La favola delle primarie

Oggi vi racconto una storia. Non è particolarmente bella, ma come alcune favole della nostra infanzia ha una morale e vale la pena tramandarla alle future generazioni come lezione per i giorni che verranno.

C’era una volta un partito politico, nato in laboratorio in un paese non proprio lontano.

Come tutte le cose create a tavolino, anche questo partito aveva dei problemi a farsi accettare dalla popolazione. Il nome veniva da un’altra nazione, i suoi dirigenti da partiti nati in fretta e furia dopo una stagione di scandali e bisognava trovargli un’identità. In quel paese si votava spesso e a qualcuno di quei dirigenti venne un’idea.

“Visto che abbiamo copiato il nome da quel paese là, perché non copiamo anche altre cose?” Tutti lo ascoltavano, mentre si facevano vento con vecchi sondaggi e manifestini del passato.

“Pensateci un momento. Abbiamo bisogno di raccogliere fondi, di far vedere che siamo aperti alla società civile e di farci notare sui media senza spendere soldi.” Mormorii nel pubblico, alcuni leggevano con aria molto interessata le brochure di altri partiti. Qualcuno rideva sotto i baffi, la battuta della società civile era sempre buona.

“Copiamo le primarie!” Silenzio. Dal fondo, uno degli anziani faceva gesti apotropaici.

“Non avete capito, vero? Quella roba che fanno per scegliere pubblicamente i candidati, dove la gente vota prima delle elezioni vere e proprie. Avete visto come vengono seguite queste cose dai media?” Silenzio. Vibrazione di vecchi ingranaggi in movimento.

“Potremmo chiedere un contributo. Un euro, due. I militanti ce li danno di sicuro.” Sorrisi. Qualcuno tirò fuori una vecchia calcolatrice.

“Ma non rischiamo che ci ribaltino qualche candidato? Voglio dire, vi ricordate in che stato versano tanti territori, e se qualcuno ne approfittasse?” Brividi nella platea. Sguardi smarriti e occhiate sospettose. Qualcuno indicò un armadio, un vecchio affare sepolto dai faldoni e dalla polvere.

“Aspettate, facciamo un altro passo avanti. E se le aprissimo a tutti per votare ma se continuassimo a scegliere noi i candidati? Nelle sezioni e nei circoli va tutto come vogliamo noi, non ci sono rischi.” Consensi, qualche sorriso in più. Un ritratto in bianco e nero di un politico del passato cadde improvvisamente, mancando di un soffio un responsabile del tesseramento.

“Potrebbe funzionare. Ma se vogliamo fare il colpo grosso, perché non apriamo veramente tutto?” Colmo di luciferino entusiasmo, il responsabile di una regione si mise in piedi sulla scrivania. “Pensateci! Sono consultazioni senza valore legale, giusto? Quindi possiamo dare accesso a tutti. Minorenni, non residenti nel comune, non iscritti ai vecchi partiti… possiamo raccattare soldi da chiunque!” Applausi, fischi di apprezzamento. Qualcuno urlò “democrazia!”, suscitando grandi risate.

Dal tavolo della presidenza si alzò uno dei più giovani, chiese e ottenne silenzio.

“Vogliamo fare davvero una cosa grossa? Vogliamo fare qualcosa che non ci costa nulla e ci metterà al centro della scena per anni?” Lo guardavano tutti, si sentiva che stava per arrivare qualcosa di inaspettato.

“Vi dico solo una parola: stranieri.” Sguardi smarriti, al limiti dell’incomprensione.

“Va bene, ve lo spiego. Facciamo partecipare anche gli stranieri. Basta che abbiano uno straccio di documento”. Primi cenni di comprensione, qualcuno tirò fuori il telefonino.

“All’inizio ne verranno pochi. Ma li coinvolgeremo sempre di più. Centinaia di migliaia, forse milioni in futuro. Gente che tireremo su con la convinzione che siamo il loro punto di riferimento politico.” Applausi. Prima timidi, poi qualcuno si alzò in piedi per mostrare il proprio entusiasmo. Finì con una acclamazione.

La cosa funzionò. Il partito di quel paese non così lontano aveva solidi appoggi nei media, aveva ereditato una buona organizzazione territoriale e poteva contare su un avversario decisamente antipatico. Incassarono soldi e continuarono a farsi le loro piccole guerre intestine, sputandosi addosso battute velenose come soltanto i militanti di partito riescono a fare. Gli esterni, la società civile, i giovani e gli stranieri continuarono a non contare nulla, proprio come prima. I candidati “giusti” vincevano sempre le primarie e pazienza se spesso poi andavano a sbattere nelle elezioni vere. Quindi per qualcuno la favola va a finire bene.

Come?

