indispensabili finanziamenti vengano impegnati presto. E prima si presenta il piano, più tempo si ha per il confronto con la Commissione. Questa ha due mesi di tempo per discutere il piano con il nostro Governo; con un mese ulteriore per il Consiglio Europeo per approvarlo. Occorrerà, quindi, successivamente, provvedere tempestivamente al loro utilizzo per non rischiare di perderli.

Un governo ad attività ridotta non sarebbe in grado di farlo. Per qualche aspetto neppure potrebbe. E non possiamo permetterci di mancare questa occasione fondamentale per il nostro futuro.

Quarto punto molto discutibile; le scadenze europee non sono vincolanti al punto da non concedere l’accesso agli strumenti del Recovery Fund se non dovesse essere rispettata la scadenza di Aprile 2021. Le scadenze post presentazione del piano sono anch’esse delle indicazioni di sintesi e l’unico punto fermo è dato dall’approvazione del Consiglio Europeo. Il nodo reale, felicemente escisso dal discorso, è che senza il nostro apporto al bilancio europeo questo insieme di strumenti non sta in piedi. Ergo, se anche dovessimo presentare il nostro piano dopo la scadenza non avrebbe conseguenze rilevanti.

Va ricordato che dal giorno in cui si sciolgono le Camere a quello delle elezioni sono necessari almeno sessanta giorni. Successivamente ne occorrono poco meno di venti per proclamare gli eletti e riunire le nuove Camere. Queste devono, nei giorni successivi, nominare i propri organi di presidenza. Occorre quindi formare il Governo e questo, per operare a pieno ritmo, deve ottenere la fiducia di entrambe le Camere. Deve inoltre organizzare i propri uffici di collaborazione nei vari Ministeri.

Dallo scioglimento delle Camere del 2013 sono trascorsi quattro mesi. Nel 2018 sono trascorsi cinque mesi.

Si tratterebbe di tenere il nostro Paese con un governo senza pienezza di funzioni per mesi cruciali, decisivi, per la lotta alla pandemia, per utilizzare i finanziamenti europei e per far fronte ai gravi problemi sociali.

Tutte queste preoccupazioni sono ben presenti ai nostri concittadini, che chiedono risposte concrete e rapide ai loro problemi quotidiani.

Credo che sia giusto aggiungere un’ulteriore considerazione: ci troviamo nel pieno della pandemia. Il contagio del virus è diffuso e allarmante; e se ne temono nuove ondate nelle sue varianti.

Va ricordato che le elezioni non consistono soltanto nel giorno in cui ci si reca a votare ma includono molte e complesse attività precedenti per formare e presentare le candidature.

Quinto punto, di sostanza; è vero che pre e post elezioni ci sono una serie di tempi, anche tecnici, da rispettare prima di avere il nuovo assetto istituzionale in funzione. Alcuni di questi tempi possono essere compressi, altri no, e questo avviene per ogni scadenza elettorale. Il tutto però avviene con il governo dimissionario in carica per gli affari correnti, come già ricordato in precedenza. Non sussiste alcun vuoto di potere, in nessun momento della transizione. Chi come Mattarella ha vissuto da protagonista gli anni della c.d. “prima Repubblica” dovrebbe ricordarlo.

Inoltre la successiva campagna elettorale richiede – inevitabilmente – tanti incontri affollati, assemblee, comizi: nel ritmo frenetico elettorale è pressoché impossibile che si svolgano con i necessari distanziamenti.

In altri Paesi in cui si è votato – obbligatoriamente, perché erano scadute le legislature dei Parlamenti o i mandati dei Presidenti – si è verificato un grave aumento dei contagi.

Questo fa riflettere, pensando alle tante vittime che purtroppo continuiamo ogni giorno – anche oggi – a registrare.

Sesto punto, davvero basso; in ambito europeo quest’anno si è votato solo in Portogallo. Il cui trend dei dati covid è sicuramente preoccupante ma non ha risentito in particolare della campagna elettorale e/o delle elezioni propriamente dette. Paragonare dati europei con altre provenienze è perlomeno azzardato, va anche ricordato come altri paesi a noi vicini andranno al voto a breve – senza che questo venga visto come un evento da tregenda. Rimando alla sezione successiva per i dati del Portogallo.

Avverto, pertanto, il dovere di rivolgere un appello a tutte le forze politiche presenti in Parlamento perché conferiscano la fiducia a un Governo di alto profilo, che non debba identificarsi con alcuna formula politica

Conto, quindi, di conferire al più presto un incarico per formare un Governo che faccia fronte con tempestività alle gravi emergenze non rinviabili che ho ricordato.

