La favola delle primarie

Oggi vi racconto una storia. Non è particolarmente bella, ma come alcune favole della nostra infanzia ha una morale e vale la pena tramandarla alle future generazioni come lezione per i giorni che verranno.

C’era una volta un partito politico, nato in laboratorio in un paese non proprio lontano.

Come tutte le cose create a tavolino, anche questo partito aveva dei problemi a farsi accettare dalla popolazione. Il nome veniva da un’altra nazione, i suoi dirigenti da partiti nati in fretta e furia dopo una stagione di scandali e bisognava trovargli un’identità. In quel paese si votava spesso e a qualcuno di quei dirigenti venne un’idea.

“Visto che abbiamo copiato il nome da quel paese là, perché non copiamo anche altre cose?” Tutti lo ascoltavano, mentre si facevano vento con vecchi sondaggi e manifestini del passato.

“Pensateci un momento. Abbiamo bisogno di raccogliere fondi, di far vedere che siamo aperti alla società civile e di farci notare sui media senza spendere soldi.” Mormorii nel pubblico, alcuni leggevano con aria molto interessata le brochure di altri partiti. Qualcuno rideva sotto i baffi, la battuta della società civile era sempre buona.

“Copiamo le primarie!” Silenzio. Dal fondo, uno degli anziani faceva gesti apotropaici.

“Non avete capito, vero? Quella roba che fanno per scegliere pubblicamente i candidati, dove la gente vota prima delle elezioni vere e proprie. Avete visto come vengono seguite queste cose dai media?” Silenzio. Vibrazione di vecchi ingranaggi in movimento.

“Potremmo chiedere un contributo. Un euro, due. I militanti ce li danno di sicuro.” Sorrisi. Qualcuno tirò fuori una vecchia calcolatrice.

“Ma non rischiamo che ci ribaltino qualche candidato? Voglio dire, vi ricordate in che stato versano tanti territori, e se qualcuno ne approfittasse?” Brividi nella platea. Sguardi smarriti e occhiate sospettose. Qualcuno indicò un armadio, un vecchio affare sepolto dai faldoni e dalla polvere.

“Aspettate, facciamo un altro passo avanti. E se le aprissimo a tutti per votare ma se continuassimo a scegliere noi i candidati? Nelle sezioni e nei circoli va tutto come vogliamo noi, non ci sono rischi.” Consensi, qualche sorriso in più. Un ritratto in bianco e nero di un politico del passato cadde improvvisamente, mancando di un soffio un responsabile del tesseramento.

“Potrebbe funzionare. Ma se vogliamo fare il colpo grosso, perché non apriamo veramente tutto?” Colmo di luciferino entusiasmo, il responsabile di una regione si mise in piedi sulla scrivania. “Pensateci! Sono consultazioni senza valore legale, giusto? Quindi possiamo dare accesso a tutti. Minorenni, non residenti nel comune, non iscritti ai vecchi partiti… possiamo raccattare soldi da chiunque!” Applausi, fischi di apprezzamento. Qualcuno urlò “democrazia!”, suscitando grandi risate.

Dal tavolo della presidenza si alzò uno dei più giovani, chiese e ottenne silenzio.

“Vogliamo fare davvero una cosa grossa? Vogliamo fare qualcosa che non ci costa nulla e ci metterà al centro della scena per anni?” Lo guardavano tutti, si sentiva che stava per arrivare qualcosa di inaspettato.

“Vi dico solo una parola: stranieri.” Sguardi smarriti, al limiti dell’incomprensione.

“Va bene, ve lo spiego. Facciamo partecipare anche gli stranieri. Basta che abbiano uno straccio di documento”. Primi cenni di comprensione, qualcuno tirò fuori il telefonino.

“All’inizio ne verranno pochi. Ma li coinvolgeremo sempre di più. Centinaia di migliaia, forse milioni in futuro. Gente che tireremo su con la convinzione che siamo il loro punto di riferimento politico.” Applausi. Prima timidi, poi qualcuno si alzò in piedi per mostrare il proprio entusiasmo. Finì con una acclamazione.

La cosa funzionò. Il partito di quel paese non così lontano aveva solidi appoggi nei media, aveva ereditato una buona organizzazione territoriale e poteva contare su un avversario decisamente antipatico. Incassarono soldi e continuarono a farsi le loro piccole guerre intestine, sputandosi addosso battute velenose come soltanto i militanti di partito riescono a fare. Gli esterni, la società civile, i giovani e gli stranieri continuarono a non contare nulla, proprio come prima. I candidati “giusti” vincevano sempre le primarie e pazienza se spesso poi andavano a sbattere nelle elezioni vere. Quindi per qualcuno la favola va a finire bene.

Come?

La morale?

Serve davvero che la metta in evidenza?

Range day – 30.05.2021

Come diceva il poeta, un giorno senza piombo è un giorno sprecato. O era senza sole? In ogni caso, se non avete mai frequentato un poligono la vostra vita non si può dire completa.

Banco a fine prova

In ogni caso, andare in linea di tiro con una buona pistola e cinquanta colpi migliora l’umore. Sia il mio che quello di chi mi sta attorno. Per i curiosi, quella è una Beretta 98 FS che ho noleggiato per l’occasione. Gran bel ferro, purtroppo abbastanza costoso.

Bersaglio Q

Il risultato non è spettacolare e si vede molto bene che ho perso la mano con il calibro 9×21. Tuttavia, sto tornando in forma e 202 punti non sono proprio malissimo. Vediamo se la prossima volta alla sagoma faccio comparire gli occhi e la bocca, magari con una bella rosata al centro di massa.

De Vaccina Mirabilis / II

Come promesso / minacciato, torno sull’argomento vaccinale, declinato nella versione Covid-19. Ho avuto la sfortuna di seguire il dibattito pubblico italiano sull’obbligo vaccinale per i sanitari, con gli ovvi riflessi sulla questione se estenderlo all’intera popolazione, e devo dire che sono estremamente deluso dai suoi esiti. Che fosse difficile avere un dibattito maturo e consapevole era purtroppo ovvio, così come era chiaro dall’inizio che l’esito era scontato. Tuttavia, malgrado l’esperienza maturata, avevo almeno la speranza che ci potesse essere qualche barlume di razionalità.

Parto dai media, sia perché ho il dente avvelenato nei loro confronti, sia per il semplice fatto che sono fondamentali nel formare il consenso popolare – specialmente per le fasce meno abbienti e meno istruite dei nostri concittadini. Si è partiti immediatamente con la tesi che non potevano sussistere discussioni, ritirando fuori l’etichetta di “negazionista” per chiunque esprimesse dubbi di qualsiasi genere, fino ad etichettare come “no vax” chi osasse anche valutare l’idea di non fare questo particolare vaccino. Il trucco semantico è sempre lo stesso, trito e ritrito quant’altri mai. Appiccicare etichette negative a chi si oppone alla narrazione, limitare il più possibile l’espressione di dubbi, cavalcare la paura e il risentimento per ottenere la soppressione del dissenso.

Medieval Physician, 16th Century, J Amman

Il giochino per certi versi ha funzionato. All’opinione pubblica è stato servito un nuovo nemico, il temibile sanitario egoista che non vuole vaccinarsi, e una soluzione per affrontarlo, cioè richiederne licenziamento e/o demansionamento immediato. Non è noto se sia prevista anche la fantozziana crocifissione in sala mensa, ma è meglio non dare troppe idee ai minus habens. Facezie a parte, è interessante notare come sia semplice passare dal considerare i lavoratori del settore “eroi” ad additarli come paria nell’arco di poche settimane. Come se non bastassero le promesse disattese di bonus e di altre misure di compensazione, o come se si potessero ignorare i disastri gestionali perpetrati nella sanità. Mi limito a far notare che un sanitario che usi i DPI e che osservi i protocolli di sicurezza sia perfettamente in grado di prestare la sua opera senza alcun rischio per i pazienti, indipendentemente da vaccini o altro.

Visto che una delle tesi imperanti è che queste misure ce le chiede l’Europa, vi fornisco un link a un interessante riepilogo sull’argomento (QUI) e per sintesi vi riporto che lo scorso 21 gennaio al consiglio d’Europa è stata approvata a grande maggioranza una risoluzione che contiene quanto segue:

«che i cittadini siano informati che la vaccinazione non è obbligatoria e che nessuno a livello politico, sociale o in altra forma può fare pressioni perché le persone si vaccinino se non lo scelgono autonomamente»

Io non sono un avvocato, sia chiaro. E’ facile comunque prevedere che ci saranno dei ricorsi sia in sede penale che civile, con gli inevitabili addentellati per quanto riguarda la costituzionalità di una misura che in pratica differenzia una parte dei cittadini rispetto al resto della popolazione. E’ altrettanto facile intravedere seri problemi di funzionalità in un qualsiasi presidio ospedaliero ove una parte consistente del personale dovesse opporsi all’obbligo vaccinale.

La cosa che più stupisce è l’assenza dal dibattito pubblico della domanda più semplice. Come mai personale con qualifiche professionali elevate ed esperienza si oppone a questo obbligo? Se sono qualificati ad essere dottori o infermieri significa che si tratta di laureati, spesso con specializzazioni e/o dottorati. Se le aziende ospedaliere li impiegano a pieno titolo per prendersi cura dei pazienti, come mai poi si preparano a disconoscerli? Immagino abbiate notato come la stragrande maggioranza dei media abbia accuratamente evitato queste semplici questioni. Trovo difficile pensare che un medico impazzisca di colpo, o che un infermiere perda improvvisamente fiducia nell’efficacia dei vaccini. Mi sarei aspettato un dibattito aperto su cose come questa, quello che ho visto è una serie di minacce più o meno velate e di richiami alla disciplina da parte degli ordini professionali. Il tutto in categorie che hanno pagato un prezzo terribile in termini di vite umane nelle azioni di contrasto a questo virus.

Alla fine, il concetto di base è sempre la paura. Se fallisce quella della malattia, allora si usa quella economica. O quella sociale, invitando il pubblico alla riprovazione dei reprobi. E se fallissero anche queste leve? Se qualcuno vincesse un ricorso o se qualche TAR ordinasse la sospensione dell’applicazione di un licenziamento (o demansionamento)? Siamo davvero sicuri che questa sia la strada migliore da percorrere per avere maggior sicurezza?