La morale?

Serve davvero che la metta in evidenza?

Range day – 30.05.2021

Come diceva il poeta, un giorno senza piombo è un giorno sprecato. O era senza sole? In ogni caso, se non avete mai frequentato un poligono la vostra vita non si può dire completa.

Banco a fine prova

In ogni caso, andare in linea di tiro con una buona pistola e cinquanta colpi migliora l’umore. Sia il mio che quello di chi mi sta attorno. Per i curiosi, quella è una Beretta 98 FS che ho noleggiato per l’occasione. Gran bel ferro, purtroppo abbastanza costoso.

Bersaglio Q

Il risultato non è spettacolare e si vede molto bene che ho perso la mano con il calibro 9×21. Tuttavia, sto tornando in forma e 202 punti non sono proprio malissimo. Vediamo se la prossima volta alla sagoma faccio comparire gli occhi e la bocca, magari con una bella rosata al centro di massa.

De Vaccina Mirabilis / II

Come promesso / minacciato, torno sull’argomento vaccinale, declinato nella versione Covid-19. Ho avuto la sfortuna di seguire il dibattito pubblico italiano sull’obbligo vaccinale per i sanitari, con gli ovvi riflessi sulla questione se estenderlo all’intera popolazione, e devo dire che sono estremamente deluso dai suoi esiti. Che fosse difficile avere un dibattito maturo e consapevole era purtroppo ovvio, così come era chiaro dall’inizio che l’esito era scontato. Tuttavia, malgrado l’esperienza maturata, avevo almeno la speranza che ci potesse essere qualche barlume di razionalità.

Parto dai media, sia perché ho il dente avvelenato nei loro confronti, sia per il semplice fatto che sono fondamentali nel formare il consenso popolare – specialmente per le fasce meno abbienti e meno istruite dei nostri concittadini. Si è partiti immediatamente con la tesi che non potevano sussistere discussioni, ritirando fuori l’etichetta di “negazionista” per chiunque esprimesse dubbi di qualsiasi genere, fino ad etichettare come “no vax” chi osasse anche valutare l’idea di non fare questo particolare vaccino. Il trucco semantico è sempre lo stesso, trito e ritrito quant’altri mai. Appiccicare etichette negative a chi si oppone alla narrazione, limitare il più possibile l’espressione di dubbi, cavalcare la paura e il risentimento per ottenere la soppressione del dissenso.

Medieval Physician, 16th Century, J Amman

Il giochino per certi versi ha funzionato. All’opinione pubblica è stato servito un nuovo nemico, il temibile sanitario egoista che non vuole vaccinarsi, e una soluzione per affrontarlo, cioè richiederne licenziamento e/o demansionamento immediato. Non è noto se sia prevista anche la fantozziana crocifissione in sala mensa, ma è meglio non dare troppe idee ai minus habens. Facezie a parte, è interessante notare come sia semplice passare dal considerare i lavoratori del settore “eroi” ad additarli come paria nell’arco di poche settimane. Come se non bastassero le promesse disattese di bonus e di altre misure di compensazione, o come se si potessero ignorare i disastri gestionali perpetrati nella sanità. Mi limito a far notare che un sanitario che usi i DPI e che osservi i protocolli di sicurezza sia perfettamente in grado di prestare la sua opera senza alcun rischio per i pazienti, indipendentemente da vaccini o altro.

Visto che una delle tesi imperanti è che queste misure ce le chiede l’Europa, vi fornisco un link a un interessante riepilogo sull’argomento (QUI) e per sintesi vi riporto che lo scorso 21 gennaio al consiglio d’Europa è stata approvata a grande maggioranza una risoluzione che contiene quanto segue:

«che i cittadini siano informati che la vaccinazione non è obbligatoria e che nessuno a livello politico, sociale o in altra forma può fare pressioni perché le persone si vaccinino se non lo scelgono autonomamente»

Io non sono un avvocato, sia chiaro. E’ facile comunque prevedere che ci saranno dei ricorsi sia in sede penale che civile, con gli inevitabili addentellati per quanto riguarda la costituzionalità di una misura che in pratica differenzia una parte dei cittadini rispetto al resto della popolazione. E’ altrettanto facile intravedere seri problemi di funzionalità in un qualsiasi presidio ospedaliero ove una parte consistente del personale dovesse opporsi all’obbligo vaccinale.