Grazie e buon lavoro.

Link per il testo integrale della dichiarazione di Mattarella: https://www.quirinale.it/elementi/51994

In conclusione, sei punti focali in cui il Presidente ha scelto di comunicare agli italiani cose non del tutto vere – o ha preferito rilasciare dichiarazioni strumentali alla sua decisione di affidare un mandato a un “tecnico”. Attenzione, qui non sono in discussione le prerogative del capo dello Stato; Mattarella agisce nell’ambito che gli spetta nel voler perseguire l’ipotesi di un governo “istituzionale”. Siamo invece in presenza di un momento in cui il Presidente della Repubblica ha scelto di propalare una narrativa a dir poco preoccupante. Traetene voi le conseguenze.

A proposito del Portogallo, questi grafici mostrano il trend dei dati covid.

Se fate caso alle date riportate sull’asse X, la crescita dei contagi prende le mosse molto prima delle recenti elezioni, il cui impatto potrà essere valutato con precisione solo nelle prossime settimane.

Dati coronavirus in Portogallo – https://statistichecoronavirus.it/coronavirus-portogallo/

Infine, un rimando per chi volesse verificare chi andrà al voto nel 2021.

Chi andrà al voto nel 2021 – https://www.agi.it/estero/news/2021-01-12/elezioni-covid-mappa-paesi-al-voto-10986398/

Solo faccioni?

E’ davvero difficile mantenere un minimo di buone maniere, per non parlare di vero e proprio bon ton, nel corso di una campagna elettorale italiana. Fin dai primi giorni i contenuti, i programmi e le idee scivolano via in un confuso e cacofonico rumore di fondo. Rimangono le facce. Grandi, distorte, rese paradossali dal cerone e dalla chirurgia. Se si abbassa il livello di attenzione tutto si mescola, donne e uomini sempre più distanti dalla realtà si accavallano sui 600 canali televisivi, sui quotidiani e sui siti internet.

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Da questo punto di vista Orwell si sbagliava. Non esiste un grande Fratello, un pensiero unico che tutto divora. Esiste un vuoto di pensiero, creato e mantenuto per mettere la ragione in un angolo e far sembrare tutto uguale, per mettere sullo stesso piano criminali e vittime, buoni amministratori e pluripregiudicati. E’ una strategia di comunicazione degli anni ’80, ripetuta in Italia a partire dal 1993 e che continua a funzionare. Sotto la pressione verbale e visiva di tutto questo insieme di “faccioni” rimangono gli schieramenti, quelli che voteranno quel partito o quel movimento a prescindere da qualsiasi cosa accada e le elezioni verranno decise dal numero degli indecisi che all’ultimo momento si schiererà.

Cinque anni di futuro. Ipotecati per le facce. Senza ragionamento, senza scelte consapevoli. Il mondo va avanti e noi siamo fermi al 1993.

(La foto è di un’opera di Ron Mueck, artista contemporaneo di grande rilievo).

Ricerca – la grande assente nella competizione elettorale

Ho avuto l’infelice idea di leggermi i programmi dei principali partiti o movimenti che si presentano alle prossime elezioni politiche nazionali, l’idea era trovare in quelle pagine virtuali qualche traccia di attenzione verso i temi della ricerca di cui abbiamo parlato nelle ultime settimane. Idea infelice. Quattro parole qua e là, vaghi accenni per dire che sì, c’è un problema di fondi e delle necessità. Decisamente non una priorità, per non dire poco più di un fastidio, al limite un possibile richiamo per il settore più giovane dell’elettorato.

Il focus principale è sull’economia. Giusto. Siamo in crisi dal 2008 e le cifre dell’occupazione e della produzione industriale, nonché dei consumi, stanno facendo paura. Tutto vero. Come già detto in altre occasioni però il concetto di ricerca fa parte delle soluzioni e non del problema. Così si ragiona in Europa, in Asia e nelle Americhe. Basta varcare le Alpi. Ci vuole che arrivino i progetti di indirizzo europeo sul grafene, citati spesso sui media nell’ultima settimana, perché se ne parli.

La spinta deve arrivare dal basso. E deve essere di portata tale da non poter essere ignorata. Vi chiedo quindi di prendere in considerazione questa iniziativa.

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L’idea è quella di visitare il sito, qui, e di decidere se volete spendere il vostro nome per questo progetto di legge popolare. Novantamila persone non bastano, bisogna andare molto più in là.