De Vaccina Mirabilis / I

Apro una serie di post a proposito dei vaccini Covid-19, della relativa campagna vaccinale e di come questi temi sono stati posti all’ordine del giorno. Non ho pretese di completezza o di autorità, né ho ricevuto di recente tavole della Legge in cima a una montagna. Diciamo che sono uno dei tanti cittadini preoccupati e che mi faccio delle domande.

Mi colpisce, in negativo, il clima di aspettativa e di grazia legato alla somministrazione del (o dei) prodotto. Dopo più di un anno di campagna mediatica a livelli di terrorismo, capisco la spinta psicologica verso il vaccinarsi. Capisco anche come i soggetti più esposti siano alla ricerca di una forma di salvezza di fronte a un nemico percepito come implacabile. Quello che non capisco è che manchi del tutto la riflessione sugli effetti reali del vaccino. Per esempio, non funziona per tutti allo stesso modo. Per alcuni, la reazione indotta dal farmaco nel sistema immunitario è troppo blanda e quindi non si ottengono benefici. Per altri, la reazione è al di sotto della media e ne consegue che il periodo di copertura è inferiore a quanto teorizzato. Più in generale, non sappiamo ancora quanto effettivamente sia questo periodo di protezione.

Malgrado queste considerazioni, noto che nelle persone che hanno completato il ciclo vaccinale sussiste questa forma di sollievo e di noncuranza, un sorta di ritorno all’arcadia pre-Covid e di rimozione dell’intero anno 2020. Il tutto è comprensibile dal punto di vista psicologico, un po’ meno da quello logico-razionale. Un soggetto vaccinato, anche nel caso in cui sia perfettamente coperto dal rischio a livello personale, è comunque possibile latore di infezione / contagio verso gli altri. Questo è un argomento difficilissimo da far accettare, specialmente per i più anziani. Il che connette questo tema con quello mediatico, come vedremo adesso.

A proposito del Covid-19, della sua diffusione e della campagna vaccinale, stanno passando dei paragoni che trovo tanto interessanti quanto pericolosi. Il costante paragone con la c.d. “spagnola”, il modo strumentale con cui viene raccontato il manifestarsi delle varianti del virus, l’idea che viene fatta filtrare che i vaccini contro il Covid-19 siano concettualmente simili a quelli fatti contro la poliomelite o il vaiolo – effetti compresi. Sono tutti elementi di una narrazione che non è vera ma risulta verosimile, al punto da produrre effetti potenzialmente molto pericolosi nel pubblico. La tesi che ho sentito spesso, che è necessario semplificare per essere compresi dal grande pubblico, non fa altro che rafforzare l’idea che sia importante propalare una narrativa, più che assolvere al dovere di mettere al corrente la pubblica opinione dei fenomeni.

Per prima cosa, il paragone tra il Covid-19 e il virus responsabile della “spagnola” è del tutto sbagliato. Il Covid-19 fa parte della famiglia dei coronavirus, la “spagnola” è nella famiglia degli influenzavirus A (tipo H1N1). Tecnicismi a parte, danno effetti diversi e soprattutto hanno un tasso di mortalità enormemente differente – per nostra fortuna. Va aggiunto che il livello di farmaci e di strutture ospedaliere, almeno nel primo mondo, è migliorato in modo esponenziale dal 1918-1920. Quanto al fatto che il Covid-19 sia in perenne mutazione, stupisce solo chi non ha la minima idea di come sia fatto un qualsiasi virus. Per capirci, tutti i virus mutano per adattarsi al mondo esterno e trovare migliori possibilità di sopravvivenza. La scienza conosce da molto tempo questo fenomeno e si può tranquillamente affermare che anche nel caso del Covid-19 / SARS-Cov-2 la cosa fosse ampiamente attesa. Infine, il concetto che i vaccini contro il Covid-19 siano simili a quelli del passato è qualcosa di concettualmente deviato. Già il fatto che ci si rivolga a malattie differenti dovrebbe far riflettere, così come le implicazioni logiche di assimilare la diffusione di un virus (sicuramente pericoloso, per carità) con malattie che hanno lasciato segni indelebili nella storia umana. Siamo davvero sicuri che fosse necessaria una narrazione costruita su questi errori?

A chiusura, una nota sul fatto che non è mai possibile vaccinare il 100% della popolazione, neppure in un paese del primo mondo. C’è sempre una fascia più o meno consistente di persone che non possono essere vaccinate, sia per patologie che per altre cure in corso, così come c’è una parte della popolazione che – per mille motivi – non viene raggiunta dalle campagne vaccinali. Per questo si sostiene il concetto di immunità di “gregge”, ovvero un modello per il quale data un’ampia maggioranza di soggetti vaccinati consente di proteggere anche chi non lo è. Anche questa però è una falsa sicurezza. Malgrado le precauzioni e il buon senso, una parte di malati ci sarà anche dopo il completamento della campagna vaccinale. Proprio per questo motivo, e per occuparsi di chi si ammala durante la campagna già citata, è fondamentale avere gli strumenti necessari per provvedere alla cura della malattia.

Uscire da Facebook – riflessioni

Un paio di settimane fa ho messo in pausa il mio account personale su Facebook. Niente di difficile, ovviamente. Tuttavia, è pur sempre qualcosa che ha impegnato una porzione considerevole del mio tempo libero negli ultimi anni, al punto da essere una delle abitudini ricorrenti nelle mie giornate. Potevo cancellarlo. Potevo utilizzare i comandi messi a disposizione dalla piattaforma per sospenderlo in maniera palese. Ho preferito pubblicare un breve messaggio e fare altro.

Mettiamo da parte il concetto di “fare altro” per un momento; questo post non serve tanto per il pubblico, è più una sorta di messaggio per il me del futuro, utile a cristallizzare uno stato d’animo e una serie di riflessioni personali. Quando si fa qualcosa, dovrebbero esserci delle motivazioni. Non importa quanto possano essere futili o dozzinali, la sequenza di causa ed effetto dovrebbe essere mantenuta se si vuole dirsi creature razionali. Devo dire che ho visto un costante peggioramento in Facebook, qualcosa che persone più illuminate di me avevano visto arrivare da tempo.

Non parlo solo dell’azienda. Facebook è sempre stato strumento di una strategia economica e di orientamento del costume, il fatto che sia diventato più palese dimostra soltanto che non ritengono più di dover essere discreti. Il che è significativo ma non decisivo, almeno dal mio punto di vista. Si dice che la natura aborra il vuoto, metafora calzante anche per la politica e la cultura. Non stupisce quindi che chi si trova ad avere una posizione predominante ne approfitti, con l’ovvio vantaggio di favorire una serie di imprinting culturali che hanno trovato vaste platee di pubblico plaudente.

I cambiamenti culturali sono stati evidenti, questo guardando la ristretta platea dei miei contatti e/o delle pagine cui ero connesso. Dovendo identificare delle tendenze principali, difficile non notare che qualsiasi argomento rilevante provoca una polarizzazione pressoché immediata. D’altro canto, la spinta a dimostrarsi conforme a una narrativa si è dimostrata in grado di scatenare una sorta di gara al ribasso, una competizione a chi mette in mostra tutte le bandierine approvate per primo – spesso a scapito di una propria coerenza. Come scritto tante volte in passato, lo spazio per discussioni razionali su temi divisivi è praticamente scomparso, così come si è ridotto ai minimi termini il numero di persone in grado di sostenere una discussione matura.

Sempre in relazione ai cambiamenti culturali, devo dire che è stato davvero triste constatare il progressivo scivolamento verso l’adesione alle già citate narrative di interlocutori giovani e promettenti; a quanto pare, neppure un buon livello di istruzione è in grado di fornire gli strumenti adatti a discernere tra quanto sia proveniente dall’esterno rispetto a quanto matura nel proprio ambito personale. Peccato. Trovo difficile credere che ci sia un percorso di riappropriazione per queste persone, spero di sbagliarmi. Leggo spesso un paragone tra questo fenomeno e l’adesione alle ideologie politiche del ventesimo secolo, continuo a trovarlo del tutto inappropriato. Mettere sullo stesso piano delle spinte ideali e le idee di una società a venire con questi fenomeni orditi a tavolino mi fa ribrezzo.

Il mio flusso di informazioni, il cosiddetto “feed”, era diventato un coacervo di prese di posizione e di dichiarazioni d’intenti sempre più netto, al punto da scadere spesso nel ridicolo. Avremmo bisogno di un moderno Mel Brooks per avere un adeguato livello di satira, sempre che possa trovare spazio per produrre una cosa del genere all’interno della scena mediatica attuale. Da un punto di vista più personale, sono diventato via via più insofferente verso tutto questo. Le spinte emotive si sono trasformate in emotività immediata, una sorta di rifiuto irrazionale, e ho compreso che avevo trovato il mio personalissimo punto di rottura. Una volta compreso questo, la conseguenza era ovvia. Ho perso qualcosa, specialmente pensando a chi comunque era riuscito a rimanere se stesso in quel bailamme.

Quello che ho guadagnato, e qui si può riprendere il concetto di “fare altro“, si può sintetizzare in due cose: tempo e energia. Realizzare quanto tempo nella mia giornata era speso su Facebook è stato un momento abbastanza brusco. Sempre poco rispetto al capire quanta energia sprecavo nel seguire cose per cui ho un interesse reale molto basso. Quindi? Faccio letteralmente altro. Tutto quello che mi viene in mente. Se e quando mi viene in mente, senza dovermi far dettare il ritmo o gli argomenti dalla polemica di giornata e/o dal contatto di turno. Sbaglierò, ma a mio parere ormai in quel contesto la situazione è questa:

Memorandum per le crisi a venire / 2

Nel post precedente abbiamo chiarito il perimetro di riferimento di questi appunti, con un accento sul fatto che la presente crisi fosse ampiamente preventivabile e che, come paese, non eravamo pronti. Vale la pena fare qualche considerazione generale, non fosse altro che per mettere ulteriormente in chiaro le cose.

Nessun paese che voglia dirsi progredito si può permettere di non pianificare le proprie risposte alle emergenze. In Italia lo abbiamo visto per il terremoto in Friuli, che ha portato alla nascita della Protezione Civile, ne abbiamo avuto riscontro pochi anni dopo in Irpinia, abbiamo toccato con mano la nostra impreparazione di fronte ad eventi come la migrazione degli anni ’90 dall’Albania. Tutte crisi rilevanti, tutte gestite in maniera improvvisata (spesso anche improvvida), tutte per alcuni versi irrisolte.