La cosa che più stupisce è l’assenza dal dibattito pubblico della domanda più semplice. Come mai personale con qualifiche professionali elevate ed esperienza si oppone a questo obbligo? Se sono qualificati ad essere dottori o infermieri significa che si tratta di laureati, spesso con specializzazioni e/o dottorati. Se le aziende ospedaliere li impiegano a pieno titolo per prendersi cura dei pazienti, come mai poi si preparano a disconoscerli? Immagino abbiate notato come la stragrande maggioranza dei media abbia accuratamente evitato queste semplici questioni. Trovo difficile pensare che un medico impazzisca di colpo, o che un infermiere perda improvvisamente fiducia nell’efficacia dei vaccini. Mi sarei aspettato un dibattito aperto su cose come questa, quello che ho visto è una serie di minacce più o meno velate e di richiami alla disciplina da parte degli ordini professionali. Il tutto in categorie che hanno pagato un prezzo terribile in termini di vite umane nelle azioni di contrasto a questo virus.

Alla fine, il concetto di base è sempre la paura. Se fallisce quella della malattia, allora si usa quella economica. O quella sociale, invitando il pubblico alla riprovazione dei reprobi. E se fallissero anche queste leve? Se qualcuno vincesse un ricorso o se qualche TAR ordinasse la sospensione dell’applicazione di un licenziamento (o demansionamento)? Siamo davvero sicuri che questa sia la strada migliore da percorrere per avere maggior sicurezza?

De Vaccina Mirabilis / I

Apro una serie di post a proposito dei vaccini Covid-19, della relativa campagna vaccinale e di come questi temi sono stati posti all’ordine del giorno. Non ho pretese di completezza o di autorità, né ho ricevuto di recente tavole della Legge in cima a una montagna. Diciamo che sono uno dei tanti cittadini preoccupati e che mi faccio delle domande.

Mi colpisce, in negativo, il clima di aspettativa e di grazia legato alla somministrazione del (o dei) prodotto. Dopo più di un anno di campagna mediatica a livelli di terrorismo, capisco la spinta psicologica verso il vaccinarsi. Capisco anche come i soggetti più esposti siano alla ricerca di una forma di salvezza di fronte a un nemico percepito come implacabile. Quello che non capisco è che manchi del tutto la riflessione sugli effetti reali del vaccino. Per esempio, non funziona per tutti allo stesso modo. Per alcuni, la reazione indotta dal farmaco nel sistema immunitario è troppo blanda e quindi non si ottengono benefici. Per altri, la reazione è al di sotto della media e ne consegue che il periodo di copertura è inferiore a quanto teorizzato. Più in generale, non sappiamo ancora quanto effettivamente sia questo periodo di protezione.

Malgrado queste considerazioni, noto che nelle persone che hanno completato il ciclo vaccinale sussiste questa forma di sollievo e di noncuranza, un sorta di ritorno all’arcadia pre-Covid e di rimozione dell’intero anno 2020. Il tutto è comprensibile dal punto di vista psicologico, un po’ meno da quello logico-razionale. Un soggetto vaccinato, anche nel caso in cui sia perfettamente coperto dal rischio a livello personale, è comunque possibile latore di infezione / contagio verso gli altri. Questo è un argomento difficilissimo da far accettare, specialmente per i più anziani. Il che connette questo tema con quello mediatico, come vedremo adesso.

A proposito del Covid-19, della sua diffusione e della campagna vaccinale, stanno passando dei paragoni che trovo tanto interessanti quanto pericolosi. Il costante paragone con la c.d. “spagnola”, il modo strumentale con cui viene raccontato il manifestarsi delle varianti del virus, l’idea che viene fatta filtrare che i vaccini contro il Covid-19 siano concettualmente simili a quelli fatti contro la poliomelite o il vaiolo – effetti compresi. Sono tutti elementi di una narrazione che non è vera ma risulta verosimile, al punto da produrre effetti potenzialmente molto pericolosi nel pubblico. La tesi che ho sentito spesso, che è necessario semplificare per essere compresi dal grande pubblico, non fa altro che rafforzare l’idea che sia importante propalare una narrativa, più che assolvere al dovere di mettere al corrente la pubblica opinione dei fenomeni.

Per prima cosa, il paragone tra il Covid-19 e il virus responsabile della “spagnola” è del tutto sbagliato. Il Covid-19 fa parte della famiglia dei coronavirus, la “spagnola” è nella famiglia degli influenzavirus A (tipo H1N1). Tecnicismi a parte, danno effetti diversi e soprattutto hanno un tasso di mortalità enormemente differente – per nostra fortuna. Va aggiunto che il livello di farmaci e di strutture ospedaliere, almeno nel primo mondo, è migliorato in modo esponenziale dal 1918-1920. Quanto al fatto che il Covid-19 sia in perenne mutazione, stupisce solo chi non ha la minima idea di come sia fatto un qualsiasi virus. Per capirci, tutti i virus mutano per adattarsi al mondo esterno e trovare migliori possibilità di sopravvivenza. La scienza conosce da molto tempo questo fenomeno e si può tranquillamente affermare che anche nel caso del Covid-19 / SARS-Cov-2 la cosa fosse ampiamente attesa. Infine, il concetto che i vaccini contro il Covid-19 siano simili a quelli del passato è qualcosa di concettualmente deviato. Già il fatto che ci si rivolga a malattie differenti dovrebbe far riflettere, così come le implicazioni logiche di assimilare la diffusione di un virus (sicuramente pericoloso, per carità) con malattie che hanno lasciato segni indelebili nella storia umana. Siamo davvero sicuri che fosse necessaria una narrazione costruita su questi errori?

