Due anni dopo

Sono passati due anni dall’inizio della primavera araba, dalle prime dimostrazioni in Tunisia contro il governo nazionale.  Due anni durissimi, un’onda di cambiamento del tutto inedita per i paesi della sponda africana del Mediterraneo e, più in generale, per le nazioni arabe.

Ad oggi non si può dire che questo enorme movimento popolare abbia ottenuto un vero cambiamento. In Marocco la situazione è rimasta abbastanza stabile anche se le promesse di riforme del sovrano non hanno certo accontentato la gran parte delle opposizioni. L’Algeria di Boutefilka rimane praticamente immutata, la Tunisia è ancora un rebus, la Libia a dir poco è instabile e l’Egitto dei Fratelli Musulmani ha preso una svolta verso la destra fondamentalista che fa davvero pensare male per il futuro.

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Passando il canale di Suez in direzione di Israele, possiamo dire che la relativa stabilità del primo decennio del ventunesimo secolo è finita. La Siria si sta consumando in una guerra civile, la monarchia giordana vacilla come non mai, presa in mezzo tra la crisi economica e un astio crescente verso la famiglia reale. Il Libano per ora è tranquillo, Hezbollah sta aspettando che il rogo siriano finisca di bruciare. Gaza e la Cisgiordania sono sempre più povere e il recente confronto Hamas-Israele non aiuta certo a stabilizzare l’area.

Scendere verso sud porta verso i regni del silenzio. In Arabia Saudita è in arrivo una difficile successione, Kuwait, Oman e Qatar muovono pedine a suon di milioni di dollari nell’intera regione mentre quello che rimane dell’Iraq cerca un difficile compromesso tra sue troppe anime. L’Iran continua a cercare di emergere come potenza regionale, un occhio verso la rivale Turchia e l’altro rivolto al grande satana americano. Sullo sfondo la lenta agonia dello Yemen e i duri confronti avvenuti nel Bahrein.

ArabSpring

A tutto questo l’Occidente ha assistito da spettatore, scegliendo di interferire solo nel caso libico. L’impressione forte che ne deriva è che si consideri questo risveglio popolare più una potenziale forma di problemi che non una risorsa e che non si sia capito che esiste una similitudine notevole con quanto accaduto in Europa attorno al 1848. Ancora una volta manca la volontà di capire, di trovare una sintesi tra i normali rapporti economici e la necessità di avere al proprio fianco nazioni ben avviate sui processi democratici che a parole tutti sostengono.

Ci si preoccupa delle ondate migratorie, della stabilità delle forniture di gas o petrolio, dei mercati per i nostri prodotti o della manodopera a basso costo per gli stabilimenti e non si fa il passo logico successivo, quello che spinge a guardare su una prospettiva superiore ai prossimi dodici mesi. In questo senso la vicenda egiziana è esemplare. Chiunque abbia seguito negli ultimi anni l’evoluzione politica locale era in grado di predire che si sarebbe arrivati all’attuale contrapposizione tra un blocco di matrice religiosa (Fratelli Musulmani e gruppi salafiti) contro il resto della società. Tutti gli osservatori sapevano, nessuno è stato in grado (o ha voluto) far sentire il proprio peso in loco. Risultato? L’Egitto è sull’orlo di una guerra civile, con la possibilità di un colpo di stato da parte dei militari che si è fatta più concreta nelle ultime settimane.

E’ lo stesso errore che l’Occidente ha fatto con l’Ucraina e la Moldova in Europa, la stessa incapacità di esprimere una politica estera in chiave europea che sappia andare oltre alla bilancia import/export. Gli schemi che si applicavano fino al 1991, la logica dei blocchi contrapposti Est-Ovest, è morta come sono morte le ideologie del ‘900 e non ha trovato un qualsiasi sostituto in grado di sostenere le sfide del nuovo millennio.  Non è possibile pensare che gli Stati Uniti, impoveriti e rinchiusi in se stessi come sono ora, possano continuare a dettare il passo nei rapporti con questi paesi, non dopo che hanno dimostrato in maniera cristallina come i loro interessi siano estremamente limitati all’ambito strategico.

Il parallelo storico con il 1848 dovrebbe mostrare a noi europei che se la fase di sollevazione popolare non ha successo ne segue una di restaurazione. E’ questo che vogliono le cancellerie europee? Tornare a uno status quo ante in cui ai vecchi despoti succedano eredi altrettanto indegni, nel nome dei depositi in Svizzera e dei fondi di investimento sovrano che investono nel vecchio continente? E’ davvero possibile che non si sia in grado di capire che la combinazione della pressione demografica in aumento e del calo di risorse idriche spinge verso una nuova fase di conflitti?

Facendo una metafora si potrebbe dire che la geopolitica aborre il vuoto. Non è un caso se la Turchia si sta imponendo come potenza regionale, se l’Iran persegue una politica di allargamento su base religiosa e se la triade Oman-Qatar-Kuwait sta muovendo centinaia di milioni di dollari in tutto il mondo arabo a sostegno dei movimenti locali a loro utili. Se non vogliamo che il prossimo futuro ci sia ostile sull’altra sponda del Mediterraneo dobbiamo imparare che si può e si deve agire in chiave europea.

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La Siria è ancora lì

Il calderone siriano continua a ribollire anche se si è allontanato dalle prime pagine e dal prime time. La situazione sul campo è ulteriormente peggiorata e sembra molto distante da un qualsiasi tipo di evoluzione stabile. I movimenti di opposizione al governo di Bashar Al-Assad sono divisi su tre fronti e larghe parti del paese sono del tutto fuori controllo, con tutto quello che ne consegue.

