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Posts Tagged ‘Ungheria’

Tra il 1924 e il 1926 due paesi europei, l’Austria e l’Ungheria, furono di fatto commissariati dal punto di vista economico dalla Società delle Nazioni che in quel periodo de facto governarono entrambi i paesi fino a farli uscire dalla crisi profondissima in cui si trovavano.

Le cause sono da far risalire alla fine dell’impero austro-ungarico, dovuta alla sconfitta nel corso della prima guerra mondiale e delle decisioni successive (trattato di Versailles) che diedero origine a un quadro europeo inedito. L’economia imperiale, già minata dal conflitto, crollò del tutto e l’attività sostenuta dalla SdN svolse un ruolo di supporto in accordo con gli Stati Uniti.

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La vicenda delle spese militari delle FFAA italiane è da decenni al centro di un dibattito pubblico a dir poco disinformato e distante dalla realtà. Se è facile fare titoli sui quotidiani o preparare servizi da sessanta secondi sui media è altrettanto vero che le politiche di spending review avviate dal governo in carica devono incidere anche sul funzionamento della difesa italiana.

Molto in sintesi ricordo che il nostro paese non solo è impegnato nelle missioni militari sotto egida ONU o NATO ma che siamo anche impegnati in numerosi progetti di cooperazione decisi sia in sede di Unione Europea che per rapporti bilaterali. Attualmente abbiamo circa diecimila militari delle quattro armi impegnati in questi compiti. Il mantenimento di questi compiti è parte di una serie di trattati internazionali sottoscritti dalla nostra nazione. Si può discutere e sarebbe bene farlo sulla necessità di impiegare mezzi militari nelle missioni di peace keeping e sul concetto stesso di missione di peace enforcing ma non è questo il tema di questo articolo.

Prendo spunto da una delle polemiche più recenti sui costi attuali e previsti delle FFAA, ovvero dalla fornitura alla nostra Aeronautica Militare di 109 aerei Lockheed Martin F-35 Lighting II (nel contratto sono anche previsti altri mezzi della stessa famiglia, adattati per VSTOL/STOL per la Marina Militare e i velivoli addestratori per un totale di 131 aerei). Viene stigmatizzato il costo complessivo dell’operazione, stimato in  quindici miliardi di euro. Si tratta di una cifra estremamente rilevante, di solito però viene omesso che si tratta dell’intera fornitura e non dei soli aerei. Nel pacchetto vanno conteggiate anche altre voci quali una parte dei ricambi, la formazione del personale di volo e di terra, gli aggiornamenti periodici di hardware e software.

Chiarisco subito che per la nostra Aeronautica Militare è necessario, in tempi brevi, arrivare a sostituire gran parte del parco aeromobili attualmente in uso per obsolescenza e/o per essere adeguati al livello di servizio richiesto dai nostri partner NATO e dell’Unione Europea. In particolare i Panavia Tornado e gli AMX Ghibli sono da sostituire, così come va tenuto presente che i General Dynamics F-16 che abbiamo in affitto dovranno essere restituiti quest’anno (o in alternativa si deve rinnovare il contratto con gli oneri che ne derivano). Quindi bisogna decidere come spendere al meglio i soldi dello Stato piuttosto che stabilire se comprare o no degli aerei.

Ritengo l’F-35 un aereo estremamente interessante come concezione ma decisamente al di sopra delle necessità italiane. Per i compiti assegnati all’AM non abbiamo bisogno di un mezzo di superiorità aerea di quinta generazione, pensato per competere con mezzi russi e cinesi in scenari strategici che difficilmente possono presentarsi nel vecchio continente. Lo sviluppo di questo mezzo tra l’altro non è del tutto completato e la valutazione operata dall’Air Force americana ha evidenziato come sia necessarie centinaia di modifiche ai vari sistemi per poterlo considerare adeguato alle richieste contrattualizzate. La versione per l’impiego della Marina è ancora più indietro come perfezionamenti epoterebbe ad estendere oltre misura la vita degli aeromobili disponibili ad oggi o a cercare soluzioni-ponte di difficile attuazione (gli inglesi stanno pensando di utilizzare il Dassault Rafale per la loro nuova portaerei). Una piccola parte della produzione di questo aereo è di competenza italiana ma la ricaduta occupazionale è da considerarsi limitata rispetto ad altre opzioni disponibili mentre è discutibile la ricaduta tecnologica. Dato quanto sopra esposto a mio parere il contratto è da cassare appena possibile.