La gestione delle emergenze è sempre stata per lo meno curiosa nella storia repubblicana. Se da una parte si moltiplicano gli enti o le richieste di poter avere delle competenze / interessi nel settore (basterebbe pensare all’annosa vicenda della gestione SAR), dall’altra non si riesce a gestire neppure il normale turnover di uomini e mezzi dei corpi dello Stato. Sembra incredibile, ma constatare lo stato miserando in cui versa un corpo fondamentale come i Vigili del Fuoco è qualcosa di indegno di un paese civile.

L’unico settore provvido è quella della produzione di “libri bianchi”, in cui le autorità politiche indicano con grande sfoggio di particolari tutti i desiderata per lo specifico settore o argomento cui sono dedicate queste opere. Poi finisce a tarallucci e vino, ma è sempre colpa del governo successivo, o dell’Europa, o di fattori fantasiosi come la “congiuntura economica” di cui sento parlare fin dagli anni ’70. Quando serve, ecco arrivare qualche termine anglofono usato a casaccio, come il tragico “dual use” con cui si vorrebbe giustificare davanti ai pacifisti da operetta il finanziamento alle FFAA.

Per cui, mettiamo in chiaro il primo requisito della preparazione alle crisi a venire. La capacità di spendere, molto e subito, alla bisogna. Dove la spesa di bilancio dello Stato è tanto più onerosa quanto non si è investito negli anni precedenti per essere efficienti. Per capirci meglio, un esempio recente; nel corso del 2020 si sono votati in Parlamento un numero impressionante di scostamenti di bilancio per poter stanziare risorse utili a risolvere i problemi indotti dalla crisi. A colpi di circa venti miliardi di Euro per provvedimento, fino ad arrivare a circa 140 miliardi. Non è difficile fare la constatazione che fosse meglio fare un unico provvedimento per pari importo subito (come fatto da Germania, Francia, Regno Unito, ecc.) e cercare così di apportare un shock positivo all’intero sistema economico.

Il secondo requisito, intuibile a prescindere dal tipo di crisi per cui si vuole preparare, è che le proprie strutture pubbliche devono essere mantenute al massimo possibile dell’efficienza. Anche qui, vuol dire spendere e programmare in maniera intelligente. Turnover del personale, vita operativa dei mezzi, manutenzione delle strutture, formazione continua dei lavoratori, specializzazione a livello di ente per le competenze per evitare inutili doppioni. Non si tratta di inventare di nuovo la ruota, vero? E’ la base di un buon sistema di gestione, lo stesso che viene insegnato come requisito basilare per far funzionare le aziende.

Come italiani, siamo abituati a pensare che queste cose le possano fare solo gli “altri”. Dove per altri sostanzialmente si intende chiunque altro al di fuori dei nostri confini, perché nel nostro paese imperano corruzione, favoritismi, crimine organizzato, influenze indebite dei partiti politici e altre cose. Tutti problemi veri, beninteso. Peccato che ci siano anche all’estero, e che incidano pesantemente anche in realtà che ci vengono portate ad esempio dai media. Ho il piacere di informarvi che anche nei terribili ministeri romani ci sono persone di grande capacità, e che sussistono realtà nazionali di assoluto rilievo che non hanno alcunché da invidiare ai famosi “altri”. Se la smettessimo di piangerci addosso, sarebbe già un passo avanti notevole.

Per chiudere questo post, vorrei ricordarvi alcune cose; le leggi bizantine le abbiamo fatte noi. La classe dirigente la scegliamo noi. Le scorciatoie per venire a capo della burocrazia le percorriamo noi. Siamo sempre noi a girare la testa dall’altra parte, o a scegliere di ascoltare acriticamente quanto ci viene ammannito dai media. Non è colpa degli “altri”, non abbiamo chissà quale cattivo da film a decidere delle nostre vite. Alla prossima.

Memorandum per le crisi a venire / 1

C’è una massima, citata spesso e attribuita a molti autori, che ci dice che nella crisi c’è un’opportunità. Sembra una frasettina da meme, magari con l’immagine di un cucciolo per fare simpatia. Non lo è. Per quanto tremenda sia una crisi e per quanto nefaste le conseguenze, di contro le opportunità sono più grandi.

Non sto parlando delle questioni speculative, che pur ci sono, e neppure del fatto ovvio che durante le crisi alcuni settori industriali o di servizi tendano a prosperare. Si pensi, come esempio, al comparto biomedicale nelle circostanze attuali. Sono opportunità anche queste, ma non sono quelle che una nazione deve poter mettere in prospettiva in tempi come questi.


Nel settore privato, ormai da decenni, c’è il concetto di “lesson learned”. Per essere più chiari, di quali lezioni ci siano da imparare dai problemi che si sono superati. Questa pandemia ha rivelato scenari inquietanti e messo alla berlina una serie notevole di inadeguatezze nel nostro sistema nazionale. E’ ovvio che non si possa intervenire sul passato, ma è doveroso mettersi nelle condizioni in cui questi errori non si debbano ripetere.

Una trattazione anche modesta di un argomento come questo merita come minimo un saggio, un blog da poco come questo può permettersi al massimo qualche appunto e lasciare qualche domanda all’incauto lettore. Userò come esempio la pandemia, tenete in mente che la cosa vale anche per altri scenari. Cominciamo dall’inizio, ovvero su come si può valutare in anticipo un problema come il Covid-19.

Come è noto, l’Italia sostiene finanziariamente organizzazioni come l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e da questo ente riceve indicazioni e informazioni a proposito delle emergenze sanitarie presenti e possibili. Ebbene, l’OMS aveva da tempo informato gli stati membri del rischio crescente di epidemie su larga scala. Nei fatti, dopo aver visto la SARS e la MERS, nonché il diffondersi crescente di altre malattie, non era campato in aria pensare si potesse manifestare un virus in grado di progredire fino alla fase pandemica.

Malgrado queste informazioni, nel 2020 abbiamo scoperto che i piani per simili emergenze erano fermi al 2006. In seguito, che anche quanto previsto in questi piani non era stato attuato o sviluppato nel dettaglio. Ergo, non eravamo pronti. Facciamo un primo momento di riflessione. Uno dei paesi più progrediti del mondo non era pronto allo svilupparsi di una grave crisi, malgrado fosse divenuta sempre più probabile.

Sempre nel marzo 2020, la maggior parte dei nostri compatrioti ha finalmente scoperto come l’aver sistematicamente smantellato parte della sanità pubblica, nonché di altri settori della Pubblica Amministrazione, comportasse un costo drammatico di fronte a una emergenza. Meglio tardi che mai, immagino. Nello stesso periodo, la collettività ha capito come nel paese non ci fosse la capacità industriale di far fronte alla maggiore richiesta di presidi medici (mascherine, camici, reagenti, ecc.) e di macchinari relativamente semplici (ventilatori polmonari, pezzi di ricambio, ecc.).

Nei mesi successivi, la popolazione italiana ha constatato con mano le carenze nei settori della pubblica istruzione, nei trasporti, nella gestione delle infrastrutture. Si è fatto i conti con le debolezze prodotte in decenni di austerità indotta e applicata in maniera asinina, per non parlare della distanza dalla realtà evidenziata dalla nostra classe dirigente. C’è chi ha parlato di “anno zero”, io sono propenso a sperare che tutto questo sia servito a mettere di fronte agli italiani il peso delle loro decisioni collettive.

Ho da tempo passato il limite della soglia di attenzione dei lettori, anche dei più attenti. Quindi ho aggiunto al titolo di questo post la parte “/ 1”, perché di queste cose si scrive con la necessaria calma. Nel frattempo, fate le vostre considerazioni.

Danni collaterali – il prezzo a venire della pandemia

Credo sia necessario, per non dire fondamentale, guardare al futuro e non solo alla cronaca giorno per giorno della pandemia. Allo stato attuale, sembra probabile che finirà per diventare un fenomeno ciclico seguendo le mutazioni del coronavirus e che, di conseguenza, entrerà nel novero dei fenomeni che si affrontano con le già conosciute opere di prevenzione e vaccinazione. Tuttavia, è bene rendersi conto che il prezzo di una pandemia non è limitato al gravoso computo dei decessi o alle considerazioni sugli effetti a lungo termine nell’organismo di chi è stato malato. A mio parere, la gestione della pandemia proietta nel futuro due ombre scure: il calo delle prestazioni di diagnostica precoce e i disturbi mentali.


Nel primo caso, si tratta di un rapporto di causa / effetto tra i più deleteri. Aver dirottato risorse e personale del servizio sanitario verso le tematiche relative alla pandemia, senza nel frattempo aver compensato adeguatamente la pianta organica e la dotazione tecnologica, ha messo in secondo piano praticamente tutti i programmi di prevenzione e diagnostica precoce (c.d. screening) e ridotto in maniera drastica una serie infinita di prestazioni mediche ambulatoriali o di day hospital. Il risultato? Impossibile da stimare oggi, ma non è difficile pensare che le mancate diagnosi precoci abbiano un effetto nei casi a venire dato che conosciamo quanto impatto hanno avuto queste campagne negli anni passati. Come ulteriore cosa da valutare, c’è da capire quanto tempo impiegheranno le burocrazie coinvolte a recuperare i ritardi e a rientrare di conseguenza nel ciclo corretto. Il rischio concreto è dover aspettare almeno tre anni prima di tornare al livello pre pandemia, con tutto quello che ne consegue.

Il secondo caso è quello che mi spaventa di più. Non posso fare affermazioni professionali per quanto riguarda l’ambito psicologico o psichiatrico, ma credo comunque di poter scrivere che mesi di campagne mediatiche atte a spaventare gli spettatori e le oggettive limitazioni alla vita di tutti i giorni derivate dalla pandemia siano destinate a lasciare un segno nella psiche di ognuno, con l’inevitabile corollario di andare ad aggravare le patologie pregresse. Non sono riuscito a trovare fonti con numeri attendibili o studi che valutino questo tipo di impatto nella società a venire.

Pensate a cosa abbia voluto dire perdere la percezione dei volti (con le mascherine), alla costante spinta all’attenzione collettiva (hai toccato questo? hai lavato / sanificato quest’altro?), alla soppressione di tante parti della vita sociale, al forzato diradarsi dei contatti con il proprio circolo di parenti o amici. O ancora, a quanto le stesse cose affliggano in maniera differente a seconda dell’età o a come chi non ha una famiglia si possa sentire più solo di prima.

