The Czar, the Sultan and the Uncle Sam

As predicted, things are getting hairy all over again in Syria, a place where too many conflicts are going on. The casus belli this time is the little town of Manbij, in the northern part of the country. Actually is controlled by Kurds, with logistic support from the US. Russians and Americans found themselves together against the will of the Turkish government to seize the town, a move that greatly enraged the leadership of this regional power. Check here the story, from Stars and Stripes.

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The War Is Not Over

Syria orthographic projection

Syria orthographic projection

The war against ISIL is not over. While the mainstream media are busy with Donald Trump and Theresa May, the multilateral conflict against ISIL rages on with uncertain results. The black flag of the insurgents is still up in Syria and Iraq (not to mention an unknown number of their members who escaped from Libya and are still unaccounted for). At the present day, we have five different battles going on between ISIL and various aggregation of allied forces with no end in sight. It looks like that the end of the self-proclaimed caliphate is still far from reality.

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The Syrian Deadlock

syria

Words are important, so choosing the right word for the current situation in Syria is a way to anticipate my position. According to the Merriam-Webster dictionary, a simple definition of deadlock is:
a situation in which an agreement cannot be made : a situation in which ending a disagreement is impossible because neither side will give up something that it wants.

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The trouble with peace

one-world

After the end of the Cold War we had a number of conflicts with the direct participation of NATO countries, wars and “peace missions” that hardly got any real winner. USA and its allies won every battle on the field but how many of this wars gave us a better world?

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Future Shocks

GEOPOLITICS

This world is gonna change again in the next few years, driven by economic challenges and by the different needs of geopolitical big players. Here’s a brief summary about the major operations:

TAFTA, the Transatlantic Free Trade Area; will force an alliance between NAFTA countries (USA, Canada, Mexico) and EU, preceded by a massive revision of national and international economic policies about agriculture, OGM, steel production, value fluctuation of currencies and so on.

Russia-China, money for oil/gas/coal; Russia desperately needs to invest billions of USD to develop its oil/gas/coal industry, to explore the artic fields and to upgrade its refineries. China needs more and more energy every year, with enourmous mass of money ready to be invested. Advanced trade agreements are already in place.

Turkey as a regional power; it’s already on the move, Turkey sphere of influence covers Lebanon, Syria, Jordan, Armenia, Moldova, Azerbaijan. The future challenge is to confront Israel and Iran on different grounds, in order to expand its influence over Iraq, Libya, Egypt, Tunisia, Algeria and Morocco. It’s an hard game, both on religious and geopolitical sides.

India and its future development; this asian giant will face dramatic changes in a matter of a decade. The need for deep and shocking reforms can’t be delayed anymore with about one billion citizens who are on the edge of a society collapse. The original caste order will not last long, not with Dalit on rampage and the pressure given from the sheer existence of western models of society. The industrial system got to evolve too, in order to avoid the current level of pollution and to raise its salary capacity.

NEW OIL zones

As you may see, each and every one of this operations got serious consequences for geopolical and economic stability of our world. This decade will be remembered.

Una data dal passato

Oggi cade un anniversario, una di quelle date che è bene tenere a mente quando si ragiona a proposito dei problemi che segnano la storia recente del nostro mondo. Se si domanda a una persona qualsiasi quali sono le aree a rischio del nostro pianeta è praticamente sicuro che il discorso cada sul Medio Oriente, in particolare su Israele e la Palestina. Quindi si deve andare a Parigi e tornare indietro nel tempo, fino al 1919.

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Georgia, sospesa tra Est e Ovest

Continuiamo il viaggio tra le repubbliche post sovietiche, puntando verso sud. Dopo Bielorussia e Ucraina è il turno della Georgia. O almeno, di quello che ne rimane. Il destino di questo piccolo paese è particolarmente incerto, così come è stata travagliatissima la sua storia recente.

A partire dal 1991 ci sono stati nell’ordine: un colpo di stato tra la fine del ’91 e l’inizio del ’92, un periodo di guerra civile tra il ’92 e il ’95, conflitti con le regioni dell’Abkhazia e dell’Ossetia del Sud a partire dal ’95, una rivoluzione pacifica (detta delle rose) nel 2003, una crisi con la regione dell’Ajaria nel 2004, una guerra con la Russia nel 2008 che ha comportato de facto la perdita di sovranità delle regioni già citate dell’Abkhazia e dell’Ossetia del Sud.

