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Posts Tagged ‘polemiche’

Si è fatto un gran parlare a proposito della candidatura alle prossime elezioni politiche di Antonio Ingroia, magistrato ora in aspettativa dopo essere stato protagonista di alcune tra le inchieste più scottanti degli ultimi anni. In pratica lo hanno accusato prima di fare politica mentre era in forza attiva alla Magistratura, poi di essersi fatto scudo della sua notorietà per promuoversi, infine lo hanno additato come un esempio di come “le toghe rosse” mischino pratica giudiziaria con azioni mirate a colpire avversari politici.

Dopo tanto ciarpame sui media, guarda caso con fonti estremamente vicine al centro destra, andrebbe fatto un minimo di chiarezza. Ingroia non è un santo, né pretende di esserlo.  Come tutti i magistrati ha sempre fatto parte dell’elettorato attivo (cioè chi vota) e ha mantenuto i suoi pieni diritti civili, ergo ha potuto formarsi opinioni politiche ed esprimerle ove lo ritenesse opportuno. E’ falso sostenere che i magistrati non possano avere opinioni politiche mentre rimane criticabile che lascino che queste ultime interferiscano con il loro lavoro.

Sono cose di un’ovvietà sconcertante da scrivere ma in questo paese dove si stanno dicendo bugie allucinanti da decenni tocca pure fare questo, ribadire l’ovvio per ristabilire le minime coordinate di un dialogo civile. Al di fuori delle nostre frontiere simili discussioni sarebbero bollate come idiozie prive del minimo interesse dal momento che i pilastri fondamentali delle istituzioni non vengono mai messi in discussione com’è accaduto in Italia. Tornando all’argomento, la parabola di Ingroia dal punto di vista professionale è delle più luminose.  Già membro del pool antimafia voluto da Falcone e Borsellino, poi sostituto procuratore con Caselli, dal 1987 al 2012 si è occupato di una serie di inchieste (con i processi a seguito) pesantissime, condotte quasi sempre in mezzo a difficoltà di ogni genere.

antonio ingroia

Ingroia è diventato scomodo nel momento in cui nelle sue inchieste ha cominciato ad esplorare le connessioni tra politica e crimine organizzato, tra apparati dello Stato ed elementi del sottobosco criminale. E’ la stessa strada che è costata la vita a tanti magistrati, il percorso che svelerebbe se e come lo Stato sia mai venuto a patti con i capi delle famiglie mafiose. Non soprende che rappresenti un nervo scoperto per la classe dirigente, sia in Sicilia che in tutto il resto d’Italia. Se poi si aggiunge che, come tanti altri colleghi meno noti, si è speso molto per difendere l’impianto della nostra Costituzione dai progetti di riforma avanzati dal centro destra nelle ultime legislature ecco che emerge con chiarezza come mai venga visto come un avversario pericoloso sul piano politico.

Da magistrato è poi stato collocato “fuori ruolo” per prendere parte a un programma ONU in Guatemala, nel quadro di iniziative internazionali per il contrasto ai cartelli del crimine organizzato.  L’accettazione di questo incarico è stata vissuta come una sorta di fuga dalla procura di Palermo da alcuni, altri vi hanno visto un modo per sottrarsi al peso di uno scontro con le istituzioni dopo la polemica con il Quirinale per il possibile utilizzo di intercettazioni telefoniche che vedevano tra gli altri impegnato il Presidente Napolitano, infine c’è chi ha teorizzato una sorta di compensazione, nel senso di dare un incarico prestigioso a un personaggio scomodo per impedirgli di continuare il suo lavoro.

Le ipotesi sopra riportate sono qualcosa di allucinante dal mio punto di vista. Un incarico come quello citato non è nelle possibilità di scelta del singolo magistrato o nella disponibilità di qualche funzionario ministeriale. Si tratta di incarichi a chiamata, dove il singolo magistrato o investigatore viene richiesto al paese d’origine da una commissione ONU ed è la persona coinvolta che decide se partecipare o meno all’iniziativa con il permesso dell’ente (o degli enti) per cui lavora. Vedere complotti anche dietro a queste cose è a dir poco patetico, almeno lasciamo l’ONU fuori dalle piccolezze del nostro paese.