Le conseguenze economiche sono altrettanto pericolose. Perdere la certezza e il ruolo sociale derivante dal proprio reddito, dover valutare come impossibili cose che prima si affrontavano senza porsi problemi, o più semplicemente farsi trasportare dal clima di incertezza veicolato dai media non può che pesare sul quadro psicologico generale. Aggiungete al tutto le preoccupazioni per i membri più deboli della propria cerchia e, per chi ha figli, l’inevitabile proiezione nei loro confronti delle angosce per il futuro ed ecco che anche le persone più stabili possono risentire della “nuova normalità”.

Si vedono già bene i segni di un progressivo disagio, così come non è difficile notare il crescente livello di insofferenza verso limitazioni e vincoli che sono visti sempre di più come inutili e/o soffocanti. Metteteci anche la tradizionale sfiducia italiana verso chiunque sia al potere e si può vedere un quadro anarcoide in formazione avanzata. Non credo che la risposta stia nell’uso degli psicofarmaci, per quanto il consumo sia in aumento vertiginoso.

Da entrambi i fattori di cui ho brevemente scritto si capisce come il quadro complessivo dei danni collaterali sia già oggi problematico, così come è facile prevederne il peggioramento nel medio termine. Credo sia inevitabile dover prendere dei correttivi in tempi brevi, con tutte le difficoltà del caso. Occorre investire in maniera massiccia nel potenziamento delle strutture sanitarie pubbliche e portare a compimento tutti quei progetti per l’estensione della rete dei consultori sul territorio nazionale. Se è vero che lo stigma sociale verso chi si rivolge a un professionista per avere un aiuto psicologico è in calo, deve diventare altrettanto palese che si possono veramente risolvere tanti problemi con le terapie disponibili.

La complessità che abbiamo perso

Questo post è dedicato a un argomento che può sembrare non necessario, specialmente in tempi dove la parola “emergenza” sembra essere il sostantivo più utilizzato in qualsiasi situazione. Provate per un attimo a fare attenzione a cosa vi viene in mente quando sentite il termine “complessità”. A prescindere dalle associazioni che avete prodotto, sappiate che leggendo questa frase avete già oltrepassato il livello di attenzione media. Se poi decidete di proseguire nella lettura, vi siete automaticamente collocati in una fascia ristretta di popolazione.


Delle possibili definizioni di “complessità” me ne occuperò in un altro momento, per ora vi metto in primo piano un fatto: il numero di italiani che faticano a comprendere il senso di un testo scritto semplice (come un articolo di giornale) sta crescendo da anni. Attorno a voi, al lavoro nello stesso posto, in coda alla cassa del supermercato… avete adulti pienamente responsabili che non riescono ad afferrare il senso di duecento o trecento parole dedicate a un argomento. Sono le stesse persone che mandano a scuola i loro figli dove voi mandate i vostri, che votano alle elezioni, che guardano gli stessi spettacoli eccetera eccetera.

Attenzione, il paragrafo precedente non è stato scritto per farvi sentire migliori degli altri. Abbiamo tutti, chi più e chi meno, aree in cui il livello di attenzione crolla fino al livello della mera sopravvivenza. Se state leggendo questo post, dovreste far parte di una minoranza. Mi riferisco a chi legge testi non necessari per la propria attività, a chi usa la rete per scopi diversi dall’utilizzo dei social media, a chi si fa incuriosire dal titolo di un post. Il diagramma di Venn di questi sottoinsiemi è scoraggiante. Allo stesso tempo, il paragrafo precedente non è stato neppure scritto per darvi un momento di sconforto. La realtà esiste e non si presta a valutazioni umorali.

Non vi siete mai domandati il perché della costante spinta alla semplificazione? Di come mai si debba per forza usare meno parole, meno forme verbali, del perché si debba fare ricorso ad esperti per qualsiasi tema od argomento? Mi capita spesso di leggere post in cui si ridicolizza la ricercatezza di linguaggio di Fusaro, con echi che ricordano molto le facezie che ci si scambiava a scuola. Siamo sicuri che sia un problema usare termini desueti? O non sarà che a volte facciamo fatica a ricordare cosa significhino? A me capita, non mi vergogno a dirlo. Come mi capita anche di sbagliare l’utilizzo di un verbo, o di non ricordare se esista un sinonimo di una parola che sto usando.

Fatevi pure una risata, se volete. Io continuo a pensare che non usare più il gerundio o assistere alla lenta estinzione del congiuntivo non sia una bella cosa. Così come continuo a rabbrividire alle continue concessioni al ribasso da parte dell’Accademia della Crusca verso i neologismi che emergono dalla società contemporanea. Forse sono discorsi da vecchio, non lo so. Sono cose che vanno di pari passo con il non sapere più svolgere calcoli a mente di minima complessità. O con le espressioni perplesse che si vedono quando si fanno delle domande di minimo nozionismo. Per me la parte peggiore arriva sempre quando mi fanno la domanda sul corso di laurea. A quanto pare, scoprire che non sono laureato e che non ho neppure mai frequentato un corso universitario rende “strano” che io tenga al concetto di complessità.

In pratica, siamo arrivati a maturare un nuovo concetto di disagio. Nel senso, se ci si fa certe domande o se ci si pone a valutare i fenomeni in maniera lievemente più approfondita di altri allora di scopre di essere diversi. Badate bene, non si sta parlando di cose elevate. Siamo sempre al livello che veniva definito di “buon senso” fino a pochi anni fa. E’ comunque un livello tale da rendere sterili molte conversazioni, per far cadere quel silenzio imbarazzato che mostra che i propri interlocutori non hanno nessuna voglia di seguire una qualsiasi linea di ragionamento – proprio perché la loro soglia di complessità è stata oltrepassata. Vediamo cosa succederà, sempre che il concetto di futuro non sia diventato “troppo”.

Il discorso di Draghi

Come noto, il nuovo Presidente del Consiglio ha presentato il proprio governo al Senato il 17.02.2021 per ottenere il voto di fiducia che sancisce l’inizio del mandato dell’esecutivo. Secondo prassi, Mario Draghi ha tenuto un discorso introduttivo per introdurre pubblicamente le tematiche di base del nuovo governo. Da cittadino qualsiasi, mi permetto di fare le mie considerazioni e di criticare quanto ho avuto occasione di sentire, riportate in blu nel testo. Da questo punto in avanti, tutto quello che leggerete in nero è il discorso originale.


Il primo pensiero che vorrei condividere, nel chiedere la vostra fiducia, riguarda la nostra responsabilità nazionale. Il principale dovere cui siamo chiamati, tutti, io per primo come presidente del Consiglio, è di combattere con ogni mezzo la pandemia e di salvaguardare le vite dei nostri concittadini. Una trincea dove combattiamo tutti insieme. Il virus è nemico di tutti. Ed è nel commosso ricordo di chi non c’è più che cresce il nostro impegno. Prima di illustrarvi il mio programma, vorrei rivolgere un altro pensiero, partecipato e solidale, a tutti coloro che soffrono per la crisi economica che la pandemia ha scatenato, a coloro che lavorano nelle attività più colpite o fermate per motivi sanitari. Conosciamo le loro ragioni, siamo consci del loro enorme sacrificio. Ci impegniamo a fare di tutto perché possano tornare, nel più breve tempo possibile, nel riconoscimento dei loro diritti, alla normalità delle loro occupazioni. Ci impegniamo a informare i cittadini di con sufficiente anticipo, per quanto compatibile con la rapida evoluzione della pandemia, di ogni cambiamento nelle regole.

Il Governo farà le riforme ma affronterà anche l’emergenza. Non esiste un prima e un dopo. Siamo consci dell’insegnamento di Cavour: «…le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità, la rafforzano». Ma nel frattempo dobbiamo occuparci di chi soffre adesso, di chi oggi perde il lavoro o è costretto a chiudere la propria attività.

Nel ringraziare, ancora una volta il presidente della Repubblica per l’onore dell’incarico che mi è stato assegnato, vorrei dirvi che non vi è mai stato, nella mia lunga vita professionale, un momento di emozione così intensa e di responsabilità così ampia. Ringrazio altresì il mio predecessore Giuseppe Conte che ha affrontato una situazione di emergenza sanitaria ed economica come mai era accaduto dall’Unità d’Italia.

Ringraziare Giuseppe Conte potrebbe essere solo un gesto di cortesia, ma in un contesto come questo va letto per quello che è: un atto pubblico per ingraziarsi il M5S. Non proprio opportuno in una occasione solenne.

Si è discusso molto sulla natura di questo governo. La storia repubblicana ha dispensato una varietà infinita di formule. Nel rispetto che tutti abbiamo per le istituzioni e per il corretto funzionamento di una democrazia rappresentativa, un esecutivo come quello che ho l’onore di presiedere, specialmente in una situazione drammatica come quella che stiamo vivendo, è semplicemente il governo del Paese. Non ha bisogno di alcun aggettivo che lo definisca. Riassume la volontà, la consapevolezza, il senso di responsabilità delle forze politiche che lo sostengono alle quali è stata chiesta una rinuncia per il bene di tutti, dei propri elettori come degli elettori di altri schieramenti, anche dell’opposizione, dei cittadini italiani tutti. Questo è lo spirito repubblicano di un governo che nasce in una situazione di emergenza raccogliendo l’alta indicazione del capo dello Stato.

Tradotto in parole semplici: questo è un governo politico, nel nostro ordinamento non è possibile averne altri, ma è diverso perché Mattarella non voleva indire le elezioni- giustificando il tutto con le emergenze. Su questo, ognuno tragga le sue conclusioni.

La crescita di un’economia di un Paese non scaturisce solo da fattori economici. Dipende dalle istituzioni, dalla fiducia dei cittadini verso di esse, dalla condivisione di valori e di speranze. Gli stessi fattori determinano il progresso di un Paese.

Si è detto e scritto che questo governo è stato reso necessario dal fallimento della politica. Mi sia consentito di non essere d’accordo. Nessuno fa un passo indietro rispetto alla propria identità ma semmai, in un nuovo e del tutto inconsueto perimetro di collaborazione, ne fa uno avanti nel rispondere alle necessità del Paese, nell’avvicinarsi ai problemi quotidiani delle famiglie e delle imprese che ben sanno quando è il momento di lavorare insieme, senza pregiudizi e rivalità.

