Future Shocks

GEOPOLITICS

This world is gonna change again in the next few years, driven by economic challenges and by the different needs of geopolitical big players. Here’s a brief summary about the major operations:

TAFTA, the Transatlantic Free Trade Area; will force an alliance between NAFTA countries (USA, Canada, Mexico) and EU, preceded by a massive revision of national and international economic policies about agriculture, OGM, steel production, value fluctuation of currencies and so on.

Russia-China, money for oil/gas/coal; Russia desperately needs to invest billions of USD to develop its oil/gas/coal industry, to explore the artic fields and to upgrade its refineries. China needs more and more energy every year, with enourmous mass of money ready to be invested. Advanced trade agreements are already in place.

Turkey as a regional power; it’s already on the move, Turkey sphere of influence covers Lebanon, Syria, Jordan, Armenia, Moldova, Azerbaijan. The future challenge is to confront Israel and Iran on different grounds, in order to expand its influence over Iraq, Libya, Egypt, Tunisia, Algeria and Morocco. It’s an hard game, both on religious and geopolitical sides.

India and its future development; this asian giant will face dramatic changes in a matter of a decade. The need for deep and shocking reforms can’t be delayed anymore with about one billion citizens who are on the edge of a society collapse. The original caste order will not last long, not with Dalit on rampage and the pressure given from the sheer existence of western models of society. The industrial system got to evolve too, in order to avoid the current level of pollution and to raise its salary capacity.

NEW OIL zones

As you may see, each and every one of this operations got serious consequences for geopolical and economic stability of our world. This decade will be remembered.

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Due anni dopo

Sono passati due anni dall’inizio della primavera araba, dalle prime dimostrazioni in Tunisia contro il governo nazionale.  Due anni durissimi, un’onda di cambiamento del tutto inedita per i paesi della sponda africana del Mediterraneo e, più in generale, per le nazioni arabe.

Ad oggi non si può dire che questo enorme movimento popolare abbia ottenuto un vero cambiamento. In Marocco la situazione è rimasta abbastanza stabile anche se le promesse di riforme del sovrano non hanno certo accontentato la gran parte delle opposizioni. L’Algeria di Boutefilka rimane praticamente immutata, la Tunisia è ancora un rebus, la Libia a dir poco è instabile e l’Egitto dei Fratelli Musulmani ha preso una svolta verso la destra fondamentalista che fa davvero pensare male per il futuro.

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Passando il canale di Suez in direzione di Israele, possiamo dire che la relativa stabilità del primo decennio del ventunesimo secolo è finita. La Siria si sta consumando in una guerra civile, la monarchia giordana vacilla come non mai, presa in mezzo tra la crisi economica e un astio crescente verso la famiglia reale. Il Libano per ora è tranquillo, Hezbollah sta aspettando che il rogo siriano finisca di bruciare. Gaza e la Cisgiordania sono sempre più povere e il recente confronto Hamas-Israele non aiuta certo a stabilizzare l’area.

Scendere verso sud porta verso i regni del silenzio. In Arabia Saudita è in arrivo una difficile successione, Kuwait, Oman e Qatar muovono pedine a suon di milioni di dollari nell’intera regione mentre quello che rimane dell’Iraq cerca un difficile compromesso tra sue troppe anime. L’Iran continua a cercare di emergere come potenza regionale, un occhio verso la rivale Turchia e l’altro rivolto al grande satana americano. Sullo sfondo la lenta agonia dello Yemen e i duri confronti avvenuti nel Bahrein.

ArabSpring

A tutto questo l’Occidente ha assistito da spettatore, scegliendo di interferire solo nel caso libico. L’impressione forte che ne deriva è che si consideri questo risveglio popolare più una potenziale forma di problemi che non una risorsa e che non si sia capito che esiste una similitudine notevole con quanto accaduto in Europa attorno al 1848. Ancora una volta manca la volontà di capire, di trovare una sintesi tra i normali rapporti economici e la necessità di avere al proprio fianco nazioni ben avviate sui processi democratici che a parole tutti sostengono.

Ci si preoccupa delle ondate migratorie, della stabilità delle forniture di gas o petrolio, dei mercati per i nostri prodotti o della manodopera a basso costo per gli stabilimenti e non si fa il passo logico successivo, quello che spinge a guardare su una prospettiva superiore ai prossimi dodici mesi. In questo senso la vicenda egiziana è esemplare. Chiunque abbia seguito negli ultimi anni l’evoluzione politica locale era in grado di predire che si sarebbe arrivati all’attuale contrapposizione tra un blocco di matrice religiosa (Fratelli Musulmani e gruppi salafiti) contro il resto della società. Tutti gli osservatori sapevano, nessuno è stato in grado (o ha voluto) far sentire il proprio peso in loco. Risultato? L’Egitto è sull’orlo di una guerra civile, con la possibilità di un colpo di stato da parte dei militari che si è fatta più concreta nelle ultime settimane.