Ingroia ha poi deciso di abbandonare l’incarico in questione dopo pochi mesi, mossa che ho trovato molto discutibile. Una volta che si decide di passare due anni sotto mandato ONU, salvo ovviamente gravi problemi personali, si deve portare a termine l’incarico dal momento che ne va non solo della propria reputazione ma tira in ballo anche quella nazionale (specialmente in anni come questi dove il prestigio italiano è ai minimi storici). Ha motivato la cosa per il momento politico nazionale, per la necessità di dar voce insieme agli altri componenti della sua lista a larghe parti della società e per sostenere una serie di punti (evidenziati in un manifesto, disponibile qui) che ritiene essere focali per la prossima legislatura. Ribadisco che Ingroia ha ogni diritto di impegnarsi, di fare cioè parte dell’elettorato passivo oltre che di quello attivo. Stride a mio parere l’opportunità, sempre riferita all’incarico ONU.

Rimane una questione di fondo, ovvero se davvero sia necessario perseguire una frammentazione dell’offerta politica in questo momento storico e se queste istanze, legittime, non potevano trovare posto in altri contesti già esistenti.  Domanda che visto il proliferare di partiti e movimenti della cosiddetta “seconda repubblica” pare non aver trovato una risposta adeguata.

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Negli ultimi giorni si è ragionato sul ruolo del blogger, usando come punto di partenza alcune dichiarazioni della neo direttrice dell’edizione italiana dell’Huffington Post (edito dal gruppo L’espresso). In pratica la nuova testa sta arruolando un numero consistente di blogger, alla fine saranno circa 600, per fornire i contenuti alla testata, il tutto senza retribuzione.

A far rumore il concetto espresso dalla direttrice, Lucia Annunziata, secondo la quale quanto scrivono i blogger non può essere giornalismo ma soltanto opinioni, ovvero (sempre secondo lei) materiale privo di un suo valore intrinseco. Da qui la scelta di non retribuire, in nessun modo, i blogger collaboratori della testata. Il tono delle parole dell’Annunziata è parso sprezzante a molti, me compreso, il che pare sottointendere un paragone tra giornalisti e blogger che è del tutto privo di senso.

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Da Roma e dai media continua a provenire un pessimo odore, quello di chi rimesta in qualsiasi cosa pur di ottenere vantaggi nelle lotte di potere e dalle scelte economiche che ne derivano. Da un’inchiesta della magistratura sui rapporti tra i massimi livelli della Mafia siciliana e persone di alto grado delle gerarchie dello stato tra fine anni ’80 e inizio anni ’90, iniziativa di grande livello che spero faccia luce su un periodo estremamente oscuro della vita italiana, si è arrivati a mettere al centro del mirino la figura del Presidente della Repubblica, sia come ruolo che per quanto riguarda l’attuale occupante della carica.

Come spesso accade si intrecciano partite molto diverse, tutte opportunamente presentate  in modo da soverchiare le altre, con il risultato di fare l’ennesimo bailamme mediatico per poi continuare ognuno a perseguire la propria agenda al riparo del polverone. Mi permetto di provare a mettere le cose in ordine, non fosse altro che per contrastare chi non vuole che si alzi il livello della comprensione generale. In coda andrò a inserire alcune conclusioni.

Il primo motore di tutta la faccenda è l’inchiesta sui rapporti tra Stato e Mafia nel periodo già ricordato. Per chi se ne fosse scordato o fosse troppo giovane per averne memoria ricordo che in quel periodo il contrasto al crimine organizzato di stampo mafioso si stava rivelando più efficace. Da un lato le pene più rigorose, il cosidetto “carcere duro” o 41bis, dall’altro l’essersi concentrati sul “follow the money” ovvero sull’attacco al patrimonio mobiliare ed immobiliare associabile alle cosche secondo le direttive di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Come era logico aspettarsi la Mafia reagì e lo fece con grande violenza. In sintesi si potrebbe attribuire alla parte che faceva capo a Totò Riina la gestione degli attentati mentre chi faceva capo a Bernardo Provenzano era più occupato a cercare sponde sul lato politico, tanto a Palermo che a Roma, per negoziare una sorta di soluzione alle difficoltà della Mafia.