Nei momenti più difficili della nostra storia, l’espressione più alta e nobile della politica si è tradotta in scelte coraggiose, in visioni che fino a un attimo prima sembravano impossibili. Perché prima di ogni nostra appartenenza, viene il dovere della cittadinanza. Siamo cittadini di un Paese che ci chiede di fare tutto il possibile, senza perdere tempo, senza lesinare anche il più piccolo sforzo, per combattere la pandemia e contrastare la crisi economica. E noi oggi, politici e tecnici che formano questo nuovo esecutivo siamo tutti semplicemente cittadini italiani, onorati di servire il proprio Paese, tutti ugualmente consapevoli del compito che ci è stato affidato. Questo è lo spirito repubblicano del mio governo.

Ovvero, si traduce come “repubblicano” il concetto di “governo di tutti”. Indicando come fattivo quello che al momento è solo una speranza, cioè che gli stessi che si sono accoltellati alla schiena fino al giorno prima siano diventati improvvisamente responsabili servitori dello Stato. Anche qui, se volete crederci fate pure.

La durata dei governi in Italia è stata mediamente breve ma ciò non ha impedito, in momenti anche drammatici della vita della nazione, di compiere scelte decisive per il futuro dei nostri figli e nipoti. Conta la qualità delle decisioni, conta il coraggio delle visioni, non contano i giorni. Il tempo del potere può essere sprecato anche nella sola preoccupazione di conservarlo.

Oggi noi abbiamo, come accadde ai governi dell’immediato Dopoguerra, la possibilità, o meglio la responsabilità, di avviare una Nuova Ricostruzione.

L’Italia si risollevò dal disastro della Seconda Guerra Mondiale con orgoglio e determinazione e mise le basi del miracolo economico grazie a investimenti e lavoro. Ma soprattutto grazie alla convinzione che il futuro delle generazioni successive sarebbe stato migliore per tutti. Nella fiducia reciproca, nella fratellanza nazionale, nel perseguimento di un riscatto civico e morale. A quella Ricostruzione collaborarono forze politiche ideologicamente lontane se non contrapposte. Sono certo che anche a questa Nuova Ricostruzione nessuno farà mancare, nella distinzione di ruoli e identità, il proprio apporto.

Questa è la nostra missione di italiani: consegnare un Paese migliore e più giusto ai figli e ai nipoti.

Sono frasi retoricamente belle, niente da dire. Ma il paragone con il secondo dopoguerra e la fase attuale fa drizzare i capelli in testa. Per non parlare del paragone implicito tra la classe dirigente di allora e quella attuale. I migliori di questo Parlamento non avrebbero potuto neppure fare i portaborse di quella generazione. Quanto agli investimenti, leggendo tra le righe, paragonare il Piano Marshall con il Recovery Fund / Next Generation EU mette i brividi. Detto per inciso, abbiamo le basi americane in Italia dal 1945 in virtù di quell’accordo…

Spesso mi sono chiesto se noi, e mi riferisco prima di tutto alla mia generazione, abbiamo fatto e stiamo facendo per loro tutto quello che i nostri nonni e padri fecero per noi, sacrificandosi oltre misura. È una domanda che ci dobbiamo porre quando non facciamo tutto il necessario per promuovere al meglio il capitale umano, la formazione, la scuola, l’università e la cultura. Una domanda alla quale dobbiamo dare risposte concrete e urgenti quando deludiamo i nostri giovani costringendoli ad emigrare da un paese che troppo spesso non sa valutare il merito e non ha ancora realizzato una effettiva parità di genere. Una domanda che non possiamo eludere quando aumentiamo il nostro debito pubblico senza aver speso e investito al meglio risorse che sono sempre scarse. Ogni spreco oggi è un torto che facciamo alle prossime generazioni, una sottrazione dei loro diritti. Esprimo davanti a voi, che siete i rappresentanti eletti degli italiani, l’auspicio che il desiderio e la necessità di costruire un futuro migliore orientino saggiamente le nostre decisioni. Nella speranza che i giovani italiani che prenderanno il nostro posto, anche qui in questa aula, ci ringrazino per il nostro lavoro e non abbiano di che rimproverarci per il nostro egoismo.

Devo davvero commentare? Parla a una platea dove siedono numerosi inquisiti e altrettanti condannati. E lo fa ben sapendo a cosa lui stesso ha partecipato nella sua lunga carriera. Ha visto fin troppo da vicino cosa è successo in Grecia, ha partecipato in prima linea allo smantellamento dell’IRI… una faccia tosta di primo livello, non c’è che dire.

President of the European Central Bank Mario Draghi poses for photographers prior to a news conference in Frankfurt, Germany, Thursday, March 9, 2017, following a meeting of the ECB governing council. (AP Photo/Michael Probst)

Questo governo nasce nel solco dell’appartenenza del nostro Paese, come socio fondatore, all’Unione europea, e come protagonista dell’Alleanza Atlantica, nel solco delle grandi democrazie occidentali, a difesa dei loro irrinunciabili principi e valori.

Sostenere questo governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro, significa condividere la prospettiva di un’Unione Europea sempre più integrata che approderà a un bilancio pubblico comune capace di sostenere i Paesi nei periodi di recessione. Gli Stati nazionali rimangono il riferimento dei nostri cittadini, ma nelle aree definite dalla loro debolezza cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa. Anzi, nell’appartenenza convinta al destino dell’Europa siamo ancora più italiani, ancora più vicini ai nostri territori di origine o residenza. Dobbiamo essere orgogliosi del contributo italiano alla crescita e allo sviluppo dell’Unione europea. Senza l’Italia non c’è l’Europa. Ma, fuori dall’Europa c’è meno Italia.

Non c’è sovranità nella solitudine. C’è solo l’inganno di ciò che siamo, nell’oblio di ciò che siamo stati e nella negazione di quello che potremmo essere.

Qui i commentatori hanno letto una sorta di avviso alla Lega. Può essere. Io ci leggo un messaggio per chiunque abbia avuto il coraggio di mettere in dubbio i dogmi dell’Euro e delle direttive europee. Si faccia caso al passaggio sulla sovranità, vero e proprio campanello d’allarme per decisioni a venire. Draghi ha messo in chiaro che, lui presente, non si potrà alzare un dito contro qualsiasi decisione che venga da Bruxelles o da Francoforte.

Siamo una grande potenza economica e culturale. Mi sono sempre stupito e un po’ addolorato in questi anni, nel notare come spesso il giudizio degli altri sul nostro Paese sia migliore del nostro. Dobbiamo essere più orgogliosi, più giusti e più generosi nei confronti del nostro Paese. E riconoscere i tanti primati, la profonda ricchezza del nostro capitale sociale, del nostro volontariato, che altri ci invidiano.

Qui sono d’accordo. Vediamo se alcuni tra quelli che siedono al fianco di Draghi, come Di Maio, sono in grado di capirlo.

Lo stato del Paese dopo un anno di pandemia
Da quando è esplosa l’epidemia, ci sono stati — i dati ufficiali sottostimano il fenomeno — 92.522 morti, 2.725.106 cittadini colpiti dal virus, in questo momento 2.074 sono i ricoverati in terapia intensiva. Ci sono 259 morti tra gli operatori sanitari e 118.856 sono quelli contagiati, a dimostrazione di un enorme sacrificio sostenuto con generosità e impegno. Cifre che hanno messo a dura prova il sistema sanitario nazionale, sottraendo personale e risorse alla prevenzione e alla cura di altre patologie, con conseguenze pesanti sulla salute di tanti italiani.

L’aspettativa di vita, a causa della pandemia, è diminuita: fino a 4-5 anni nelle zone di maggior contagio; un anno e mezzo-due in meno per tutta la popolazione italiana. Un calo simile non si registrava in Italia dai tempi delle due guerre mondiali. La diffusione del virus ha comportato gravissime conseguenze anche sul tessuto economico e sociale del nostro Paese. Con rilevanti impatti sull’occupazione, specialmente quella dei giovani e delle donne. Un fenomeno destinato ad aggravarsi quando verrà meno il divieto di licenziamento.

Eccoci qui, avviso ai naviganti del Bel Paese. Il divieto di licenziamento finisce qui. Stime prudenti collocano tra quattrocentomila e cinquecentomila persone la platea dei licenziamenti a venire.

Si è anche aggravata la povertà. I dati dei centri di ascolto Caritas, che confrontano il periodo maggio-settembre del 2019 con lo stesso periodo del 2020, mostrano che da un anno all’altro l’incidenza dei «nuovi poveri» passa dal 31% al 45%: quasi una persona su due che oggi si rivolge alla Caritas lo fa per la prima volta. Tra i nuovi poveri aumenta in particolare il peso delle famiglie con minori, delle donne, dei giovani, degli italiani, che sono oggi la maggioranza (52% rispetto al 47,9 % dello scorso anno) e delle persone in età lavorativa, di fasce di cittadini finora mai sfiorati dall’indigenza. Il numero totale di ore di Cassa integrazione per emergenza sanitaria dal 1 aprile al 31 dicembre dello scorso anno supera i 4 milioni. Nel 2020 gli occupati sono scesi di 444 mila unità ma il calo si è accentrato su contratti a termine (-393 mila) e lavoratori autonomi (-209).

La pandemia ha finora ha colpito soprattutto giovani e donne, una disoccupazione selettiva ma che presto potrebbe iniziare a colpire anche i lavoratori con contratti a tempo indeterminato. Gravi e con pochi precedenti storici gli effetti sulla diseguaglianza. In assenza di interventi pubblici il coefficiente di Gini, una misura della diseguaglianza nella distribuzione del reddito, sarebbe aumentato, nel primo semestre del 2020 (secondo una recente stima), di 4 punti percentuali, rispetto al 34.8% del 2019. Questo aumento sarebbe stato maggiore di quello cumulato durante le due recenti recessioni.

L’aumento nella diseguaglianza è stato tuttavia attenuato dalle reti di protezione presenti nel nostro sistema di sicurezza sociale, in particolare dai provvedimenti che dall’inizio della pandemia li hanno rafforzati. Rimane però il fatto che il nostro sistema di sicurezza sociale è squilibrato, non proteggendo a sufficienza i cittadini con impieghi a tempo determinato e i lavoratori autonomi.

Per capirci, è come se avessimo combattuto – e perso – un conflitto su larga scala. Senza il beneficio di garanzie di pace a venire o di cambio di classe dirigente indotta dalla sconfitta.

Le previsioni pubblicate la scorsa settimana dalla Commissione europea indicano che sebbene nel 2020 la recessione europea sia stata meno grave di quanto ci si aspettasse — e che quindi già fra poco più di un anno si dovrebbero recuperare i livelli di attività economica pre-pandemia – in Italia questo non accadrà prima della fine del 2022, in un contesto in cui, prima della pandemia, non avevamo ancora recuperato pienamente gli effetti delle crisi del 2008-09 e del 2011-13. La diffusione del Covid ha provocato ferite profonde nelle nostre comunità, non solo sul piano sanitario ed economico, ma anche su quello culturale ed educativo.