A chiusura, una nota sul fatto che non è mai possibile vaccinare il 100% della popolazione, neppure in un paese del primo mondo. C’è sempre una fascia più o meno consistente di persone che non possono essere vaccinate, sia per patologie che per altre cure in corso, così come c’è una parte della popolazione che – per mille motivi – non viene raggiunta dalle campagne vaccinali. Per questo si sostiene il concetto di immunità di “gregge”, ovvero un modello per il quale data un’ampia maggioranza di soggetti vaccinati consente di proteggere anche chi non lo è. Anche questa però è una falsa sicurezza. Malgrado le precauzioni e il buon senso, una parte di malati ci sarà anche dopo il completamento della campagna vaccinale. Proprio per questo motivo, e per occuparsi di chi si ammala durante la campagna già citata, è fondamentale avere gli strumenti necessari per provvedere alla cura della malattia.

Uscire da Facebook – riflessioni

Un paio di settimane fa ho messo in pausa il mio account personale su Facebook. Niente di difficile, ovviamente. Tuttavia, è pur sempre qualcosa che ha impegnato una porzione considerevole del mio tempo libero negli ultimi anni, al punto da essere una delle abitudini ricorrenti nelle mie giornate. Potevo cancellarlo. Potevo utilizzare i comandi messi a disposizione dalla piattaforma per sospenderlo in maniera palese. Ho preferito pubblicare un breve messaggio e fare altro.

Mettiamo da parte il concetto di “fare altro” per un momento; questo post non serve tanto per il pubblico, è più una sorta di messaggio per il me del futuro, utile a cristallizzare uno stato d’animo e una serie di riflessioni personali. Quando si fa qualcosa, dovrebbero esserci delle motivazioni. Non importa quanto possano essere futili o dozzinali, la sequenza di causa ed effetto dovrebbe essere mantenuta se si vuole dirsi creature razionali. Devo dire che ho visto un costante peggioramento in Facebook, qualcosa che persone più illuminate di me avevano visto arrivare da tempo.

Non parlo solo dell’azienda. Facebook è sempre stato strumento di una strategia economica e di orientamento del costume, il fatto che sia diventato più palese dimostra soltanto che non ritengono più di dover essere discreti. Il che è significativo ma non decisivo, almeno dal mio punto di vista. Si dice che la natura aborra il vuoto, metafora calzante anche per la politica e la cultura. Non stupisce quindi che chi si trova ad avere una posizione predominante ne approfitti, con l’ovvio vantaggio di favorire una serie di imprinting culturali che hanno trovato vaste platee di pubblico plaudente.

I cambiamenti culturali sono stati evidenti, questo guardando la ristretta platea dei miei contatti e/o delle pagine cui ero connesso. Dovendo identificare delle tendenze principali, difficile non notare che qualsiasi argomento rilevante provoca una polarizzazione pressoché immediata. D’altro canto, la spinta a dimostrarsi conforme a una narrativa si è dimostrata in grado di scatenare una sorta di gara al ribasso, una competizione a chi mette in mostra tutte le bandierine approvate per primo – spesso a scapito di una propria coerenza. Come scritto tante volte in passato, lo spazio per discussioni razionali su temi divisivi è praticamente scomparso, così come si è ridotto ai minimi termini il numero di persone in grado di sostenere una discussione matura.

Sempre in relazione ai cambiamenti culturali, devo dire che è stato davvero triste constatare il progressivo scivolamento verso l’adesione alle già citate narrative di interlocutori giovani e promettenti; a quanto pare, neppure un buon livello di istruzione è in grado di fornire gli strumenti adatti a discernere tra quanto sia proveniente dall’esterno rispetto a quanto matura nel proprio ambito personale. Peccato. Trovo difficile credere che ci sia un percorso di riappropriazione per queste persone, spero di sbagliarmi. Leggo spesso un paragone tra questo fenomeno e l’adesione alle ideologie politiche del ventesimo secolo, continuo a trovarlo del tutto inappropriato. Mettere sullo stesso piano delle spinte ideali e le idee di una società a venire con questi fenomeni orditi a tavolino mi fa ribrezzo.

