Le nubi francesi

Seguendo il risultato del primo turno delle elezioni presidenziali francesi, domenica 22, mi sono trovato con uno strano senso di vuoto, la sensazione precisa di aver visto formarsi una crepa sulla cartina politica europea. Non sto parlando della vittoria parziale di Hollande ma di quello che le sta intorno.

La candidata di destra è arrivata al 18% dei voti. Poco meno di un francese su cinque, con un dato complessivo dei votanti in calo rispetto alle elezioni precedenti ma non di molto. Stracciato il record precedente del 16.5%, che mandò al ballotaggio il padre qualche anno fa. Solo voto di protesta?

Il candidato della sinistra e quella dei verdi entrambi sotto il previsto, segno che l’appello per il voto utile (questa l’ho già sentita) ha drenato una parte dei loro consensi. Anche i candidati centristi hanno raccolto meno delle aspettative, conferma che il bipolarismo francese funziona anche in tempi di crisi.

Questo non fa stare tranquillo Hollande che meno di tre punti percentuali di vantaggio su Sarkozy. I sondaggi lo danno vincente al secondo turno ma con un margine troppo basso per ritenersi già all’Eliseo. Il punto diventa rincorrere i voti dei centristi, sfuggenti come salamandre, o fare appello agli estremi dello schieramento politico e qui c’è il brutto.

Leggendo i programmi di Hollande e Sarkozy e ripercorrendo per sommi capi i temi degli ultimi discorsi vedo che manca qualcosa all’appello, qualcosa che vada oltre il fare fronte alla situazione attuale. Salvo accenni generici non c’è un’idea della Francia che vada oltre il 2012-2013, nessuna visione di programmi per un futuro possibile dei nostri cugini d’oltralpe.

E’ qui la crepa, la sensazione di vuoto. Non è possibile che solo il FN proponga un programma che guarda oltre i 24 mesi. Senza un progetto, una visione politica ed economica, un impegno sociale fattibile sia Hollande che Sarkozy sono condannati a rimanere in balia dei mercati o di enti esterni come la BCE o l’FMI.

Guardare a queste elezioni come fa Bersani, con la speranza che facciano da traino per il centro sinistra in Italia è qualcosa di lunare, al limite delle fantasie adolescenziali. Di certo c’è che da qui a  quindici giorni, per il secondo turno, assisteremo a uno scontro aspro tra candidati deboli che cercano di spremere voti, l’esatto contrario di chi dovrebbe dopo andare a sfidare l’egemonia tedesca.

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Top5 – Italia 2022

OK, è ufficiale. Il meme delle top5 ha generato un altro meme, dritto dalla penna di Davide Mana. Immaginare cinque (facciamo sei, dai!) scenari per il 2022. Herr doktor l’aveva pensato per i singoli, poi Alessandro Girola mi ha sfidato a portare la situazione sull’intero paese.

Il meme nasce qui.

Quindi tocca aprire la mente e portare avanti il calendario. Ladies and gentlemen, here we go.

Scenario uno, 2022 benvenuti nel terzo mondo.

Probabilità: bassa.

Alla fine non ce l’abbiamo fatta. il ceto politico-gerontologico e le sue clientele hanno concluso la loro brillante missione di disfacimento di un paese e siamo finiti per terra. il brutto è che la nostra caduta ha travolto prima l’euro e poi il resto dell’economia mondiale, causando una recessione che fa impallidire qualsiasi precedente conosciuto. Il nome “Italia” è diventato sinonimo di fallimento e la diaspora dei nostri connazionali ha sorpassato quella di inizio ‘900. In compenso siamo diventati un narcostato, una via di mezza tra un paradiso fiscale e una zona di industrializzazione senza regole. Siamo messi peggio del Messico del 2012, tanto per capirci. Chi poteva se ne è andato da un pezzo, gli altri cercano un angolo pacifico in cui tirare avanti.

Scenario due, 2022 benvenuti nel nulla.

Probabilità: bassa.

Ancora una volta Tomasi di Lampedusa ha avuto ragione. Sono cambiate le sigle dei partiti, sperimentate tre leggi elettorali diverse e mescolate le carte più volte negli enti statali e nelle poche aziende ancora rilevanti del paese. Il tutto per continuare a vedere le stesse facce, salvo alcuni decessi intervenuti nel frattempo. La pressione fiscale aumenta lentamente, le norme diventano sempre più bizantine e la coda nei tribunali sempre più lunga. Abbiamo vinto i mondiali di calcio un’altra volta e il consumo di derivati della cocaina è trasversale all’intero spettro sociale. Siamo saldamente ancorati alle posizioni basse di tutte le classifiche per istruzione, libertà di stampa e facilità di fare impresa. Il metodo Marchionne sta facendo presa in tutte le grandi aziende.