Due cifre, per ragionare. Calo del PIL oltre il 9% per il 2020, speranze di “rimbalzo” del 3.5% per il 2021, poco meno per il 2022. Il tutto a partire da una situazione in cui avevamo fatto peggio dei nostri concorrenti per le recessioni precedenti e in un contesto dove gli altri ripartiranno meglio di noi. Quindi? Un gap in aumento tra noi e i nostri “alleati” europei.

Le ragazze e i ragazzi hanno avuto, soprattutto quelli nelle scuole secondarie di secondo grado, il servizio scolastico attraverso la Didattica a Distanza che, pur garantendo la continuità del servizio, non può non creare disagi ed evidenziare diseguaglianze. Un dato chiarisce meglio la dinamica attuale: a fronte di 1.696.300 studenti delle scuole secondarie di secondo grado, nella prima settimana di febbraio solo 1.039.372 studenti (il 61,2% del totale) ha avuto assicurato il servizio attraverso la Didattica a Distanza.

Vero. Si chiama digital divide, cosa di cui cretini come me parlano da decenni.

Le priorità per ripartire
Questa situazione di emergenza senza precedenti impone di imboccare, con decisione e rapidità, una strada di unità e di impegno comune.

Il piano di vaccinazione
Gli scienziati in soli 12 mesi hanno fatto un miracolo: non era mai accaduto che si riuscisse a produrre un nuovo vaccino in meno di un anno.

La nostra prima sfida è, ottenutene le quantità sufficienti, distribuirlo rapidamente ed efficientemente. Abbiamo bisogno di mobilitare tutte le energie su cui possiamo contare, ricorrendo alla protezione civile, alle forze armate, ai tanti volontari. Non dobbiamo limitare le vaccinazioni all’interno di luoghi specifici, spesso ancora non pronti: abbiamo il dovere di renderle possibili in tutte le strutture disponibili, pubbliche e private. Facendo tesoro dell’esperienza fatta con i tamponi che, dopo un ritardo iniziale, sono stati permessi anche al di fuori della ristretta cerchia di ospedali autorizzati. E soprattutto imparando da Paesi che si sono mossi più rapidamente di noi disponendo subito di quantità di vaccini adeguate. La velocità è essenziale non solo per proteggere gli individui e le loro comunità sociali, ma ora anche per ridurre le possibilità che sorgano altre varianti del virus. Sulla base dell’esperienza dei mesi scorsi dobbiamo aprire un confronto a tutto campo sulla riforma della nostra sanità. Il punto centrale è rafforzare e ridisegnare la sanità territoriale, realizzando una forte rete di servizi di base (case della comunità, ospedali di comunità, consultori, centri di salute mentale, centri di prossimità contro la povertà sanitaria). È questa la strada per rendere realmente esigibili i «Livelli essenziali di assistenza» e affidare agli ospedali le esigenze sanitarie acute, post acute e riabilitative. La «casa come principale luogo di cura» è oggi possibile con la telemedicina, con l’assistenza domiciliare integrata.

In poche parole, sconfessato il 100% dell’operato di Arcuri e l’avvallo a questo operato del governo Conte II. Peccato che Arcuri e Speranza siano ancora al loro posto. La riforma a venire della sanità ha titoli interessanti ma chi come me ha visto mutare la sanità toscana ha il diritto / dovere di essere diffidente, questo perché abbiamo sentito proclami simili prima di assistere a veri e propri disastri.

La scuola
Non solo dobbiamo tornare rapidamente a un orario scolastico normale, anche distribuendolo su diverse fasce orarie, ma dobbiamo fare il possibile, con le modalità più adatte, per recuperare le ore di didattica in presenza perse lo scorso anno, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno in cui la didattica a distanza ha incontrato maggiori difficoltà.

Fasce orarie diverse? Con che insegnanti? Per garantire più fasce, serve più personale qualificato – in un settore cronicamente sotto organico e svilito da decenni di riforme prive di senso. Ei trasporti? Come ci vanno i ragazzi a scuola?

Occorre rivedere il disegno del percorso scolastico annuale. Allineare il calendario scolastico alle esigenze derivanti dall’esperienza vissuta dall’inizio della pandemia. Il ritorno a scuola deve avvenire in sicurezza. È necessario investire in una transizione culturale a partire dal patrimonio identitario umanistico riconosciuto a livello internazionale.

Siamo chiamati disegnare un percorso educativo che combini la necessaria adesione agli standard qualitativi richiesti, anche nel panorama europeo, con innesti di nuove materie e metodologie, e coniugare le competenze scientifiche con quelle delle aree umanistiche e del multilinguismo.

Cioè? La strada dei nuovi licei? Fate ciao alle lezioni di latino, o voi che non frequentate il classico.

Infine è necessario investire nella formazione del personale docente per allineare l’offerta educativa alla domanda delle nuove generazioni. In questa prospettiva particolare attenzione va riservata agli ITIS (istituti tecnici). In Francia e in Germania, ad esempio, questi istituti sono un pilastro importante del sistema educativo. È stato stimato in circa 3 milioni, nel quinquennio 2019-23, il fabbisogno di diplomati di istituti tecnici nell’area digitale e ambientale.

Il Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza assegna 1,5 md agli ITIS, 20 volte il finanziamento di un anno normale pre-pandemia. Senza innovare l’attuale organizzazione di queste scuole, rischiamo che quelle risorse vengano sprecate. La globalizzazione, la trasformazione digitale e la transizione ecologica stanno da anni cambiando il mercato del lavoro e richiedono continui adeguamenti nella formazione universitaria. Allo stesso tempo occorre investire adeguatamente nella ricerca, senza escludere la ricerca di base, puntando all’eccellenza, ovvero a una ricerca riconosciuta a livello internazionale per l’impatto che produce sulla nuova conoscenza e sui nuovi modelli in tutti i campi scientifici. Occorre infine costruire sull’esperienza di didattica a distanza maturata nello scorso anno sviluppandone le potenzialità con l’impiego di strumenti digitali che potranno essere utilizzati nella didattica in presenza.

Se questo paragrafo è foriero di una riforma a venire, salutiamo commossi le facoltà umanistiche. Onestamente, non ho mai sopportato il proliferare incontrollato di percorsi di studi per me incomprensibili e di dubbia utilità, ma questo genere di indicazioni mi sembra l’invito a depotenziare tutto quello che non è “pratico”.

Oltre la pandemia
Quando usciremo, e usciremo, dalla pandemia, che mondo troveremo? Alcuni pensano che la tragedia nella quale abbiamo vissuto per più di 12 mesi sia stata simile ad una lunga interruzione di corrente. Prima o poi la luce ritorna, e tutto ricomincia come prima. La scienza, ma semplicemente il buon senso, suggeriscono che potrebbe non essere così.

Il riscaldamento del pianeta ha effetti diretti sulle nostre vite e sulla nostra salute, dall’inquinamento, alla fragilità idrogeologica, all’innalzamento del livelllo dei mari che potrebbe rendere ampie zone di alcune città litoranee non più abitabili. Lo spazio che alcune megalopoli hanno sottratto alla natura potrebbe essere stata una delle cause della trasmissione del virus dagli animali all’uomo.

Secondo avviso ai naviganti; la società cambierà e non c’è ritorno allo status quo ante pre pandemia. Cosa vuol dire? Che l’emergenza sarà la giustificazione ultima di qualsiasi cosa. I problemi ci sono e ci saranno, nessun dubbio su questo, ma le soluzioni non andranno mai nella direzione dei diritti.

Come ha detto papa Francesco: «Le tragedie naturali sono la risposta della terra al nostro maltrattamento. E io penso che se chiedessi al Signore che cosa pensa, non credo mi direbbe che è una cosa buona: siamo stati noi a rovinare l’opera del Signore».

Eh? Il presidente del Consiglio dei Ministri, massima espressione del potere esecutivo di uno stato laico, tira in ballo il leader della chiesa cattolica apostolica? WTF?

Proteggere il futuro dell’ambiente, conciliandolo con il progresso e il benessere sociale, richiede un approccio nuovo: digitalizzazione, agricoltura, salute, energia, aerospazio, cloud computing, scuole ed educazione, protezione dei territori , biodiversità, riscaldamento globale ed effetto serra, sono diverse facce di una sfida poliedrica che vede al centro l’ecosistema in cui si svilupperanno tutte le azioni umane.

Anche nel nostro Paese alcuni modelli di crescita dovranno cambiare. Ad esempio il modello di turismo, un’attività che prima della pandemia rappresentava il 14 per cento del totale delle nostre attività economiche. Imprese e lavoratori in quel settore vanno aiutati ad uscire dal disastro creato dalla pandemia. Ma senza scordare che il nostro turismo avrà un futuro se non dimentichiamo che esso vive della nostra capacità di preservare, cioè almeno non sciupare, città d’arte, luoghi e tradizioni che successive generazioni attraverso molti secoli hanno saputo preservare e ci hanno tramandato.

Che succederà? Azzardo, si applicherà la direttiva Bolkenstein? Metteremo a gara europea la gestione di spiagge, stazioni sciistiche e altre attrazioni?

Uscire dalla pandemia non sarà come riaccendere la luce. Questa osservazione, che gli scienziati non smettono di ripeterci, ha una conseguenza importante.

Il governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche.

Alcune dovranno cambiare, anche radicalmente. E la scelta di quali attività proteggere e quali accompagnare nel cambiamento è il difficile compito che la politica economica dovrà affrontare nei prossimi mesi. La capacità di adattamento del nostro sistema produttivo e interventi senza precedenti hanno permesso di preservare la forza lavoro in un anno drammatico: sono stati sette milioni i lavoratori che hanno fruito di strumenti di integrazione salariale per un totale di 4 miliardi di ore. Grazie a tali misure, supportate anche dalla Commissione Europea mediante il programma SURE, è stato possibile limitare gli effetti negativi sull’occupazione. A pagare il prezzo più alto sono stati i giovani, le donne e i lavoratori autonomi.

En passant, ricordiamo un lascito del governo Conte II. Circa 25 miliardi di Euro di debito contratto con ente europeo (quindi con vincoli) richiesti a copertura delle misure di cassa integrazione. Si poteva ottenere lo stesso capitale con vendita di titoli di Stato e una differenza minima di costi. Ma i vincoli europei piacevano e piacciono assai.