Il mio flusso di informazioni, il cosiddetto “feed”, era diventato un coacervo di prese di posizione e di dichiarazioni d’intenti sempre più netto, al punto da scadere spesso nel ridicolo. Avremmo bisogno di un moderno Mel Brooks per avere un adeguato livello di satira, sempre che possa trovare spazio per produrre una cosa del genere all’interno della scena mediatica attuale. Da un punto di vista più personale, sono diventato via via più insofferente verso tutto questo. Le spinte emotive si sono trasformate in emotività immediata, una sorta di rifiuto irrazionale, e ho compreso che avevo trovato il mio personalissimo punto di rottura. Una volta compreso questo, la conseguenza era ovvia. Ho perso qualcosa, specialmente pensando a chi comunque era riuscito a rimanere se stesso in quel bailamme.

Quello che ho guadagnato, e qui si può riprendere il concetto di “fare altro“, si può sintetizzare in due cose: tempo e energia. Realizzare quanto tempo nella mia giornata era speso su Facebook è stato un momento abbastanza brusco. Sempre poco rispetto al capire quanta energia sprecavo nel seguire cose per cui ho un interesse reale molto basso. Quindi? Faccio letteralmente altro. Tutto quello che mi viene in mente. Se e quando mi viene in mente, senza dovermi far dettare il ritmo o gli argomenti dalla polemica di giornata e/o dal contatto di turno. Sbaglierò, ma a mio parere ormai in quel contesto la situazione è questa:

Memorandum per le crisi a venire / 2

Nel post precedente abbiamo chiarito il perimetro di riferimento di questi appunti, con un accento sul fatto che la presente crisi fosse ampiamente preventivabile e che, come paese, non eravamo pronti. Vale la pena fare qualche considerazione generale, non fosse altro che per mettere ulteriormente in chiaro le cose.

Nessun paese che voglia dirsi progredito si può permettere di non pianificare le proprie risposte alle emergenze. In Italia lo abbiamo visto per il terremoto in Friuli, che ha portato alla nascita della Protezione Civile, ne abbiamo avuto riscontro pochi anni dopo in Irpinia, abbiamo toccato con mano la nostra impreparazione di fronte ad eventi come la migrazione degli anni ’90 dall’Albania. Tutte crisi rilevanti, tutte gestite in maniera improvvisata (spesso anche improvvida), tutte per alcuni versi irrisolte.


La gestione delle emergenze è sempre stata per lo meno curiosa nella storia repubblicana. Se da una parte si moltiplicano gli enti o le richieste di poter avere delle competenze / interessi nel settore (basterebbe pensare all’annosa vicenda della gestione SAR), dall’altra non si riesce a gestire neppure il normale turnover di uomini e mezzi dei corpi dello Stato. Sembra incredibile, ma constatare lo stato miserando in cui versa un corpo fondamentale come i Vigili del Fuoco è qualcosa di indegno di un paese civile.

L’unico settore provvido è quella della produzione di “libri bianchi”, in cui le autorità politiche indicano con grande sfoggio di particolari tutti i desiderata per lo specifico settore o argomento cui sono dedicate queste opere. Poi finisce a tarallucci e vino, ma è sempre colpa del governo successivo, o dell’Europa, o di fattori fantasiosi come la “congiuntura economica” di cui sento parlare fin dagli anni ’70. Quando serve, ecco arrivare qualche termine anglofono usato a casaccio, come il tragico “dual use” con cui si vorrebbe giustificare davanti ai pacifisti da operetta il finanziamento alle FFAA.

Per cui, mettiamo in chiaro il primo requisito della preparazione alle crisi a venire. La capacità di spendere, molto e subito, alla bisogna. Dove la spesa di bilancio dello Stato è tanto più onerosa quanto non si è investito negli anni precedenti per essere efficienti. Per capirci meglio, un esempio recente; nel corso del 2020 si sono votati in Parlamento un numero impressionante di scostamenti di bilancio per poter stanziare risorse utili a risolvere i problemi indotti dalla crisi. A colpi di circa venti miliardi di Euro per provvedimento, fino ad arrivare a circa 140 miliardi. Non è difficile fare la constatazione che fosse meglio fare un unico provvedimento per pari importo subito (come fatto da Germania, Francia, Regno Unito, ecc.) e cercare così di apportare un shock positivo all’intero sistema economico.

Il secondo requisito, intuibile a prescindere dal tipo di crisi per cui si vuole preparare, è che le proprie strutture pubbliche devono essere mantenute al massimo possibile dell’efficienza. Anche qui, vuol dire spendere e programmare in maniera intelligente. Turnover del personale, vita operativa dei mezzi, manutenzione delle strutture, formazione continua dei lavoratori, specializzazione a livello di ente per le competenze per evitare inutili doppioni. Non si tratta di inventare di nuovo la ruota, vero? E’ la base di un buon sistema di gestione, lo stesso che viene insegnato come requisito basilare per far funzionare le aziende.

