Oggi faccio l’ospite

Giornata speciale, nel senso che invece di pubblicare un post qui mi ritrovo ad essere ospite nella tana virtuale del Narratore, alias di Paolo Ungheri.

L’idea di base è quella di fare un ragionamento sulle fasi di evoluzioni recenti dell’editoria, con una sbirciata a un paio di possibili scenari futuri.

Chiamatelo cross-blogging se vi pare, per me è l’occasione di consigliarvi il blog di Paolo, molto più variegato e divertente di questo. Per il post seguite questo link.

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XII edizioni chiude i battenti

Sulle pagine di questo blog ho spesso criticato la politica editoriale e i modelli di business delle case editrici italiane, così come ho parlato della pessima situazione del mercato editoriale in generale. Ribadisco che si tratta di un settore della nostra economia dove ci sono molte zone d’ombra e che una parte del nostro dissesto culturale arriva da qui.

dark mind

Ritorno sull’argomento per segnalare una pessima notizia, ovvero che la XII edizioni ha deciso di chiudere le proprie attività editoriali. Per chi non l’avesse conosciuta si tratta di una piccola casa editrice che fin dai primi passi ha deciso di puntare su una politica editoriale alternativa, alla ricerca di un livello di qualità e di cura dei volumi che non trova molti riscontri in Italia.

Non so dire come mai i responsabili di XII abbiano maturato l’idea di chiudere i battenti, né sono in grado di fare previsioni su un possibile ritorno di questo marchio nel prossimo futuro. Posso però dire senza tema di smentita che da questo dicembre il mercato italiano avrà perso una delle poche voci interessanti. Fino alla fine dell’anno il magazzino della casa editrice rimarrà disponibile per gli acquisti e mi permetto di suggerire di visitare questo link, dove troverete anche qualche parola su questa situazione.

Per chiarezza d’opinione e per rispetto preciso che non sempre mi sono trovato d’accordo con le scelte editoriali della XII; viceversa ne ho sempre apprezzato il ruolo, sia come “palestra” per far emergere nuovi talenti che come ambiente in cui dare spazio a proposte fortemente alternative rispetto ai trend di mercato.

Soldi, carta e bit

Questo è un paese buffo, dove il concetto di passato sembra non riuscire ad attecchire. Ogni volta che si presenta un qualsiasi cambiamento sorgono le stesse resistenze, si esprimono gli stessi argomenti per combattere battaglie di retroguardia totalmente inutili, per lo più basate su preposizioni espresse come assiomi matematici che si vogliono essere indiscutibili.

E’ pienamente comprensibile esprimere dissenso o proporre alternative ma non sarebbe male farlo con qualche argomento logico o almeno dopo aver svolto il minimo sindacale di ricerca. Mi riferisco alla discussione assurda che dura da mesi sull’inesistente guerra tra libri in formato cartaceo versus ebook. Viene teorizzato uno scenario apocalittico che porterebbe alla scomparsa dei supporti cartacei, alla rovina di tutte le librerie, al crollo fragoroso dell’industria editoriale fino alla “sicura” scomparsa della cultura della parola scritta data la “nota” inaffidabilità dei supporti informatici.

La discussione parte quindi da uno scenario di povertà intellettuale sconfortante, probabilmente frutto di quell’istinto per la polemica che affligge gran parte dei nostri connazionali. Verrebbe anche da mettere in stretta relazione i fattori culturali noti, tipo lo scarso livello di istruzione riscontrato ai test rispetto alla media europea e il bassissimo livello di lettori forti certificato più volte dall’ISTAT, con questo continuo vociare sui social network e nella blogosfera.

Vediamo di dare uno sguardo al recente passato, esercizio utile quando si vuole fare analisi su cambiamenti che presentano forti similitudini. Qualche anno fa il mondo della musica commerciale si trovò ad affrontare il primo vero salto tecnologico, ovvero il diffondersi di supporti magnetici a fianco della tradizionale versione su vinile. Ho abbastanza anni da ricordare una serie di polemiche sulla purezza del suono, su come si perdesse una parte dell’esperienza artistica (!) con il passaggio sui compact disc e infine come il suono risultasse non riprodotto correttamento oltre i 20.000 Hz (frequenza peraltro non alla portata della stragrande maggioranza degli esseri umani). Ve lo ricordate?