Il paradosso Solimano

In questi giorni (22-23 gennaio) in quel di Livorno abbiamo assistito a una vicenda paradossale, che mostra meglio di ogni altra cosa le difficoltà estreme che ha la politica italiana di fare i conti con il passato e con le legittime istanze della popolazione.

Il punto di partenza è la decisione dell’attuale sindaco di Livorno (Alessandro Cosimi, PD, secondo mandato) di nominare come assessore nella sua giunta Marco Solimano (delega alla casa e al sociale). La giunta è da tempo in crisi e il PD conserva la maggioranza per un seggio (due se votasse il Sindaco), quindi la nomina di un nuovo assessore solleva più attenzione del solito.

Il problema nasce dal candidato. Marco Solimano ha un passato ingombrante. Ex membro di Prima Linea, ha alle spalle una condanna definitiva a 22 anni per “concorso morale e partecipazione all’organizzazione criminale” per i fatti legati a un tentativo di evasione dal carcere fiorentino delle Murate, nel corso del quale fu ucciso un agente di Polizia, Fausto Dionisi.

L’iter ricorda molto quello dell’elezione di Sergio D’Elia, anche’egli ex membro di Prima Linea, nel Parlamento tra le file dei Radicali (nel 2006, liste della “Rosa nel pugno”). Anche D’Elia fu condannato nello stesso processo, scontando un totale di dodici anni.

Da allora sono successe molte cose. Tra le altre va ricordato il lavoro di Solimano nelle carceri, la presidenza dell’ARCI livornese per tredici anni e i mandati come consigliere comunale, sempre a Livorno, in quota prima DS e poi PD. Nel 2010 il già citato Sindaco lo aveva nominato garante dei detenuti. Tutto questo senza aver registrato alcun tipo di protesta dalle direzioni regionali e nazionali prima dei DS e poi del PD.

Ora che ci si avvicina alla scadenza delle elezioni politiche nazionali e la questione della “presentabilità” dei candidati occupa tanto spazio sui media ecco arrivare il distinguo dalla direzione regionale del PD che in pratica sconfessa le scelte del PD livornese. Il Sindaco Cosimi fa marcia indietro, d’accordo con Solimano. Pare ci saranno chiarimenti in sede di consiglio comunale, dichiarazioni e pronunciamenti da parte dei protagonisti di questa vicenda.

Il passato di Marco Solimano esisteva anche prima di questa vicenda. Così come c’erano le proteste delle associazioni dei parenti delle vittime del terrorismo contro incarichi pubblici assegnati agli ex terroristi e ai vari ex affiliati. Così come, sul territorio livornese e in Toscana, c’è una continuità notevole di incarichi e di persone dai DS al PD.

Va detto che dopo la condanna Solimano si è speso molto per il sociale nell’area livornese e non solo. Portando in dote risultati non certo disprezzabili in un’area decisamente problematica.

Da tutto questo, una serie di domande. So bene che non riceverò risposte, ma ne vale comunque la pena.

Come mai il signor Solimano ha potuto essere eletto presidente dell’ARCI livornese senza che l’associazione  e il partito di riferimento (prima i DS e poi il PD) tenessero conto del suo passato?

Come mai il signor Solimano ha potuto essere eletto per due mandati come consigliere comunale senza che il partito (prima i DS e poi il PD) tenesse conto del suo passato?

Come mai il signor Solimano ha potuto essere nominato garante dei detenuti senza che il Sindaco Cosimi tenesse conto del suo passato?

Come mai il signor Solimano è stato preso in considerazione per la carica di assessore senza che il Sindaco Cosimi tenesse conto del suo passato?

Più in generale, dov’è il punto di discontinuità tra il PD livornese e quello toscano? Non hanno lo stesso statuto, le stesse regole, i rappresentanti del territorio livornese non siedono negli organi regionali?

Infine, dove si situa per il PD livornese il concetto di “opportunità politica”? Nella direzione del PD nazionale? Nella direzione del PD toscano? O esiste una strada autonoma, locale, dove lo statuto del partito e i suoi regolamenti possono essere derogati?

Infine, una parola di chiarezza in modo da ribadire cosa ne penso sull’argomento. Non ho problemi in particolare con Solimano o con chiunque altro si trovi in situazioni simili. Chi è stato condannato e ha saldato i suoi conti con lo Stato ha pieno diritto a riabilitarsi, ad essere attivo nel sociale, a fare del suo meglio in campo economico eccetera.