L’economia interna è praticamente crollata, il già scarso export siriano quasi del tutto svanito e da alcune zone del paese giungono voci sempre più allarmanti di carenze di generi di prima necessità oltre che del progressivo degradarsi di strutture socio-sanitarie che già prima della crisi attuale erano sottodimensionate. Tutto questo porta a massicci movimenti migratori, sia interni che diretti verso l’esterno, da parte della popolazione civile; altro fattore che va a peggiorare la situazione generale del popolo siriano.

Dal canto suo il governo centrale ha di fronte una situazione difficilissima. Ha visto sottrarsi al suo controllo larghe parti del territorio, settori consistenti delle forze armate si sono ribellati o comunque si sono opposti alla repressione, le sanzioni applicate dall’estero hanno limitato o reso difficile le operazioni finanziarie, alcune defezioni ad alto livello hanno depresso il morale dei reparti fedeli e tutto il conto economico sprofonda sempre di più. Tra poco potrebbe essere impossibile pagare gli stipendi, il che scatenerebbe una ribellione interna al regime.

A oggi i sostegni ad Assad sono venuti dalla Russia e dall’Iran, i primi per canali più o meno ufficiali, i secondi attraverso quel groviera che è la Giordania. In più c’è l’interesse strategico cinese, che vede nella vicenda siriana un buon modo per disturbare le manovre americane ed europee nell’area senza dover impegnare altro che le proprie risorse diplomatiche in sede ONU. Nessuno di questi paesi però è in grado di accollarsi un sostegno economico, il che spinge il regime a mosse sempre più azzardate.

E’ in questa chiave che diventa più comprensibile la decisione di bombardare obiettivi in territorio turco da parte dell’esercito siriano, con il pretesto di attaccare campi di addestramento e/o basi logistiche dei ribelli. Il governo di Ankara ha costruito tendopoli e campi di prima accoglienza per far fronte all’emigrazione dei civili, ignorando qualsiasi monito proveniente da Damasco o da Mosca. Recep Tayyip Erdogan ha colto l’occasione di affermare di nuovo la leadership turca nel campo musulmano, una tesi in forte contrasto con l’Iran, dando al contempo un’immagine gradita agli alleati occidentali.

Assad non può permettersi un conflitto, questo è chiaro a tutti. Quello in cui può sperare è che gli scambi di artiglieria al confine facciano salire la pressione diplomatica fino a far intervenire direttamente la Russia in funzione anti sanzioni internazionali. In chiave interna, data una lunga storia di tensioni tra i due paesi, può sperare che serva per ricompattare dietro di sé le forze armate e una parte del sostegno popolare. E’ la solita storia del nemico esterno, meglio se diverso anche in chiave religiosa. La cosa si sta evolvendo in maniera per ora innocua, l’ultima misura presa è quella di negarsi reciprocamente il sorvolo del territorio ai voli civili. La Siria probabilmente continuerà a muovere le acque a livello diplomatico, sia presso la Lega Araba che in sede ONU, senza conseguenza.

Le scelte di Erdogan sono altrettanto limitate. L’essersi proposto come campione del mondo musulmano moderno da un lato lo obbliga a prendere provvedimenti, quindi di rispondere alle provocazioni siriane a tutti i livelli, ma al tempo stesso gli impedisce di fare gesti più clamorosi che potrebbero essere visti come una sorta di aggressione a un paese “fratello”. Non secondarie sono sia le considerazioni di politica interna, una guerra deprimerebbe l’economia turca in un momento molto delicato, che di relazioni estere dato che la Turchia è membro della NATO.

Secondo la carta atlantica infatti ogni paese firmatario che dovesse essere aggredito o coinvolto in un conflitto ha il diritto di invocare l’articolo 5, ovvero di chiedere l’assistenza a tutti i livelli degli altri paesi firmatari, Stati Uniti in testa. Fare una richiesta del genere però farebbe perdere la faccia ad Erdogan e metterebbe in una situazione insostenibile i militari turchi (che tuttora hanno una forza notevole, anche sul piano politico). Gli americani non hanno intenzione di farsi coinvolgere direttamente in un conflitto militare e i paesi europei della NATO semplicemente non possono permetterselo dal punto di vista economico.

Quindi ci si ritrova con uno stallo, l’ennesima situazione in cui non si interviene finendo per prolungare l’agonia del popolo siriano. Assad è solo una pedina in un gioco che vede in bilico per prima cosa una parte del Medio Oriente (Siria, Libano, Palestina, Giordania e Israele) e più in prospettiva un assestamento dell’intero quadrante del Golfo Persico e del Nord Africa. In questo quadro le popolazioni siriane vanno ad accordarsi ai palestinesi e ai libanesi nell’elenco delle vittime sacrificali, considerate meno di zero di fronte alle lotte geopolitiche.

Voci di guerra

Tra gennaio e febbraio avevo dedicato alcuni post alla situazione del quadrante del Golfo Persico, con un occhio particolare al possibile conflitto Israele-Iran e relative conseguenze. Il tema è tornato d’attualità più volte in questo mese di agosto, al punto da far pensare male sui possibili sviluppi entro la fine del 2012. Quando si comincia a dar voce a ipotesi al limite della fantascienza come hanno fatto i media italiani nella giornata di ieri (anche qui), riprendendo una notizia davvero lacunosa come questa, allora la sensazione che si stia davvero camminando sul ghiaccio sottile si fa più forte.

Le recenti evoluzioni del quadro politico e strategico, il perdurare della crisi economica, la naturale continuazione del programma nucleare iraniano… sembra che tutto vada nella direzione di un altro conflitto dagli esiti incerti, quasi si volesse davvero spingere le cose oltre ogni limite concepibile. La domanda rimane sempre la stessa: cui prodest? Dov’è il punto reale di svolta nel mondo post ideologico, post equilibrio Est-Ovest, post 11 settembre 2011?

