Solo faccioni?

E’ davvero difficile mantenere un minimo di buone maniere, per non parlare di vero e proprio bon ton, nel corso di una campagna elettorale italiana. Fin dai primi giorni i contenuti, i programmi e le idee scivolano via in un confuso e cacofonico rumore di fondo. Rimangono le facce. Grandi, distorte, rese paradossali dal cerone e dalla chirurgia. Se si abbassa il livello di attenzione tutto si mescola, donne e uomini sempre più distanti dalla realtà si accavallano sui 600 canali televisivi, sui quotidiani e sui siti internet.

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Da questo punto di vista Orwell si sbagliava. Non esiste un grande Fratello, un pensiero unico che tutto divora. Esiste un vuoto di pensiero, creato e mantenuto per mettere la ragione in un angolo e far sembrare tutto uguale, per mettere sullo stesso piano criminali e vittime, buoni amministratori e pluripregiudicati. E’ una strategia di comunicazione degli anni ’80, ripetuta in Italia a partire dal 1993 e che continua a funzionare. Sotto la pressione verbale e visiva di tutto questo insieme di “faccioni” rimangono gli schieramenti, quelli che voteranno quel partito o quel movimento a prescindere da qualsiasi cosa accada e le elezioni verranno decise dal numero degli indecisi che all’ultimo momento si schiererà.

Cinque anni di futuro. Ipotecati per le facce. Senza ragionamento, senza scelte consapevoli. Il mondo va avanti e noi siamo fermi al 1993.

(La foto è di un’opera di Ron Mueck, artista contemporaneo di grande rilievo).

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Una scelta per tutti

Ogni tanto dalla Rete arrivano cose come questa, utili per ridere dietro a questa imitazione di classe dirigente che ci ritroviamo.

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Grazie a Roberto R. che mi ha fornito l’immagine. 🙂

Va anche detto che cose come questa e l’ilarità che suscitano sono il miglior esempio di come una forma di qualunquismo sia diventata trasversale nell’opinione pubblica. Danno non da poco in un paese civile.

Quando comanda il più piccolo

Tra le tante, troppe, anomalie italiane nel campo politico abbiamo la stramba prevalenza dei partiti più piccoli, delle remore che finiscono per dettar rotta agli squali. Nell’Italia repubblicana abbiamo sempre avuto coalizioni di partiti al governo, tratto comune a molte altre democrazie, ma qui da noi i rapporti di forza sono quasi sempre stati anomali.

Ricordate il pentapartito? DC-PSI-PLI-PSDI-PRI, un coacervo di lettere per identificare un partito grosso e quattro partiti minori che avevano come ragione sociale comune il concetto di governo e di spartizione, con l’addendum di tener fuori dalla stanza dei bottoni PCI e MSI (il famoso concetto di “ali estreme” che ci accompagna dagli anni ’70). Ebbene, lo dico per i più giovani, chi comandava nel governo del pentapartito? Tutti tranne la DC. Le bizze dei leader degli altri quattro partiti, che tutti insieme non facevano i consensi della DC, erano la musica su cui si ballava.

Va detto che c’era un certo gradi di compiacimento nella cosa. L’esistenza di una guida come il “manuale Cencelli” che prevedeva fin nei particolari come distribuire posti di governo e sottogoverno a seconda del peso dei partiti della coalizione la dice lunga sulla consuetudine. Non stupisce quindi che in quadro così poco lineare le legislature non arrivassero mai alla loro scadenza naturale e che la maggior parte del tempo fosse dedicato alla “coltivazione” dei propri interessi o di quelli delle lobby.

Un sistema del genere non poteva perpetuarsi in eterno e infatti abbiamo avuto la gioia di assistere al suo crollo sotto il combinato disposto di inchieste giudiziarie e del decadimento della classe dirigente. Peccato che la cosiddetta “seconda repubblica” abbia mostrato lo stesso vizio della “prima” (*) anche in presenzaa di effettive alternanze. Il campo del centro destra è stato fortissimamente condizionato dalla Lega Nord (sia in presenza di Forza Italia ed Allenaza Nazionale e in seguito del Popolo della Libertà) mentre i governi del centro sinistra hanno subito le pressioni di vari partitini, sia di sinistra che di tendenza centrista.