Dietro queste diatribe c’era una guerra commerciale di grande portata con due multinazionali, Sony e Philips, impegnate a promuovere i propri prodotti per conquistare un mercato dal potenziale economico impressionante. Per chi non lo ricordasse alla fine vinse l’azienda giapponese con i rivali olandesi parzialmente compensati con la cessione e la gestione dei brevetti. Sempre in quegli anni ci fu il conflitto sui formati delle videocassette, VHS versus Betamax, che vide trionfare il formato tecnicamente peggiore per questioni del tutto commerciali.

In tempi più recenti è arrivata la seconda rivoluzione, quella del formato digitale. Nel pieno boom della Rete, la prima vera fase di espansione di internet, la comparsa dei formati alternativi al supporto fisico trovò un’industria del tutto impreparata e la totale inadeguatezza delle norme sui copyright e il commercio elettronico.  Il risultato finale, ormai lo possiamo vedere bene, è che l’industria è stata fortemente ridimensionata nel suo ruolo di gatekeeper del mercato, che gli artisti hanno acquistato un ruolo più importante nelle scelte commerciali e che il segmento retail (i negozi e le catene commerciali) ha pagato il prezzo più alto con la scomparsa di molti punti vendita. L’ultimo sviluppo ha dimostrato come una buona proposta su YouTube, se sostenuta via social network, sia in grado di affermarsi su scala globale scavalcando del tutto qualsiasi forma di intermediario tradizionale.

Si può affermare in sintesi che l’industria musicale dal 1982 al 2012 sia cambiata enormemente. Il mercato è rimasto, muove miliardi di dollari ogni giorno ed è diventato più accessibile. Nel frattempo le nicchie di mercato rimangono e godono di buona salute. C’è chi produce dischi di vinile e chi non ha nessun tipo di supporto fisico, accedono allo stesso mercato e prosperano senza danno alcuno per i clienti. Il pubblico è quello che ha tratto più vantaggio dal cambiamento; i lettori MP3 e i loro successori sono diffusi a basso costo in tutto il mondo e l’offerta per chi accede alla Rete è vastissima, spesso con un buon rapporto tra qualità e prezzo.

L’editoria ricorda da vicino la posizione dell’industria musicale del 1982. E fuori dai nostri angusti confini si sta già adattando da parecchi anni al salto tecnologico dal momento che non ci si può sottrarre a questo tipo di evoluzione.  Quello che cambia non è solo il mezzo che si usa per leggere ma un intero paradigma di mercato.  E’ in discussione il ruolo di gatekeeper degli editori, l’esistenza della filiera di distribuzione, il destino del segmento retail. Esattamente come per il settore della musica. L’affermarsi di player internazionali come Amazon sta costringendo le aziende italiane ad adeguarsi per rimanere presenti sul mercato, ad evolvere il loro modo di fare affari. E’ la stessa cosa, con qualche anno di ritardo.

Nessuno vuole eliminare i libri cartacei, così come nessuno voleva eliminare i dischi in vinile. Continueranno ad esistere, almeno fino a quando non smetteremo di utilizzare la carta per passare a qualcosa di altrettanto duttile (non esistono materiali del genere ad oggi ma c’è chi ci sta lavorando). Il vero problema è nelle abitudini di consumo e la storia recente ci insegna che è questione di pochi anni per avere la transizione che al di là delle Alpi è già avvenuta. Queste forme di resistenza culturale, peraltro immotivate, sono indice di rigidità mentale, di paura del nuovo.

Se davvero ci sono tutti questi difensori del libro-di-carta, come mai i dati dell’ISTAT ci mostrano un calo di lettori? Come mai le librerie sono quasi sempre deserte? Come mai ci sono così poche famiglie che hanno un numero decente di volumi in casa? Dove sono queste torme di appassionati quando vengono presentati i nuovi libri o quando si fanno eventi per promuovere la lettura?

Ragionare sulla fantascienza

Colgo le indicazioni di Davide Mana e Glauco Silvestri a proposito della SF in Italia per proporvi ulteriori riflessioni sulle possibilità di rilanciare questo genere nel nostro paese. In sintesi, Davide indica nella scarsa preparazione scientifica generale una difficoltà per proporre la SF più scientifica, nel senso che molti scrittori non hanno le basi per formulare scenari credibili o proiettare dall’esistente in un modo sensato; Glauco invece indica nella incapacità di suscitare il sense of wonder nei lettori dato il generale clima di depressione e disillusione è più in generale la difficoltà di suscitare nei lettori entusiasmo come c’era in passato per l’esplorazione spaziale.

n.b. la sintesi che ho operato è limitativa, entramb hanno articolato ragionamenti più ampi.