Una serie di indagini, avvenute nell’arco di tre decenni, hanno stabilito al di là di ogni ragionevole dubbio che una trattativa è esistita. Tra chi e come sia finita non è del tutto chiaro. Le versioni emerse dai riscontri delle indagini e dalle testimonianze dei pentiti non solo discordano tra loro ma sono comunque incomplete. Gli inquirenti hanno trovato il tradizionale muro di gomma, un mare di “non so” e  “non ricordo”, di testimonianze fatte da ex ministri, ex sottosegretari ed ex dirigenti dello Stato che sono servite più a metterli sotto i riflettori dei media che non a fornire elementi decisivi. Alcune di quelle testimonianze non hanno convinto la procura che di conseguenza ha ordinato supplementi di indagini.

Tra i testimoni più restii, a quanto pare, c’è anche Nicola Mancino. L’ex ministro dell’Interno ed ex presidente del Senato non è certo abituato ad essere messo in discussione, per non parlare dei sospetti che emergono sulla stampa. Ha il telefono sotto controllo e vengono scoperte le sue chiamate al Quirinale, sia al consigliere legale del Presidente (Loris D’Ambrosio, in seguito deceduto) che allo stesso Presidente della Repubblica. Stanti le leggi vigenti non si può intercettare il capo dello Stato a meno che non sia sotto inchiesta per alto tradimento o attentato alla Costituzione (vedi art.90 della Costituzione), la procura ne è ovviamente al corrente e le conversazioni tra Napolitano e Mancino vengono derubricate immediatamente. Questo è un punto importante: non vengono trascritte, non vengono diffuse, sono sotto segreto.

La notizia delle telefonate di Mancino al Quirinale in qualche modo filtrano ai media, ne nasce una campagna di stampa di bassissimo valore dove si discute fondamentalmente del nulla assoluto. Nessuno ha sentito le registrazioni, nessuno ha letto le trascrizioni, nessuno è stato in grado di ottenere dai diretti interessati conferme e/o indicazioni. In compenso cominciano subito le manipolazioni, altro atto fondamentale di questa storia. In ballo c’è una legge, in discussione da molti mesi, per limitare l’utilizzo dello strumento delle intercettazioni e ancora di più sulla diffusione delle notizie ottenute per questo mezzo ai media. E’ diventato un cavallo di battaglia del principale partito del centro destra, il PDL, che non a caso ha forti interessi in merito per una serie di inchieste che investono membri importanti del partito, a partire dal suo presidente Silvio Berlusconi.

Qui c’è il primo corto circuito. I media allineati con il centro destra usano il caso Mancino-Quirinale in maniera strumentale per sostenere i propri interessi. In pratica ci si fa scudo del ruolo del Presidente della Repubblica per rilanciare un progetto di legge a dir poco pericoloso, che se approvato finirebbe per limitare l’azione d’indagine a disposizione delle procure e metterebbe sotto silenzio per mesi, se non per anni, le notizie che dovessero emergere dalle intercettazioni il che lede in maniera abnorme il diritto del pubblico di essere informato, per non parlare del ruolo dei media come garanti della libertà d’espressione.

In contemporanea ecco il secondo corto circuito. I media che si proclamano non allineati fanno propria la tesi che qualsiasi intercettazione, comprese quelle relative al capo dello Stato, devono essere rese pubbliche malgrado le leggi vigenti. Il concetto è quello della trasparenza, del dover rendere conto di tutto alla pubblica opinione. La tesi di per sé non sarebbe peregrina ma si scontra con il diritto e la Costituzione. Inoltre i toni con cui viene sostenuta divengono via via più populisti, al limite dell’ingiuria.

