Range day – 30.05.2021

Come diceva il poeta, un giorno senza piombo è un giorno sprecato. O era senza sole? In ogni caso, se non avete mai frequentato un poligono la vostra vita non si può dire completa.

Banco a fine prova

In ogni caso, andare in linea di tiro con una buona pistola e cinquanta colpi migliora l’umore. Sia il mio che quello di chi mi sta attorno. Per i curiosi, quella è una Beretta 98 FS che ho noleggiato per l’occasione. Gran bel ferro, purtroppo abbastanza costoso.

Bersaglio Q

Il risultato non è spettacolare e si vede molto bene che ho perso la mano con il calibro 9×21. Tuttavia, sto tornando in forma e 202 punti non sono proprio malissimo. Vediamo se la prossima volta alla sagoma faccio comparire gli occhi e la bocca, magari con una bella rosata al centro di massa.

De Vaccina Mirabilis / II

Come promesso / minacciato, torno sull’argomento vaccinale, declinato nella versione Covid-19. Ho avuto la sfortuna di seguire il dibattito pubblico italiano sull’obbligo vaccinale per i sanitari, con gli ovvi riflessi sulla questione se estenderlo all’intera popolazione, e devo dire che sono estremamente deluso dai suoi esiti. Che fosse difficile avere un dibattito maturo e consapevole era purtroppo ovvio, così come era chiaro dall’inizio che l’esito era scontato. Tuttavia, malgrado l’esperienza maturata, avevo almeno la speranza che ci potesse essere qualche barlume di razionalità.

Parto dai media, sia perché ho il dente avvelenato nei loro confronti, sia per il semplice fatto che sono fondamentali nel formare il consenso popolare – specialmente per le fasce meno abbienti e meno istruite dei nostri concittadini. Si è partiti immediatamente con la tesi che non potevano sussistere discussioni, ritirando fuori l’etichetta di “negazionista” per chiunque esprimesse dubbi di qualsiasi genere, fino ad etichettare come “no vax” chi osasse anche valutare l’idea di non fare questo particolare vaccino. Il trucco semantico è sempre lo stesso, trito e ritrito quant’altri mai. Appiccicare etichette negative a chi si oppone alla narrazione, limitare il più possibile l’espressione di dubbi, cavalcare la paura e il risentimento per ottenere la soppressione del dissenso.

Medieval Physician, 16th Century, J Amman

Il giochino per certi versi ha funzionato. All’opinione pubblica è stato servito un nuovo nemico, il temibile sanitario egoista che non vuole vaccinarsi, e una soluzione per affrontarlo, cioè richiederne licenziamento e/o demansionamento immediato. Non è noto se sia prevista anche la fantozziana crocifissione in sala mensa, ma è meglio non dare troppe idee ai minus habens. Facezie a parte, è interessante notare come sia semplice passare dal considerare i lavoratori del settore “eroi” ad additarli come paria nell’arco di poche settimane. Come se non bastassero le promesse disattese di bonus e di altre misure di compensazione, o come se si potessero ignorare i disastri gestionali perpetrati nella sanità. Mi limito a far notare che un sanitario che usi i DPI e che osservi i protocolli di sicurezza sia perfettamente in grado di prestare la sua opera senza alcun rischio per i pazienti, indipendentemente da vaccini o altro.

Visto che una delle tesi imperanti è che queste misure ce le chiede l’Europa, vi fornisco un link a un interessante riepilogo sull’argomento (QUI) e per sintesi vi riporto che lo scorso 21 gennaio al consiglio d’Europa è stata approvata a grande maggioranza una risoluzione che contiene quanto segue:

«che i cittadini siano informati che la vaccinazione non è obbligatoria e che nessuno a livello politico, sociale o in altra forma può fare pressioni perché le persone si vaccinino se non lo scelgono autonomamente»

Io non sono un avvocato, sia chiaro. E’ facile comunque prevedere che ci saranno dei ricorsi sia in sede penale che civile, con gli inevitabili addentellati per quanto riguarda la costituzionalità di una misura che in pratica differenzia una parte dei cittadini rispetto al resto della popolazione. E’ altrettanto facile intravedere seri problemi di funzionalità in un qualsiasi presidio ospedaliero ove una parte consistente del personale dovesse opporsi all’obbligo vaccinale.