In alternativa all’aereo americano, date le caratteristiche tecniche richieste e la disponibilità sul mercato è logico operare una selezione preventiva delle macchine disponibili. Per un paese come il nostro, produttore e partner di aziende produttrici, diventa importante favorire anche la possibilità di produrre parti dell’aereo selezionato in Italia (sia per la ricaduta tecnologica che per il fattore occupazionale). Questo porta ad escludere un altro aeromobile americano, il General Dynamics F-16, peraltro molto costoso in termini di manutenzione e dalla vita operativa non eccelsa. Altra considerazione riguarda la necessità di integrazione con il resto dei paesi facenti parte della NATO e dell’Unione Europea. Le due cose insieme portano ad escludere a priori aerei di fabbricazione russa e cinese.

Ovvia considerazione è quella della flessibilità di ruolo operativa per poter adattare i mezzi disponibili, numericamente scarsi, alla maggior varietà possibile di impiego sia per la difesa del territorio nazionale che per la partecipazione alle missioni internazionali. Questo porterebbe ad escludere intercettori puri o aerei troppo lenti, adatti quindi ai soli scopi di bombardamento / uso di contromisure ECM.

Esaminando brevemente la situazione dei nostri alleati è facile notare che molti aerei siano di fabbricazione  americana e che le notevoli eccezioni siano le seguenti:

Saab JAS39 Gripen;

Eurofighter Typhoon.

Lascio fuori gli apparecchi della Dassault (nello specifico il Rafale), non perché non siano validi ma perché utilizzati praticamente solo dalla Francia, il che va contro il concetto di integrazione con le altre forze aeree.

Il jet svedese è attualmente in uso in ambito NATO nella Repubblica Ceca e in Ungheria e rimanendo nell’ambito europeo è in valutazione per Croazia, Danimarca, Olanda, Svizzera, Regno Unito (versione per la Marina), Slovacchia e Bulgaria. Sempre rimanendo nel vecchio continente va riportato che Austria, Finlandia, Germania, Polonia, Norvegia e Romania avevano valutato il Gripen per le rispettive forze aeree per poi scegliere altri aerei. A vantaggio del caccia della Saab va il fattore prezzi, sia per l’acquisto che per le successive spese dei cicli di manutenzione.

L’Eurofighter nasce in un contesto di collaborazione in ambito NATO, simile come impostazione a quello del progetto Panavia Tornado. È già in servizio sia nella nostra AM che nei servizi corrispondenti di Austria, Germania, Regno Unito e Spagna. Inoltre va sottolineato che è in parte fabbricato in Italia da Alenia, il che consente di mantenere una ricaduta occupazionale interessante, superiore di gran lunga a quella consentita dalla coproduzione del già citato F-35. Di contro il Typhoon costa decisamente più del Gripen, sia come costo unitario che come manutenzione.

Per capire le differenze di costi, riporto quanto appreso da un interessante articolo di provenienza croata (vedi link a fine articolo, in lingua inglese) dove vengono comparati l’F-16 e lo JAS39.

Costo unitario: F-16 (block 60) 85 milioni di dollari, F-16 (block 52) 74 milioni di dollari, JAS39 68 milioni di dollari.

Costo orario di utilizzo: F-16 (block 52) 3.700 dollari/ora, JAS39 2.500 dollari/ora.

Costo annuale di utilizzo: F-16 (block 52) 2.2 milioni di dollari, JAS39 1.5 milioni di dollari.

Numero operatori (maintenance crew): F-16 (block 52) 230 unità, JAS39 60 unità.

Facile concludere che il Gripen è decisamente più conveniente. Un altro articolo a proposito del mercato possibile per gli Eurofighter (vedi link a fine articolo) indica come 106 milioni di dollari il costo complessivo (acquisto, manutenzione, ricambi, formazione) di un Typhoon. Va tenuto però presente che la nostra AM, avendo già in esercizio questo aereo, avrebbe costi minori e che facendo parte del consorzio che li costruisce una parte della spesa ‘rientra’ nel nostro settore industriale.