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Il periodo post 1994 ha portato come novità il costante appello al “voto utile”, al concentrare i consensi solo su alcuni partiti per limitare la rappresentanza dei partiti minori e in questo senso la legge elettorale è stata modificata più volte per inserire soglie di sbarramento e favorire il concetto di coalizione. Altro elemento, questo di raccordo tra il prima e il dopo 1994, l’appello a modificare la nostra forma costituzionale per arrivare al concetto di “chi vince prende tutto” che segnerebbe in negativo qualsiasi democrazia occidentale.

Il punto è che nessuna forza politica ha saputo assicurarsi il consenso della maggioranza assoluta dei votanti e questo fatto semplicissimo proprio non riesce a filtrare nelle teste di chi dirige i partiti. Non sono gli elettori che, cattivi e infidi, non capiscono ma sono i partiti (o i movimenti) che non sono in grado di convincere con il loro messaggio politico la popolazione. Avere una maggioranza relativa, anche oltre una barriera importante come il 30%, non è sufficiente per dire di rappresentare la maggioranza degli italiani. Inoltre permane una cosuccia, l’articolo 67 (**) della Costituzione, che permette ad ogni parlamentare piena libertà d’azione e di conseguenza di poter lasciare il partito e il gruppo di appartenenza originale (con cui è stato eletto) per confluire in altre formazioni o fondarne di nuove.

Norme simili all’art.67 esistono anche in altri ordinamenti, così come la pluralità di soggetti politici è un fatto consolidato in tante democrazie. Allora come mai le cose qui vanno diversamente? Come mai il premier inglese Cameron può governare il Regno Unito insieme ai liberali in posizione di forza nella loro alleanza? Come mai la signora Merkel guida il governo federale tedesco sostenendosi su un’allenza tra cristiano democratici e liberali con rapporti di forza chiari e nessun problema di deputati che lasciano le fila dei pariti governativi? Come mai persino in Belgio, dopo un periodo record senza un governo stabile, sono riusciti a trovare un’intesa in grado di mettere d’accordo i partiti a base etnico/linguistica?

Sarebbe facile concludere in maniera populista, accusare l’intera classe dirigente italiana a partire dal 1948 di essere stata incapace di mettere le basi per una vita pubblica adeguata alle esigenze di una nazione moderna. Appunto, troppo facile. Dietro ogni clientela, dietro ogni gaglioffo che si affaccia sui media per le solite storie di corruzione c’è una cerchia di persone. Persone che non vengono elette, che non diventano pubbliche, che alimentano a suon di voti e favori il circolo vizioso per mangiare dalla greppia dello Stato, che vogliono, fortissimamente vogliono, che il sistema rimanga influenzabile e debole. Un numero spropositato di piccole lobby, di amici degli amici degli amici, anelli di una catena lunghissima che ha strangolato l’economia e la politica italiana.

Il nemico siamo noi.  Noi abbiamo rieletto fino alla nausea i nostri rappresentanti. Noi abbiamo sostenuto i partiti o i movimenti, noi abbiamo firmato perché potessero presentarsi alle elezioni, noi abbiamo assistito mugugnando a generazioni intere di favori e particolarismi. Sembra un circolo vizioso, una catena causa-effetto che non è possibile interrompere, vero? Non è del tutto vero. Almeno dal punto di vista dei consensi da quanto si è visto negli ultimi anni. Il numero di coloro che si vogliono astenere è il più alto sempre, almeno a livello tendenziale, così come il novero degli indecisi ha assunto una dimensione inedita per il nostro paese. Infine, i rigori economici che ci ha portato questa crisi sembrano aver attizzato un astio sempre presente nella società italiana che potrebbe, sottolineo potrebbe, forzare qualche cambiamento.

Tutto questo però si scontra con quello che abbiamo appena avuto modo di verificare, il cumulo di apparentamenti che va a sostegno del PdL o del PD. Partitini o movimenti più o meno piccoli, più o meno rissosi, più o meno infestati di riciclati dell’ultima ora che si accodano ai pesci più grossi per cercarsi uno strapuntino nel carrozzone. Più di 200 simboli presentati al Ministero dell’Interno sono un segnale eclatante di come non si voglia neppure prendere in considerazione l’idea di cambiare registro.

Quindi tocca a noi. Come al solito. Con le risate dei nostri alleati europei a fare da sottofondo a quel carnevale sciancato che chiamiamo elezioni.

(*) la distinzione tra prima o seconda repubblica è del tutto arbitraria in assenza di un cambio reale a livello costituzionale. Malgrado vari tentativi di riforme le istituzioni sono del tutto simili.