Il quadro che ne emerge non è confortante, specialmente se si intende la SF come space opera, come storie di esplorazione spaziale e/o di futuri fortemente condizionati dallo sviluppo di nuove tecnologie. Già alcuni sottogeneri come il cyberpunk e lo steampunk si sottraggono a una gran parte di questi problemi e il settore ucronico (specialmente nella versione distopica) può già essere considerato a parte. Proprio sulle ucronie è facile ricordare i buoni risultati del concorso indetto da Alessandro Girola lo scorso anno, già questo un indizio di come certi entusiasmi possono essere solo sopiti al momento.

Il clima italico in sé non è proprio favorevole all’ottimismo per i dati che tutti conosciamo. Ma, c’è sempre un ma in agguato, ci sono segni interessanti. La reazione dei nostri compatrioti alle ultime amministrative, i voti ai referendum, i ringhi dalla Rete verso l’AGCOM per me sono indizi di una ritrovata sensibilità popolare, di una voglia di impegnarsi che la parte migliore del nostro paese ha sempre espresso.

Per metterla giù brutale e ritornare all’argomento leggere/scrivere SF, non penso si possa coinvolgere chi di suo non legge in assoluto. Né credo sensato pensare di imporre in qualche modo un genere senza un supporto di marketing da paura. Io vorrei recuperare al genere tutti coloro che si sono allontanati verso altri lidi in questi anni bui e provare a rivolgermi ai giovani lettori, anche per dar loro storie dove i concetti di speranza e progresso siano significativi.

Ricordo con un certo imbarazzo di aver letto i YA di Asimov quando avevo 12-13 anni. La serie di Lucky Starr, tanto per capirci. Erano ingenui da morire, con falle logiche da farci passare un autotreno, ma per me funzionavano. Tutto sta nel raccontare in maniera onesta e nel portare idee che guardino avanti ai lettori. L’ennesimo vampiro in crisi esistenziale / prurito adolescenziale funziona perché permette al lettore o alla lettrice giovane di proiettarsi in problemi che capisce. Lo stesso tipo di cose che si possono inserire in un plot fantascientifico.

Sappiamo tutti di cosa abbiamo paura, cosa ci piace, cosa vorremmo dal nostro presente e dal nostro futuro. Non dobbiamo reinventare la ruota o il fuoco, quello che serve è far tirare su la testa al pubblico perché tornino di nuovo a guardare in alto.

Portatevi i pomodori

Siamo al crepuscolo degli dei e non c’è uno straccio di interprete che abbia studiato la parte. Il direttore d’orchestra si sta picchiando con il primo violino, il regista tira la parrucca allo sceneggiatore e gli attori giocano a tresette sul palco mentre il pubblico esce schifato dal teatro. Di cosa sto parlando? Dell’editoria italiana, giunta ormai alla fase della farsa.

Dopo aver fatto approvare una legge che limita gli sconti applicabili dai rivenditori in chiave anti Amazon, in teoria promulgata per difendere i piccoli librai, dopo aver teorizzato la descrescita felice come cambiamento dopo anni passati a inondare il mercato di titoli dementi, dopo aver affrontato il nuovo mercato degli e-book con uno sfoggio di protezionismo degno degli anni ’20… cosa mancava?

Ovvio, mancava il nuovo manifesto culturale. Prodotto ovviamente dai giovani, dalle nuove leve chiamate a togliere la polvere e il vecchiume imperante. Si fanno chiamare generazione TQ, sta per trenta-quaranta per indicare il range di età di chi vi si riconosce. Il manifesto è nato ieri e il movimento che l’ha prodotto si è già diviso un paio di volte, direi che le basi per un discorso epocale ci sono proprio tutte. Sembra di assitere al ritorno del New Italian Epic, altra idea bellissima di questi anni sciagurati.

Vediamo, quali sarebbero i problemi principali del settore? L’arrivo di Amazon in Italia? Direi di no, me ne vengono in mente alcuni, giusto due cosine per parlare di fronte al caffè.

Punto primo, in Italia si legge poco. Andarsi a leggere i rapporti ISTAT è un viaggio nell’orrore e rapportare le cifre con i nostri partner europei fa rabbrividire. Servirebbe investire nelle biblioteche e nelle scuole ma pare non sia molto interessante per le istituzioni e le case editrici.

Punto secondo, la rete di vendita è compromessa. I librai indipendenti sono in via d’estinzione, le catene monomarca sono spesso gestite da personale non qualificato, la grande distribuzione erode le quote di vendita dei best seller e la distribuzione è in mano a pochi operatori, peraltro controllati in parte o del tutto da case editrici.