A questo punto il fattore dirimente è di tipo politico e non economico.  

Scegliere la fornitura più costosa (il Typhoon) ha questi  vantaggi:

ricaduta occupazionale;

ricaduta tecnologica;

maggiore integrazione a livello NATO e UE;

assorbimento costi di addestramento del personale.

Viceversa se la scelta ricadesse sul Gripen il risparmio per l’intera fornitura sarebbe tale da compensare la necessità di formazione del personale della nostra AM con ampio margine. Gli svantaggi andrebbero sul lato industriale (nessuna ricaduta) e sul piano strategico (minore integrazione operativa).  Per completezza va aggiunto che in circostanze simili il nostro governo potrebbe fare un’offerta alla Saab per la produzione di parti del loro aereo su licenza in Italia e in presenza di una commessa da più di cento mezzi è decisamente probabile che si raggiungerebbe un accordo.

Personalmente, date le condizioni economiche del paese, sarei favorevole all’adozione del Gripen.

Scheda su Wikipedia con il compendio dei mezzi in uso all’Aeronautica Militare

http://it.wikipedia.org/wiki/Aeronautica_Militare#Aeromobili_in_uso

Schede su Wikipedia dei jet oggetto di discussione nell’articolo (anche le immagini provengono da Wikipedia)

http://en.wikipedia.org/wiki/Gripen

http://en.wikipedia.org/wiki/Eurofighter_Typhoon

http://en.wikipedia.org/wiki/General_Dynamics_F-16_Fighting_Falcon

http://en.wikipedia.org/wiki/F-35

Stampa croata sulla comparazione costi dei possibili fornitori delle forze armate

http://www.nacional.hr/en/clanak/34674/f-16-vs-gripen-croatian-air-force-to-spend-800-million-for-new-wings

Articolo di Bloomberg sul possibile mercato degli Eurofighter

http://www.bloomberg.com/news/2011-03-22/allies-prepare-to-attack-qaddafi-s-ground-forces-debate-command-structure.html

 

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Il 2011 per molti è stata una pessima annata. Tra difficoltà lavorative, economia finita a strisce e legittimi timori per il futuro tracciare dei bilanci rischia di portare alla luce un quadro degno di Bosch, magari con in sottofondo una messa da requiem.

Eppure, non tutto è stato così brutto. Si sono viste cose in cui non avrei mai sperato e sono proseguiti cambiamenti che portano verso direzioni positive. Se si trova la forza, argomento per me difficile, per alzare la testa dal proprio quotidiano per guardarsi attorno qualche lampo di luce c’è. Siamo tutti inseriti in un contesto che ormai trascende anche la parola ‘globalizzazione’, dove tutto è interconnesso a un livello che può essere difficile razionalizzare.

L’ingresso dell’Estonia nell’eurozona e i crolli dei regimi del nord Africa (Tunisia, Egitto, Libia), il vento di riforma detto ‘primavera araba’ che sta spostando gli equilibri in tanti paesi (Marocco, Yemen, Arabia Saudita, emirati del golfo Persico) e che tuttora alimenta l’incendio siriano. La voglia di protagonismo della Turchia, l’incertezza libanese e la solitudine di Israele. Vicino a una Giordania impaurita si sta riaprendo di peso il cantiere iracheno, liberato dall’alibi della presenza americana e poco più in là l’enigma iraniano rischia di mettere in discussione l’equilibrio nucleare.

Il nucleare ha trovato la sua Waterloo a livello civile con il disastro giapponese. Dopo Fukushima, al di là delle circostanze eccezionali che si sono verificate, l’equilibrio del consenso mondiale ai reattori per l’uso civile si è spostato verso il ‘no’. Le conseguenze economiche e industriali potrebbero essere davvero interessanti con lo spostamento di investimenti verso tecnologie più sostenibili per il nostro futuro. Deriva da questa vicenda anche l’esito della campagna referendaria italiana, grande impulso di partecipazione e di risveglio civile che ha portato anche a dei risultati interessanti nelle elezioni amministrative.