La cosa che più stupisce è l’assenza dal dibattito pubblico della domanda più semplice. Come mai personale con qualifiche professionali elevate ed esperienza si oppone a questo obbligo? Se sono qualificati ad essere dottori o infermieri significa che si tratta di laureati, spesso con specializzazioni e/o dottorati. Se le aziende ospedaliere li impiegano a pieno titolo per prendersi cura dei pazienti, come mai poi si preparano a disconoscerli? Immagino abbiate notato come la stragrande maggioranza dei media abbia accuratamente evitato queste semplici questioni. Trovo difficile pensare che un medico impazzisca di colpo, o che un infermiere perda improvvisamente fiducia nell’efficacia dei vaccini. Mi sarei aspettato un dibattito aperto su cose come questa, quello che ho visto è una serie di minacce più o meno velate e di richiami alla disciplina da parte degli ordini professionali. Il tutto in categorie che hanno pagato un prezzo terribile in termini di vite umane nelle azioni di contrasto a questo virus.

Alla fine, il concetto di base è sempre la paura. Se fallisce quella della malattia, allora si usa quella economica. O quella sociale, invitando il pubblico alla riprovazione dei reprobi. E se fallissero anche queste leve? Se qualcuno vincesse un ricorso o se qualche TAR ordinasse la sospensione dell’applicazione di un licenziamento (o demansionamento)? Siamo davvero sicuri che questa sia la strada migliore da percorrere per avere maggior sicurezza?

De Vaccina Mirabilis / I

Apro una serie di post a proposito dei vaccini Covid-19, della relativa campagna vaccinale e di come questi temi sono stati posti all’ordine del giorno. Non ho pretese di completezza o di autorità, né ho ricevuto di recente tavole della Legge in cima a una montagna. Diciamo che sono uno dei tanti cittadini preoccupati e che mi faccio delle domande.

Mi colpisce, in negativo, il clima di aspettativa e di grazia legato alla somministrazione del (o dei) prodotto. Dopo più di un anno di campagna mediatica a livelli di terrorismo, capisco la spinta psicologica verso il vaccinarsi. Capisco anche come i soggetti più esposti siano alla ricerca di una forma di salvezza di fronte a un nemico percepito come implacabile. Quello che non capisco è che manchi del tutto la riflessione sugli effetti reali del vaccino. Per esempio, non funziona per tutti allo stesso modo. Per alcuni, la reazione indotta dal farmaco nel sistema immunitario è troppo blanda e quindi non si ottengono benefici. Per altri, la reazione è al di sotto della media e ne consegue che il periodo di copertura è inferiore a quanto teorizzato. Più in generale, non sappiamo ancora quanto effettivamente sia questo periodo di protezione.

Malgrado queste considerazioni, noto che nelle persone che hanno completato il ciclo vaccinale sussiste questa forma di sollievo e di noncuranza, un sorta di ritorno all’arcadia pre-Covid e di rimozione dell’intero anno 2020. Il tutto è comprensibile dal punto di vista psicologico, un po’ meno da quello logico-razionale. Un soggetto vaccinato, anche nel caso in cui sia perfettamente coperto dal rischio a livello personale, è comunque possibile latore di infezione / contagio verso gli altri. Questo è un argomento difficilissimo da far accettare, specialmente per i più anziani. Il che connette questo tema con quello mediatico, come vedremo adesso.

A proposito del Covid-19, della sua diffusione e della campagna vaccinale, stanno passando dei paragoni che trovo tanto interessanti quanto pericolosi. Il costante paragone con la c.d. “spagnola”, il modo strumentale con cui viene raccontato il manifestarsi delle varianti del virus, l’idea che viene fatta filtrare che i vaccini contro il Covid-19 siano concettualmente simili a quelli fatti contro la poliomelite o il vaiolo – effetti compresi. Sono tutti elementi di una narrazione che non è vera ma risulta verosimile, al punto da produrre effetti potenzialmente molto pericolosi nel pubblico. La tesi che ho sentito spesso, che è necessario semplificare per essere compresi dal grande pubblico, non fa altro che rafforzare l’idea che sia importante propalare una narrativa, più che assolvere al dovere di mettere al corrente la pubblica opinione dei fenomeni.