La linea da non oltrepassare per me arriva con il passaggio dall’elettorato attivo a quello passivo. A chi è stato condannato in via definitiva, non importa per cosa e per quanto tempo (o per quali ammende) non deve essere consentito di presentarsi per delle cariche pubbliche. E’ una questione di coerenza e di buon senso. Se impediamo ai pregiudicati di presentarsi per i concorsi pubblici è assurdo pensare di ritrovarceli nei ranghi della classe dirigente, le ultime legislature ci hanno fornito esempi chiarissimi in tal senso.

Link a repubblica.it per gli articoli sull’argomento:

Polemica sulla giunta di Livorno

Solimano  non sarà assessore

Le dichiarazioni di Solimano

Una scelta per tutti

Ogni tanto dalla Rete arrivano cose come questa, utili per ridere dietro a questa imitazione di classe dirigente che ci ritroviamo.

simboli elettorali falsi

Grazie a Roberto R. che mi ha fornito l’immagine. 🙂

Va anche detto che cose come questa e l’ilarità che suscitano sono il miglior esempio di come una forma di qualunquismo sia diventata trasversale nell’opinione pubblica. Danno non da poco in un paese civile.

Una voce dal passato

Nel 1961 il presidente degli Stati Uniti Dwight David Eisenhower fece il suo ultimo discorso alla nazione, poco prima di passare i poteri della sua funzione al suo successore (John Fitzgerald Kennedy). E’ un discorso che viene ricordato spesso per l’accenno ai limiti da porre al potere del complesso industriale-militare, reso ancora più significativo dalla carriera militare del presidente e dal suo essere repubblicano.

Tuttavia il discorso in questione non si limita certo a quel tema, come tradizione il presidente rivolge ai propri cittadini una serie di indirizzi, di idee per quello che sarà il futuro. Rileggere oggi quel discorso può sembrare anche buffo ma la maggior parte del testo mantiene un’attualità che dovrebbe far preoccupare. Il mondo del 2013 non sembra poi così diverso da quello del 1961.

Il testo originale potete trovarlo qui, lo riporto comunque in maniera integrale.

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Good evening, my fellow Americans: First, I should like to express my gratitude to the radio and television networks for the opportunity they have given me over the years to bring reports and messages to our nation. My special thanks go to them for the opportunity of addressing you this evening.

Three days from now, after a half century of service of our country, I shall lay down the responsibilities of office as, in traditional and solemn ceremony, the authority of the Presidency is vested in my successor.

This evening I come to you with a message of leave-taking and farewell, and to share a few final thoughts with you, my countrymen.

Like every other citizen, I wish the new President, and all who will labor with him, Godspeed. I pray that the coming years will be blessed with peace and prosperity for all.

Our people expect their President and the Congress to find essential agreement on questions of great moment, the wise resolution of which will better shape the future of the nation.

My own relations with Congress, which began on a remote and tenuous basis when, long ago, a member of the Senate appointed me to West Point, have since ranged to the intimate during the war and immediate post-war period, and finally to the mutually interdependent during these past eight years.

In this final relationship, the Congress and the Administration have, on most vital issues, cooperated well, to serve the nation well rather than mere partisanship, and so have assured that the business of the nation should go forward. So my official relationship with Congress ends in a feeling on my part, of gratitude that we have been able to do so much together.

We now stand ten years past the midpoint of a century that has witnessed four major wars among great nations. Three of these involved our own country. Despite these holocausts America is today the strongest, the most influential and most productive nation in the world. Understandably proud of this pre-eminence, we yet realize that America’s leadership and prestige depend, not merely upon our unmatched material progress, riches and military strength, but on how we use our power in the interests of world peace and human betterment.

Throughout America’s adventure in free government, such basic purposes have been to keep the peace; to foster progress in human achievement, and to enhance liberty, dignity and integrity among peoples and among nations.

To strive for less would be unworthy of a free and religious people.

Any failure traceable to arrogance or our lack of comprehension or readiness to sacrifice would inflict upon us a grievous hurt, both at home and abroad.

Progress toward these noble goals is persistently threatened by the conflict now engulfing the world. It commands our whole attention, absorbs our very beings. We face a hostile ideology global in scope, atheistic in character, ruthless in purpose, and insidious in method. Unhappily the danger it poses promises to be of indefinite duration. To meet it successfully, there is called for, not so much the emotional and transitory sacrifices of crisis, but rather those which enable us to carry forward steadily, surely, and without complaint the burdens of a prolonged and complex struggle – with liberty the stake. Only thus shall we remain, despite every provocation, on our charted course toward permanent peace and human betterment.