MARIO DRAGHI

È innanzitutto a loro che bisogna pensare quando approntiamo una strategia di sostegno delle imprese e del lavoro, strategia che dovrà coordinare la sequenza degli interventi sul lavoro, sul credito e sul capitale.

Centrali sono le politiche attive del lavoro. Affinché esse siano immediatamente operative è necessario migliorare gli strumenti esistenti, come l’assegno di riallocazione, rafforzando le politiche di formazione dei lavoratori occupati e disoccupati.

Vanno anche rafforzate le dotazioni di personale e digitali dei centri per l’impiego in accordo con le regioni. Questo progetto è già parte del Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza ma andrà anticipato da subito.

Il cambiamento climatico, come la pandemia, penalizza alcuni settori produttivi senza che vi sia un’espansione in altri settori che possa compensare. Dobbiamo quindi essere noi ad assicurare questa espansione e lo dobbiamo fare subito. La risposta della politica economica al cambiamento climatico e alla pandemia dovrà essere una combinazione di politiche strutturali che facilitino l’innovazione, di politiche finanziarie che facilitino l’accesso delle imprese capaci di crescere al capitale e al credito e di politiche monetarie e fiscali espansive che agevolino gli investimenti e creino domanda per le nuove attività sostenibili che sono state create.
Vogliamo lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta.

Terzo avviso, perché occorre essere chiari. Misure come quota 100, reddito di cittadinanza, estensioni del diritto alla cassa integrazione sono destinate a svanire come nebbia al sole. Salutiamo anche i “navigator” e prepariamoci a nuove meravigliose frontiere delle precarizzazione.

Parità di genere
La mobilitazione di tutte le energie del Paese nel suo rilancio non può prescindere dal coinvolgimento delle donne. Il divario di genere nei tassi di occupazione in Italia rimane tra i più alti di Europa: circa 18 punti su una media europea di 10. Dal dopoguerra ad oggi, la situazione è notevolmente migliorata, ma questo incremento non è andato di pari passo con un altrettanto evidente miglioramento delle condizioni di carriera delle donne. L’Italia presenta oggi uno dei peggiori gap salariali tra generi in Europa, oltre una cronica scarsità di donne in posizioni manageriali di rilievo.

Una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi. Intendiamo lavorare in questo senso, puntando a un riequilibrio del gap salariale e un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicare alla loro carriera le stesse energie dei loro colleghi uomini, superando la scelta tra famiglia o lavoro.

Attenzione, siamo sul ghiaccio sottile. Riequilibrio non significa parità. Welfare non significa asili e/o bonus per baby sitter. Quanto alle “quote rosa”, a Draghi non piacciono. Detto per inciso, i soldi per il riequilibrio reale dei salari delle PPAA non ci sono, figuratevi chiederlo ai privati.

Garantire parità di condizioni competitive significa anche assicurarsi che tutti abbiano eguale accesso alla formazione di quelle competenze chiave che sempre più permetteranno di fare carriera – digitali, tecnologiche e ambientali. Intendiamo quindi investire, economicamente ma soprattutto culturalmente, perché sempre più giovani donne scelgano di formarsi negli ambiti su cui intendiamo rilanciare il Paese. Solo in questo modo riusciremo a garantire che le migliori risorse siano coinvolte nello sviluppo del Paese.

Se avessi un euro per ogni volta che ho sentito questa favola, credo avrei già comprato la Sardegna come dependance.

Il Mezzogiorno
Aumento dell’occupazione, in primis, femminile, è obiettivo imprescindibile: benessere, autodeterminazione, legalità, sicurezza sono strettamente legati all’aumento dell’occupazione femminile nel Mezzogiorno. Sviluppare la capacità di attrarre investimenti privati nazionali e internazionali è essenziale per generare reddito, creare lavoro, investire il declino demografico e lo spopolamento delle aree interne. Ma per raggiungere questo obiettivo occorre creare un ambiente dove legalità e sicurezza siano sempre garantite. Vi sono poi strumenti specifici quali il credito d’imposta e altri interventi da concordare in sede europea.

Per riuscire a spendere e spendere bene, utilizzando gli investimenti dedicati dal Next Generation EU occorre irrobustire le amministrazioni meridionali, anche guardando con attenzione all’esperienza di un passato che spesso ha deluso la speranza.

Quindi? Cosa diavolo vorrebbe dire questo paragrafo? Sblinda come se fosse mezzogiorno???

Gli investimenti pubblici
In tema di infrastrutture occorre investire sulla preparazione tecnica, legale ed economica dei funzionari pubblici per permettere alle amministrazioni di poter pianificare, progettare ed accelerare gli investimenti con certezza dei tempi, dei costi e in piena compatibilità con gli indirizzi di sostenibilità e crescita indicati nel Programma nazionale di Ripresa e Resilienza. Particolare attenzione va posta agli investimenti in manutenzione delle opere e nella tutela del territorio, incoraggiando l’utilizzo di tecniche predittive basate sui più recenti sviluppi in tema di Intelligenza artificiale e tecnologie digitali. Il settore privato deve essere invitato a partecipare alla realizzazione degli investimenti pubblici apportando più che finanza, competenza, efficienza e innovazione per accelerare la realizzazione dei progetti nel rispetto dei costi previsti.

Vai! Esternalizzazione di tutto, una buona volta e non se ne parli più. Con la cifra media del personale delle PPAA, che è che anziano e scarsamente motivato, si aprono ulteriori praterie per i general contractor e le aziende di consulenza.

Next Generation Eu
La strategia per i progetti del Next Generation EU non può che essere trasversale e sinergica, basata sul principio dei co-benefici, cioè con la capacità di impattare simultaneamente più settori, in maniera coordinata. Dovremo imparare a prevenire piuttosto che a riparare, non solo dispiegando tutte le tecnologie a nostra disposizione ma anche investendo sulla consapevolezza delle nuove generazioni che «ogni azione ha una conseguenza».

Come si è ripetuto più volte, avremo a disposizione circa 210 miliardi lungo un periodo di sei anni. Queste risorse dovranno essere spese puntando a migliorare il potenziale di crescita della nostra economia.

La quota di prestiti aggiuntivi che richiederemo tramite la principale componente del programma, lo Strumento per la ripresa e resilienza, dovrà essere modulata in base agli obiettivi di finanza pubblica. Il precedente Governo ha già svolto una grande mole di lavoro sul Programma di ripresa e resilienza (PNRR). Dobbiamo approfondire e completare quel lavoro che, includendo le necessarie interlocuzioni con la Commissione Europea, avrebbe una scadenza molto ravvicinata, la fine di aprile.

Gli orientamenti che il Parlamento esprimerà nei prossimi giorni a commento della bozza di Programma presentata dal Governo uscente saranno di importanza fondamentale nella preparazione della sua versione finale.

Voglio qui riassumere l’orientamento del nuovo Governo.

Le Missioni del Programma potranno essere rimodulate e riaccorpate, ma resteranno quelle enunciate nei precedenti documenti del Governo uscente, ovvero l’innovazione, la digitalizzazione, la competitività e la cultura; la transizione ecologica; le infrastrutture per la mobilità sostenibile; la formazione e la ricerca; l’equità sociale, di genere, generazionale e territoriale; la salute e la relativa filiera produttiva. Dovremo rafforzare il Programma prima di tutto per quanto riguarda gli obiettivi strategici e le riforme che li accompagnano.

Quindi, in teoria, rimane quell’obbrobrio di piano fatto con l’accetta dove si allocavano miliardi con la logica del Monopoli e su temi su cui non esiste nessuna pianificazione. Ricordo a titolo di esempio i 17 miliardi per la parità di genere.

Obiettivi strategici
Il Programma è finora stato costruito in base ad obiettivi di alto livello e aggregando proposte progettuali in missioni, componenti e linee progettuali. Nelle prossime settimane rafforzeremo la dimensione strategica del Programma, in particolare con riguardo agli obiettivi riguardanti la produzione di energia da fonti rinnovabili, l’inquinamento dell’aria e delle acque, la rete ferroviaria veloce, le reti di distribuzione dell’energia per i veicoli a propulsione elettrica, la produzione e distribuzione di idrogeno, la digitalizzazione, la banda larga e le reti di comunicazione 5G.

Il ruolo dello Stato e il perimetro dei suoi interventi dovranno essere valutati con attenzione. Compito dello Stato è utilizzare le leve della spesa per ricerca e sviluppo, dell’istruzione e della formazione, della regolamentazione, dell’incentivazione e della tassazione.

In base a tale visione strategica, il Programma nazionale di Ripresa e Resilienza indicherà obiettivi per il prossimo decennio e più a lungo termine, con una tappa intermedia per l’anno finale del Next Generation EU, il 2026. Non basterà elencare progetti che si vogliono completare nei prossimi anni. Dovremo dire dove vogliamo arrivare nel 2026 e a cosa puntiamo per il 2030 e il 2050, anno in cui l’Unione Europea intende arrivare a zero emissioni nette di CO2 e gas clima-alteranti. Selezioneremo progetti e iniziative coerenti con gli obiettivi strategici del Programma, prestando grande attenzione alla loro fattibilità nell’arco dei sei anni del programma.

Assicureremo inoltre che l’impulso occupazionale del Programma sia sufficientemente elevato in ciascuno dei sei anni, compreso il 2021.

Occhio, qui c’è una chicca. La legislatura finisce ben prima dei sei anni indicati. Quindi, l’idea è di vincolare in maniera massiccia chiunque si trovi a governare dopo la fine di questa legislatura. Un governo la cui capacità di spesa e di investimento sia già vincolata fa poca strada e sopra tutto non ha capacità di veicolare cambiamenti.

Chiariremo il ruolo del terzo settore e del contributo dei privati al Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza attraverso i meccanismi di finanziamento a leva (fondo dei fondi).

Sottolineeremo il ruolo della scuola che tanta parte ha negli obiettivi di coesione sociale e territoriale e quella dedicata all’inclusione sociale e alle politiche attive del lavoro.

Nella sanità dovremo usare questi progetti per porre le basi, come indicato sopra, per rafforzare la medicina territoriale e la telemedicina.

La governance del Programma di ripresa e resilienza è incardinata nel Ministero dell’Economia e Finanza con la strettissima collaborazione dei Ministeri competenti che definiscono le politiche e i progetti di settore.