Il terzo corto circuito è politico. Sia Antonio Di Pietro che Beppe Grillo intervengono pesantemente sulla faccenda, il primo anche in sede parlamentare. La tesi è sempre quella della trasparenza rammentata al punto precedente ma il ruolo dei due personaggi sposta lo scontro su un altro livello e collega la questione all’insofferenza populista di chi al termine “politico” associa i peggiori significati.

A questo punto l’inchiesta giudiziaria sui rapporti Stato/Mafia è già finita sullo sfondo. I magistrati che si occupano della cosa sono stati trascinati sotto i riflettori per parlare solo delle intercettazioni e del loro possibile contenuto. Fumo e specchi, l’illusione viene ancora una volta servita alla pubblica opinione.

La morte di Loris D’Ambrosio, avvenuta per cause naturali, toglie un testimone dalla vicenda ed esaspera del tutto il Presidente che incarica pubblicamente la Corte Costituzionale di tracciare i contorni legali della vicenda in modo da stabilire una volta per tutte se sia lecito o meno utilizzare le intercettazioni delle conversazioni intercorse tra Mancino e Napolitano. Il punto legale risiede nell’interpretazione da dare alla legge n.219/1989, ovvero se può essere applicata nei confronti del capo dello Stato. L’organismo preposto per questo genere di cose è appunto la Corte Costituzionale e la tesi di Napolitano secondo cui chiarire questo punto di legge è essenziale per le prerogative del suo ruolo trova fondamento.

Anche su questi sviluppi proseguono i corti circuiti mediatici, con i media scatenati nel dibattere sia il concetto di intercettazione che le scelte del Presidente, nonché continuare a fantasticare sul contenuto delle telefonate, ormai oggetto del desiderio di qualsiasi direttore di testata. Escono su due quotidiani ricostruzioni piuttosto fantasiose con l’unico risultato di trovare ovvie smentite da parte della procura e del Quirinale. Politicamente si arriva di nuovo allo scontro di tesi sulle intercettazioni, in pratica ne parlano tutti senza che si dica alcunchè di sensato. Di nuovo, fumo e specchi, sullo sfondo la figura fragile di Napolitano.

L’ultima tranche di questo spettacolo insensato è la pubblicazione su un settimanale di proprietà riconducibile a Berlusconi dei “contenuti” delle telefonate Mancino-Napolitano. Fantasie tratte da articoli precedentemente pubblicati da altri e rimesse in bello stile, il tutto strumentale per rilanciare le polemiche e riportare la discussione in auge sui media e nella politica nazionale. Anche in questo caso la cosa rimbalza sui media, complice il clima da fine estate e la forte tendenza all’anti politica presente nella pubblica opinione.

L’inchiesta è ancora lì. Le domande su chi fosse in rapporti con la Mafia in quegli anni rimangono senza risposte certe, così come rimane lontano il raggiungimento della verità. Con i tempi debiti arriverà anche la risposta della Corte Costituzionale e sapremo se si possono o meno conoscere il contenuto di queste benedette telefonate. Il  danno comunque è stato fatto. Enorme. Per l’ennesima volta l’opinione pubblica è stata sviata dal fatto fondamentale per rincorrere polemiche sterili, ancora una volta un ruolo fondamentale dello Stato è stato messo in discussione senza tener conto delle leggi e della Costituzione, ancora una volta gli interessi privati (politici e non) sono stati messi davanti a quello dello Stato.   

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Questo è un paese buffo, dove il concetto di passato sembra non riuscire ad attecchire. Ogni volta che si presenta un qualsiasi cambiamento sorgono le stesse resistenze, si esprimono gli stessi argomenti per combattere battaglie di retroguardia totalmente inutili, per lo più basate su preposizioni espresse come assiomi matematici che si vogliono essere indiscutibili.

E’ pienamente comprensibile esprimere dissenso o proporre alternative ma non sarebbe male farlo con qualche argomento logico o almeno dopo aver svolto il minimo sindacale di ricerca. Mi riferisco alla discussione assurda che dura da mesi sull’inesistente guerra tra libri in formato cartaceo versus ebook. Viene teorizzato uno scenario apocalittico che porterebbe alla scomparsa dei supporti cartacei, alla rovina di tutte le librerie, al crollo fragoroso dell’industria editoriale fino alla “sicura” scomparsa della cultura della parola scritta data la “nota” inaffidabilità dei supporti informatici.