Crises there will continue to be. In meeting them, whether foreign or domestic, great or small, there is a recurring temptation to feel that some spectacular and costly action could become the miraculous solution to all current difficulties. A huge increase in the newer elements of our defenses; development of unrealistic programs to cure every ill in agriculture; a dramatic expansion in basic and applied research – these and many other possibilities, each possibly promising in itself, may be suggested as the only way to the road we wish to travel.

But each proposal must be weighed in light of a broader consideration; the need to maintain balance in and among national programs – balance between the private and the public economy, balance between the cost and hoped for advantages – balance between the clearly necessary and the comfortably desirable; balance between our essential requirements as a nation and the duties imposed by the nation upon the individual; balance between the actions of the moment and the national welfare of the future. Good judgment seeks balance and progress; lack of it eventually finds imbalance and frustration.

The record of many decades stands as proof that our people and their Government have, in the main, understood these truths and have responded to them well in the face of threat and stress.

But threats, new in kind or degree, constantly arise.

Of these, I mention two only.

A vital element in keeping the peace is our military establishment. Our arms must be mighty, ready for instant action, so that no potential aggressor may be tempted to risk his own destruction.

Our military organization today bears little relation to that known by any of my predecessors in peacetime, or indeed by the fighting men of World War II or Korea.

Until the latest of our world conflicts, the United States had no armaments industry. American makers of plowshares could, with time and as required, make swords as well. But now we can no longer risk emergency improvisation of national defense; we have been compelled to create a permanent armaments industry of vast proportions. Added to this, three and a half million men and women are directly engaged in the defense establishment. We annually spend on military security more than the net income of all United States corporations.

This conjunction of an immense military establishment and a large arms industry is new in the American experience. The total influence – economic, political, even spiritual – is felt in every city, every Statehouse, every office of the Federal government. We recognize the imperative need for this development. Yet we must not fail to comprehend its grave implications. Our toil, resources and livelihood are all involved; so is the very structure of our society.

In the councils of government, we must guard against the acquisition of unwarranted influence, whether sought or unsought, by the military-industrial complex. The potential for the disastrous rise of misplaced power exists and will persist.

We must never let the weight of this combination endanger our liberties or democratic processes. We should take nothing for granted. Only an alert and knowledgeable citizenry can compel the proper meshing of the huge industrial and military machinery of defense with our peaceful methods and goals, so that security and liberty may prosper together.

Akin to, and largely responsible for the sweeping changes in our industrial-military posture, has been the technological revolution during recent decades.

In this revolution, research has become central, it also becomes more formalized, complex, and costly. A steadily increasing share is conducted for, by, or at the direction of, the Federal government.

Today, the solitary inventor, tinkering in his shop, has been overshadowed by task forces of scientists in laboratories and testing fields. In the same fashion, the free university, historically the fountainhead of free ideas and scientific discovery, has experienced a revolution in the conduct of research. Partly because of the huge costs involved, a government contract becomes virtually a substitute for intellectual curiosity. For every old blackboard there are now hundreds of new electronic computers.

The prospect of domination of the nation’s scholars by Federal employment, project allocations, and the power of money is ever present – and is gravely to be regarded.

Yet, in holding scientific research and discovery in respect, as we should, we must also be alert to the equal and opposite danger that public policy could itself become the captive of a scientific-technological elite.

It is the task of statesmanship to mold, to balance, and to integrate these and other forces, new and old, within the principles of our democratic system – ever aiming toward the supreme goals of our free society.

Another factor in maintaining balance involves the element of time. As we peer into society’s future, we – you and I, and our government – must avoid the impulse to live only for today, plundering for, for our own ease and convenience, the precious resources of tomorrow. We cannot mortgage the material assets of our grandchildren without asking the loss also of their political and spiritual heritage. We want democracy to survive for all generations to come, not to become the insolvent phantom of tomorrow.

Down the long lane of the history yet to be written America knows that this world of ours, ever growing smaller, must avoid becoming a community of dreadful fear and hate, and be, instead, a proud confederation of mutual trust and respect.

Such a confederation must be one of equals. The weakest must come to the conference table with the same confidence as do we, protected as we are by our moral, economic, and military strength. That table, though scarred by many past frustrations, cannot be abandoned for the certain agony of the battlefield.

Disarmament, with mutual honor and confidence, is a continuing imperative. Together we must learn how to compose differences, not with arms, but with intellect and decent purpose. Because this need is so sharp and apparent I confess that I lay down my official responsibilities in this field with a definite sense of disappointment. As one who has witnessed the horror and the lingering sadness of war – as one who knows that another war could utterly destroy this civilization which has been so slowly and painfully built over thousands of years – I wish I could say tonight that a lasting peace is in sight.

