Twenty Years After – la cover

La cosa bella di progetti come questo è vedere come il concetto che hai in testa può essere concretizzato da altre persone. Questo può assumere aspetti spettacolari nel caso delle copertine o dell’artwork ed è successo anche per questo saggio.

Mitvisier mi ha proposto questa immagine, ditemi voi se a questo punto non sono obbligato moralmente a fare un lavoro migliore.

20Yafter

Con un incoraggiamento del genere, devo solo rimettermi sotto. 🙂

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Twenty years after – in lavorazione

Ho finalmente concluso la stesura del mio mini saggio sulle repubbliche ex sovietiche, tempo quindi di darsi da fare per renderlo disponibile. Ho qualche ambizione sull’argomento, nel senso che questa volta vorrei riuscire a crearmi dei file decenti nei formati epub e mobi e di provare a collocarlo, in maniera gratuita, su amazon.com o su qualche piattaforma di diffusione.

idea per la cover

idea per la cover

Sto anche valutando se valga la pensa tradurlo in inglese e ripetere il processo sopra descritto, con il dubbio se voler rientrare o meno di qualche spesa mettendolo a una tariffa minima (tipo un dollaro o simili). Per me sarebbe la prima volta per entrambe le cose, una sorta di Rubicone psicologico da varcare. Voi cosa fareste al mio posto?

Paul Collier – Guerre, armi e democrazia

Paul Collier Guerre armi e democrazia

Paul Collier

Guerre, armi e democrazia

(Orig. Wars, Guns and Votes: Democracy in Dangerous Places 2009)

Traduzione di Laura Cespa

Laterza

pp. 248

ISBN 978-88-420-9803-4

Quarta di copertina (dal sito dell’editore).

«Se la gente va alle urne non imbraccia il fucile. Sono giunto alla conclusione che questa convinzione rassicurante sia una illusione.» Il nuovo libro di Paul Collier sul rapporto che lega violenza politica e povertà negli Stati in via di sviluppo.
Nelle società dell’ultimo miliardo la democrazia ha fatto aumentare la violenza politica invece di ridurla. Per quanto riguarda l’Africa, l’unica regione i cui dati complessivi sono disponibili, dal 1945 a oggi, 82 sono stati i colpi di Stato riusciti, 109 i tentativi falliti e 145 i complotti sventati sul nascere. Un altro dato: nei 58 paesi a basso reddito che Collier prende in esame, 9 miliardi di dollari vengono spesi in armi, il 40% dei quali è finanziato dagli aiuti per la cooperazione della comunità internazionale. Eppure molti di questi paesi non sono più coinvolti in guerre civili o di confine e negli ultimi decenni hanno avuto libere elezioni. Allora perché? Perché sono paesi i cui governi sono solo apparentemente democratici e non garantiscono né i diritti basilari né le libertà delle persone. «La ragione pura e semplice per cui nei paesi dell’ultimo miliardo gli effetti della responsabilità e della legittimità della democrazia non fanno diminuire il rischio di violenza politica è che in quelle società la democrazia non è né responsabile né legittima.» Questa la cattiva notizia. La buona è che ci troviamo di fronte a una situazione drammatica soltanto perché non siamo stati in grado di gestirla con competenza.

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Luciano Gallino – Il lavoro non è una merce

luciano gallino il lavoro non è una merce

Luciano Gallino

Il lavoro non è una merce (2008, terza edizione)

Laterza edizioni

pp. 184

ISBN 978-8842083221

Quarta di copertina (dal sito dell’editore)

Dire che la politica dell’ultimo decennio ha drammaticamente sottovalutato la condizione del lavoro flessibile significa tenersi molto al di sotto delle righe.

Circa 8 milioni: sono gli italiani che hanno un lavoro instabile. Tra 5 e 6 milioni sono precari per legge, ossia lavorano con uno dei tanti contratti atipici che l’immaginazione del legislatore ha concepito negli ultimi quindici anni. Gli altri sono i precari al di fuori della legge, i lavoratori del sommerso. Come si è arrivati a queste cifre, perché le imprese chiedono la flessibilità del lavoro in misura sempre crescente, quali sono i costi umani che stiamo pagando e quali sarebbero i costi economici che il paese dovrebbe affrontare se si volesse davvero coniugare l’instabilità dell’occupazione con la sicurezza del reddito, cosa ha a che fare tutto questo con la globalizzazione, quali caratteristiche dovrebbe avere una politica del ‘lavoro globale’ per essere davvero all’altezza delle reali dimensioni del problema. In queste pagine, l’accusa di Gallino: non solo non è giusto che il precariato sia merce di scambio dell’economia globalizzata, ma nemmeno intelligente per una società che voglia congiungere allo sviluppo economico lo sviluppo umano.

