Open letter to Mr.Stiglitz

stiglitz

Dear Sir,
I’m an Italian citizen with some understanding about what’s going on in my country. This post is an open letter to you and to the people at Business Insider. I have just read this article (LINK), where my country is poised as the next big threat to Eurozone and to the sheer existence of the Euro currency.

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Money and Lies

You have heard of the confrontation running between Greece and EU about economic matters and maybe you’re waiting for the results of today’s referendum to know if a tiny country will refuse or not to find another economic agreement with the so-called “troika” (that’s ECB, EU and IMF).

The best thing of all this noise is about the time dedicated by media on this kind of problems. Maybe, just maybe, more and more people will start to understand to monumental mass of lies that goes around modern-day economics, starting with the money itself.

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The Cyprus bailout

At the very last moment a plan has been approved in order to save Cyprus from bankrupcy. Why am I not surprised? A few days ago I write another about this situation, the basic idea was to stigmatize that ten billion Euro are small money if we consider the hundreds of billions (or maybe the thousands) Euro already used to save other countries and/or their major banks.

cyprus-map

Cyprus is not the real problem about Eurozone, nor it’s the worst place to consider when it comes to bad finance all aroud Europe. What is Cyprus today? A symbol. It’s a slap in the face of russian oligarchs, who used for years this small island to practice money laundering on a massive scale. It’s a slap in the face of a number of financial operators who used the fiscal laws of Cyprus to pay the lowest tax cut possible in Europe. It’s a warning, a strong one, to Malta (and thru Malta to the UK).

What Cyprus is today it’s a warning to all of us european citizens. The decision to drag a percentile of bank deposits, no matter how much, it’s not only a financial measure made by a scared government but the demonstration that under the combinate pressure of ECB, IMF and WB there are very few chances to escape their decisions. In Italy we already experienced such a fate, back in the ’90s. In order to get enough money to pay the interests on our national debt the government got a small cut, 6 part on one thousand, from every bank account.

So, what about tomorrow? What France will do later this year when the pressure of foreign investors will try to crush its economy? What Slovenia will do next month to lift the pressure of a compromised economy?

Seguire i pifferai

Il perdurare dello stato di  crisi sta facendo emergere il peggio della demagogia, sia in Italia che nel resto d’Europa. Facile giocare sulla paura del futuro, ancora più facile dipingere il passato pre Euro come la terra del bengodi e propugnare come la soluzione di tutti i mali l’uscita dalla valuta comune per tornare alle valute nazionali.

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Uscire dalle macerie

Cosa si fa quando crolla un modello socio-economico? Come si reagisce a un cambio di paradigma in grado di condizionare l’economia mondiale? A mia memoria, correggetemi se sbaglio, non è mai accaduto che un modello sistemico arrivasse ai suoi limiti come sta accadendo negli ultimi anni.

A partire dal 2008, con l’inizio della presente crisi economica mondiale, abbiamo visto sbriciolarsi tutte le certezze, i pochi capisaldi su cui si ancorano le convenzioni che regolano i mercati internazionali. Se poteva essere prevedibile un downgrade del rating sul debito americano dato l’enorme deficit e il costo di due guerre disastrose, se si poteva indicare all’interno dell’area euro un insieme di paesi deboli per ragioni strutturali e infine se poteva essere messa in conto una maggiore instabilità politica nell’area del Medio Oriente, nessuno comunque aveva previsto uno scenario in cui si verificassero tutte queste cose contemporaneamente. Per tacere del Giappone, colpito al cuore dal disastro combinato di un terremoto, di uno tsunami e della contaminazione nucleare.

Per essere chiari, se il sistema euro crolla tutto quello che abbiamo visto fino ad ora della crisi economica diventerà una sorta di antipasto. Non esistono aree economiche che possano dirsi al sicuro da un impatto del genere. Se l’euro svanisce il sistema di interscambio commerciale e valutario di questo pianeta salta per aria data l’importanza che ha assunto questa valuta e il peso delle economie che vi si riconoscono.

I metodi tradizionali applicati dalla BCE, le misure contenute nei programmi dell’FMI o le teorie degli economisti si stanno dimostrando non in grado di far fronte alla crisi e pensare di scaricare tutto il peso del fallimento sulle classi meno abbienti ha effetti devastanti sul quadro sociale.  A differenza degli anni ’70 del secolo scorso questa volta non ci saranno i partiti di sinistra e/o i sindacati a contenere lo scontento popolare, potremmo assistere a veri e propri crolli istituzionali in mezza Europa. C’è qualcuno che pensa di poterselo permettere?