La discussione parte quindi da uno scenario di povertà intellettuale sconfortante, probabilmente frutto di quell’istinto per la polemica che affligge gran parte dei nostri connazionali. Verrebbe anche da mettere in stretta relazione i fattori culturali noti, tipo lo scarso livello di istruzione riscontrato ai test rispetto alla media europea e il bassissimo livello di lettori forti certificato più volte dall’ISTAT, con questo continuo vociare sui social network e nella blogosfera.

Vediamo di dare uno sguardo al recente passato, esercizio utile quando si vuole fare analisi su cambiamenti che presentano forti similitudini. Qualche anno fa il mondo della musica commerciale si trovò ad affrontare il primo vero salto tecnologico, ovvero il diffondersi di supporti magnetici a fianco della tradizionale versione su vinile. Ho abbastanza anni da ricordare una serie di polemiche sulla purezza del suono, su come si perdesse una parte dell’esperienza artistica (!) con il passaggio sui compact disc e infine come il suono risultasse non riprodotto correttamento oltre i 20.000 Hz (frequenza peraltro non alla portata della stragrande maggioranza degli esseri umani). Ve lo ricordate?

Dietro queste diatribe c’era una guerra commerciale di grande portata con due multinazionali, Sony e Philips, impegnate a promuovere i propri prodotti per conquistare un mercato dal potenziale economico impressionante. Per chi non lo ricordasse alla fine vinse l’azienda giapponese con i rivali olandesi parzialmente compensati con la cessione e la gestione dei brevetti. Sempre in quegli anni ci fu il conflitto sui formati delle videocassette, VHS versus Betamax, che vide trionfare il formato tecnicamente peggiore per questioni del tutto commerciali.

In tempi più recenti è arrivata la seconda rivoluzione, quella del formato digitale. Nel pieno boom della Rete, la prima vera fase di espansione di internet, la comparsa dei formati alternativi al supporto fisico trovò un’industria del tutto impreparata e la totale inadeguatezza delle norme sui copyright e il commercio elettronico.  Il risultato finale, ormai lo possiamo vedere bene, è che l’industria è stata fortemente ridimensionata nel suo ruolo di gatekeeper del mercato, che gli artisti hanno acquistato un ruolo più importante nelle scelte commerciali e che il segmento retail (i negozi e le catene commerciali) ha pagato il prezzo più alto con la scomparsa di molti punti vendita. L’ultimo sviluppo ha dimostrato come una buona proposta su YouTube, se sostenuta via social network, sia in grado di affermarsi su scala globale scavalcando del tutto qualsiasi forma di intermediario tradizionale.

Si può affermare in sintesi che l’industria musicale dal 1982 al 2012 sia cambiata enormemente. Il mercato è rimasto, muove miliardi di dollari ogni giorno ed è diventato più accessibile. Nel frattempo le nicchie di mercato rimangono e godono di buona salute. C’è chi produce dischi di vinile e chi non ha nessun tipo di supporto fisico, accedono allo stesso mercato e prosperano senza danno alcuno per i clienti. Il pubblico è quello che ha tratto più vantaggio dal cambiamento; i lettori MP3 e i loro successori sono diffusi a basso costo in tutto il mondo e l’offerta per chi accede alla Rete è vastissima, spesso con un buon rapporto tra qualità e prezzo.

L’editoria ricorda da vicino la posizione dell’industria musicale del 1982. E fuori dai nostri angusti confini si sta già adattando da parecchi anni al salto tecnologico dal momento che non ci si può sottrarre a questo tipo di evoluzione.  Quello che cambia non è solo il mezzo che si usa per leggere ma un intero paradigma di mercato.  E’ in discussione il ruolo di gatekeeper degli editori, l’esistenza della filiera di distribuzione, il destino del segmento retail. Esattamente come per il settore della musica. L’affermarsi di player internazionali come Amazon sta costringendo le aziende italiane ad adeguarsi per rimanere presenti sul mercato, ad evolvere il loro modo di fare affari. E’ la stessa cosa, con qualche anno di ritardo.