Scenario tre, 2022 in medio stat virtus.

Probabilità: media.

Eppur si muove, frase apocrifa attribuita a Galilei, descrive bene il paese. Ogni anno i dati di evasione e elusione fiscale calano, un poco alla volta. Ogni anno sale leggermente il numero degli occupati e le differenze di retribuzione uomo/donna si stanno appiattendo. Cresciamo poco ma abbiamo cessato di essere il fanalino di coda dell’Unione Europea, il cambio generazionale sta facendo riprendere quota al concetto di “civismo”. Rimane pressoché sconosciuto il concetto di riforme, in pratica i cambiamenti arrivano dall’adeguamento delle norme e ai trattati europei.

Scenario quattro, 2022 l’alternativa siamo noi.

Probabilità: media.

Ci abbiamo messo tanto ma alla fine abbiamo capito. Prendendo le mosse dal’ennesima serie di scandali abbiamo svecchiato in maniera pesante la classe dirigente e avviato un meccanismo a valanga che ha finito per trascinare verso il dimenticatoio una generazione di boiardi di stato. Il servizio pubblico RAI è diventato un caposaldo della scena culturale italiana e dopo essere stato sottratto alla mano politica ha finito per generare anche profitti. Un lento processo di aggregazioni sta riducendo il nanismo imprenditoriale, spinto finalmente da una politica nazionale che vincola gli investimenti e le commesse di stato ai cambiamenti della cultura aziendale. La precarietà estesa è stata progressivamente portata al livelo medio europeo grazie al semplice espediente di far costare un’ora di lavoro precario più di un’ora di lavoro a contratto stabile. Il nostro ruolo naturale di ponte nel Mediterraneo ci sta facendo giocare un ruolo da protagonista nella creazione della zona economica nordafricana.

Scenario cinque, 2022 un posto in prima fila.

Probabilità: bassa.

Alla fine qualcuno ha fatto i conti. 120 (evasione) + 60 (corruzione) + 200 (crimine) fanno 380 miliardi di euro all’anno, cifre del 2012, che distruggono il bilancio nazionale. In dieci anni si è fatta una battaglia spietata, tutta sulla cultura, per arrivare a stroncare le pastoie che avevano affossato l’Italia in passato. Questo ha portato ad emarginare dal tessuto sociale, a tutti i livelli, chi non rispettava le più elementari regole di convivenza sociale (come pagare le tasse, per esempio). Proprio dalla cultura e dall’arte, dal paesaggio e dalla bellezza, si è ripartiti per avere le risorse necessarie per modernizzare finalmente il funzionamento dello Stato. Dopo aver rottamato le idiozie celtiche della Lega il concetto di autonomia si è spostato sulle piccole comunità, ovvero sulla gran parte degli 8200 comuni italiani, dove portare il focus sulla microgenerazione e il totale superamento del digital divide ha consentito la nascita di migliaia di progetti innovativi.

A questo punto dovrei aver finito, giusto? E’ una top5 e le cinque posizioni le dovreste avere lette. Invece no, c’è il sesto scenario giusto per stare nelle regole del meme.

Scenario sei, 2022 ad astra!

Probabilità: minima.

Rotto l’argine del cambio generazionale e adottata come regola base l’assoluta assenza di conflitti di interesse pena l’azzeramento dei consigli di amministrazione l’Italia si è trovata nella solita necessità di crescere senza avere grandi risorse economiche o materie prime da sfruttare. Abbiamo aperto le porte al settore della ricerca medica e farmaceutica, prendendo nel nostro paese tutte le produzioni a basso costo destinate all’oblio dalle multinazionali e abbracciando la causa delle malattie rare. La direzione è quella dei nostri punti forti, etici o no che siano. Patrimonio artistico, protezione del territorio, agricoltura a impatto zero, microgenerazioni energetiche, riciclaggio e riutilizzo, azzeramento del digital divide, progettazione e realizzazione di armamenti, robotica, bioingegneria e biotecnologie.