L’unica leva utilizzabile è quella del debito pubblico. Non però nel senso di espandere i deficit senza controllo o di ammettere indiscriminatamente i default nazionali. Significherebbe distruggere il sistema bancario, altra cosa che non possiamo permetterci. Come già esposto nell’articolo precedente si può decidere di abbassare in maniera concorde questa massa di denaro virtuale alleggerendo la pressione che insiste sui bilanci nazionali senza depauperare in maniera insostenibile le banche che possiedono la gran parte di questi titoli.

Tagliare una quota del 5% conviene a tutti. Anche ai paesi più virtuosi. L’alternativa tra cui scegliere è tra avere una montagna di crediti inesigibili e una massa sempre molto grande di denaro concreto. Ci vorrebbe un accordo internazionale, una seconda Bretton Woods, per mettere a confronto le banche centrali dei paesi parte del G20 (le sole in grado di agire in maniera incisiva).

Meno debito uguale meno interessi. Meno debito uguale meno emissioni di titoli. Meno debito uguale fare abbassare il ricorso ai CDS. Meno debito uguale tagliare gli artigli agli speculatori.

Siamo al momento delle proposte e non a quello dei lamenti. Questo potrebbe essere un uovo di Colombo in grado di riportare la gestione dell’economia entro binari accettabili.

Buttare la Grecia ai lupi

Non possiamo buttare la Grecia ai lupi, la sbraneranno!

La slitta è troppo carica, i cavalli sono stanchi. Se non la buttiamo i lupi ci raggiungeranno e ci divoreranno!

Ma è una di noi, esistiamo perché siamo tutti insieme!

Balle, noi vogliamo salvarci, buttiamola! Sono solo undici milioni di persone, che contano di fronte a mezzo miliardo di cittadini europei?

Devo continuare? Questa parziale riscrittura in salsa economica di un classico della narrativa è una buona metafora di come stanno andando le cose. A parole nessuno vuol far fuori la Grecia, nei fatti si stanno preparando al disastro e pazienza per undici milioni di persone lasciate nel guano. È una storia già vista molte volte negli ultimi anni, basterebbe pensare all’Argentina per avere un ricordo molto vicino alle tasche dei risparmiatori italiani.

Peccato che il giochino di abbandonare un paese alle fauci dell’FMI e della Banca Mondiale questa volta non può funzionare. No, non è questione di bontà d’animo ma di effetto domino e del prezzo che un sistema economico in crisi non può permettersi di pagare. Se la Grecia smette di pagare il suo debito pubblico le banche che possiedono i suoi titoli si trovano con un bel po’ di carta straccia e un buco nei bilanci difficilissimo da colmare. È già successo in parte con l’Islanda e l’Irlanda, ve lo ricordate?

I miliardi di euro evaporati con l’Islanda erano in gran parte in pancia a banche inglesi e olandesi, quelli scomparsi con il debito irlandese in mano sempre agli inglesi e a banche tedesche. I debiti greci sono per una quota importante in mano ad istituti francesi e tedeschi.

Domanda: che succede a Francia e Germania se le maggiori banche del paese falliscono?

Risposta: non possono permetterlo, altrimenti saltano le rispettive economie nazionali.

Un discorso del tutto simile vale per il Portogallo, altra economia a rischio crollo. Il tutto peggiora in maniera esponenziale quando si arriva a considerare Spagna e Italia data la maggior mole in termini assoluti di debito pubblico e conseguente esposizione dei maggiori istituti di credito. La frase idiota ‘too big to fail’ a questo punto non si applica più all’economia di una nazione ma a quella mondiale. Se cascano giù i paesi deboli dell’euro dalla slitta i lupi si mangiano il mondo intero, roba da far sembrare la crisi del 2008 un girotondo. Si aprirebbe un baratro tale da ingoiarsi anche le floride economie dei BRIC e degli altri paesi emergenti.

In un certo senso la Grecia è la linea del Piave. Tocca tenerla anche a costo di sacrifici di portata continentale. A meno che… non ci si inventi qualcosa, in fretta, per rimettere in sesto un sistema che si è rivelato insostenibile.  Se si tiene presente che la massa monetaria che c’è in giro è per il 75% virtuale credo non sia peregrino ipotizzare un accordo internazionale, stipulato tra stati e non tra entità finanziarie, per eliminare una parte del debito degli stati.

Già togliere dalla massa il 5% del carico dei titoli di stato, di tutti gli stati, costituirebbe una drastica riduzione del problema e una severa lezione a tutte quelle entità economiche, spesso sovranazionali, che hanno generato gran parte del problema finanziario nel sistema delle borse. La cosa più importante sono i cittadini dei vari stati e non il rendimento sui mercati di questi operatori.

Per fare un esempio l’Italia passerebbe da 1900 miliardi di euro a 1805 (95 miliardi di meno). Il che significa pagare molti meno interessi sul debito, il che grava meno sul bilancio dello Stato e libera risorse preziose per lo sviluppo. Il tutto a spese di operatori finanziari, hedge fund e speculatori di vario genere.