Nessuno vuole eliminare i libri cartacei, così come nessuno voleva eliminare i dischi in vinile. Continueranno ad esistere, almeno fino a quando non smetteremo di utilizzare la carta per passare a qualcosa di altrettanto duttile (non esistono materiali del genere ad oggi ma c’è chi ci sta lavorando). Il vero problema è nelle abitudini di consumo e la storia recente ci insegna che è questione di pochi anni per avere la transizione che al di là delle Alpi è già avvenuta. Queste forme di resistenza culturale, peraltro immotivate, sono indice di rigidità mentale, di paura del nuovo.

Se davvero ci sono tutti questi difensori del libro-di-carta, come mai i dati dell’ISTAT ci mostrano un calo di lettori? Come mai le librerie sono quasi sempre deserte? Come mai ci sono così poche famiglie che hanno un numero decente di volumi in casa? Dove sono queste torme di appassionati quando vengono presentati i nuovi libri o quando si fanno eventi per promuovere la lettura?

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La crisi economica in corso, con tutto il suo carico di paure per il futuro, è il carburante ideale per chi voglia vedere complotti a ogni angolo o, peggio, approfittare della situazione per soffiare sui fuochi gemelli dell’antipolitica e della ribellione fiscale. Questo tipo di atteggiamento trova una base naturale nella scarsa cultura economica e istituzionale dei nostri concittadini e nel livello scadente dell’informazione televisiva sugli stessi temi.

Facile gridare quindi al complotto, alla congiura di palazzo fatta sulla pelle dei cittadini, anche quando si tratta di adempimenti regolati da trattati europei, il cui testo è pubblico e consultabile dal momento in cui vengono promulgati dai paesi firmatari. Il caso a cui faccio riferimento è relativo al fondo ESM che vede tra i suoi firmatari anche l’Italia, costituito come argine contro le manovre speculative fatte sui titoli dei debiti nazionali.

Sulla rete rimbalza un servizio del dicembre dell’anno scorso del sito nocensura.com, ripreso anche da altre fonti sullo stesso tono, dove si parla della quota parte che tocca all’Italia dell’ESM come di una tassa nascosta ai cittadini, una sorta di ulteriore ed onerosissima finanziaria fatta ai nostri danni. Peccato che il testo del trattato, a leggerlo per intero, spieghi anche che quei soldi (non solo italiani) sono da mettere a disposizione e non da versare in qualche forziere nascosto sotto l’Eurotower.

Per come è stato pensato l’ESM il concetto è diverso; se si presenta la necessità di utilizzare questa massa di miliardi di Euro, allora gli stati membri saranno chiamati a contribuire. Inoltre l’ESM serve principalmente ad acquistare titoli di Stato, emessi proprio dai paesi firmatari. In pratica è una gigantesca partita di denaro virtuale, destinata a contrastare masse altrettanto rilevanti di denaro virtuale messe in moto dagli speculatori per attaccare l’area Euro.

Dov’è il complotto? Sono tutti documenti pubblici. Dov’è la congiura? Non c’è, se non nelle teste di chi deve urlare al vento e propalare scempiaggini.

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Oggi trovo nell’edizione online del Corriere un articolo che si riferisce all’ennesimo delirio di Cesare Battisti, intervistato per l’occasione da Le Monde. Che vuole costui? Niente di meno di un’amnistia e una generica riflessione sugli anni ’70, immagino all’insegna del colpo di spugna. Già che c’è ribadisce anche di essere innocente e di non aver mai ucciso nessuno. Per uno che si è preso tre ergastoli non c’è male, non credete?