Happily, I can say that war has been avoided. Steady progress toward our ultimate goal has been made. But, so much remains to be done. As a private citizen, I shall never cease to do what little I can to help the world advance along that road.

So – in this my last good night to you as your President – I thank you for the many opportunities you have given me for public service in war and peace. I trust that in that service you find some things worthy; as for the rest of it, I know you will find ways to improve performance in the future.

You and I – my fellow citizens – need to be strong in our faith that all nations, under God, will reach the goal of peace with justice. May we be ever unswerving in devotion to principle, confident but humble with power, diligent in pursuit of the Nations’ great goals.

To all the peoples of the world, I once more give expression to America’s prayerful and continuing aspiration:

We pray that peoples of all faiths, all races, all nations, may have their great human needs satisfied; that those now denied opportunity shall come to enjoy it to the full; that all who yearn for freedom may experience its spiritual blessings; that those who have freedom will understand, also, its heavy responsibilities; that all who are insensitive to the needs of others will learn charity; that the scourges of poverty, disease and ignorance will be made to disappear from the earth, and that, in the goodness of time, all peoples will come to live together in a peace guaranteed by the binding force of mutual respect and love.

Now, on Friday noon, I am to become a private citizen. I am proud to do so. I look forward to it.

Thank you, and good night.

Quando comanda il più piccolo

Tra le tante, troppe, anomalie italiane nel campo politico abbiamo la stramba prevalenza dei partiti più piccoli, delle remore che finiscono per dettar rotta agli squali. Nell’Italia repubblicana abbiamo sempre avuto coalizioni di partiti al governo, tratto comune a molte altre democrazie, ma qui da noi i rapporti di forza sono quasi sempre stati anomali.

Ricordate il pentapartito? DC-PSI-PLI-PSDI-PRI, un coacervo di lettere per identificare un partito grosso e quattro partiti minori che avevano come ragione sociale comune il concetto di governo e di spartizione, con l’addendum di tener fuori dalla stanza dei bottoni PCI e MSI (il famoso concetto di “ali estreme” che ci accompagna dagli anni ’70). Ebbene, lo dico per i più giovani, chi comandava nel governo del pentapartito? Tutti tranne la DC. Le bizze dei leader degli altri quattro partiti, che tutti insieme non facevano i consensi della DC, erano la musica su cui si ballava.

Va detto che c’era un certo gradi di compiacimento nella cosa. L’esistenza di una guida come il “manuale Cencelli” che prevedeva fin nei particolari come distribuire posti di governo e sottogoverno a seconda del peso dei partiti della coalizione la dice lunga sulla consuetudine. Non stupisce quindi che in quadro così poco lineare le legislature non arrivassero mai alla loro scadenza naturale e che la maggior parte del tempo fosse dedicato alla “coltivazione” dei propri interessi o di quelli delle lobby.

Un sistema del genere non poteva perpetuarsi in eterno e infatti abbiamo avuto la gioia di assistere al suo crollo sotto il combinato disposto di inchieste giudiziarie e del decadimento della classe dirigente. Peccato che la cosiddetta “seconda repubblica” abbia mostrato lo stesso vizio della “prima” (*) anche in presenzaa di effettive alternanze. Il campo del centro destra è stato fortissimamente condizionato dalla Lega Nord (sia in presenza di Forza Italia ed Allenaza Nazionale e in seguito del Popolo della Libertà) mentre i governi del centro sinistra hanno subito le pressioni di vari partitini, sia di sinistra che di tendenza centrista.

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Il periodo post 1994 ha portato come novità il costante appello al “voto utile”, al concentrare i consensi solo su alcuni partiti per limitare la rappresentanza dei partiti minori e in questo senso la legge elettorale è stata modificata più volte per inserire soglie di sbarramento e favorire il concetto di coalizione. Altro elemento, questo di raccordo tra il prima e il dopo 1994, l’appello a modificare la nostra forma costituzionale per arrivare al concetto di “chi vince prende tutto” che segnerebbe in negativo qualsiasi democrazia occidentale.

Il punto è che nessuna forza politica ha saputo assicurarsi il consenso della maggioranza assoluta dei votanti e questo fatto semplicissimo proprio non riesce a filtrare nelle teste di chi dirige i partiti. Non sono gli elettori che, cattivi e infidi, non capiscono ma sono i partiti (o i movimenti) che non sono in grado di convincere con il loro messaggio politico la popolazione. Avere una maggioranza relativa, anche oltre una barriera importante come il 30%, non è sufficiente per dire di rappresentare la maggioranza degli italiani. Inoltre permane una cosuccia, l’articolo 67 (**) della Costituzione, che permette ad ogni parlamentare piena libertà d’azione e di conseguenza di poter lasciare il partito e il gruppo di appartenenza originale (con cui è stato eletto) per confluire in altre formazioni o fondarne di nuove.