Di seguito cercherò di mettere in prospettiva le cose, per quanto mi sia possibile farlo in un quadro che muta molto rapidamente.

A rompere l’equilibrio precario che fino ad oggi ha impedito il conflitto ci sono questi fattori, tutti legati tra di loro a vario livello:

1

il regime siriano sta collassando, Assad stenta a mantenere il controllo nelle città maggiori e subisce pressioni dall’esterno da più direzioni (Turchia, Giordania, Iran, sanzioni economiche); l’impressione è che stia cercando di negoziarsi una via per togliersi di torno per evitare il destino toccato a Gheddafi o a Mubarak.

2

i paesi parte della Lega Araba si sono dimostrati del tutto incapaci di occuparsi delle crisi regionali e alcune delle nazioni più importanti hanno gravi problemi interni da risolvere (Egitto, Libia, Iraq) o stanno comunque portando avanti manovre ecomoniche e politiche avverse all’Iran (Qatar, Arabia Saudita, Kuwait, Oman).

3

la Russia ha dimostrato di non essere in grado di essere un fattore decisivo nell’area, contano solo per i voti nell’assemblea dell’ONU. Ad oggi Putin non è in grado di far valere il peso economico o militare del suo paese, né riesce a metter voce per proteggere i propri investimenti in Medio Oriente. L’impressione è che siano più preoccupati di proteggere da cattive influenze le repubbliche ex sovietiche del sud e del Caucaso che a influenzare i paesi che erano nella loro sfera di influenza.

4

lo spettro di una recessione e la necessità di riassestare il proprio sistema economico-produttivo stanno togliendo dal campo la Cina, grande sponsor dell’Iran dati i rapporti di interscambio commerciale e per la fame di petrolio del gigante asiatico. Pechino non è in grado di mostrare muscoli nell’area al di là di una presenza navale simbolica ed è decisamente più focalizzata sull’imminente rinnovamento della propria scena politica interna che su altre questioni.

5

gli Stati Uniti stanno intensificando la loro azione a tutti i livelli contro l’Iran, sia irrobustendo la presenza aeronavale nel Golfo Persico (a partire da settembre) sia colpendo in maniera massiccia i meccanismi di finanza occulta tanto cari alle fazioni che stanno controllando il paese. L’avvicinarsi della fase più intensa della campagna presidenziale (novembre) sposta l’attenzione della pubblica opinione americana verso l’interno, lasciando uno spazio abnorme alle lobby pro Israele per agire.

6

l’Europa come al solito rimane sullo sfondo, troppo impegnata dall’affrontare la crisi dell’Euro per rivolgere attenzione oltre al livello diplomatico all’intero scacchiere del Medio Oriente. Non avendo la possibilità di esprimere una posizione credibile a livello comune è di fatto del tutto inifluente sotto qualsiasi punto di vista. De facto rischia solo di essere danneggiata o coinvolta obtorto collo nel conflitto.

7

il crack siriano ha destabilizzato in maniera notevole anche il Libano, rendendo davvero difficile la situazione locale. La presenza ingombrante di Hezbollah e delle fazioni in qualche modo collegabili a Siria e Iran sotto la bandiera scita in funzione anti israeliana e anti americana rischia di generare un ulteriore livello di conflitto interno, specialmente a partire dal momento in cui Assad dovesse perdere la partita.

8

in Israele la crisi economica sta colpendo in maniera pesantissima la popolazione. Non se ne parla molto sui media italiani ma il quadro generale non è poi così distante da quello greco. La destra e i partitini religiosi si stanno dimostrando del tutto inetti nell’affrontare questi problemi e la leva militare, esaminando il recente passato, è stata usata spesso per ricompattare la pubblica opinione dietro l’azione governativa.

9

sul fronte economico credo sia utile ricordare quanto siano volatili i mercati in questi anni e che ogni conflitto nel quadrante del Golfo Persico ha ovvie conseguenze sul prezzo dei prodotti petroliferi e su tutta la filiera dell’energia a livello globale. A sua volta questo ha ricadute sui prezzi dei minerali preziosi, sul comparto delle industrie pesanti e sull’intero settore bancario-assicurativo. In pratica potrebbe essere l’ennesima super manovra di denaro virtuale.

Dati i nove punti precedenti e considerando la vena di paranoia che è sempre presente nell’azione dei partiti di destra in Israele non è difficile pensare che la tentazione di affrontare una super operazione contro l’Iran ci sia davvero, specialmente dopo che gli USA avranno completato di rinforzare il dispositivo aeronavale nel Golfo Persico. Come ricordato in passato considero veramente difficile piazzare uno strike risolutivo, aggiungo che non credo che Israele abbia a disposizione risorse tecnologiche inedite tali da agire da moltiplicatore di efficacia del loro arsenale.

Quello che davvero mi spaventa è che si ragiona moltissimo sulle possibilità di successo di un’azione militare contro l’Iran e su quanto sia possibile smantellare le loro capacità nucleari per allontanare lo spettro di una bomba atomica scita. Pochi, davvero troppo pochi, stanno dedicando attenzione allo scenario post raid, ovvero a come risponderebbe l’Iran all’attacco. Si sta dando per scontato un collasso del paese, si suggerisce che la spinta dell’attacco militare dovrebbe far crollare i gruppi di potere che controllano la nazione favorendo una transizione verso una situazione di instabilità simile a quella tuttora in corso nel vicino Iraq. Wishful thinking.