Non siamo proprio stati dei bravi bambini. La cyberwar che abbiamo scatenato contro tutti i paradisi fiscali ha lasciato parecchi strascichi, in particolare con la Svizzera. In compenso le liste di evasori che abbiamo distribuito per il mondo hanno causato una strage fiscale mai vista prima. San Marino è praticamente fallita dal punto di vista bancario e lo IOR è stato messo sotto accusa da mezzo mondo. Siamo entrati in urto anche con il nostro alleato più ingombrante, gli USA. Accogliere la Turchia nelle UE, processo che abbiamo facilitato al massimo, non è piaciuto a Washington ma non è nulla di fronte al processo di aggregazione economica che stiamo favorendo dal Marocco al Libano. Dopo l’euro vedere nascere il dirham transnazionale, con ampia possibilità di espandersi a tutto il Medio Oriente, ha fatto scattare le sirene di allarme di tutte le super potenze.

Mettere le cose a posto

Il perdurante stato di crisi economica sta avendo effetti curiosi su molte persone. Il continuo bombardamento mediatico di notizie preoccupanti, di segni meno nei listini di Borsa e di peggioramento del quadro macroeconomico sta anestetizzando una parte rilevante dei nostri concittadini, quasi una reazione di rifiuto di un problema troppo grande da accettare o di un voler mettere il presente nella categoria ‘incubi in attesa di un mattino radioso’.

Mi dispiace dirlo ma questo è l’atteggiamento peggiore possibile. La realtà può non piacere ma non è modificabile chiudendo gli occhi o prendendo tranquillanti, associando a quei farmaci anche le forme più dementi di intrattenimento televisivo.

Tempo fa avevo sostenuto, con un modicum di cattivo gusto, che la crisi sia anche un veicolo di opportunità per cambiare le cose o per provare nuove direzioni del proprio sviluppo economico/sociale. So bene che moltissimi hanno già fatto tutto quello che potevano per sistemarsi al meglio ma trovo comunque utile offrire qualche spunto di azione/riflessione.

Se è vero che ognuno di noi è troppo piccolo per influire in maniera significativa nel quadro generale questo però non implica di non poter fare nulla per se stessi o per chi ci sta vicino. Dal micro al macro si passa quando una massa critica di persone cambia un corso di azione e penso sia intuitivo che ogni persona possa dare un suo contributo.

Se appartenete alla fascia di popolazione che non è stata pesantemente colpita dalla crisi economica potreste trovarvi con un gruzzoletto da investire e di questi tempi pare di essere nella posizione di un ciuffo d’erba in mezzo a una mandria di mucche affamate. Metterli nel materasso o in una più prosaica cassaforte non serve a molto, personalmente consiglio due possibilità. La prima è molto difensiva, compratevi titoli di Stato italiani al miglior rendimento possibile (attualmente sono ancora molto interessanti), la seconda richiede decisamente più coraggio: investite nell’economia reale.

Con la difficoltà di reperire capitali nel mercato bancario sono diventate interessanti le quote di aziende sane, spesso con profili di crescita anticiclici. Acquisire oggi il 5-10% di una buona azienda costa molto meno di dodici mesi fa e potrebbe rappresentare il migliore investimento della vostra vita. Il difficile è informarsi in maniera adeguata e scegliere di conseguenza. Evitate come il fuoco amici&parenti, diffidate al massimo delle banche. L’unico modo serio di farlo è investigare di persona e non aver paura nel prendere appuntamento direttamente con i proprietari.

Se siete nella terra di mezzo della classe media, coloro che non hanno granché da spendere ma cominciano a temere di dover fare dei passi indietro, vi consiglio di procedere a una massiccia spending rewiev. Sì, la stessa strategia che dovrebbe intraprendere l’attuale governo, applicata però al vostro bilancio personale/familiare. Ci vuole pazienza e tempo ma può dare risultati interessanti. Costruitevi un foglio di calcolo e inseriteci TUTTE le voci di entrata e uscita. Consiglio di dividere le uscite per settori (trasporti, utenze, alimentari ecc.) e in generale di differenziare i costi annuali (o comunque scadenzati, come i mutui) da quelli giornalieri.

A cosa serve la spending review? A dirvi dove vanno a finire i vostri soldi. E a riflettere sulle opportunità. Perché pagare quei costi assicurativi quando sul mercato potrebbe esserci di meglio? Perché lavorare con quella banca se altre vi costerebbero meno? Perché mantenere quattro schede SIM se in realtà ne usate veramente due? Le domande che derivano da questo esame variano moltissimo in ragione delle vostre abitudini e richiedono strategie diverse di soluzione. In generale sconsiglio di basarsi su pareri altrui e di verificare di persona i costi. So che rompe parecchio le scatole leggere gli estratti conto, le condizioni di fornitura delle utenze, considerare il rapporto costo/beneficio dei gestori telefonici. Ma chi può fare i vostri interessi meglio di voi? E’ un processo che implica delle scoperte, tipo che nei contratti sono scritte clausole allucinanti.