Per prima cosa, il paragone tra il Covid-19 e il virus responsabile della “spagnola” è del tutto sbagliato. Il Covid-19 fa parte della famiglia dei coronavirus, la “spagnola” è nella famiglia degli influenzavirus A (tipo H1N1). Tecnicismi a parte, danno effetti diversi e soprattutto hanno un tasso di mortalità enormemente differente – per nostra fortuna. Va aggiunto che il livello di farmaci e di strutture ospedaliere, almeno nel primo mondo, è migliorato in modo esponenziale dal 1918-1920. Quanto al fatto che il Covid-19 sia in perenne mutazione, stupisce solo chi non ha la minima idea di come sia fatto un qualsiasi virus. Per capirci, tutti i virus mutano per adattarsi al mondo esterno e trovare migliori possibilità di sopravvivenza. La scienza conosce da molto tempo questo fenomeno e si può tranquillamente affermare che anche nel caso del Covid-19 / SARS-Cov-2 la cosa fosse ampiamente attesa. Infine, il concetto che i vaccini contro il Covid-19 siano simili a quelli del passato è qualcosa di concettualmente deviato. Già il fatto che ci si rivolga a malattie differenti dovrebbe far riflettere, così come le implicazioni logiche di assimilare la diffusione di un virus (sicuramente pericoloso, per carità) con malattie che hanno lasciato segni indelebili nella storia umana. Siamo davvero sicuri che fosse necessaria una narrazione costruita su questi errori?

A chiusura, una nota sul fatto che non è mai possibile vaccinare il 100% della popolazione, neppure in un paese del primo mondo. C’è sempre una fascia più o meno consistente di persone che non possono essere vaccinate, sia per patologie che per altre cure in corso, così come c’è una parte della popolazione che – per mille motivi – non viene raggiunta dalle campagne vaccinali. Per questo si sostiene il concetto di immunità di “gregge”, ovvero un modello per il quale data un’ampia maggioranza di soggetti vaccinati consente di proteggere anche chi non lo è. Anche questa però è una falsa sicurezza. Malgrado le precauzioni e il buon senso, una parte di malati ci sarà anche dopo il completamento della campagna vaccinale. Proprio per questo motivo, e per occuparsi di chi si ammala durante la campagna già citata, è fondamentale avere gli strumenti necessari per provvedere alla cura della malattia.

Uscire da Facebook – riflessioni

Un paio di settimane fa ho messo in pausa il mio account personale su Facebook. Niente di difficile, ovviamente. Tuttavia, è pur sempre qualcosa che ha impegnato una porzione considerevole del mio tempo libero negli ultimi anni, al punto da essere una delle abitudini ricorrenti nelle mie giornate. Potevo cancellarlo. Potevo utilizzare i comandi messi a disposizione dalla piattaforma per sospenderlo in maniera palese. Ho preferito pubblicare un breve messaggio e fare altro.

Mettiamo da parte il concetto di “fare altro” per un momento; questo post non serve tanto per il pubblico, è più una sorta di messaggio per il me del futuro, utile a cristallizzare uno stato d’animo e una serie di riflessioni personali. Quando si fa qualcosa, dovrebbero esserci delle motivazioni. Non importa quanto possano essere futili o dozzinali, la sequenza di causa ed effetto dovrebbe essere mantenuta se si vuole dirsi creature razionali. Devo dire che ho visto un costante peggioramento in Facebook, qualcosa che persone più illuminate di me avevano visto arrivare da tempo.

Non parlo solo dell’azienda. Facebook è sempre stato strumento di una strategia economica e di orientamento del costume, il fatto che sia diventato più palese dimostra soltanto che non ritengono più di dover essere discreti. Il che è significativo ma non decisivo, almeno dal mio punto di vista. Si dice che la natura aborra il vuoto, metafora calzante anche per la politica e la cultura. Non stupisce quindi che chi si trova ad avere una posizione predominante ne approfitti, con l’ovvio vantaggio di favorire una serie di imprinting culturali che hanno trovato vaste platee di pubblico plaudente.