A costo di essere noioso vorrei ricordare che la situazione geografica rende molto semplice all’Iran colpire in maniera pesantissima il traffico navale nello stretto di Hormuz e che un drastico calo nella quantità di petrolio disponibile non può essere compensato a lungo dalle riserve o da cicli di sovraproduzione di altri stati dell’area. Secondo fattore, anche questo geografico, basta guardare una mappa per rendersi conto che una massiccia campagna contro Israele condotta da Hamas (dai territori palestinesi) e da Hezbollah (a partire dal Libano) potrebbe essere una reazione devastante da parte iraniana. Va anche considerato che nel sud del Libano c’è una massiccia presenza di militari sotto bandiera ONU (compresi parecchi italiani) che finirebbe per trovarsi in mezzo al fuoco tra Hezbollah e IDF.

Dato il quadro economico globale possiamo davvero permetterci un conflitto del genere?

Siamo davvero convinti che si possa pagare un prezzo del genere per tenere sotto controllo una possibile corsa agli armamenti non convenzionali nel Medio Oriente?

Come mai non si mette sullo stesso piano il possesso di armi nucleari (e missili per utilizzarle) da parte del Pakistan?

Come mai non consideriamo altrettanto pericolosa la presenza su suolo turco di armi NATO?

Note:

qui trovate il precedente articolo dedicato al possibile conflitto Israele/Iran

qui trovate un articolo di febbraio sulla situazione siriana

qui trovate un articolo di gennaio sui rapporti di forza in Medio Oriente

qui trovate una riflessione sui rapporti tra Iran e i paesi del Golfo Persico

Israele versus Iran: il dito sul grilletto

Premessa.

Questo articolo parla di attività militari intraprese da Israele nel recente passato e delle prospettive di una possibile azione ai danni dell’Iran. Non è mio interesse focalizzarmi su temi religiosi, sulle diatribe che riguardano l’esistenza stessa dello stato di Israele e la storia dell’intera regione. Ogni commento che ecceda la ragionevole discussione verrà rimosso con estremo pregiudizio.

Situazione tattica.

Come noto l’Iran ha un programma nucleare molto ben avviato che sta arrivando a completare la produzione autonoma di materiale fissile con tutti i passi necessari per raffinarlo fino al weapon grade. Se si mette in relazione questa capacità con il buon livello della capacità missilistica autoctona e con la fattibilità della costruzione di un ordigno atomico è logico concludere che ci sia un interesse militare da parte di tutti i paesi del Medio Oriente in primis e del resto del mondo in conseguenza dell’importanza dell’area del Golfo Persico. Ad oggi Israele è l’unica potenza nucleare dell’area, elemento deterrente ritenuto fondamentale da gran parte delle gerarchie militari e dai partiti di destra nonché da una parte rilevante dell’establishment americano. Da mesi Tel Aviv fa filtrare dichiarazioni e voci a proposito di un attacco ai siti nucleari iraniani.

I precedenti.

Le forze armate dello stato di Israele hanno una lunga storia di operazioni condotte fuori dai confini nazionali, nella loro dottrina operativa l’interesse nazionale prevale su qualsiasi trattato o convenzione esistente, comprese quelle sottoscritte dallo stesso Israele. Questo è un elemento da tenere sempre presente quando si discute della possibilità di eseguire o meno un’operazione militare da parte del governo di Tel Aviv. La consapevolezza di avere nel consiglio di sicurezza ONU un alleato, gli USA, in grado di porre il veto su qualsiasi decisione non formale contribuisce non poco a questo atteggiamento. Per gli scopi di questo articolo ritengo interessante ricordare alcune operazioni della FFAA israeliane, significative per i risultati ottenuti e/o  per le distanze degli obiettivi rispetto al territorio nazionale.

Operazione Thunderbolt, 4 luglio 1976.

Un gruppo aviotrasportato di forze speciali viene utilizzato per riprendere il controllo di un aereo passeggeri francese dirottato e fatto atterrare in territorio ugandese nell’aeroporto di Entebbe. Il teatro di operazioni è a 4.000 km dal territorio israeliano, l’operazione può essere definita un successo pieno malgrado alcune perdite civili. Un buon riassunto lo potete trovare qui.

http://en.wikipedia.org/wiki/Entebbe_Raid

Operazione Opera, 7 giugno 1981.

Raid aereo per bombardare un reattore nucleare in costruzione in territorio iracheno. Missione conclusa con pieno successo, l’ambizioso programma atomico di Saddam al-Husseini non verrà mai portato a conclusione, grazie anche alle pressioni americane sui francesi per non riprendere la costruzione della struttura. Il teatro di operazioni è a 1.600 km dal territorio israeliano e l’azione viola lo spazio aereo del regno saudita. Interessante notare che l’aviazione iraniana aveva bombardato il sito il 30 settembre del 1980 (i due paesi erano in conflitto). L’intera vicenda presenta molti punti oscuri e un coinvolgimento italiano nelle fasi iniziali. Suggerisco di leggere questo articolo per farsi un’idea.

http://en.wikipedia.org/wiki/Osirak#Iranian_attack

Operazione Wooden Leg, 1 ottobre 1985.

Bombardamento aereo delle strutture OLP in Tunisia, in località Hammam al-Shatt. Missione conclusa con successo, notevole per la dimostrata capacità di rifornirsi in volo con un Boeing 707 modificato. Il teatro di operazioni è a 2.060 km  dal territorio israeliano e l’azione viola lo spazio aereo tunisino. Probabile collaborazione americana logistica, impossibile per la formazione israeliana sfuggire al rilevamento della sesta flotta della Marina USA. Anche questa vicenda è ben riassunta sulle pagine di Wikipedia.

http://en.wikipedia.org/wiki/Operation_Wooden_Leg

Operazione Orchard, 6 settembre 2007.