(**) che recita “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

Le accuse ad Ingroia

Si è fatto un gran parlare a proposito della candidatura alle prossime elezioni politiche di Antonio Ingroia, magistrato ora in aspettativa dopo essere stato protagonista di alcune tra le inchieste più scottanti degli ultimi anni. In pratica lo hanno accusato prima di fare politica mentre era in forza attiva alla Magistratura, poi di essersi fatto scudo della sua notorietà per promuoversi, infine lo hanno additato come un esempio di come “le toghe rosse” mischino pratica giudiziaria con azioni mirate a colpire avversari politici.

Dopo tanto ciarpame sui media, guarda caso con fonti estremamente vicine al centro destra, andrebbe fatto un minimo di chiarezza. Ingroia non è un santo, né pretende di esserlo.  Come tutti i magistrati ha sempre fatto parte dell’elettorato attivo (cioè chi vota) e ha mantenuto i suoi pieni diritti civili, ergo ha potuto formarsi opinioni politiche ed esprimerle ove lo ritenesse opportuno. E’ falso sostenere che i magistrati non possano avere opinioni politiche mentre rimane criticabile che lascino che queste ultime interferiscano con il loro lavoro.

Sono cose di un’ovvietà sconcertante da scrivere ma in questo paese dove si stanno dicendo bugie allucinanti da decenni tocca pure fare questo, ribadire l’ovvio per ristabilire le minime coordinate di un dialogo civile. Al di fuori delle nostre frontiere simili discussioni sarebbero bollate come idiozie prive del minimo interesse dal momento che i pilastri fondamentali delle istituzioni non vengono mai messi in discussione com’è accaduto in Italia. Tornando all’argomento, la parabola di Ingroia dal punto di vista professionale è delle più luminose.  Già membro del pool antimafia voluto da Falcone e Borsellino, poi sostituto procuratore con Caselli, dal 1987 al 2012 si è occupato di una serie di inchieste (con i processi a seguito) pesantissime, condotte quasi sempre in mezzo a difficoltà di ogni genere.

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Ingroia è diventato scomodo nel momento in cui nelle sue inchieste ha cominciato ad esplorare le connessioni tra politica e crimine organizzato, tra apparati dello Stato ed elementi del sottobosco criminale. E’ la stessa strada che è costata la vita a tanti magistrati, il percorso che svelerebbe se e come lo Stato sia mai venuto a patti con i capi delle famiglie mafiose. Non soprende che rappresenti un nervo scoperto per la classe dirigente, sia in Sicilia che in tutto il resto d’Italia. Se poi si aggiunge che, come tanti altri colleghi meno noti, si è speso molto per difendere l’impianto della nostra Costituzione dai progetti di riforma avanzati dal centro destra nelle ultime legislature ecco che emerge con chiarezza come mai venga visto come un avversario pericoloso sul piano politico.

Da magistrato è poi stato collocato “fuori ruolo” per prendere parte a un programma ONU in Guatemala, nel quadro di iniziative internazionali per il contrasto ai cartelli del crimine organizzato.  L’accettazione di questo incarico è stata vissuta come una sorta di fuga dalla procura di Palermo da alcuni, altri vi hanno visto un modo per sottrarsi al peso di uno scontro con le istituzioni dopo la polemica con il Quirinale per il possibile utilizzo di intercettazioni telefoniche che vedevano tra gli altri impegnato il Presidente Napolitano, infine c’è chi ha teorizzato una sorta di compensazione, nel senso di dare un incarico prestigioso a un personaggio scomodo per impedirgli di continuare il suo lavoro.

Le ipotesi sopra riportate sono qualcosa di allucinante dal mio punto di vista. Un incarico come quello citato non è nelle possibilità di scelta del singolo magistrato o nella disponibilità di qualche funzionario ministeriale. Si tratta di incarichi a chiamata, dove il singolo magistrato o investigatore viene richiesto al paese d’origine da una commissione ONU ed è la persona coinvolta che decide se partecipare o meno all’iniziativa con il permesso dell’ente (o degli enti) per cui lavora. Vedere complotti anche dietro a queste cose è a dir poco patetico, almeno lasciamo l’ONU fuori dalle piccolezze del nostro paese.