Come italiani, siamo abituati a pensare che queste cose le possano fare solo gli “altri”. Dove per altri sostanzialmente si intende chiunque altro al di fuori dei nostri confini, perché nel nostro paese imperano corruzione, favoritismi, crimine organizzato, influenze indebite dei partiti politici e altre cose. Tutti problemi veri, beninteso. Peccato che ci siano anche all’estero, e che incidano pesantemente anche in realtà che ci vengono portate ad esempio dai media. Ho il piacere di informarvi che anche nei terribili ministeri romani ci sono persone di grande capacità, e che sussistono realtà nazionali di assoluto rilievo che non hanno alcunché da invidiare ai famosi “altri”. Se la smettessimo di piangerci addosso, sarebbe già un passo avanti notevole.

Per chiudere questo post, vorrei ricordarvi alcune cose; le leggi bizantine le abbiamo fatte noi. La classe dirigente la scegliamo noi. Le scorciatoie per venire a capo della burocrazia le percorriamo noi. Siamo sempre noi a girare la testa dall’altra parte, o a scegliere di ascoltare acriticamente quanto ci viene ammannito dai media. Non è colpa degli “altri”, non abbiamo chissà quale cattivo da film a decidere delle nostre vite. Alla prossima.

Memorandum per le crisi a venire / 1

C’è una massima, citata spesso e attribuita a molti autori, che ci dice che nella crisi c’è un’opportunità. Sembra una frasettina da meme, magari con l’immagine di un cucciolo per fare simpatia. Non lo è. Per quanto tremenda sia una crisi e per quanto nefaste le conseguenze, di contro le opportunità sono più grandi.

Non sto parlando delle questioni speculative, che pur ci sono, e neppure del fatto ovvio che durante le crisi alcuni settori industriali o di servizi tendano a prosperare. Si pensi, come esempio, al comparto biomedicale nelle circostanze attuali. Sono opportunità anche queste, ma non sono quelle che una nazione deve poter mettere in prospettiva in tempi come questi.


Nel settore privato, ormai da decenni, c’è il concetto di “lesson learned”. Per essere più chiari, di quali lezioni ci siano da imparare dai problemi che si sono superati. Questa pandemia ha rivelato scenari inquietanti e messo alla berlina una serie notevole di inadeguatezze nel nostro sistema nazionale. E’ ovvio che non si possa intervenire sul passato, ma è doveroso mettersi nelle condizioni in cui questi errori non si debbano ripetere.

Una trattazione anche modesta di un argomento come questo merita come minimo un saggio, un blog da poco come questo può permettersi al massimo qualche appunto e lasciare qualche domanda all’incauto lettore. Userò come esempio la pandemia, tenete in mente che la cosa vale anche per altri scenari. Cominciamo dall’inizio, ovvero su come si può valutare in anticipo un problema come il Covid-19.

Come è noto, l’Italia sostiene finanziariamente organizzazioni come l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e da questo ente riceve indicazioni e informazioni a proposito delle emergenze sanitarie presenti e possibili. Ebbene, l’OMS aveva da tempo informato gli stati membri del rischio crescente di epidemie su larga scala. Nei fatti, dopo aver visto la SARS e la MERS, nonché il diffondersi crescente di altre malattie, non era campato in aria pensare si potesse manifestare un virus in grado di progredire fino alla fase pandemica.

Malgrado queste informazioni, nel 2020 abbiamo scoperto che i piani per simili emergenze erano fermi al 2006. In seguito, che anche quanto previsto in questi piani non era stato attuato o sviluppato nel dettaglio. Ergo, non eravamo pronti. Facciamo un primo momento di riflessione. Uno dei paesi più progrediti del mondo non era pronto allo svilupparsi di una grave crisi, malgrado fosse divenuta sempre più probabile.

Sempre nel marzo 2020, la maggior parte dei nostri compatrioti ha finalmente scoperto come l’aver sistematicamente smantellato parte della sanità pubblica, nonché di altri settori della Pubblica Amministrazione, comportasse un costo drammatico di fronte a una emergenza. Meglio tardi che mai, immagino. Nello stesso periodo, la collettività ha capito come nel paese non ci fosse la capacità industriale di far fronte alla maggiore richiesta di presidi medici (mascherine, camici, reagenti, ecc.) e di macchinari relativamente semplici (ventilatori polmonari, pezzi di ricambio, ecc.).