Meno di cinque anni fa l’aeronautica israeliana bombarda un reattore nucleare in costruzione a Deir ez-Zor, installazione segreta con probabile scopo militare. Missione conclusa con pieno successo, le foto aeree mostrano chiaramente le strutture distrutte.   Il teatro di operazioni è a meno di  500 km dal territorio israeliano e l’azione viola lo spazio aereo siriano nel volo di andata, sconfinando anchein quello turco nel viaggio di ritorno. Come consueto per questo articolo, il riassunto lo trovate nell’articolo linkato sotto.

http://en.wikipedia.org/wiki/Operation_Orchard

Lo scenario iraniano.

Venendo al presente appare chiaro come l’Iran abbia fatto tesoro delle lezioni subite dagli iracheni e dai siriani e dell’assistenza interessata da parte cinese e russa. Non è certo un caso se gli impianti necessari alla filiera di lavorazione dell’uranio siano sparsi in varie regioni e che uno di essi sia stato ricavato all’interno di una montagna. Gli enormi investimenti fatti nell’ultimo decennio e il coinvolgimento di numerosi specialisti pachistani, siriani, nord coreani, russi e cinesi fa capire con quanta determinazione l’Iran sia deciso a dotarsi della capacità autonoma di produrre e gestire materiale fissile. Di pari passo è aumentata la quota del prodotto interno lordo destinata alle forze armate e gran parte di questi fondi sono stati utilizzati per i programmi di ammodernamento delle componenti aeronautiche e di difesa aerea.

Con ogni probabilità nel corso di quest’anno l’Iran annuncerà di aver raggiunto lo scopo del programma, il che significa che forse già oggi hanno a disposizione abbastanza materiale weapon grade.  Quello che rende frenetica l’azione diplomatica di questi mesi e isterica ogni reazione iraniana è il raggiungimento di un punto di non ritorno, ovvero avere da parte iraniana pronti 2-3 ordigni nucleari ‘sporchi’ in grado di fungere da deterrente verso azioni militari altrui. In pratica vogliono raggiungere lo status della Corea del Nord e di Israele, de facto intoccabili per paura di una reazione estrema. Da qui le minacce degli ultimi mesi sulla circolazione navale dello stretto di Hormuz e il nervoso succedersi di esercitazioni da parte delle forze armate e dei Pasdaran. Sempre per lo stesso motivo le massime autorità religiose del paese hanno a più riprese attaccato verbalmente l’Occidente, dando segnali che sono stati ripresi anche in Libano e a Gaza, rispettivamente da Hezbollah e Hamas.

Un ipotetico raid israeliano non andrebbe a colpire tutti i siti della filiera industriale, ce ne sono troppi per coprirli con il numero di aerei disponibile e alcuni sono oggettivamente meno importanti di altri. Per capirci, distruggere dei capannoni pieni di centrifughe (servono per la lavorazione dell’uranio) non ha certo la stessa valenza che centrare un reattore. Questo ovviamente lo sanno anche gli iraniani che non a caso hanno concentrato nei pressi dei siti più importanti aliquote significative dei reparti con capacità AAA. Scegliendo per importanza i primi della lista dovrebbero essere Arak, Ardakan, Natanz, Busher e Lashkar-Abad mentre quello da evitare assolutamente è quello di Tehran, poco significativo tatticamente e inserito in un contesto (la capitale del paese) assolutamente pericoloso. Un obiettivo importante sarebbe il sito di Fordow, che risulta però essere molto vicino alla città santa di Qom (di conseguenza obiettivo sensibile per motivi religiosi).  Come si vede dalla mappa i siti sono piuttosto distanti tra di loro e il fattore critico dato dal tempo di sorvolo di territorio ostile diventa condizionante. Ricordo che un raid non ha le caratteristiche di una campagna di guerra aerea simile a quella condotta dagli USA contro l’Iraq qualche anno fa. Senza la sopressione preventiva via bombardamento degli aeroporti avversari e delle strutture C4I (command, control, communication, computer, intelligence) diventa impossibile assicurarsi il dominio dei cieli.

In più qualsiasi rotta di avvicinamento al territorio iraniano comporta la violazione di almeno due spazi aerei potenzialmente ostili (due tra Giordania, Arabia Saudita e Iraq) e la necessità operativa di mantenere in cielo almeno due gruppi di aerei cisterna con relativo supporto di protezione rende la logistica di tutto l’attacco estremamente rischiosa. Se l’aeronautica iraniana riuscisse a intercettare le cisterne l’intero attacco diventerebbe una catastrofe senza precedenti, sia dal punto di vista meramente militare che da quello propagandistico. L’appoggio diplomatico americano potrebbe minimizzare i rischi di sorvolo sui paesi citati ma ha l’effetto collaterale di esporre alla reazione di tutto il mondo arabo gli USA in un momento dove l’instabilità portata dalla primavera araba ha rimescolato le carte geopolitiche dell’intera regione.

Un raid con un solo obiettivo, per esempio Natanz, avrebbe probabilità di successo molto più elevate e rappresenta la scelta più probabile da parte israeliana. Tuttavia si tratterebbe di un successo militarmente limitato che potrebbe non essere sufficiente per rallentare lo sforzo nucleare avversario e darebbe alla gerarchia politica/religiosa iraniana un nemico esterno palese davanti al quale compattare la rabbia popolare, elemento non da poco date le proteste che attraversano l’intera società persiana. Il rischio concreto è una vittoria di Pirro, utile solo ai due contendenti per agitare un trofeo davanti alla propria opinione pubblica e per alzare di molto la temperatura nell’intero quadrante del Medio Oriente.

Ho già ricordato come l’Iran stia investendo molto in aerei e missili per colmare il gap qualitativo e quantitativo che lo separa dallo status di potenza regionale. L’industria nazionale ha personalizzato ed evoluto i vecchi Northrop F-5 e i Grumman F-14 (residuo del governo di Rezha Palevi, alleato degli americani) con la fattiva partecipazione di esperti russi e cinesi, sul modello (ironia della sorte) di quanto fatto dagli israeliani con i propri apparecchi. Attenzione quindi ad immaginare un’aviazione iraniana debole ed incosistente, rassegnata al massacro contro i piloti di Tel Aviv. Ricordo anche il recente abbattimento da parte iraniana di un modernissimo drone americano, a quanto pare ottenuto interferendo con il controllo satellitare.