 

L’intervista non aggiunge nulla a quanto già si sapeva ma serve per ribadire alcune cose, di per sé significative. Uno, ai media francesi non par vero continuare a rinvangare la vicenda Battisti, chiaro segno che la dottrina Mitterand degli anni ’80 ha lasciato un’eredità culturale difficile da smaltire. Due, al Corriere farsi sfuggire una facile occasione di polemica sembra impossibile (ci sono cascato anche io ovviamente). Tre, in un paese senza passato come il nostro discorsi asinini come quelli di un pluri pregiudicato trovano spazio e consenso, specialmente in ambienti a cui piace definirsi di sinistra. Quarto, chiudere una vicenda giudiziaria in Italia sembra difficile come una scalata del nono grado. Tre diversi filoni processuali, tre gradi di giudizio per ognuno, tre ergastoli non bastano per mettere una pietra sopra alle indagini.

 

La dottrina Mitterand è piuttosto curiosa. Dopo l’elezione del presidente nel 1981 venne in pratica formalizzata una serie di accordi che garantivano uno status privilegiato in Francia agli appartenenti di varie sigle ai margini del terrorismo internazionale e in parecchi casi a veri e propri criminali. Bastava che in Francia si astenessero dal delinquere e che limitassero le dichiarazioni alla stampa. Il fondamento di questa ‘dottrina’ era riuscire a limitare il sottobosco inquieto dei movimenti europei, scambiando il concetto di rifugio sicuro con quello di armistizio. Io non ti do la caccia e ti aiuto a rifarti una vita, tu non mi rompi le scatole in casa mia.

C’era anche un altro capitolo, il più delle volte curiosamente dimenticato dai media francesi, ovvero che i rifugiati contribuirono non poco a isolare chi non sottostava all’accordo. Sarebbe interessante fare il conto di quante azioni dei reparti dello SDECE furono rese possibili dalle confidenze raccolte dai rifugiati italiani, spagnoli e tedeschi.

 

Un altro problemino sarebbe da portare all’attenzione dei francesi e dei tanti italiani che si dilettano nel revisionismo degli anni ’70 e ’80. Vi ricordate di Action Directe? Qui potete trovare una cronologia abbastanza fedele del loro percorso terroristico, compresi i legami che avevano stretto con altri gruppi europei (come avevano fatto anche le BR). Perché parlo di AD? Per sottolineare la differenza di maniere dello stato francese nei loro confronti. Per un Battisti coccolato e elevato a simbolo ci sono altri che sono finiti a faccia in giù in un canale, arresti del tutto illegali e processi molto frettolosi. Sempre con la benedizione di Mitterand. Il tutto è finito nel 1986-1987 con il definitivo smantellamento dell’organizzazione, quindi non stiamo parlando di chissà quanto tempo fa. Mi domando come mai Fred Vargas, la giallista francese che tanto si è spesa per Battisti, non ha usato la stessa attenzione nei confronti dei suoi connazionali. O perché i supporter italiani di Battisti non siano altrettanto solidali nei loro confronti.

 

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Recensire un testo sta diventando qualcosa di strano. Ci sono stati dei flame recentemente a proposito della modalità con cui si può esprimere il proprio parere, su cosa sia giusto o sbagliato cercare in un libro e su come proporre il libro all’attenzione dei propri lettori.

Gli interrogativi li trovo tutti giusti ma passare dalla discussione, magari accesa, al confronto a suon di insulti mi sembra un passare dalla parte del torto perdendo completamente di vista l’obbiettivo di partenza, ovvero recensire un testo.

C’è stato un momento, non so quando, in cui si è passati dal discutere dell’oggetto della recensione al trattare il modo con cui la recensione viene fatta. Attenzione, non mi riferisco solo ai soliti noti né voglio prendermela con qualcuno in particolare; è il cambio di soggetto che mi rende perplesso. Se si vuole esaminare o disaminare in maniera approfondita un qualsiasi libro lo si può fare in tante maniere ma quando si passa più tempo a citare questo o quel manuale invece che trattare dei contenuti o della forma del libro per me c’è qualcosa che non va.