Se viceversa avete già passato la linea rossa dei problemi con ogni probabilità avete già operato scelte difensive per risparmiare dove potete e cose del genere. Il passo successivo è altrettanto difensivo ma di natura diversa. Spendere meno non deve significare abbandonare ogni velleità e abbruttirsi. E se invece di comprare cose di dubbia qualità dai discount / hard discount provaste a produrre da soli? Pane, dolci, detersivi, conserve… la lista è molto lunga e consente di coniugare risparmio e miglior qualità, nonché di scoprire cose fondamentali della filiera alimentare. Il prezzo da pagare è il tempo, il livello di organizzazione richiesto sale di parecchio. Personalmente consiglio caldamente di prendere questa strada.

Ultimo elemento, ma al vertice per importanza, è il vostro futuro.

Siete gli unici a potervi tutelare seriamente.

Anche qui ci sono due livelli di azione da intraprendere. Il primo è quello della salute. Fate almeno un ciclo di analisi all’anno (sangue e urina) e mettete sotto controllo l’alimentazione. Ove vi sia possibile non usate l’auto a faovre della bicicletta o dell’andare a piedi. Sono cose minime ma di grande effetto. Il secondo livello è quello dell’apprendimento. Per quanto possiate essere qualificati, con pareti tappezzate di lauree e master, non ne sapete abbastanza. Per quanto siate esperti o addirittura unici nel vostro lavoro, non potete sedervi sugli allori. C’è una marea di materiale gratuito disponibile in Rete, specialmente se conoscete l’inglese (se non lo sapete è un buon punto di partenza per la vostra formazione).

Sapere è potere, recita un proverbio. E’ vero anche ora, anche durante la crisi peggiore che si ricordi. Acquisire conoscenza vi apre prospettive diverse e potrebbe mettervi in grado di migliorare la vostra situazione professionale. Scoprire come e dove reperire le informazioni di vostro interesse è già foriero di possibili contatti, consiglio di tenere alto il livello di attenzione man mano che interagite su questo percorso.

Per la stessa ragione condividete con altri quello che scoprite, non importa quanto sia distante dai vostri interessi principali. What goes around comes around, ricordatevelo.

Mi rendo conto che un post come questo sembra una sorta di predicozzo di quarta categoria e che la maggior parte di chi passa di qui è in grado di formulare consigli o raccomandazioni interessanti. Bene, fatelo. Siate solidali e confrontatevi, credo ci siano pochi argomenti più interessanti del proprio futuro.

Dopo Roma

Nota per i naviganti: per l’intero mese di ottobre 2011 tutti i post di questo blog riporteranno come prima parte queste righe per ricordare che è possibile votare per il concorso SF qui fino alle 23.59 del giorno 31 di questo mese. Modalità di voto e lista delle proposte sono contenuti nel post linkato.

 

Ho pensato a lungo prima di scrivere questo post, l’idea era non farsi trascinare dai disordini di Roma e non cedere spazio all’emotività. Ora più che mai occorre ragionare.

Le manifestazioni contemporanee dei cosidetti ‘indignados’ sono state un successo su scala planetaria, non si vedeva niente del genere dai primi anni ’90 e l’impressione di base, fortissima, è che siamo ancora alla fase iniziale della protesta. Quei cartelli, ‘siamo il 99%’, sono qualcosa di più di uno slogan e danno meglio di altre cose l’idea della portata a cui si potrebbe arrivare se non si trovano soluzioni a questa crisi economica. Da notare che ci sono stati fior di cortei anche in paesi non in crisi nera, segno evidente che la preoccupazione per questo modello socio-economico arrivato al capolinea è trasversale anche rispetto al reddito pro capite e ai livelli di occupazione.

Non ci sono leader riconosciuti, non c’è una piattaforma formale di rivendicazione da discutere. Questo è il lamento dei politici, in Italia e fuori, di fronte a queste dimostrazioni. Questa è la contrapposizione plateale tra vecchio e nuovo sistema. Non riuscire a confrontarsi perché non ci sono leader. Non poter trattare perché non ci sono garanti dall’altra parte. Si cerca di affrontare con la logica degli anni ’70 fatti e istanze del 2011. Questo è un errore catastrofico.