Punto terzo, il commercio elettronico è stato ammazzato in culla. La strombazzata apertura di portali e i trust dei piccoli editori hanno portato pochi titoli sul mercato, mostrato una politica dei prezzi assurda e fatto capire chiaramente che le nostre case editrici non solo non sono pronte per fare discorsi seri sull’ediotoria elettronica ma stanno sperando si riveli una moda passeggera.

Punto quarto, il copyright e le sue evoluzioni. La lezione del mercato della musica evidentemente non è stata compresa, né a quanto pare le indicazioni dei mercati evoluti. La titolarità dei diritti per le edizioni elettroniche è tuttora oggetto di dibattito e di contrattazioni a parte in quasi tutto il mondo, qui si pensa di demandare a un ente non legislativo, l’AGCOM, di provvedere in maniera restrittiva.

Potrei aggiungere altro ma ho superatola soglia di attenzione del lettore medio da un pezzo. Vi lascio con una domanda retorica, giusto per il gusto di farlo: secondo voi Amazon troverà un modo per fare i suoi comodi in Italia malgrado questa legge?

Editor e autoproduzioni

Da autore minimo quale sono devo confrontarmi con i miei limiti sotto ogni punto di vista. Non importa quanto possa essere accurato nel documentarmi, quanto tempo dedico alla ricerca o all’approfondimento. Nel momento in cui scelgo di scrivere, di mettere davanti a un pubblico una vicenda so benissimo di andare a sbattere a 200 km/h contro i miei limiti.

Niente di strano, credo che anche gli autori migliori abbiano dei lati oscuri. Non a caso esiste nell’editoria la figura dell’editor.

In pratica però mi trovo a fare i conti con un altro problema. I servizi di un editor professionista, giustamente, hanno un costo. Basso o alto che sia è al di fuori delle mie possibilità di spesa. Ergo, non posso permettermi di usufruire di questo genere di aiuto.

Personalmente distinguo tra due livelli di editing. Uno ‘leggero’ in cui occhi esterni scoprono nel testo tutti gli errori sintattici, grammaticali, lessicali e successivamente indicano i passaggi della trama in cui la vicenda risulta essere meno comprensibile. Il livello ‘pesante’ consiste nel mettere in discussione gli aspetti principali del testo. Come parlano i personaggi, la scansione della trama (plot), gli aspetti tecnici-politici-economici-sociali, il taglio narrativo…

L’autoproduzione implica una sorta di tacito patto tra scrittore e lettore. Io (scrittore) faccio del mio meglio per darti un prodotto scevro da difetti e curato in ogni suo aspetto, tu (lettore) acquisisci (o acquisti) il mio prodotto e mi fai sapere cosa ne pensi (in maniera diretta o tramite siti come Anobii).

Nel patto quindi deve essere compresa almeno una fase di editing esterno.

Chi scrive è troppo vicino al testo, lo ha sviluppato entro i suoi limiti e non è in grado di correggerli. Se non so usare correttamente il congiuntivo mentre scrivo, difficilmente me ne renderò conto nella fase di correzione.

Ho corretto diversi testi nel corso degli anni, rimanendo sempre sul livello leggero descritto in precedenza. Non vi dico, per decenza, come hanno reagito alcuni autori ai miei rilievi. Si va dall’insulto a suggerimenti fantasiosi su come utilizzare parti della mia anatomia. Devo dire in compenso che tutti loro hanno poi applicato quanto suggerito.

Per le mie produzioni ho a disposizione una risorsa fondamentale. La mia Signora. Se poi mi decidessi ad ascoltarla… 🙂

Una parola dai nostri sponsor?

Negli ultimi due anni il dibattito sugli e-book e sul possibile futuro dell’editoria ha prodotto molte idee al di fuori del nostro paese, dai vari formati ai supporti per leggerli e condividerli. Sono tutti scenari in divenire, difficilissimo poter indicare una direzione certa di sviluppo o poter affermare che arriveranno standard condivisi come è successo nella musica per gli MP3 (in seguito MP4).

Un’idea interessante è legata alla diffusione e alla commercializzazione dei testi. Che succederebbe se tutti gli e-book fossero gratis? Quale sarebbe la reazione dei lettori se all’interno ci fossero pubblicità, link sponsorizzati e product placement come avviene nel cinema e nella televisione?

Voi come lettori sareste disposti a scaricare dalla Rete sapendo che all’interno del file ci sono un 5% di pagine pubblicitarie? O che ogni citazione di marche, modelli, luoghi corrisponde a una logica di promozione più o meno nascosta?

In uno scenario del genere come si comporterebbe Amazon? E tutti gli altri siti slegati dalle case editrici?