Norme simili all’art.67 esistono anche in altri ordinamenti, così come la pluralità di soggetti politici è un fatto consolidato in tante democrazie. Allora come mai le cose qui vanno diversamente? Come mai il premier inglese Cameron può governare il Regno Unito insieme ai liberali in posizione di forza nella loro alleanza? Come mai la signora Merkel guida il governo federale tedesco sostenendosi su un’allenza tra cristiano democratici e liberali con rapporti di forza chiari e nessun problema di deputati che lasciano le fila dei pariti governativi? Come mai persino in Belgio, dopo un periodo record senza un governo stabile, sono riusciti a trovare un’intesa in grado di mettere d’accordo i partiti a base etnico/linguistica?

Sarebbe facile concludere in maniera populista, accusare l’intera classe dirigente italiana a partire dal 1948 di essere stata incapace di mettere le basi per una vita pubblica adeguata alle esigenze di una nazione moderna. Appunto, troppo facile. Dietro ogni clientela, dietro ogni gaglioffo che si affaccia sui media per le solite storie di corruzione c’è una cerchia di persone. Persone che non vengono elette, che non diventano pubbliche, che alimentano a suon di voti e favori il circolo vizioso per mangiare dalla greppia dello Stato, che vogliono, fortissimamente vogliono, che il sistema rimanga influenzabile e debole. Un numero spropositato di piccole lobby, di amici degli amici degli amici, anelli di una catena lunghissima che ha strangolato l’economia e la politica italiana.

Il nemico siamo noi.  Noi abbiamo rieletto fino alla nausea i nostri rappresentanti. Noi abbiamo sostenuto i partiti o i movimenti, noi abbiamo firmato perché potessero presentarsi alle elezioni, noi abbiamo assistito mugugnando a generazioni intere di favori e particolarismi. Sembra un circolo vizioso, una catena causa-effetto che non è possibile interrompere, vero? Non è del tutto vero. Almeno dal punto di vista dei consensi da quanto si è visto negli ultimi anni. Il numero di coloro che si vogliono astenere è il più alto sempre, almeno a livello tendenziale, così come il novero degli indecisi ha assunto una dimensione inedita per il nostro paese. Infine, i rigori economici che ci ha portato questa crisi sembrano aver attizzato un astio sempre presente nella società italiana che potrebbe, sottolineo potrebbe, forzare qualche cambiamento.

Tutto questo però si scontra con quello che abbiamo appena avuto modo di verificare, il cumulo di apparentamenti che va a sostegno del PdL o del PD. Partitini o movimenti più o meno piccoli, più o meno rissosi, più o meno infestati di riciclati dell’ultima ora che si accodano ai pesci più grossi per cercarsi uno strapuntino nel carrozzone. Più di 200 simboli presentati al Ministero dell’Interno sono un segnale eclatante di come non si voglia neppure prendere in considerazione l’idea di cambiare registro.

Quindi tocca a noi. Come al solito. Con le risate dei nostri alleati europei a fare da sottofondo a quel carnevale sciancato che chiamiamo elezioni.

(*) la distinzione tra prima o seconda repubblica è del tutto arbitraria in assenza di un cambio reale a livello costituzionale. Malgrado vari tentativi di riforme le istituzioni sono del tutto simili.

(**) che recita “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

Le accuse ad Ingroia

Si è fatto un gran parlare a proposito della candidatura alle prossime elezioni politiche di Antonio Ingroia, magistrato ora in aspettativa dopo essere stato protagonista di alcune tra le inchieste più scottanti degli ultimi anni. In pratica lo hanno accusato prima di fare politica mentre era in forza attiva alla Magistratura, poi di essersi fatto scudo della sua notorietà per promuoversi, infine lo hanno additato come un esempio di come “le toghe rosse” mischino pratica giudiziaria con azioni mirate a colpire avversari politici.

Dopo tanto ciarpame sui media, guarda caso con fonti estremamente vicine al centro destra, andrebbe fatto un minimo di chiarezza. Ingroia non è un santo, né pretende di esserlo.  Come tutti i magistrati ha sempre fatto parte dell’elettorato attivo (cioè chi vota) e ha mantenuto i suoi pieni diritti civili, ergo ha potuto formarsi opinioni politiche ed esprimerle ove lo ritenesse opportuno. E’ falso sostenere che i magistrati non possano avere opinioni politiche mentre rimane criticabile che lascino che queste ultime interferiscano con il loro lavoro.