E’ una situazione che ha pochi paragoni e credo non stupisca constatare come tanti georgiani abbiano finito con l’emigrare in cerca di lidi più pacifici, così come rimane evidente come la vicenda georgiana si vada ad inserire nel più ampio contesto delle turbolente regioni del Caucaso, Cecenia in testa, che tanto hanno contribuito all’instabilità della Russia post comunista. Il fattore migratorio è stato importante anche sul piano interno, i conflitti sopra citati hanno comportato l’espulsione di centinaia di migliaia di persone da e per i territori contesi con tutte le conseguenze del caso. Non è esagerato sostenere che lo sviluppo di questa nazione sia stato fortemente condizionato da questi fattori.

Si può attribuire in buona parte al prestigio personale e alle buone relazioni internazionali di Eduard Ambrosis dze Shevardnadze (ex ministro degli esteri dell’URSS) se da subito la Georgia è entrata nella sfera di influenza statunitense, il che può essere considerato nel bene e nel male come il punto dirimente di molte vicende successive.

La Russia post sovietica poteva davvero tollerare di avere uno stato potenzialmente ostile ai suoi confini, soprattutto in prossimità della zona del Caucaso? Quanta parte hanno avuto i georgiani nel periodo 1992-2003 nell’assistere una o più delle fazioni cecene?

E ancora, era solo la voce della paranoia quella che suggeriva ai russi di temere che tramite la Georgia gli Stati Uniti veicolassero armi e consiglieri militari sul modello di quanto fatto in Afghanistan durante l’occupazione dell’URSS?

In ogni caso la risposta russa non si è fatta attendere a lungo. Una volta recuperata la stabilità interna i programmi di assistenza alle fazioni ribelli in Abkhazia e nell’Ossetia del Sud sono diventati massicci, così come la sponda diplomatica e l’uso pesante dei media (accusando i georgiani di atrocità di ogni genere, senza che le organizzazioni internazionali trovassero evidenze).

L’obiettivo era preparare il terreno per un intervento diretto delle forze armate russe, cosa puntualmente avvenuta nel 2008 per stroncare sul campo qualsiasi velleità del presidente Mikheil Saakashvili. Interessante notare come si sia scelto di forzare la mano all’Occidente in corrispondenza del cambio di presidenza negli USA, ritenendo probabilmente che sia il presidente uscente (George W. Bush) che l’entrante (Barack H. Obama) non volessero correre troppi rischi di escalation con i macelli dell’Iraq e dell’Afghanistan in piena ebollizione.

La posizione georgiana rimane peculiare; hanno fatto richiesta di ammissione alla NATO, impegnato uomini in Iraq (una presenza simbolica ma molto pubblicizzata), preso misure importanti per aprire il più possibile agli investitori stranieri con ampia preferenza per quelli di provenienza statunitense. Tuttavia una parte significativa della cittadinanza appoggia i partiti politici che vogliono invece riavvicinare il più possibile il paese alla sfera di influenza russa. Per una giovane democrazia come quella georgiana non è certo semplice portare avanti una politica di sviluppo in una situazione come quella sopra descritta.

Un vantaggio sostanziale potrebbe derivare proprio dall’intensa attività diplomatica che ha portato in breve tempo a stringere relazioni commerciali con i paesi vicini, in particolare con la Turchia. Il forte programma di riforme di Saakashvili e il massiccio apporto di investimenti ha migliorato molto l’economia locale, arrivando de facto a sovracompensare quanto perso come risorse e PIL dalla scissione delle regioni ribelli. Ne deriva che il quadro generale sia positivo anche in questi anni di crisi economica mondiale anche se i ritmi di crescita sono ovviamente rallentati. E’ ipotizzabile che la Georgia arrivi in breve tempo all’adesione a pieno titolo alla NATO, il che potrebbe costituire un potente viatico per l’adesione alla Comunità Europea.