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Robert Gilmore – Alice nel paese dei quanti

Alice nel paese dei quanti

Robert Gilmore

Alice nel paese dei quanti

(Orig.: Alice in Quantumland, 1995)

Prefazione di Maria Luisa Della Chiara

Traduzione di Pier Daniele Napoletani

pp. 241

Raffaello Cortina Editore

ISBN 88-7078-406-1

Quarta di copertina.

Più bizzarro del Cappellaio matto, più imprevedibile della Regina di cuori, più elusivo del Gatto del Chesire è il mondo dei quanti che la fisica del Novecento ha rivelato ai ricercatori che confessavano di ‘non credere ai propri occhi’, cioè a quello che con formule ed esperimenti stavano dimostrando. Ricalcando le orme del grande Carroll, Robert Gilmore ci presenta un’Alice che attraversa non più uno specchio ma uno schermo televisivo, finendo nel mondo degli oggetti infinitamente piccoli. Diventa così “particella onoraria” tra fotoni ed elettroni, curiosa osservatrice nella misteriosa Sala degli Esperimenti mentali, scolara diligente alla “Scuola Copenhagen” dove pone domande imbarazzanti a un maestro somigliantissimo a Niels Bohr. Sfidando le certezze del senso comune e sfruttando con ironia le risorse del linguaggio ordinario, Gilmore si serve di Alice per spiegare quella ‘rivoluzione quantistica’ che ha determinato una radicale revisione delle categorie fondamentali del nostro pensiero. Come osserva Maria Luisa Della Chiara nella prefazione all’edizione italiana, questo “è un libro che ammette letture diverse: i non esperti potranno considerarlo un racconto un po’ strano e divertente, ma anche imparare concetti scientifici che vengono illustrati in modo intuitivo. Gli esperti si divertiranno a veder tradotte in immagini questioni profonde su cui hanno lungamente riflettuto.”

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L’indice CPI del 2012

Ho consultato l’edizione aggiornata al 2012 del Corruption Perception Index, indicatore della percezione della corruzione stilato da Transparency International, per riportarne poi i dati in estratto sul mini saggio che sto preparando.

Transparency-International

Come metro di paragone riporto anche i risultati dell’Italia e della Russia, non faccio altri commenti.

32esimo posto: Estonia

48esimo posto: Lituania

54esimo posto: Lettonia

[72esimo posto, Italia]

94esimo posto: Moldova

123esimo posto: Bielorussia

133esimo posto: Kazakhstan

[ex aequo 133esimo posto, Russia]

139esimo posto: Azerbaijan

144esimo posto: Ukraina

154esimo posto: Kirgyzystan

157esimo posto: Tajikistan

170esimo posto, ex aequo, Turkmenistan e Uzbekistan

Il prossimo volumetto

free_ebook

Ho finalmente concluso la serie sulle repubbliche ex sovietiche e come promesso a suo tempo mi accingo a farne un mini saggio, giusto per mantenersi in allenamento. Agli articoli ovviamente va aggiunto almeno uno straccio di prefazione, le solite cose sulle note, i credits, i disclaimer etc.

Ma manca la seconda parte, ovvero mettere a sistema i paesi citati secondo alcuni degli indici internazionalmente riconosciuti. Dico alcuni perché ce ne sono a centinaia (alcuni veramente strambi) e utilizzarli tutti produrrebbe una fila di numeri scarsamente utili, per non dire quasi incomprensibili.

A questo punto però scatta la domanda, quali indici usare? Considero irrinunciabile quello di Freedom House sulla libertà di informazione, va selezionato almeno uno di quelli che si riferiscono alla parità di genere, non può mancare un indice di progresso economico. Bastano per dare almeno una prima impressione dei paesi citati?

E ancora, diventa impossibile evitare un accenno all’URSS pre e post 1989, vanno messi in prospettiva il conflitto afghano (con tutta la War on Terror) rispetto alle tensioni economiche derivanti da gas-petrolio per l’area asiatica, bisognerà almeno spiegare per sommi capi il laccio economico europeo-russo e scrivere almeno qualche riga sull’influenza della Turchia.

A tutto questo va aggiunto un fattore tecnico. A confezionare un PDF decente ci metto poco, creare un adeguato epub o mobi è già altra cosa. Vedremo, il tempo per mettermi lì a fare le cose per bene latita. Poi c’è tutta l’annosa questione sul crearne una versione in inglese…

Ben che vada, ci si aprirà il 2013.