I cambiamenti culturali sono stati evidenti, questo guardando la ristretta platea dei miei contatti e/o delle pagine cui ero connesso. Dovendo identificare delle tendenze principali, difficile non notare che qualsiasi argomento rilevante provoca una polarizzazione pressoché immediata. D’altro canto, la spinta a dimostrarsi conforme a una narrativa si è dimostrata in grado di scatenare una sorta di gara al ribasso, una competizione a chi mette in mostra tutte le bandierine approvate per primo – spesso a scapito di una propria coerenza. Come scritto tante volte in passato, lo spazio per discussioni razionali su temi divisivi è praticamente scomparso, così come si è ridotto ai minimi termini il numero di persone in grado di sostenere una discussione matura.

Sempre in relazione ai cambiamenti culturali, devo dire che è stato davvero triste constatare il progressivo scivolamento verso l’adesione alle già citate narrative di interlocutori giovani e promettenti; a quanto pare, neppure un buon livello di istruzione è in grado di fornire gli strumenti adatti a discernere tra quanto sia proveniente dall’esterno rispetto a quanto matura nel proprio ambito personale. Peccato. Trovo difficile credere che ci sia un percorso di riappropriazione per queste persone, spero di sbagliarmi. Leggo spesso un paragone tra questo fenomeno e l’adesione alle ideologie politiche del ventesimo secolo, continuo a trovarlo del tutto inappropriato. Mettere sullo stesso piano delle spinte ideali e le idee di una società a venire con questi fenomeni orditi a tavolino mi fa ribrezzo.

Il mio flusso di informazioni, il cosiddetto “feed”, era diventato un coacervo di prese di posizione e di dichiarazioni d’intenti sempre più netto, al punto da scadere spesso nel ridicolo. Avremmo bisogno di un moderno Mel Brooks per avere un adeguato livello di satira, sempre che possa trovare spazio per produrre una cosa del genere all’interno della scena mediatica attuale. Da un punto di vista più personale, sono diventato via via più insofferente verso tutto questo. Le spinte emotive si sono trasformate in emotività immediata, una sorta di rifiuto irrazionale, e ho compreso che avevo trovato il mio personalissimo punto di rottura. Una volta compreso questo, la conseguenza era ovvia. Ho perso qualcosa, specialmente pensando a chi comunque era riuscito a rimanere se stesso in quel bailamme.

Quello che ho guadagnato, e qui si può riprendere il concetto di “fare altro“, si può sintetizzare in due cose: tempo e energia. Realizzare quanto tempo nella mia giornata era speso su Facebook è stato un momento abbastanza brusco. Sempre poco rispetto al capire quanta energia sprecavo nel seguire cose per cui ho un interesse reale molto basso. Quindi? Faccio letteralmente altro. Tutto quello che mi viene in mente. Se e quando mi viene in mente, senza dovermi far dettare il ritmo o gli argomenti dalla polemica di giornata e/o dal contatto di turno. Sbaglierò, ma a mio parere ormai in quel contesto la situazione è questa:

La complessità che abbiamo perso

Questo post è dedicato a un argomento che può sembrare non necessario, specialmente in tempi dove la parola “emergenza” sembra essere il sostantivo più utilizzato in qualsiasi situazione. Provate per un attimo a fare attenzione a cosa vi viene in mente quando sentite il termine “complessità”. A prescindere dalle associazioni che avete prodotto, sappiate che leggendo questa frase avete già oltrepassato il livello di attenzione media. Se poi decidete di proseguire nella lettura, vi siete automaticamente collocati in una fascia ristretta di popolazione.


Delle possibili definizioni di “complessità” me ne occuperò in un altro momento, per ora vi metto in primo piano un fatto: il numero di italiani che faticano a comprendere il senso di un testo scritto semplice (come un articolo di giornale) sta crescendo da anni. Attorno a voi, al lavoro nello stesso posto, in coda alla cassa del supermercato… avete adulti pienamente responsabili che non riescono ad afferrare il senso di duecento o trecento parole dedicate a un argomento. Sono le stesse persone che mandano a scuola i loro figli dove voi mandate i vostri, che votano alle elezioni, che guardano gli stessi spettacoli eccetera eccetera.