Il libro diventa un pretesto per sostenere una tesi o per discuterne delle altre. Fattibile, certo. Mi pare che sia altrettanto discutibile. Se leggo una recensione è perché voglio capire se quel particolare libro è scritto bene, se parla di argomenti che mi interessano, se l’autore (o l’autrice) ha scritto altri testi, come poter reperire l’opera e a che costi. Trovare n-mila commenti su un post in cui una minima parte è in tema e il resto è riconducibile a un confronto tra utenti per me è fuorviante.

Ovviamente si può far scattare un flame o una flame war su qualsiasi cosa, sappiamo altrettanto bene che chi si diverte a fare il troll in giro non ha bisogno di particolari pretesti per esercitare le sue facoltà. Il punto però rimane quanto spazio si vuole dare a questo genere di cose. Il vecchio don’t feed the troll rimane un buon modo di fare, anche in presenza di personaggi estremamente insistenti. Se si esercita la moderazione dei commenti diventa anche più facile tenere sotto controllo le deviazioni.

La domanda di fondo rimane, a chi servono questi flame? Non a generare traffico, i blog in questione sono di norma molto frequentati. Mi sembra anche strano che ci sia una sorta di esigenza legata alle polemiche o che sia semplicemente una grande disponibilità di tempo da perdere. Cui prodest?

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Il dibattito sulla pirateria, sul copyright e sulle libertà della Rete ogni tanto conosce pagine interessanti e ci porta storie con risvolti buffi. In Germania la polizia fa un’indagine massiccia su un sito pirata, reo di diffondere film in streaming e in download, fino ad arrivare ad incriminare diverse persone e a bloccare il sito in questione. Fin qui, niente di strano. Peccato che la stessa industria cinematografica, tramite una sua associazione, commissioni uno studio sugli utenti di questo forum con l’idea di dimostrare che costoro sono un danno per l’industria nel suo complesso.

Bella idea. Ma la ricerca fornisce risultati diversi dalle attese. A quanto pare i cattivissimi fruitori dei servizi pirati usano streaming e download per ‘provare’ i film e in seguito acquistano in maniera più o meno massiccia a ragion veduta. L’industria non ha gradito il risultato e ha pensato bene di non pubblicizzarlo. Altra idea grandiosa. Peccato che si venga a sapere lo stesso. Vedi qui.

Anche il governo americano si interroga su come agire sul lato pirateria (allargando il discorso anche alle contraffazioni) e da bravo apparato burocra-tico richiede un’indagine i cui risultati sono qui. Il documento verte sul periodo 2004-2009 e non fornisce raccomandazioni esplicite all’amministrazione sui provvedimenti da prendere per contrastare questo insieme di fenomeni, rimane interessante come analisi. Non mi risultano al momento studi simili per l’Italia.

Ma fare acquisti on line è proprio così semplice e senza problemi, a volte pare di no, specialmente quando l’assistenza non è proprio il massimo della collabora-zione. Trovate qui un articolo illuminante, vi segnalo in particolare la conclusione.

Infine, last but not least, vi segnalo un articolo interessante che propone delle riflessioni condivisibili su tutta una serie di problemi legati all’editoria elettro-nica, alla pirateria applicata al vendere libri e all’evoluzione del mercato. Il tutto con numerosi riferimenti ad altri siti per allargare il campo delle riflessioni. Lo trovate qui.

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Secondo giorno di votazioni per questa tornata amministrativa, tutti sulle spine per poi potersi proclamare vincitori da questa sera. Aspettiamo a piè fermo l’inevitabile sbrodolata televisiva, le contestazioni, le urla e tutto il bla-bla-bla che riempirà per almeno una settimana i media.

Un fatto: chi non lo ha ancora fatto può ancora votare. Diritto / dovere da esercitare sempre e comunque se si vuole dare un segnale alla nostra classe dirigente. Andateci, please. Va bene anche la scheda bianca, al limite scriveteci sopra una poesia ma andateci. Non date a chi comanda la scusa per dire: facciamo quello che ci pare.

Consiglio per stasera: tenete spenta la TV, evitate i siti di informazione. I risultati definitivi ci saranno domani e lì ci sarà spazio per ragionare.

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