In generale un raid israeliano potrebbe essere l’operazione più rischiosa mai tentata negli ultimi quarant’anni e portare risultati molto limitati. Credo che i vertici militari lo sappiano e che stiano cercando di spiegarlo con le dovute maniere alle fazioni più interventiste della politica. Volendo quantificare le possibilità di riuscita in termini percentuali temo che le cifre realistiche siano le seguenti:

riuscita di un attacco a un solo sito: 75%;

riuscita di un attacco a tre o più siti: 30%;

perdite nel primo scenario: 5-10% della forza (se l’attacco riesce);

perdite nel secondo scenario: 35-50% della forza (se l’attacco riesce).

Lo spazio per ragionare e per evitare scenari bellici c’è ancora, al netto di tutte le dichiarazioni roboanti e delle stupidaggini propalate sui media. Un attacco a un sito nucleare attivo porta inevitabilmente a una contaminazione della zona e dato il quadro generale a una sicura ripresa delle ostilità in Libano e nella striscia di Gaza. Fino all’ultimo momento vale la pena cercare di evitarlo e tenere il punto su quelle sanzioni economiche che possono essere in grado di prosciugare le finanze iraniane.

Scheda sull’aviazione israeliana

http://en.wikipedia.org/wiki/Israeli_Air_Force

Scheda sull’aviazione iraniana

http://en.wikipedia.org/wiki/Iranian_Air_Force

(nota bene #1: le mappe sono tutte di pubblico dominio, alcune fanno parte della serie prodotta dalla CIA per i loro Factbook annuali, altre provengono dalle library di Wikipedia)

(nota bene #2: le immagine degli aerei israeliani e iraniani le ho trovate in rete, non mi è stato possibile risalire agli autori. Spesso queste fotografie provengono da agenzie governative e vengono messe in pubblico dominio)

Ridisegnare il Medio Oriente

Gli eventi noti come ‘primavera araba’ hanno portato un’onda di cambiamento che sta avendo conseguenze molto maggiori rispetto a quanto traspare dai media italiani. Se è evidente il cambio di governo in Tunisia (non ancora perfezionato), se tutti sanno della fine di Gheddafi (con l’attuale situazione transitoria in Libia), se le immagini di piazza Tahrir continuano ad essere presenti (ma l’Egitto è ancora lontano dalla fine della transizione post Mubarak) è altrettanto vero che l’onda del cambiamento è ben lungi dall’aver terminato il proprio percorso.

Il tema del giorno rimane l’Iran con le sanzioni dell’Unione Europea e le minacce di blocco dello stretto di Hormuz ma a un passo dai riflettori c’è una stagione di attentati in Iraq di una violenza inaudita, c’è la guerra civile che sta impegnando vasta parte del territorio siriano, ci sono le vicissitudini dello Yemen che sta cercando di svoltare pagina dopo decenni di governo autoritario. Il Medio Oriente è inquieto come non mai e stanno venendo allo scoperto pressioni geopolitiche, economiche e religiose che sono destinate a ridisegnare l’intero quadro delle alleanze internazionali e dei rapporti di potere.

Dietro le quinte, lontano dall’attenzione dei media più superficiali, c’è chi sta investendo miliardi di dollari per ridisegnare il Medio Oriente. Il Qatar ha sostenuto diversi gruppi di ispirazione religiosa in Libia e in Egitto e sta cercando di portare l’intera Lega Araba ad intervenire in Siria, Dubai si sta candidando a diventare il terreno neutrale dell’intera area, assumendo funzioni simili a quelle della Svizzera (vedi l’apertura della sede ‘diplomatica’ dei Taliban), l’Oman sta usando i suoi legami con il Regno Unito per porsi come l’interlocutore privilegiato del blocco anglosassone con i paesi dell’area a scapito dell’Arabia Saudita.

Sono da considerare gli investimenti miliardari che il Kuwait e l’Arabia Saudita stanno facendo da anni in Africa, dove si stanno assicurando enormi aree coltivabili e l’accesso a risorse minerarie e in generale l’aumento delle spese militari nell’intero quadrante del Golfo Persico. Rimane ovviamente l’ombra dei movimenti che si dicono legati ad Al-quaeda che utilizzano il Corno d’Africa come base di transito e vivaio per le loro attività nel settore.

Ai confini di tutto questo c’è l’unica vera potenza regionale araba. La Turchia.

Terra di contrasti quanto e più del resto del Medio Oriente, punto di transito e di equilibrio di così tante partite diverse da dare le vertigini. Bastione della NATO, candidata ad entrare nell’Unione Europea, fonte di una crescita economica senza rivali tra le nazioni dell’area e soprattutto proscenio di un governo legittimamente eletto a base islamica che ha saputo conquistarsi consensi fuori dai confini nazionali e superare il ruolo preponderante delle forze armate nella vita della nazione (le FFAA hanno condotto golpe militari a raffica, l’ultimo nel 1997, per impedire derive islamiche o di sinistra al paese).

La svolta impressa da Erdogan alla Turchia è impressionante. Sciolti i legami con Israele dopo più di dieci anni di programmi di sviluppo e aggiornamento dei sistemi d’arma di fabbricazione occidentale, ribadita la propria contrarietà a qualsiasi ipotesi di uno stato curdo ricavato all’interno dei confini iracheni, ristabilita la propria influenza sulla scena libanese in funzione anti siriana e anti iraniana. Questo per le azioni dirette. Sul piano diplomatico difficile non vedere il peso turco nella svolta moderata dei Fratelli Musulmani in Egitto (che hanno stravinto il primo round delle elezioni e aspettano in gloria le presidenziali), difficile anche non tenerne conto per i partiti di ispirazione islamica moderati dal Marocco fino al già citato Golfo Persico.