Nei mesi successivi, la popolazione italiana ha constatato con mano le carenze nei settori della pubblica istruzione, nei trasporti, nella gestione delle infrastrutture. Si è fatto i conti con le debolezze prodotte in decenni di austerità indotta e applicata in maniera asinina, per non parlare della distanza dalla realtà evidenziata dalla nostra classe dirigente. C’è chi ha parlato di “anno zero”, io sono propenso a sperare che tutto questo sia servito a mettere di fronte agli italiani il peso delle loro decisioni collettive.

Ho da tempo passato il limite della soglia di attenzione dei lettori, anche dei più attenti. Quindi ho aggiunto al titolo di questo post la parte “/ 1”, perché di queste cose si scrive con la necessaria calma. Nel frattempo, fate le vostre considerazioni.

Danni collaterali – il prezzo a venire della pandemia

Credo sia necessario, per non dire fondamentale, guardare al futuro e non solo alla cronaca giorno per giorno della pandemia. Allo stato attuale, sembra probabile che finirà per diventare un fenomeno ciclico seguendo le mutazioni del coronavirus e che, di conseguenza, entrerà nel novero dei fenomeni che si affrontano con le già conosciute opere di prevenzione e vaccinazione. Tuttavia, è bene rendersi conto che il prezzo di una pandemia non è limitato al gravoso computo dei decessi o alle considerazioni sugli effetti a lungo termine nell’organismo di chi è stato malato. A mio parere, la gestione della pandemia proietta nel futuro due ombre scure: il calo delle prestazioni di diagnostica precoce e i disturbi mentali.


Nel primo caso, si tratta di un rapporto di causa / effetto tra i più deleteri. Aver dirottato risorse e personale del servizio sanitario verso le tematiche relative alla pandemia, senza nel frattempo aver compensato adeguatamente la pianta organica e la dotazione tecnologica, ha messo in secondo piano praticamente tutti i programmi di prevenzione e diagnostica precoce (c.d. screening) e ridotto in maniera drastica una serie infinita di prestazioni mediche ambulatoriali o di day hospital. Il risultato? Impossibile da stimare oggi, ma non è difficile pensare che le mancate diagnosi precoci abbiano un effetto nei casi a venire dato che conosciamo quanto impatto hanno avuto queste campagne negli anni passati. Come ulteriore cosa da valutare, c’è da capire quanto tempo impiegheranno le burocrazie coinvolte a recuperare i ritardi e a rientrare di conseguenza nel ciclo corretto. Il rischio concreto è dover aspettare almeno tre anni prima di tornare al livello pre pandemia, con tutto quello che ne consegue.

Il secondo caso è quello che mi spaventa di più. Non posso fare affermazioni professionali per quanto riguarda l’ambito psicologico o psichiatrico, ma credo comunque di poter scrivere che mesi di campagne mediatiche atte a spaventare gli spettatori e le oggettive limitazioni alla vita di tutti i giorni derivate dalla pandemia siano destinate a lasciare un segno nella psiche di ognuno, con l’inevitabile corollario di andare ad aggravare le patologie pregresse. Non sono riuscito a trovare fonti con numeri attendibili o studi che valutino questo tipo di impatto nella società a venire.

Pensate a cosa abbia voluto dire perdere la percezione dei volti (con le mascherine), alla costante spinta all’attenzione collettiva (hai toccato questo? hai lavato / sanificato quest’altro?), alla soppressione di tante parti della vita sociale, al forzato diradarsi dei contatti con il proprio circolo di parenti o amici. O ancora, a quanto le stesse cose affliggano in maniera differente a seconda dell’età o a come chi non ha una famiglia si possa sentire più solo di prima.

Le conseguenze economiche sono altrettanto pericolose. Perdere la certezza e il ruolo sociale derivante dal proprio reddito, dover valutare come impossibili cose che prima si affrontavano senza porsi problemi, o più semplicemente farsi trasportare dal clima di incertezza veicolato dai media non può che pesare sul quadro psicologico generale. Aggiungete al tutto le preoccupazioni per i membri più deboli della propria cerchia e, per chi ha figli, l’inevitabile proiezione nei loro confronti delle angosce per il futuro ed ecco che anche le persone più stabili possono risentire della “nuova normalità”.

Si vedono già bene i segni di un progressivo disagio, così come non è difficile notare il crescente livello di insofferenza verso limitazioni e vincoli che sono visti sempre di più come inutili e/o soffocanti. Metteteci anche la tradizionale sfiducia italiana verso chiunque sia al potere e si può vedere un quadro anarcoide in formazione avanzata. Non credo che la risposta stia nell’uso degli psicofarmaci, per quanto il consumo sia in aumento vertiginoso.