E’ lo stesso errore che l’Occidente ha fatto con l’Ucraina e la Moldova in Europa, la stessa incapacità di esprimere una politica estera in chiave europea che sappia andare oltre alla bilancia import/export. Gli schemi che si applicavano fino al 1991, la logica dei blocchi contrapposti Est-Ovest, è morta come sono morte le ideologie del ‘900 e non ha trovato un qualsiasi sostituto in grado di sostenere le sfide del nuovo millennio.  Non è possibile pensare che gli Stati Uniti, impoveriti e rinchiusi in se stessi come sono ora, possano continuare a dettare il passo nei rapporti con questi paesi, non dopo che hanno dimostrato in maniera cristallina come i loro interessi siano estremamente limitati all’ambito strategico.

Il parallelo storico con il 1848 dovrebbe mostrare a noi europei che se la fase di sollevazione popolare non ha successo ne segue una di restaurazione. E’ questo che vogliono le cancellerie europee? Tornare a uno status quo ante in cui ai vecchi despoti succedano eredi altrettanto indegni, nel nome dei depositi in Svizzera e dei fondi di investimento sovrano che investono nel vecchio continente? E’ davvero possibile che non si sia in grado di capire che la combinazione della pressione demografica in aumento e del calo di risorse idriche spinge verso una nuova fase di conflitti?

Facendo una metafora si potrebbe dire che la geopolitica aborre il vuoto. Non è un caso se la Turchia si sta imponendo come potenza regionale, se l’Iran persegue una politica di allargamento su base religiosa e se la triade Oman-Qatar-Kuwait sta muovendo centinaia di milioni di dollari in tutto il mondo arabo a sostegno dei movimenti locali a loro utili. Se non vogliamo che il prossimo futuro ci sia ostile sull’altra sponda del Mediterraneo dobbiamo imparare che si può e si deve agire in chiave europea.

Ridisegnare il Medio Oriente

Gli eventi noti come ‘primavera araba’ hanno portato un’onda di cambiamento che sta avendo conseguenze molto maggiori rispetto a quanto traspare dai media italiani. Se è evidente il cambio di governo in Tunisia (non ancora perfezionato), se tutti sanno della fine di Gheddafi (con l’attuale situazione transitoria in Libia), se le immagini di piazza Tahrir continuano ad essere presenti (ma l’Egitto è ancora lontano dalla fine della transizione post Mubarak) è altrettanto vero che l’onda del cambiamento è ben lungi dall’aver terminato il proprio percorso.

Il tema del giorno rimane l’Iran con le sanzioni dell’Unione Europea e le minacce di blocco dello stretto di Hormuz ma a un passo dai riflettori c’è una stagione di attentati in Iraq di una violenza inaudita, c’è la guerra civile che sta impegnando vasta parte del territorio siriano, ci sono le vicissitudini dello Yemen che sta cercando di svoltare pagina dopo decenni di governo autoritario. Il Medio Oriente è inquieto come non mai e stanno venendo allo scoperto pressioni geopolitiche, economiche e religiose che sono destinate a ridisegnare l’intero quadro delle alleanze internazionali e dei rapporti di potere.

Dietro le quinte, lontano dall’attenzione dei media più superficiali, c’è chi sta investendo miliardi di dollari per ridisegnare il Medio Oriente. Il Qatar ha sostenuto diversi gruppi di ispirazione religiosa in Libia e in Egitto e sta cercando di portare l’intera Lega Araba ad intervenire in Siria, Dubai si sta candidando a diventare il terreno neutrale dell’intera area, assumendo funzioni simili a quelle della Svizzera (vedi l’apertura della sede ‘diplomatica’ dei Taliban), l’Oman sta usando i suoi legami con il Regno Unito per porsi come l’interlocutore privilegiato del blocco anglosassone con i paesi dell’area a scapito dell’Arabia Saudita.

Sono da considerare gli investimenti miliardari che il Kuwait e l’Arabia Saudita stanno facendo da anni in Africa, dove si stanno assicurando enormi aree coltivabili e l’accesso a risorse minerarie e in generale l’aumento delle spese militari nell’intero quadrante del Golfo Persico. Rimane ovviamente l’ombra dei movimenti che si dicono legati ad Al-quaeda che utilizzano il Corno d’Africa come base di transito e vivaio per le loro attività nel settore.

Ai confini di tutto questo c’è l’unica vera potenza regionale araba. La Turchia.

Terra di contrasti quanto e più del resto del Medio Oriente, punto di transito e di equilibrio di così tante partite diverse da dare le vertigini. Bastione della NATO, candidata ad entrare nell’Unione Europea, fonte di una crescita economica senza rivali tra le nazioni dell’area e soprattutto proscenio di un governo legittimamente eletto a base islamica che ha saputo conquistarsi consensi fuori dai confini nazionali e superare il ruolo preponderante delle forze armate nella vita della nazione (le FFAA hanno condotto golpe militari a raffica, l’ultimo nel 1997, per impedire derive islamiche o di sinistra al paese).