Sono cose di un’ovvietà sconcertante da scrivere ma in questo paese dove si stanno dicendo bugie allucinanti da decenni tocca pure fare questo, ribadire l’ovvio per ristabilire le minime coordinate di un dialogo civile. Al di fuori delle nostre frontiere simili discussioni sarebbero bollate come idiozie prive del minimo interesse dal momento che i pilastri fondamentali delle istituzioni non vengono mai messi in discussione com’è accaduto in Italia. Tornando all’argomento, la parabola di Ingroia dal punto di vista professionale è delle più luminose.  Già membro del pool antimafia voluto da Falcone e Borsellino, poi sostituto procuratore con Caselli, dal 1987 al 2012 si è occupato di una serie di inchieste (con i processi a seguito) pesantissime, condotte quasi sempre in mezzo a difficoltà di ogni genere.

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Ingroia è diventato scomodo nel momento in cui nelle sue inchieste ha cominciato ad esplorare le connessioni tra politica e crimine organizzato, tra apparati dello Stato ed elementi del sottobosco criminale. E’ la stessa strada che è costata la vita a tanti magistrati, il percorso che svelerebbe se e come lo Stato sia mai venuto a patti con i capi delle famiglie mafiose. Non soprende che rappresenti un nervo scoperto per la classe dirigente, sia in Sicilia che in tutto il resto d’Italia. Se poi si aggiunge che, come tanti altri colleghi meno noti, si è speso molto per difendere l’impianto della nostra Costituzione dai progetti di riforma avanzati dal centro destra nelle ultime legislature ecco che emerge con chiarezza come mai venga visto come un avversario pericoloso sul piano politico.

Da magistrato è poi stato collocato “fuori ruolo” per prendere parte a un programma ONU in Guatemala, nel quadro di iniziative internazionali per il contrasto ai cartelli del crimine organizzato.  L’accettazione di questo incarico è stata vissuta come una sorta di fuga dalla procura di Palermo da alcuni, altri vi hanno visto un modo per sottrarsi al peso di uno scontro con le istituzioni dopo la polemica con il Quirinale per il possibile utilizzo di intercettazioni telefoniche che vedevano tra gli altri impegnato il Presidente Napolitano, infine c’è chi ha teorizzato una sorta di compensazione, nel senso di dare un incarico prestigioso a un personaggio scomodo per impedirgli di continuare il suo lavoro.

Le ipotesi sopra riportate sono qualcosa di allucinante dal mio punto di vista. Un incarico come quello citato non è nelle possibilità di scelta del singolo magistrato o nella disponibilità di qualche funzionario ministeriale. Si tratta di incarichi a chiamata, dove il singolo magistrato o investigatore viene richiesto al paese d’origine da una commissione ONU ed è la persona coinvolta che decide se partecipare o meno all’iniziativa con il permesso dell’ente (o degli enti) per cui lavora. Vedere complotti anche dietro a queste cose è a dir poco patetico, almeno lasciamo l’ONU fuori dalle piccolezze del nostro paese.

Ingroia ha poi deciso di abbandonare l’incarico in questione dopo pochi mesi, mossa che ho trovato molto discutibile. Una volta che si decide di passare due anni sotto mandato ONU, salvo ovviamente gravi problemi personali, si deve portare a termine l’incarico dal momento che ne va non solo della propria reputazione ma tira in ballo anche quella nazionale (specialmente in anni come questi dove il prestigio italiano è ai minimi storici). Ha motivato la cosa per il momento politico nazionale, per la necessità di dar voce insieme agli altri componenti della sua lista a larghe parti della società e per sostenere una serie di punti (evidenziati in un manifesto, disponibile qui) che ritiene essere focali per la prossima legislatura. Ribadisco che Ingroia ha ogni diritto di impegnarsi, di fare cioè parte dell’elettorato passivo oltre che di quello attivo. Stride a mio parere l’opportunità, sempre riferita all’incarico ONU.

Rimane una questione di fondo, ovvero se davvero sia necessario perseguire una frammentazione dell’offerta politica in questo momento storico e se queste istanze, legittime, non potevano trovare posto in altri contesti già esistenti.  Domanda che visto il proliferare di partiti e movimenti della cosiddetta “seconda repubblica” pare non aver trovato una risposta adeguata.