Tutto cambia, anche l’esistenza di figure simbolo del terrorismo. La morte di Osama bin Laden è destinata ad essere ricordata a lungo e a dare luogo a leggende complottiste d’ogni sorta. Dal 2001 era diventato il simbolo di un mondo sommerso che in realtà non controllava e lascia in eredità un modus operandi che durerà a lungo. Il quaedismo contiene in sé molte contraddizioni, difficile immaginare un futuro coeso per la pletora di movimenti che si dicono collegati ad Al-quaeda.

Il passato diventa veramente tale quando ci si fa i conti, giusto? Forse è questo il pensiero ricorrente dietro l’arresto degli ultimi ricercati serbi per la secessione jugoslava, la separazione in due stati del Sudan, il trattato tra India e Bangladesh o la decisione dell’Unesco di ammettere la Palestina come membro effettivo. La decisione dell’ETA di chiudere, si spera davvero per sempre , la stagione infinita della lotta armata termina un capitolo della storia spagnola proprio nell’anno in cui le ultime decisioni del governo Zapatero scalzano i simboli superstiti del franchismo.

Per altri il passato deve tornare, forse ripetersi. Le vicende ungheresi mostrano chiaramente i limiti di una democrazia non sufficientemente matura, così come il persistere dell’instabilità in Ucraina o le difficoltà di espressione di libertà di pensiero in un arco vastissimo del pianeta che va dalla Russia alla Cina, dal Medio Oriente alla Birmania. Eppure si cominciano a vedere delle fessure, crepe anche dove non ci aspetterebbe. Le timidissime aperture del regime militare birmano, le manifestazioni di piazza post elettorali in Russia, il lentissimo cambio di atteggiamento cubano. Eppur si muove, direbbe Galileo.

Tutto si muove, persino in Italia. Caduto l’alibi Berlusconi si sono riaperti tutti i tavoli e mille topi si affannano a correre in tutti i cantoni di una nave che è stata davvero sul punto di affondare nei flutti della speculazione. Tra operazioni di dubbia riverginazione e migrazioni politiche dal sapore di transumanza il nostro paese sta affrontando una doccia di realismo che ricorda molto il 1992. È finita la seconda repubblica? Rivedremo inchieste come ‘Mani pulite’? Forse, così come forse vedremo emergere qualche brandello di verità sui patti tra Stato e crimine organizzato. Che dirvi, mi manca Giorgio Bocca; lui avrebbe saputo come inquadrare il tutto in poche cartelle.

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Nota per i naviganti: per l’intero mese di ottobre 2011 tutti i post di questo blog riporteranno come prima parte queste righe per ricordare che è possibile votare per il concorso SF qui fino alle 23.59 del giorno 31 di questo mese. Modalità di voto e lista delle proposte sono contenuti nel post linkato.


‘LESS IS MORE’, uno dei pilastri dello stato autoritario immaginato da George Orwell nel suo romanzo 1984, sta trovando una inaspettata realizzazione negli anni di questa crisi economica. In pratica sta succedendo questo, le imprese hanno licenziato o pensionato una parte consistente della forza lavoro e stanno generando profitti con costi minori. Chi ancora è nei ranghi degli occupati ‘rende’ molto più di prima e il clima di tensione fa sì che anche il cumulo delle ore di malattia sia calato. Anche ferie e permessi subiscono una contrazione, figlia del minor potere d’acquisto e della maggior necessità di risparmiare.

La presenza in contemporanea di inflazione in crescita, minore occupazione, difficoltà di finanziamento nel circuito interbancario, alta volatilità di liquidità nei mercati azionari, deficit pubblici ai livelli di guardia e grandi manovre speculative ha creato una condizione generale che rende la crisi iniziata nel 2008 del tutto inedita. I paragoni con il 1929, con il 1937 o con altri scenari del passato sono interessanti ma del tutto fuori luogo, ci sono troppe differenze sia a livello tecnologico che di rapporti finanziari per poter usare un modello basato sul passato.

Agli USA del secolo scorso servì la conversione dell’economia al servizio delle esigenze del secondo conflitto mondiale per uscire dalla crisi economica, oggi sono gli sforzi sostenuti per due guerre catastrofiche ad aver causato lo sfondamento del bilancio federale americano. Allo stesso modo il ruolo stesso della valuta americana come moneta di scambio mondiale è stato messo in discussione dalla presenza dell’euro, dai rapporti contrastanti in Asia e in Medio Oriente e dal sistema di interscambio virtuale che ha reso superflua la moneta fisica. Le garanzie vengono fatte sulla presunta disponibilità dei futures, sul controllo esercitato su un paniere di materie prime, sui diritti di sfruttamento delle risorse.