Quello che si sta consumando è il tentativo di rottura dell’asse scita, costituito da Iran, Siria, Hezbollah e Hamas, in funzione di due progetti molto differenti. Da sud le correnti wahabite qatariote e saudite, da nord il pragmatismo sunnita portato dai turchi. Le due correnti contribuiscono grandemente a destabilizzare l’intero Medio Oriente e rendono difficile il completamento della già citata primavera araba. Anche i paesi fin qui rimasti ai margini di questa stagione di rinnovamento, parlo del Marocco, dell’Algeria e della Giordania, non sono certo impermeabili a queste strategie. Non a caso sono state fatte importanti concessioni alle richieste delle rispettive popolazioni e i governi sembrano aver fatto scelte di basso profilo per non essere ulteriormente coinvolti nei cambiamenti.

Tuttavia anche la Turchia deve fare delle scelte.

L’identità nazionale turca è un soggetto molto complesso e per un osservatore occidentale può risultare difficile capire come mai fatti considerati acclarati come il genocidio perpetrato ai danni degli armeni (in scala minore anche ai danni di greci e assiri) durante la prima guerra mondiale siano considerati una sorta di complotto straniero ai danni della Turchia. La transizione da impero ottomano, duramente sconfitto e in parte smembrato dagli alleati, alla repubblica fondata da Ataturk con la ribellione all’occupazione straniera del 1922 ha praticamente creato un soggetto storicamente psicotico con la contrapposizione tra la nuova identità e i fantasmi del passato.

La storica rivalità con la Grecia, frutto di infiniti scontri militari, ha lasciato la difficile eredità dei due stati a Cipro (la repubblica del nord fondata nel 1983 è riconosciuta solo dalla Turchia) e il destino dell’isola pesa non poco nel cammino di avvicinamento all’Unione Europea, così come pesa la questione dei rapporti con i curdi, altra tragedia che rende tuttora impossibile vedere la repubblica turca come un soggetto in piena vita democratica.

Erdogan dovrà decidere che ruolo far giocare alla Turchia nei prossimi anni, ben sapendo che non può continuare a giocare su tutti i tavoli geopolitici ed economici come ha fatto finora. Proseguire il confronto con Israele mette a rischio i rapporti con gli Stati Uniti e l’Unione Europea, facendo in contempo del suo paese il faro di tutta l’area araba che mal sopporta la stessa esistenza dell’enclave ebraica. La comunità europea è anche lo sbocco maggiore dell’export turco nonché il terminale ricevente dei maxi oleodotti / gasdotti che nascono nei paesi ex russi. D’altro canto richiamare la condotta del suo paese all’orbita occidentale lascerebbe di nuovo campo all’Iran e ai suoi alleati, ipotesi vista come distruttiva dell’intera regione anche al netto della possibilità che Tehran si doti di armi nucleari.

Difficile anche solo immaginare un ritorno ai fasti dell’impero ottomano ma in chiave più moderna l’idea di una solida sfera di influenza che vada dal Bosforo all’Egitto, dal Libano al Golfo Persico non può che dar da pensare in termini geopolitici ed economici. In un contesto del genere si può vedere anche l’eredità del panarabismo di Nasser e Sadat e un contesto destinato a rendere molto complicato il cammino di Israele.

Il ruolo dell’Occidente per disinnescare un quadro potenzialmente ostile passa a mio parere per due crocevia obbligati. Il primo è economico e riguarda i rapporti diretti con la Turchia; devono essere resi ancora più evidenti per attrarre all’interno delle direzioni di sviluppo del vecchio continente la dinamicità della scena economica turca. Il secondo passa per la costituzione di uno stato palestinese in modo da togliere forza a movimenti come Hamas e spegnere il più grosso focolaio di discordia dell’intera regione.

Le scelte della Turchia sono in grado di condizionare sia il futuro dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo che quelli del Medio Oriente. Commettere l’errore di sottovalutare il loro peso rischia di essere fatale sia a breve che a medio termine.

2011, luci e ombre

Il 2011 per molti è stata una pessima annata. Tra difficoltà lavorative, economia finita a strisce e legittimi timori per il futuro tracciare dei bilanci rischia di portare alla luce un quadro degno di Bosch, magari con in sottofondo una messa da requiem.

Eppure, non tutto è stato così brutto. Si sono viste cose in cui non avrei mai sperato e sono proseguiti cambiamenti che portano verso direzioni positive. Se si trova la forza, argomento per me difficile, per alzare la testa dal proprio quotidiano per guardarsi attorno qualche lampo di luce c’è. Siamo tutti inseriti in un contesto che ormai trascende anche la parola ‘globalizzazione’, dove tutto è interconnesso a un livello che può essere difficile razionalizzare.

L’ingresso dell’Estonia nell’eurozona e i crolli dei regimi del nord Africa (Tunisia, Egitto, Libia), il vento di riforma detto ‘primavera araba’ che sta spostando gli equilibri in tanti paesi (Marocco, Yemen, Arabia Saudita, emirati del golfo Persico) e che tuttora alimenta l’incendio siriano. La voglia di protagonismo della Turchia, l’incertezza libanese e la solitudine di Israele. Vicino a una Giordania impaurita si sta riaprendo di peso il cantiere iracheno, liberato dall’alibi della presenza americana e poco più in là l’enigma iraniano rischia di mettere in discussione l’equilibrio nucleare.