Il Parlamento verrà costantemente informato sia sull’impianto complessivo, sia sulle politiche di settore.

Infine il capitolo delle riforme che affronterò ora separatamente.

Signore e signori, ecco a voi il direttorio Draghi. No, non il governo. Quelli che prenderanno le decisioni sul serio, perché controllano i cordoni della borsa.

Le riforme
Il Next generation EU prevede riforme.

Alcune riguardano problemi aperti da decenni ma che non per questo vanno dimenticati.

Fra questi la certezza delle norme e dei piani di investimento pubblico, fattori che limitano gli investimenti, sia italiani che esteri.

Inoltre la concorrenza: chiederò all’Autorità garante per la concorrenza e il mercato, di produrre in tempi brevi come previsto dalla Legge Annuale sulla Concorrenza (Legge 23 luglio 2009, n. 99) le sue proposte in questo campo.

Salutate commossi Poste e ENEL, dimenticate idee come la golden share e preparatevi a vedere Leonardo fatta a strisce.

Negli anni recenti i nostri tentativi di riformare il paese non sono stati del tutto assenti, ma i loro effetti concreti sono stati limitati.

Il problema sta forse nel modo in cui spesso abbiamo disegnato le riforme: con interventi parziali dettati dall’urgenza del momento, senza una visione a tutto campo che richiede tempo e competenza. Nel caso del fisco, per fare un esempio, non bisogna dimenticare che il sistema tributario è un meccanismo complesso, le cui parti si legano una all’altra. Non è una buona idea cambiare le tasse una alla volta. Un intervento complessivo rende anche più difficile che specifici gruppi di pressione riescano a spingere il governo ad adottare misure scritte per avvantaggiarli. Inoltre, le esperienze di altri paesi insegnano che le riforme della tassazione dovrebbero essere affidate a esperti, che conoscono bene cosa può accadere se si cambia un’imposta. Ad esempio la Danimarca, nel 2008, nominò una Commissione di esperti in materia fiscale. La Commissione incontrò i partiti politici e le parti sociali e solo dopo presentò la sua relazione al Parlamento. Il progetto prevedeva un taglio della pressione fiscale pari a 2 punti di Pil. L’aliquota marginale massima dell’imposta sul reddito veniva ridotta, mentre la soglia di esenzione veniva alzata.

Un metodo simile fu seguito in Italia all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso quando il governo affidò ad una commissione di esperti, fra i quali Bruno Visentini e Cesare Cosciani, il compito di ridisegnare il nostro sistema tributario, che non era stato più modificato dai tempi della riforma Vanoni del 1951. Si deve a quella commissione l’introduzione dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e del sostituto d’imposta per i redditi da lavoro dipendente. Una riforma fiscale segna in ogni Paese un passaggio decisivo. Indica priorità, dà certezze, offre opportunità, è l’architrave della politica di bilancio.

In questa prospettiva va studiata una revisione profonda dell’Irpef con il duplice obiettivo di semplificare e razionalizzare la struttura del prelievo, riducendo gradualmente il carico fiscale e preservando la progressività.

Funzionale al perseguimento di questi ambiziosi obiettivi sarà anche un rinnovato e rafforzato impegno nell’azione di contrasto all’evasione fiscale.

Macigno notevole, quello del fisco. Dollari contro noccioline che si struttureranno tre aliquote, cosa molto simile all’attuale, e che vedremo sparire molte detrazioni a favore di norme più “semplici”. Si potrebbe sperare in una effettiva semplificazione, ma basta ricordare le riunioni annuali tra i commercialisti e i tecnici del ministero per perdere gran parte delle speranze.

L’altra riforma che non si può procrastinare è quella della pubblica amministrazione. Nell’emergenza l’azione amministrativa, a livello centrale e nelle strutture locali e periferiche, ha dimostrato capacità di resilienza e di adattamento grazie a un impegno diffuso nel lavoro a distanza e a un uso intelligente delle tecnologie a sua disposizione. La fragilità del sistema delle pubbliche amministrazioni e dei servizi di interesse collettivo è, tuttavia, una realtà che deve essere rapidamente affrontata.

Particolarmente urgente è lo smaltimento dell’arretrato accumulato durante la pandemia. Agli uffici verrà chiesto di predisporre un piano di smaltimento dell’arretrato e comunicarlo ai cittadini.

La riforma dovrà muoversi su due direttive: investimenti in connettività con anche la realizzazione di piattaforme efficienti e di facile utilizzo da parte dei cittadini; aggiornamento continuo delle competenze dei dipendenti pubblici, anche selezionando nelle assunzioni le migliori competenze e attitudini in modo rapido, efficiente e sicuro, senza costringere a lunghissime attese decine di migliaia di candidati.

Oddio, fatico a smettere di ridere. Una serie di indicazioni come questa e Brunetta come ministro. Quanto agli arretrati, non si potrebbe cominciare dal pagare il dovuto ai fornitori?

Nel campo della giustizia le azioni da svolgere sono principalmente quelle che si collocano all’interno del contesto e delle aspettative dell’Unione europea. Nelle Country Specific Recommendations indirizzate al nostro Paese negli anni 2019 e 2020, la Commissione, pur dando atto dei progressi compiuti negli ultimi anni, ci esorta: ad aumentare l’efficienza del sistema giudiziario civile, attuando e favorendo l’applicazione dei decreti di riforma in materia di insolvenza, garantendo un funzionamento più efficiente dei tribunali, favorendo lo smaltimento dell’arretrato e una migliore gestione dei carichi di lavoro, adottando norme procedurali più semplici, coprendo i posti vacanti del personale amministrativo, riducendo le differenze che sussistono nella gestione dei casi da tribunale a tribunale e infine favorendo la repressione della corruzione.

Questo è il macigno dei macigni, la collisione tra Scilla e Cariddi elevata a potenza. Questo governo avrà la forza di fare piazza pulita dei Palamara? Di spendere i milioni necessari a rimpinguare la pianta organica dell’intero settore? Riusciranno ad ascoltare giganti come Gratteri? E ancora, si riuscirà a mettere in cantiere una serie di misure per la responsabilità effettiva dei giudici?

Nei nostri rapporti internazionali questo governo sarà convintamente europeista e atlantista, in linea con gli ancoraggi storici dell’Italia: Unione europea, Alleanza Atlantica, Nazioni Unite. Ancoraggi che abbiamo scelto fin dal dopoguerra, in un percorso che ha portato benessere, sicurezza e prestigio internazionale. Profonda è la nostra vocazione a favore di un multilateralismo efficace, fondato sul ruolo insostituibile delle Nazioni Unite.

Resta forte la nostra attenzione e proiezione verso le aree di naturale interesse prioritario, come i Balcani, il Mediterraneo allargato, con particolare attenzione alla Libia e al Mediterraneo orientale, e all’Africa. Gli anni più recenti hanno visto una spinta crescente alla costruzione in Europa di reti di rapporti bilaterali e plurilaterali privilegiati. Proprio la pandemia ha rivelato la necessità di perseguire uno scambio più intenso con i partner con i quali la nostra economia è più integrata.

Per l’Italia ciò comporterà la necessità di meglio strutturare e rafforzare il rapporto strategico e imprescindibile con Francia e Germania. Ma occorrerà anche consolidare la collaborazione con Stati con i quali siamo accomunati da una specifica sensibilità mediterranea e dalla condivisione di problematiche come quella ambientale e migratoria: Spagna, Grecia, Malta e Cipro.

Quindi? Aspiriamo al ruolo di leader del fianco sud della NATO e delle UE?

Continueremo anche a operare affinché si avvii un dialogo più virtuoso tra l’Unione europea e la Turchia, partner e alleato NATO.

Dovremmo fare da mediatori con chi sta ricattando l’UE da anni, usando i rifugiati siriani come merce di scambio, con chi ha sta costruendo basi in Libia e sta destabilizzando Libano e Siria?

L’Italia si adopererà per alimentare meccanismi di dialogo con la Federazione Russa. Seguiamo con preoccupazione ciò che sta accadendo in questo e in altri paesi dove i diritti dei cittadini sono spesso violati.

Navalny come santino (no, non dovete ricordarne il passato da neonazista) e la Crimea sullo sfondo?

Seguiamo anche con preoccupazione l’aumento delle tensioni in Asia intorno alla Cina. Altra sfida sarà il negoziato sul nuovo Patto per le migrazioni e l’asilo, nel quale perseguiremo un deciso rafforzamento dell’equilibrio tra responsabilità dei Paesi di primo ingresso e solidarietà effettiva. Cruciale sarà anche la costruzione di una politica europea dei rimpatri dei non aventi diritto alla protezione internazionale, accanto al pieno rispetto dei diritti dei rifugiati.

Ergo, non cambia nulla. Porti aperti, frontiere aperte, chiunque che passa e ci ride in faccia. Se poi la carceri scoppiano, si farà un indulto.

L’avvento della nuova Amministrazione Usa prospetta un cambiamento di metodo, più cooperativo nei confronti dell’Europa e degli alleati tradizionali. Sono fiducioso che i nostri rapporti e la nostra collaborazione non potranno che intensificarsi.

Dal dicembre scorso e fino alla fine del 2021, l’Italia esercita per la prima volta la Presidenza del G20. Il programma, che coinvolgerà l’intera compagine governativa, ruota intorno a tre pilastri: People, Planet, Prosperity. L’Italia avrà la responsabilità di guidare il Gruppo verso l’uscita dalla pandemia, e di rilanciare una crescita verde e sostenibile a beneficio di tutti. Si tratterà di ricostruire e di ricostruire meglio. Insieme al Regno Unito – con cui quest’anno abbiamo le Presidenze parallele del G7 e del G20 – punteremo sulla sostenibilità e la «transizione verde» nella prospettiva della prossima Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico (Cop 26), con una particolare attenzione a coinvolgere attivamente le giovani generazioni, attraverso l’evento «Youth4Climate».


Questo è il terzo governo della legislatura. Non c’è nulla che faccia pensare che possa far bene senza il sostegno convinto di questo Parlamento. È un sostegno che non poggia su alchimie politiche ma sullo spirito di sacrificio con cui donne e uomini hanno affrontato l’ultimo anno, sul loro vibrante desiderio di rinascere, di tornare più forti e sull’entusiasmo dei giovani che vogliono un paese capace di realizzare i loro sogni.

Oggi, l’unità non è un’opzione, l’unità è un dovere. Ma è un dovere guidato da ciò che son certo ci unisce tutti: l’amore per l’Italia.