Da entrambi i fattori di cui ho brevemente scritto si capisce come il quadro complessivo dei danni collaterali sia già oggi problematico, così come è facile prevederne il peggioramento nel medio termine. Credo sia inevitabile dover prendere dei correttivi in tempi brevi, con tutte le difficoltà del caso. Occorre investire in maniera massiccia nel potenziamento delle strutture sanitarie pubbliche e portare a compimento tutti quei progetti per l’estensione della rete dei consultori sul territorio nazionale. Se è vero che lo stigma sociale verso chi si rivolge a un professionista per avere un aiuto psicologico è in calo, deve diventare altrettanto palese che si possono veramente risolvere tanti problemi con le terapie disponibili.

La complessità che abbiamo perso

Questo post è dedicato a un argomento che può sembrare non necessario, specialmente in tempi dove la parola “emergenza” sembra essere il sostantivo più utilizzato in qualsiasi situazione. Provate per un attimo a fare attenzione a cosa vi viene in mente quando sentite il termine “complessità”. A prescindere dalle associazioni che avete prodotto, sappiate che leggendo questa frase avete già oltrepassato il livello di attenzione media. Se poi decidete di proseguire nella lettura, vi siete automaticamente collocati in una fascia ristretta di popolazione.


Delle possibili definizioni di “complessità” me ne occuperò in un altro momento, per ora vi metto in primo piano un fatto: il numero di italiani che faticano a comprendere il senso di un testo scritto semplice (come un articolo di giornale) sta crescendo da anni. Attorno a voi, al lavoro nello stesso posto, in coda alla cassa del supermercato… avete adulti pienamente responsabili che non riescono ad afferrare il senso di duecento o trecento parole dedicate a un argomento. Sono le stesse persone che mandano a scuola i loro figli dove voi mandate i vostri, che votano alle elezioni, che guardano gli stessi spettacoli eccetera eccetera.

Attenzione, il paragrafo precedente non è stato scritto per farvi sentire migliori degli altri. Abbiamo tutti, chi più e chi meno, aree in cui il livello di attenzione crolla fino al livello della mera sopravvivenza. Se state leggendo questo post, dovreste far parte di una minoranza. Mi riferisco a chi legge testi non necessari per la propria attività, a chi usa la rete per scopi diversi dall’utilizzo dei social media, a chi si fa incuriosire dal titolo di un post. Il diagramma di Venn di questi sottoinsiemi è scoraggiante. Allo stesso tempo, il paragrafo precedente non è stato neppure scritto per darvi un momento di sconforto. La realtà esiste e non si presta a valutazioni umorali.

Non vi siete mai domandati il perché della costante spinta alla semplificazione? Di come mai si debba per forza usare meno parole, meno forme verbali, del perché si debba fare ricorso ad esperti per qualsiasi tema od argomento? Mi capita spesso di leggere post in cui si ridicolizza la ricercatezza di linguaggio di Fusaro, con echi che ricordano molto le facezie che ci si scambiava a scuola. Siamo sicuri che sia un problema usare termini desueti? O non sarà che a volte facciamo fatica a ricordare cosa significhino? A me capita, non mi vergogno a dirlo. Come mi capita anche di sbagliare l’utilizzo di un verbo, o di non ricordare se esista un sinonimo di una parola che sto usando.

Fatevi pure una risata, se volete. Io continuo a pensare che non usare più il gerundio o assistere alla lenta estinzione del congiuntivo non sia una bella cosa. Così come continuo a rabbrividire alle continue concessioni al ribasso da parte dell’Accademia della Crusca verso i neologismi che emergono dalla società contemporanea. Forse sono discorsi da vecchio, non lo so. Sono cose che vanno di pari passo con il non sapere più svolgere calcoli a mente di minima complessità. O con le espressioni perplesse che si vedono quando si fanno delle domande di minimo nozionismo. Per me la parte peggiore arriva sempre quando mi fanno la domanda sul corso di laurea. A quanto pare, scoprire che non sono laureato e che non ho neppure mai frequentato un corso universitario rende “strano” che io tenga al concetto di complessità.

In pratica, siamo arrivati a maturare un nuovo concetto di disagio. Nel senso, se ci si fa certe domande o se ci si pone a valutare i fenomeni in maniera lievemente più approfondita di altri allora di scopre di essere diversi. Badate bene, non si sta parlando di cose elevate. Siamo sempre al livello che veniva definito di “buon senso” fino a pochi anni fa. E’ comunque un livello tale da rendere sterili molte conversazioni, per far cadere quel silenzio imbarazzato che mostra che i propri interlocutori non hanno nessuna voglia di seguire una qualsiasi linea di ragionamento – proprio perché la loro soglia di complessità è stata oltrepassata. Vediamo cosa succederà, sempre che il concetto di futuro non sia diventato “troppo”.