La svolta impressa da Erdogan alla Turchia è impressionante. Sciolti i legami con Israele dopo più di dieci anni di programmi di sviluppo e aggiornamento dei sistemi d’arma di fabbricazione occidentale, ribadita la propria contrarietà a qualsiasi ipotesi di uno stato curdo ricavato all’interno dei confini iracheni, ristabilita la propria influenza sulla scena libanese in funzione anti siriana e anti iraniana. Questo per le azioni dirette. Sul piano diplomatico difficile non vedere il peso turco nella svolta moderata dei Fratelli Musulmani in Egitto (che hanno stravinto il primo round delle elezioni e aspettano in gloria le presidenziali), difficile anche non tenerne conto per i partiti di ispirazione islamica moderati dal Marocco fino al già citato Golfo Persico.

Quello che si sta consumando è il tentativo di rottura dell’asse scita, costituito da Iran, Siria, Hezbollah e Hamas, in funzione di due progetti molto differenti. Da sud le correnti wahabite qatariote e saudite, da nord il pragmatismo sunnita portato dai turchi. Le due correnti contribuiscono grandemente a destabilizzare l’intero Medio Oriente e rendono difficile il completamento della già citata primavera araba. Anche i paesi fin qui rimasti ai margini di questa stagione di rinnovamento, parlo del Marocco, dell’Algeria e della Giordania, non sono certo impermeabili a queste strategie. Non a caso sono state fatte importanti concessioni alle richieste delle rispettive popolazioni e i governi sembrano aver fatto scelte di basso profilo per non essere ulteriormente coinvolti nei cambiamenti.

Tuttavia anche la Turchia deve fare delle scelte.

L’identità nazionale turca è un soggetto molto complesso e per un osservatore occidentale può risultare difficile capire come mai fatti considerati acclarati come il genocidio perpetrato ai danni degli armeni (in scala minore anche ai danni di greci e assiri) durante la prima guerra mondiale siano considerati una sorta di complotto straniero ai danni della Turchia. La transizione da impero ottomano, duramente sconfitto e in parte smembrato dagli alleati, alla repubblica fondata da Ataturk con la ribellione all’occupazione straniera del 1922 ha praticamente creato un soggetto storicamente psicotico con la contrapposizione tra la nuova identità e i fantasmi del passato.

La storica rivalità con la Grecia, frutto di infiniti scontri militari, ha lasciato la difficile eredità dei due stati a Cipro (la repubblica del nord fondata nel 1983 è riconosciuta solo dalla Turchia) e il destino dell’isola pesa non poco nel cammino di avvicinamento all’Unione Europea, così come pesa la questione dei rapporti con i curdi, altra tragedia che rende tuttora impossibile vedere la repubblica turca come un soggetto in piena vita democratica.

Erdogan dovrà decidere che ruolo far giocare alla Turchia nei prossimi anni, ben sapendo che non può continuare a giocare su tutti i tavoli geopolitici ed economici come ha fatto finora. Proseguire il confronto con Israele mette a rischio i rapporti con gli Stati Uniti e l’Unione Europea, facendo in contempo del suo paese il faro di tutta l’area araba che mal sopporta la stessa esistenza dell’enclave ebraica. La comunità europea è anche lo sbocco maggiore dell’export turco nonché il terminale ricevente dei maxi oleodotti / gasdotti che nascono nei paesi ex russi. D’altro canto richiamare la condotta del suo paese all’orbita occidentale lascerebbe di nuovo campo all’Iran e ai suoi alleati, ipotesi vista come distruttiva dell’intera regione anche al netto della possibilità che Tehran si doti di armi nucleari.

Difficile anche solo immaginare un ritorno ai fasti dell’impero ottomano ma in chiave più moderna l’idea di una solida sfera di influenza che vada dal Bosforo all’Egitto, dal Libano al Golfo Persico non può che dar da pensare in termini geopolitici ed economici. In un contesto del genere si può vedere anche l’eredità del panarabismo di Nasser e Sadat e un contesto destinato a rendere molto complicato il cammino di Israele.

Il ruolo dell’Occidente per disinnescare un quadro potenzialmente ostile passa a mio parere per due crocevia obbligati. Il primo è economico e riguarda i rapporti diretti con la Turchia; devono essere resi ancora più evidenti per attrarre all’interno delle direzioni di sviluppo del vecchio continente la dinamicità della scena economica turca. Il secondo passa per la costituzione di uno stato palestinese in modo da togliere forza a movimenti come Hamas e spegnere il più grosso focolaio di discordia dell’intera regione.

Le scelte della Turchia sono in grado di condizionare sia il futuro dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo che quelli del Medio Oriente. Commettere l’errore di sottovalutare il loro peso rischia di essere fatale sia a breve che a medio termine.