Attenzione, il paragrafo precedente non è stato scritto per farvi sentire migliori degli altri. Abbiamo tutti, chi più e chi meno, aree in cui il livello di attenzione crolla fino al livello della mera sopravvivenza. Se state leggendo questo post, dovreste far parte di una minoranza. Mi riferisco a chi legge testi non necessari per la propria attività, a chi usa la rete per scopi diversi dall’utilizzo dei social media, a chi si fa incuriosire dal titolo di un post. Il diagramma di Venn di questi sottoinsiemi è scoraggiante. Allo stesso tempo, il paragrafo precedente non è stato neppure scritto per darvi un momento di sconforto. La realtà esiste e non si presta a valutazioni umorali.

Non vi siete mai domandati il perché della costante spinta alla semplificazione? Di come mai si debba per forza usare meno parole, meno forme verbali, del perché si debba fare ricorso ad esperti per qualsiasi tema od argomento? Mi capita spesso di leggere post in cui si ridicolizza la ricercatezza di linguaggio di Fusaro, con echi che ricordano molto le facezie che ci si scambiava a scuola. Siamo sicuri che sia un problema usare termini desueti? O non sarà che a volte facciamo fatica a ricordare cosa significhino? A me capita, non mi vergogno a dirlo. Come mi capita anche di sbagliare l’utilizzo di un verbo, o di non ricordare se esista un sinonimo di una parola che sto usando.

Fatevi pure una risata, se volete. Io continuo a pensare che non usare più il gerundio o assistere alla lenta estinzione del congiuntivo non sia una bella cosa. Così come continuo a rabbrividire alle continue concessioni al ribasso da parte dell’Accademia della Crusca verso i neologismi che emergono dalla società contemporanea. Forse sono discorsi da vecchio, non lo so. Sono cose che vanno di pari passo con il non sapere più svolgere calcoli a mente di minima complessità. O con le espressioni perplesse che si vedono quando si fanno delle domande di minimo nozionismo. Per me la parte peggiore arriva sempre quando mi fanno la domanda sul corso di laurea. A quanto pare, scoprire che non sono laureato e che non ho neppure mai frequentato un corso universitario rende “strano” che io tenga al concetto di complessità.

In pratica, siamo arrivati a maturare un nuovo concetto di disagio. Nel senso, se ci si fa certe domande o se ci si pone a valutare i fenomeni in maniera lievemente più approfondita di altri allora di scopre di essere diversi. Badate bene, non si sta parlando di cose elevate. Siamo sempre al livello che veniva definito di “buon senso” fino a pochi anni fa. E’ comunque un livello tale da rendere sterili molte conversazioni, per far cadere quel silenzio imbarazzato che mostra che i propri interlocutori non hanno nessuna voglia di seguire una qualsiasi linea di ragionamento – proprio perché la loro soglia di complessità è stata oltrepassata. Vediamo cosa succederà, sempre che il concetto di futuro non sia diventato “troppo”.

Blog anniversary #9 – the empty box

The WordPress bot informs that today is my ninth anniversary on its platform.

The main reason is to prompt some kind of post, so be it. Is this space worth to be continued? The answer is still yes, mainly because it’s useful for me.

Anyway, does the whole concept of blogging still matters? C’mon, there is a ton of social media platforms; recording and sharing videos is almost mandatory, and everybody knows that being social nowadays is about to show off.

You see, I’m an old man. Even older than my 52 years on this mudball. Old does not mean wise, but I’m still allowed to think by myself. Even an empty box may be useful. The same for this space.

Keep going folks, nothing to be seen here today.

My 3X3 Workout Routine

I’m struggling to find a way to conciliate my need for a homemade work-out routine and all the other family-related activities; I’m a regular commuter, so the timeframe for my training is after 8 PM when I finally get back home. Setting up a regular activity is also a must, so I’ve found a compromise between all these factors. As they say, it’s not perfect but it works.

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