Ingroia ha poi deciso di abbandonare l’incarico in questione dopo pochi mesi, mossa che ho trovato molto discutibile. Una volta che si decide di passare due anni sotto mandato ONU, salvo ovviamente gravi problemi personali, si deve portare a termine l’incarico dal momento che ne va non solo della propria reputazione ma tira in ballo anche quella nazionale (specialmente in anni come questi dove il prestigio italiano è ai minimi storici). Ha motivato la cosa per il momento politico nazionale, per la necessità di dar voce insieme agli altri componenti della sua lista a larghe parti della società e per sostenere una serie di punti (evidenziati in un manifesto, disponibile qui) che ritiene essere focali per la prossima legislatura. Ribadisco che Ingroia ha ogni diritto di impegnarsi, di fare cioè parte dell’elettorato passivo oltre che di quello attivo. Stride a mio parere l’opportunità, sempre riferita all’incarico ONU.

Rimane una questione di fondo, ovvero se davvero sia necessario perseguire una frammentazione dell’offerta politica in questo momento storico e se queste istanze, legittime, non potevano trovare posto in altri contesti già esistenti.  Domanda che visto il proliferare di partiti e movimenti della cosiddetta “seconda repubblica” pare non aver trovato una risposta adeguata.

Un passo dopo le primarie

La vicenda delle primarie del centro sinistra di quest’anno si presta a molte interpretazioni, al di là di quello che scopriremo essere il risultato finale del ballottaggio di domenica prossima. Ci sono più fattori da tenere in considerazione, sia per quanto riguarda l’immediato che per gli scenari che si configurano per l’anno prossimo. In pratica non vanno a scontrarsi solo due modi diversi di intendere la politica ma anche modalità diverse di progettare il futuro del PD e, per suo tramite, del centro sinistra.

Pierluigi Bersani ha spiegato la settimana scorsa che non intende ricandidarsi come segretario del PD al prossimo congresso. Probabilmente perché intende scindere il suo prossimo, auspicato, ruolo come presidente del consiglio rispetto alla sua attuale funzione di segretario di un partito. Questo comporta due conseguenze: la prima è che si sono aperti i giochi per la sua successione, la seconda è che il prossimo segretario (uso il genere maschile per comodità, non perché auspichi l’esclusione di candidate) dovrà confrontarsi con un PD e un centro sinistra di governo, con l’obbligo di tenere il fronte con la CGIL.

La successione di Bersani avverrà in un quadro inedito. Gran parte della vecchia guardia si è tirata fuori dalle prossime elezioni (Fassino, Veltroni, D’Alema, Melandri), altri sono troppo marginali per poter concorrere (da Marini a Scalfarotto, passando per Fioroni e Ichino), altri papabili sono meno credibili di qualche anno fa (Bindi, Letta) o sono comunque in lista per essere cooptati in un governo di centro sinistra (Fassina, Marino). A un osservatore esterno come posso essere io questa sembra essere una situazione propizia per una mossa efficace da parte di Matteo Renzi.

Il congresso verrà tenuto nel 2013, con ogni probabilità dopo le elezioni politiche di marzo/aprile. Dopo lo sforzo della campagna elettorale, che fin da ora si intuisce piuttosto dura, non sarà una cosa da poco gestire anche la stagione congressuale. Se come sembra probabile Renzi perderà le primarie e rimarrà fuori dalle cariche governative e/o dalle candidature al Parlamento sembra logico presumere che la mobilitazione che ha sostenuto il sindaco di Firenze in questa campagna possa trovare una buona efficacia anche all’interno del PD per il congresso. Da segretario durante un’esperienza di governo del centro sinistra Renzi si troverebbe in una posizione tale da essere condizionante per l’intera legislatura.

Visto che larga parte della dirigenza del PD non vede assolutamente di buon occhio uno scenario come questo con ogni probabilità cercheranno di cooptare Renzi in Parlamento; è verosimile che gli venga proposto in un’ottica di gruppo, del tipo: se vieni a Roma ti facciamo portare un gruppetto dei tuoi, altrimenti si fa tabula rasa sia a Roma che nelle regioni. Piazzare Renzi a Roma comporterebbe fargli anche lasciare la carica di sindaco, chiedere a Manciulli (potente segretario del PD toscano) di trovare una valida alternativa per stroncarne il ruolo locale. Una volta a Roma il potenziale mediatico di Renzi finirebbe per essere annacquato dalle vicende nazionali, il che consentirebbe di metterlo a margine del partito.

Dal canto suo Renzi sa benissimo che in queste primarie si è giocato molto del suo futuro. E’ diventato un personaggio mediatico, ha acquisito un ruolo che prima non aveva, si è messo in mostra come soggetto che esce dai confini del PD e del centro sinistra per attirare su di sé una parte rilevante dei tanti scontenti che sono stati irrimediabilmente delusi dai partiti in questi anni. E’ un capitale notevole, frutto di un investimento altrettanto importante, ma non ha una durata indefinita. Se non vuole diventare una macchietta e finire nel dimenticatoio, Renzi deve pensare alla prossima mossa.