Con queste proteste, come già accaduto quest’anno con le rivoluzioni arabe, la Rete trova una sua legittimità sociale. Torna a un ruolo di servizio, messo in ombra fino ad ora dal dilagare della pornografia e dal ciarpame (spam-schemi truffa-pubblicità occulte). Una strategia comune a quasi tutti i gruppi è quella di essere presenti 24/7 sui social network, sui blog, su tutte le finestre di contro informazione. È impossibile anche solo pensare di impedire il diffondersi del loro materiale. Oscurare la Rete e/o il sistema di telefonia è diventato proibitivo anche in paesi come Cina o Iran.

I ranghi della protesta aumentano ogni giorno. Ogni decimale di punto  in meno del tasso di occupazione, ogni impiego precario, ogni diritto negato ampiano il numero delle persone che questo sistema economico sta emarginando. È un vero e proprio tradimento, un furto di futuro inimmaginabile pochi anni fa. E nei paesi più a rischio economico, tra cui l’Italia, questo meccanismo rischia di deragliare.

La magistratura chiarirà le dinamiche dei fatti di Roma. Mi auguro con il decisivo apporto di tutti quei manifestanti pacifici che hanno fotografato i violenti, che li hanno filmati o registrati. Anche questo è un cambiamento notevole. Se è vero che è impossibile filtrare a priori chi voglia inserirsi in una manifestazione pacifica con intenti bellicosi, è altrettanto vero che si può identificare con buona sicurezza molti di loro e metterli nelle mani degli investigatori. Suggerisco anche di metterli in Rete appena possibile, con tanto di nomi e cognomi.

Che questa società sia ingiusta e attraversata da privilegi di stampo feudale lo sanno tutti, che la cosa pubblica sia gestita spesso in modo criminale non stupisce nessuno. La risposta violenta non fa altro che armare la mano di chiunque chieda repressione su larga scala. Cui prodest?

Ci sono resoconti di prima mano di manifestanti pacifici che parlano di strane manovre, echi delle tattiche degli anni ’70 a base di infiltrati e di gente manovrata come burattini per tagliare la gambe alla protesta. Sento evocare gli spettri amari di Cossiga e di Scelba, di settori deviati dei servizi segreti e di branche delle forze dell’ordine che agiscono sotto il controllo di questo o quel politico. Può darsi che sia così. Sono cose già viste nel nostro paese.

Contrastare queste frange richiede una strategia molto diversa da quella in corso di applicazione. Non sto parlando di leggi speciali o di arresti preventivi. Se davvero lo si volesse si potrebbe gestire lo scontro di piazza in maniera estrema, cosa che farebbe esattamente il gioco di chi spera di scatenare una battaglia senza quartiere. Bisogna affidarsi a un’opera di intelligence e tracciare la rete di contatti che hannomesso in piedi fino a comprenderla e penetrarla. Il resto lo si fa seguendo le norme attuali, più che sufficienti.

La fine delle ideologie del ‘900, la successiva scomparsa dei partiti di massa di sinistra e il diluirsi del ruolo delle organizzazioni sindacali ha tolto il blocco organizzato che garantiva il corretto svolgersi delle azioni di protesta e non si vede all’orizzonte chi possa pensare di riempire questo ruolo in futuro, almeno nel nostro paese. Quindi sta a una pletora di soggetti diversissimi organizzarsi e trovare il modo di agire per conservare la capacità di protestare per portare avanti le proprie idee.

Non so dire come si svilupperanno le cose in futuro ma di una cosa sono certo; finché non si troverà la maniera di alleviare il peso della crisi sulle popolazioni queste proteste non solo non cesseranno ma troveranno sempre nuovi modi di essere espresse. Chi come noi ha una classe dirigente vecchia e per larghe parti inadeguata è destinato a pagare il prezzo più alto. Bisogna favorire a tutti i costi un ricambio totale, accettando anche di sacrificare qualche personaggio di grande spessore pur di ottenere il risultato.

Lasciamo al loro ruolo gli imprenditori, mettiamo in primo piano i civil servant che sono la spina dorsale della nostra nazione. Persone normali, dotate dei mezzi intellettuali per capire le sfide che hanno davanti e della dignità che serve per mettersi al servizio dello Stato. Ci sono ancora, basta ascoltarli.