Il nucleare ha trovato la sua Waterloo a livello civile con il disastro giapponese. Dopo Fukushima, al di là delle circostanze eccezionali che si sono verificate, l’equilibrio del consenso mondiale ai reattori per l’uso civile si è spostato verso il ‘no’. Le conseguenze economiche e industriali potrebbero essere davvero interessanti con lo spostamento di investimenti verso tecnologie più sostenibili per il nostro futuro. Deriva da questa vicenda anche l’esito della campagna referendaria italiana, grande impulso di partecipazione e di risveglio civile che ha portato anche a dei risultati interessanti nelle elezioni amministrative.

Tutto cambia, anche l’esistenza di figure simbolo del terrorismo. La morte di Osama bin Laden è destinata ad essere ricordata a lungo e a dare luogo a leggende complottiste d’ogni sorta. Dal 2001 era diventato il simbolo di un mondo sommerso che in realtà non controllava e lascia in eredità un modus operandi che durerà a lungo. Il quaedismo contiene in sé molte contraddizioni, difficile immaginare un futuro coeso per la pletora di movimenti che si dicono collegati ad Al-quaeda.

Il passato diventa veramente tale quando ci si fa i conti, giusto? Forse è questo il pensiero ricorrente dietro l’arresto degli ultimi ricercati serbi per la secessione jugoslava, la separazione in due stati del Sudan, il trattato tra India e Bangladesh o la decisione dell’Unesco di ammettere la Palestina come membro effettivo. La decisione dell’ETA di chiudere, si spera davvero per sempre , la stagione infinita della lotta armata termina un capitolo della storia spagnola proprio nell’anno in cui le ultime decisioni del governo Zapatero scalzano i simboli superstiti del franchismo.

Per altri il passato deve tornare, forse ripetersi. Le vicende ungheresi mostrano chiaramente i limiti di una democrazia non sufficientemente matura, così come il persistere dell’instabilità in Ucraina o le difficoltà di espressione di libertà di pensiero in un arco vastissimo del pianeta che va dalla Russia alla Cina, dal Medio Oriente alla Birmania. Eppure si cominciano a vedere delle fessure, crepe anche dove non ci aspetterebbe. Le timidissime aperture del regime militare birmano, le manifestazioni di piazza post elettorali in Russia, il lentissimo cambio di atteggiamento cubano. Eppur si muove, direbbe Galileo.

Tutto si muove, persino in Italia. Caduto l’alibi Berlusconi si sono riaperti tutti i tavoli e mille topi si affannano a correre in tutti i cantoni di una nave che è stata davvero sul punto di affondare nei flutti della speculazione. Tra operazioni di dubbia riverginazione e migrazioni politiche dal sapore di transumanza il nostro paese sta affrontando una doccia di realismo che ricorda molto il 1992. È finita la seconda repubblica? Rivedremo inchieste come ‘Mani pulite’? Forse, così come forse vedremo emergere qualche brandello di verità sui patti tra Stato e crimine organizzato. Che dirvi, mi manca Giorgio Bocca; lui avrebbe saputo come inquadrare il tutto in poche cartelle.

Dieci anni dopo

Sono passati dieci anni dal fatidico 11 settembre 2001. Pochi per sviluppare una prospettiva storica, sono forse appena sufficienti per tentare un minimo di distacco rispetto a una data che ha acquisito una veste molto più significativa del bilancio delle vittime degli attentati.
È cambiato nel frattempo l’intero quadro economico, figlio di una crisi che non ha veri precedenti nella storia del mondo moderno. Il crollo della finanza speculativa e creativa del 2008 non può essere paragonato al 1929, così come la probabile recessione del 2011-2012 non può essere veramente accostata a quella del 1937.

È cambiato il quadro geopolitico, i cosidetti paesi BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) sono emersi come potenze regionali sotto tutti i punti di vista, completati da Sud Africa, Indonesia e Australia. In più la Cina ha avviato una fase di riarmo e esplorazione che ricorda molto gli anni ’60 e ’70 per l’allora URSS e gli USA. Ricordate i taikonauti? Metteteci anche un primato significativo nell’esplorazione degli abissi e una spesa militare ufficiosa che ogni anno cancella il record precedente.

È cambiata l’America, resa triste dalla crisi economica e da due guerre che sembrano infinite. Iraq e Afghanistan sono destinati a segnare un’intera generazione con il marchio di chi ha combattuto conflitti asimmetrici di cui è ben difficile far capire l’utilità. Non basta la morte di Osama Bin Laden per mettere il bilancio in pari.

È cambiato il vento nei paesi arabi e sospetto che tutto quello che è successo dal 2001 in avanti abbia contribuito non poco al cambiamento. Dal Marocco alla Siria, una generazione di giovani che vogliono avere un futuro e che sono disposti a pagare il prezzo più alto. Difficile per un europeo non fare il paragone con il 1848 e i suoi moti.

È cambiata la Rete. I social network e due generazioni di dispositivi hanno interconnesso miliardi, ormai non si può più parlare di milioni, in modo spesso imprevedibile. Dai ribelli nei paesi arabi ai movimenti contro i governi repressivi nelle ex repubbliche russe, passando per le campagne referendarie e le elezioni europee. Barack Obama ha dimostrato quanto siano importanti gli strumenti del Web 2.0

Ground Zero è ancora lì. Monca di una ricostruzione dolorosa, baratro che sembra non volere colmarsi. Sono ancora lì, vivi e in buona salute, tutti i complottisti che scaricano la colpa degli attentati su chiunque, dai servizi segreti americani agli alieni, se non altro c’è un’ampia scelta per esercitare la propria paranoia. Sono al loro posto tante bare vuote, memoria simbolica di chi è finito letteralmente in polvere dieci anni fa. Spero abbiano potuto reincarnarsi con maggior fortuna.