Firenze gli va stretta, questo si sa. La regione Toscana fino a quando l’attuale governatore Ernesto Rossi non vorrà fare un passo indietro o andare a Roma non è facilmente contendibile. Comunque sia anche una regione importante non è un palcoscenico nazionale. Andare in Parlamento da semplice deputato rischia di essere un vicolo cieco e nel governo non avrebbe grandi sbocchi, non con Bersani presidente del consiglio. Uno strapuntino da sottosegretario per lui sarebbe un ruolo troppo dimesso. Questo lascia due possibilità, entrambe di spessore. La prima è contendere il posto di segretario del PD all’attuale dirigenza, con grosse possibilità di farcela. La seconda, già suggerita dai media, è quella di mettersi in proprio e fondare un altro partito con tutti i rischi del caso (vedi l’API di Rutelli o FLI di Fini, cose che contano pochissimo). Avendo alle spalle ampi mezzi finanziari e un ottimo rapporto con i media Renzi può scegliere ma dovrà farlo in tempi stretti, al massimo entro i primi mesi del 2013.

Messaggio dalla Sicilia

Guardando i risultati del voto regionale siciliano, al netto delle possibili alleanze successive, appare chiaro che le premesse evidenziate negli ultimi mesi dai sondaggi si sono rivelate solo parzialmente vere. Ne deriva un quadro ancora più incerto, non solo in chiave locale, con il grosso quesito dell’effettiva governabilità.

Il punto focale è il crollo della percentuale dei votanti. Per quanto fosse stato anticipato e atteso, vedere che si è passati dal 66.68% del 2008 al 47.42% di quest’anno mette i brividi. A parte scendere sotto la quota psicologica del 50% questo dato conferma in maniera inequivocabile il distacco della popolazione dal concetto di voto. Che questo avvenga per disaffezione, protesta, delusione o altre ragioni rimane comunque un segnale, un’indicazione di non affidabilità data alla democrazia.

E’ vero che la Sicilia viene da anni interi di scandali locali, che ormai le figure credibili sul piano politico si sono ridotte di numero fino a temerne l’estinzione e che tutti i partiti e i movimenti hanno spinto moltissimo sui fattori più populisti. Tuttavia, vedere circa 20 punti percentuali in meno di votanti non può essere imputato solo ad aver votato solo di domenica (nelle consultazioni 2008 si era votato anche il lunedì dalle 8 alle 15). Altrettanto vero è che in altri paesi vota meno della maggioranza degli aventi diritto senza che si gridi allo scandalo.

Non posso fare a meno però di sottolineare il cambiamento, reale e pericoloso al di là di chi poi governi la Sicilia dopo lo scrutinio elettorale. Per le prossime elezioni regionali in Lazio e in Lombardia, per le politiche del 2013, questo è un campanello d’allarme abnorme. Dato il quadro generale si rischia di far pesare ancora di più i pacchetti di voti “pilotati”, così come viene da pensare che il clima di scontro nel campo del centro destra sia solo in parte compensato da voti “di protesta” verso altri partiti / movimenti. Il campo dei delusi dei vari partiti si è allargato a dismisura, così come si sta approfondendo il solco tra i più giovani e la scena politica.

Su tutti i fronti, regionali e nazionali, si va verso una stagione di cambiamenti e di riforme obbligate, cose che con ogni probabilità provocheranno altri scontri sociali e andranno ad incidere in maniera pesantissima sulle classi sociali più basse. Sono scenari da populismo estremo in Italia, basterebbe ricordarsi un po’ di storia del ‘900 per pensarci. In questa stagione il nuovo ago della bilancia potrebbe essere il Movimento Cinque Stelle, forte di una base di consensi che nella fase attuale può significare la differenza tra una legislatura efficace o il ritorno a governi “tecnici”.

Non ricordo nella storia repubblicana altre fasi in cui sia nel campo conservatore che in quello progressista ci fosse altrettanta confusione, né mi sovvengono altri momenti in cui l’assenza di leadership fosse così forte. Con gli speculatori alle porte e una serie notevole di problemi da risolvere ci sarebbe bisogno di uno spirito diverso, sia da parte degli elettori che da quella della classe dirigente, cosa di cui al momento non vedo traccia. Vent’anni passati a scavare solchi sempre più profondi non sono passati invano.