Il ruolo della Cina è altrettanto inedito e estremamente pericoloso. La crescita economica non ha radici solide come si potrebbe presumere, i deficit degli enti locali hanno raggiunto cifre a nove zeri e qualsiasi preoccupazione in merito viene messa a tacere con insolita durezza. Allo stesso tempo la penetrazione degli operatori cinesi nel continente africano è tale da generare una vera e propria crisi di rigetto nei loro confronti e un’ondata di populismo antiasiatico che si sta riflettendo nella politica (vedi recenti elezioni in Zambia). È neocolonialismo quello cinese? Sono neocoloniali gli acquisti di terra fatti nel continente africano da Corea del Sud e paesi arabi (Kuwait, Arabia Saudita, Oman, vari emirati)?

Il ruolo degli stati è in declino da decenni a favore di soggetti economici privati o semi privati, gli stessi soggetti che hanno spinto i governi di ogni colore politico verso profili neoliberisti per avere sempre maggiore libertà d’azione. Sempre i cartelli economici sono i promotori di tutti quei prodotti, sempre più complessi, destinati a generare investimenti sempre meno sicuri e sempre più distanti dai fenomeni dell’economia reale (produzione e servizi). Rimettere in sesto le cose in direzione di mettere in prima linea le esigenze delle popolazioni non è socialismo / comunismo come viene sostenuto da soggetti come il Tea Party americano ma può rappresentare l’ultima possibilità di arrestare questa spirale discendente.

Pensare di poter portare l’attuale modello socio-economico alle estreme conseguenze citate in apertura, un numero limitato di lavoratori che dovrebbe sostenere contemporaneamente il funzionamento produttivo e i consumi da esso derivanti mentre una percentuale rilevante di popolazione diventa inattiva e di conseguenza finisce per distruggere qualsiasi sistema di welfare è oltre qualsiasi logica. Da qui la necessità di modificare il modello o meglio di superarlo con un progetto migliore. Ma quale? E come gestire la necessaria transizione senza generare ulteriori tensioni?

Già in molti paesi, anche in Europa, si assiste al ritorno di un populismo di bassissimo livello che fornisce risposte alla paura popolare tramite immagini autoritarie e politiche di repressione verso i diversi (Ungheria, tanto per non fare nomi, e le sue politiche verso le etnie Rom). Tuttavia mi risulta difficile pensare che la risposta a una crisi economica sia limitare l’accesso alla cultura, reprimere la libera informazione e favorire dei fenomeni fascisti. La storia ci ha mostrato come modelli del genere siano destinati al fallimento. La risposta politica, sociale e intellettuale credo debba andare nella direzione del coinvolgimento dei cittadini a tutti i livelli. Un esempio interessante arriva da alcuni piccoli comuni italiani che messi di fronte ai tagli di risorse hanno risolto alcune esigenze pratiche impegnando direttamente la popolazione (manutenzione del verde pubblico, piccole opere di mantenimento degli edifici scolastici), su scala più grande da segnalare come a Napoli una risposta al problema dell’immondizia nelle strade sia stato il formarsi spontaneo di gruppi di cittadini che hanno ripulito da soli zone rilevanti del territorio.

C’è voglia di impegno e di partecipazione. Lo si è visto con i referendum e con le recenti amministrative, è stato ribadito nella velocissima raccolta di firme pro referendum in materia elettorale. Il nuovo modello potrebbe essere questo, allargare grazie anche alla Rete il più possibile il numero delle persone coinvolte nelle attività pubbliche e mettere nelle loro mani almeno una parte delle responsabilità. Se la cittadinanza deve decidere tra aprire un nuovo asilo o costruire un parcheggio, se dare sgravi fiscali alle imprese di nuova costituzione o abbassare i ticket del servizio sanitario nazionale o mille altre cose si va a realizzare un tipo di democrazia allargata che punta verso la consapevolezza della cosa pubblica e non verso un verticismo perdente.

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